Una goccia nel mare della disinformazione (ancora e sempre 1994)

StM - Saturday, 13 August 2005, 16:20 - informazione e TV, opere altrui

Come vediamo coi nostri occhi anche in questi giorni, certa gente non impara mai.

Un’opinione molto diffusa in Italia, per la precisione diffusa da chi ha interessi illeciti nel dare addosso alla magistratura (poiché comunque ve ne sono anche di leciti, nel criticarne alcuni difetti), è che il pool di Mani Pulite, politicizzato da far schifo, abbia notificato un avviso di garanzia (quando in realtà c’era anche un invito a comparire) all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre costui presiedeva la conferenza mondiale sulla criminalità (martedì 22 novembre 1994); non solo, ma la ributtante magistratura politicizzata avrebbe anche alimentato la fuga di notizie che avrebbe fatto in modo che il giornale “Il Corriere della Sera” potesse sapere della cosa in anteprima (prima del destinatario dell’invito!). Riporto qui le pagine del libro Mani Pulite - La vera storia che mettono la vicenda sotto una luce diversa (e sinistra, se vogliamo).

Tratto dal libro: Barbacetto G., Gomez P., Travaglio M., 2002, Mani Pulite. La vera storia, Editori Riuniti, pp. 281-287.

Di Pietro spinge il carrello

Di Pietro incrocia tutti gli elementi a carico del Cavaliere e li raccoglie, preceduti da un promemoria riassuntivo, in un unico faldone. Che, a colpi di fotocopiatrice, viene moltiplicato per cinque e consegnato ai colleghi interessati: Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Davigo e Greco. Di Pietro li chiama a uno a uno il 13 novembre: «Ci sono novità su Berlusconi, ora arrivo». E passa di ufficio in ufficio, spingendo il carrello e distribuendo le varie copie del dossier: «Siamo a una svolta, è tutto li dentro, studiate le carte e poi ditemi che ne pensate».

L’indomani, 14 novembre, si tiene una prima riunione. Ordine del giorno: l’eventuale iscrizione del presidente del Consiglio sul registro degli indagati. D’Ambrosio e Greco, sulle prime, temporeggiano, preoccupati dal calendario politico denso di appuntamenti cruciali: le elezioni amministrative del 20 novembre, la finanziaria, la riforma delle pensioni, le minacce di crisi lanciate da Bossi. Borrelli ascolta. Di Pietro è molto risoluto: «Berlusconi ce l’abbiamo in pugno. Il pass è la prova del nove che lui c’entra, che sapeva tutto, che le tangenti le autorizzava lui e poi, una volta scoperte, metteva il silenziatore a chi poteva parlare. Quando noi le scopriamo, Berruti va a parlarne con Silvio, mica con Paolo [...]. Voglio vederlo, all’interrogatorio, quando gli sbattiamo sotto il naso il pass. L’indagine è praticamente chiusa: lo interroghiamo, poi chiediamo il rinvio a giudizio. Con queste prove, il processo sarà una passeggiata. Non me lo voglio perdere».

Colombo e Davigo concordano: «Di fronte a una simile notizia di reato», ricordano, «l’iscrizione è obbligatoria, un “atto dovuto”. Certo, quella fine d’anno era zeppa di appuntamenti politici importanti. Ma a dar retta alle obiezioni di Greco e D’Ambrosio avremmo dovuto attendere settimane, forse mesi. Invece l’interrogatorio era urgente. Era giusto trattare Berlusconi come tutti gli altri indagati. E lasciare che fossero i tempi processuali, e non quelli politici, a scandire il calendario dell’inchiesta. Era la regola che ci eravamo dati dopo i primi mesi di Mani pulite: non lasciarci condizionare, nei tempi, dalle scadenze “esterne”. E la seguimmo anche quella volta».

Cosi si decide l’iscrizione, contestuale all’invito a comparire. «Per tre ragioni», spiega Davigo. «Primo: c’era la necessità di interrogare al più presto Berlusconi e Berruti, separatamente ma contemporaneamente, prima che i due venissero a sapere che avevamo trovato il pass e potessero cosi concordare una versione di comodo su quello che per noi era un fatto importantissimo: il loro incontro a palazzo Chigi. Secondo: se avessimo iscritto Berlusconi senza “avvisarlo”, c’era il rischio che lo venisse a sapere dai giornali. Le fughe di notizie erano all’ordine del giorno, com’è purtroppo inevitabile quando una cosa la conoscono in tanti. Terzo: l’indagine ormai era chiusa». D’Ambrosio aggiunge un quarto motivo: «Se non avessimo iscritto Berlusconi, avrebbero potuto accusarci di violare i diritti di difesa. L’iscrizione è un obbligo previsto dal codice a tutela dell’indagato, perché a partire da quel momento decorrono i termini di scadenza delle indagini. E a Milano stavano arrivando gli ispettori ministeriali. Mettendo il naso nelle carte, avrebbero potuto chiederci: “E questo cos’è? Perché non avete iscritto questo signore nel registro?”. E sospettarci di voler indagare surrettiziamente sul presidente del Consiglio, per prolungare le investigazioni oltre il termine consentito».

Giovedì 18 novembre, seconda e ultima riunione sul tema Berlusconi. Tutto il pool è d’accordo sul da farsi: iscrizione e invito a comparire subito, intertogatorio il 26, richiesta di rinvio a giudizio entro l’anno («Ne avevo già preparata una bozza sul mio computer», rivela oggi Di Pietro) e processo-lampo, possibilmente nel 1995. «Sarà un Cusani-bis», annuncia Di Pietro ai colleghi. Stavolta, alla sbarra, siederà l’uomo simbolo della seconda Repubblica. E lui, ancora una volta, sul banco dell’accusa.

Domenica 20 ci sono le elezioni amministrative. Il primo giorno utile è lunedì 21, il più lontano dal ballottaggio (4 dicembre). I carabinieri, oltretutto, assicurano a Borrelli che, inaugurata al mattino la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli, quella sera il Cavaliere rientrerà a Roma per impegni di governo. «E poi», ricorda Davigo, «non bisogna dimenticare che la convocazione del premier doveva restare segreta, e se fosse dipeso da noi lo sarebbe rimasta. Dunque, semmai, la data che avrebbe potuto avere un impatto pubblico non era quella della consegna dell’invito, ma quella dell’interrogatorio: potevamo sperare di tenere segreto l’invito, ma non potevamo certo pensare che l’interrogatorio del presidente del Consiglio sarebbe passato inosservato. Lo fissammo per sabato 26, quando prevedevamo che Berlusconi fosse più libero da impegni istituzionali. Chi oggi ci rimprovera la coincidenza con la conferenza di Napoli, non considera che aspettare una settimana avrebbe significato andare con l’interrogatorio proprio alla vigilia del secondo turno amministrativo».

Le elezioni di domenica 20 si rivelano un mezzo disastro per Forza Italia: in difficoltà per la riforma delle pensioni, per i distinguo del Ccd e di An sulla politica sociale e per le bizze di Bossi, che ormai minaccia apertamente la crisi, il partito del premier perde fino a dieci punti.

Lunedì 21 mattina, i Carabinieri di Milano festeggiano la loro patrona, la Virgo Fidelis. Ma a mezzogiorno due alti ufficiali, il comandante regionale, generale Niccolo Bozzo, e il comandante provinciale, colonnello Sabino Battista, si allontanano dalla cerimonia. Li ha convocati Borrelli nel suo ufficio, per avvertirli che nel pomeriggio bisogna consegnare un invito a comparire al presidente del Consiglio. E quell’insolito viavai di uniformi di gala nell’ufficio del procuratore insospettisce i cronisti più smaliziati. Verso le 13, Davigo si chiude nella sua stanza con un ingegnere informatico. Tocca a lui - e non a Di Pietro, per dare meno nell’occhio - provvedere alle operazioni di iscrizione. L’ufficio ormai è deserto, l’assedio dei giornalisti è tolto, e cosi pure l’andirivieni della polizia giudiziaria. Davigo opera personalmente, sul suo computer, con una procedura «antiintruso» che richiede un’apposita modifica del programma informatico. Intanto, nel suo ufficio, Di Pietro compila il modulo dell’«invito a presentarsi nei confronti di persona sottoposta a indagini» intestato a «Berlusconi Silvio»: una pagina in tutto, alla quale viene allegato il capo d’imputazione, quasi interamente copiato da quello già contestato al fratello Paolo. Altre tre pagine: «Quale controllore di fatto delle società del gruppo Fininvest», il Cavaliere deve rispondere di tre tangenti alla Guardia di finanza (per le verifiche nelle società Videotime, Mediolanum e Mondadori). Nessun accenno all’arma segreta; il pass.

«Convocate il Cavaliere»

Di Pietro consegna i quattro fogli a Borrelli e parte per Parigi, dove è stato appena arrestato Mach di Palmstein. Borrelli affida la busta arancione a due ufficiali dell’Arma: il comandante del reparto operativo di Milano, tenente colonnello Emanuele Garelli, e quello del nucleo operativo, maggiore Paolo La Forgia (lo stesso che due anni prima aveva recapitato il primo avviso di garanzia a Craxi). Devono consegnarla personalmente a Berlusconi, nel tardo pomeriggio, a palazzo Chigi. I due partono per la capitale con l’auto di servizio. «Quel pomeriggio - spiega Borrelli - Berlusconi ci risultava già in viaggio da Napoli a Roma. Infatti mandai gli ufficiali a Roma, e non, come si è sempre voluto far credere, a Napoli».

Non sa che il Cavaliere ha deciso di restare a Napoli per presiedere la conferenza anche il martedì mattina. Quel che succede dopo verrà ricostruito, con qualche inevitabile approssimazione sugli orari, dagli ispettori ministeriali, dal Csm e da quattro inchieste penali aperte dalle Procure di Milano e di Brescia.

Alle 19,40, quando raggiungono palazzo Chigi, Garelli e La Forgia trovano soltanto il consigliere diplomatico Giampiero Massolo. Questi chiama il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, che avverte Berlusconi di quella visita inaspettata. Poco dopo le 20 Garelli chiama Borrelli (che sta rientrando a casa in auto dalla Procura) per comunicargli che lo scenario è cambiato e chiedere nuove istruzioni. Il procuratore, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza l’ufficiale a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli il contenuto dell’atto. Cosa che Garelli fa, con la mediazione di Massolo. Intanto Letta telefona a Cesare Previti, che come ministro della Difesa (responsabile anche sui carabinieri) potrà informarsi presso i vertici dell’Arma. Previti si trova in Spagna e, al telefono, chiede subito lumi al comandante generale Luigi Federici. Ma neppure lui sa nulla: lo saprà qualche minuto più tardi, dopo un giro di telefonate ai comandanti di Milano. Poco prima delle 21, Berlusconi chiama Garelli sul cellulare e gli chiede chiarimenti. L’ufficiale gli parla di un invito a comparire. Berlusconi, impaziente, gli dice di aprire la busta e di spiegarsi meglio. Garelli apre, da un’occhiata al documento, e dice: «Si parla di tangenti alla Guardia di finanza…». Ma il premier ha fretta: lo attende il palco reale del teatro San Carlo, per il concerto di gala di Luciano Pavarotti, fissato per le 21. Così, per i dettagli, da appuntamento all’ufficiale a due ore dopo.

Sulla linea Milano-Roma s’incrociano altre telefonate eccellenti. Intorno alle 21, Garelli avverte Borrelli di aver informato Berlusconi. Intanto Borrelli riceve la telefonata del giornalista del Corriere Goffredo Buccini (rientrato precipitosamente da Roma a Milano nel tardo pomeriggio), a caccia di conferme alle voci che vogliono Berlusconi indagato. «Non ho nulla da dire - risponde — prendo atto di quanto lei mi sta riferendo». E mette giù. Poi avverte Scalfaro, spiegandogli che «l’invito a comparire è in corso di sommaria notificazione all’interessato da parte dei carabinieri». «Avvertii il capo dello Stato - spiegherà il procuratore - per considerazioni di geometria istituzionale e perché ritenni sconveniente che apprendesse da altre fonti un avvenimento giudiziario di quel rilievo. D’altronde non violavo alcun segreto investigativo: l’invito a comparire, come l’avviso di garanzia, non è segreto, perché destinato all’indagato. Il nuovo codice prevede il segreto solo per gli atti che non siano conoscibili dagli indagati. E io avvertii il presidente solo dopo che i carabinieri mi confermarono di avere notificato sommariamente l’invito a Berlusconi». Il presidente è turbato e irritato: «Ma come — domanda - proprio durante la conferenza sulla criminalità?». E Borrelli: «Un fatto nuovo ci ha imposto di procedere, l’iscrizione e la convocazione per l’interrogatorio non erano più rinviabili».

Intanto Buccini ci prova anche con Davigo. Con lo stesso risultato. «Ma le sembrano cose di cui parlare con un magistrato? - taglia corto il pm. - Non dico nulla su argomenti del genere». Clic.

Da dov’è uscita la notizia?

Tra le 22 e le 22,30 Buccini e il suo collega Gianluca Di Feo (che fin dal mattino, come alcuni altri giornalisti, ha iniziato a subodorare quel che sta accadendo, e insieme a Paolo Foschini del quotidiano Avvenire ha ricevuto una mezza «dritta» in tal senso) ottengono finalmente una misteriosa quanto «autorevole conferma», che induce il direttore Paolo Mieli a rompere gli indugi e a «smontare» la prima pagina per inserirvi, a sei colonne «di spalla», la notizia-bomba.

Dopo le 23, finito il concerto, Berlusconi richiama Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell’invito a comparire. Ma fa in tempo a citare soltanto i primi due capi d’imputazione, relativi alle mazzette di Mediolanum e Mondadori. Poi, mentre sta per leggere il terzo (Videotime), Berlusconi lo interrompe: «Va bene, ho capito, basta così». E mette giù, dopo avergli dato appuntamento per l’indomani alle 14, a palazzo Chigi, per la notifica. Guardacaso, il giorno dopo, il Corriere riporterà soltanto i primi due capi di imputazione. Titolo: «Milano, indagato Berlusconi». Occhiello: «L’iscrizione sul registro decisa dalla Procura per l’ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Nell’articolo si parla dei 130 milioni per la Mondadori e dei cento per la Mediolanum. Della terza accusa, 100 per Videotime, nessuna traccia. E questa straordinaria coincidenza fa sospettare agli uomini del pool — Borrelli e Davigo in testa — che la decisiva conferma al Corriere possa essere partita proprio dall’entourage del Cavaliere.

Prima dell’uscita del Corriere, comunque, oltre allo staff berlusconiano, un’ampia cerchia di persone è venuta a conoscenza della notizia: Scalfaro e i suoi consiglieri, almeno quattro ufficiali dei carabinieri di Milano e il loro comandante generale, alcuni dipendenti e consulenti della Procura di Milano, oltre ai magistrati del pool e ad alcuni uomini della polizia giudiziaria. «Noi - osserva oggi Davigo — eravamo gli ultimi ad avere interesse che la notizia uscisse in quei tempi e in quei modi, essendo facilmente prevedibile l’uso che si sarebbe fatto di quella sciagurata fuga di notizie. Io resto convinto che la conferma al Corriere l’abbia data qualcuno dell’entourage di Berlusconi». Borrelli è della stessa idea: «La mia intima convinzione è che la notizia sia uscita da lì, da ambienti della presidenza del Consiglio. I più interessati erano loro». Subito, infatti, lo scandalo del premier indagato per corruzione viene offuscato dallo scandalo dello scoop del Corriere.

Le successive inchieste ministeriali, disciplinari e penali escluderanno che la fonte fosse un magistrato del pool. Buccini e Di Feo, davanti alla Procura di Brescia, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Dai tabulati dei loro telefoni cellulari emergerà, fra l’altro, una chiamata alla «batteria» di palazzo Chigi intorno alle 21,30. Ma a chi abbia inoltrato la telefonata lo speciale centralino (in grado di rintracciare chiunque) resta un mistero. Paolo Mieli, intervistato da Panorama il 16 dicembre 1994, dirà di aver deciso la pubblicazione dopo che la notizia era stata confermata addirittura da «cinque fonti». Testimoniando poi in un processo per diffamazione, il 21 dicembre 2001, aggiungerà: «Non contattai il presidente del Consiglio né il suo entourage, né diedi disposizione perché altri lo facessero».

Nessuno sa dire se e come abbia dormito, quella notte, il presidente del Consiglio. Si sa però come si è svegliato l’indomani: verso le 6, con la telefonata di Gianni Letta, avvertito da Enrico Mentana, a sua volta buttato giù dal letto dalla collega della rassegna stampa mattutina del Tg5. Sulle prime, Berlusconi - come racconterà lui stesso — decide di rientrare a Roma, per evitare dì presiedere la seconda giornata della conferenza, che proprio quel martedì si occuperà anche di corruzione. Poi però, dopo un altro colloquio con Letta, cambia idea e rimane a Napoli almeno per la mattinata. Il che conferma che nulla lo obbligava a presiedere i lavori anche quel giorno. Come dirà Davigo ad America Oggi (in un’intervista che gli costerà un procedimento disciplinare davanti al Csm, promosso dal ministro ulivista Flick e chiuso con l’assoluzione), «un presidente del Consiglio che sa di essere indagato per corruzione non espone la sua immagine e quella del suo paese, presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità». Aggiunge oggi Davigo:

Ci siamo dimenticati che tutto ciò è accaduto perché la Fininvest, l’azienda del presidente del Consiglio, corrompeva la Guardia di finanza. Questo poteva screditare l’Italia agli occhi del mondo, non l’invito a comparire, che ne era soltanto una conseguenza. Berlusconi aveva appena avuto il fratello ricercato per due giorni, aveva diversi dirigenti e manager arrestati o indagati, era indagato lui stesso per corruzione, e discuteva con i partner internazionali su come combattere il crimine: di questo si parlerebbe in un paese normale, non dell’invito a comparire.

Invece, in Italia, il 22 novembre 1994 si parla molto dell’invito a comparire e poco delle tangenti alle Fiamme gialle. La prima reazione ufficiale di palazzo Chigi è affidata, in mattinata, a un comunicato del nuovo, sfortunato portavoce, Jas Gawronski, insediato da pochissimi giorni. Gawronski esordisce con una bugia: «La notizia dell’invito a comparire è stata data direttamente al Corriere della sera anziché alla persona interessata». Non è vero: la persona interessata è stata la prima a saperla, la sera precedente.

Poi Berlusconi, nella conferenza stampa di mezzogiorno, affronta i giornalisti di tutto il mondo:

Questi signori della Procura di Milano hanno pensato di inviare un avviso di garanzia al presidente del Consiglio, e non direttamente: hanno dato la notizia prima a un suo avversario e al principale quotidiano italiano. E questo è un reato: violazione del segreto istruttorio [ma, come abbiamo visto, gli inviti a comparire non sono segreti per definizione] [...]. Giuro sulla testa dei miei figli che non so nulla di quanto mi viene contestato. Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo. Prendo atto che la notizia è stata data direttamente ai giornalisti anziché alla persona interessata.

Poi estrae il consueto asso dalla manica: «Ho deciso di vendere le mie aziende, che ho costruito in quarant’anni di lavoro». Si smentirà nel giro di due settimane: «Non posso vendere, se no i miei collaboratori si demotivano».
In serata il presidente del Consiglio invia un monologo in videocassetta a tutti i telegiornali. Un messaggio alla nazione dai toni drammatici:

Io non mi dimetto e non mi dimetterò [...]. Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia: deve governare chi ha i voti.

Il video si conclude con un’intimazione a Scalfaro di sostenerlo «senza tentennamenti né ambiguità».

Il capo dello Stato monta su tutte le furie e fa filtrare tramite i giornali tutta la sua irritazione. Poi telefona a Letta: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona? Se non parlo adesso è per senso di responsabilità, la situazione non lo consente…». E, al termine della chiamata, si fa il segno della croce. Il 24 novembre Berlusconi chiederà invano di essere ricevuto al Quirinale. Niente da fare. Scalfaro gli fa comunicare da una segretaria che è troppo impegnato: deve ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Il Polo, intanto, lo cannoneggia. Ferrara lo accusa apertamente di aver «tramato» con il pool per rovesciare Berlusconi. E persino un moderato come il vicepremier Tatarella sbotta: «Ma su, chi può accettare lezioni di morale da Scalfaro senza ricordare Salabè, l’architetto del caso-Sisde [amico di Marianna, la figlia del presidente]? Di questo passo troveremo scritto sui muri non più “Viva Borrelli”, ma “Viva Salabè”… Qui si tenta un’operazione antidemocratica, una truffa».

Berlusconi viene ricevuto solo il giorno 25 e Scalfaro, sulla porta, lo avverte: «Lei non può pretendere che io sia il primo partigiano del suo governo». Cosi il Cavaliere abbassa i toni, e ammette addirittura che «i magistrati hanno pieno diritto a indagare su chiunque, quale che sia la sua posizione sociale, civile e politica».

Sarà anche piccola storia, ma è sempre più grande di noi

StM - Monday, 25 July 2005, 17:54 - cronache

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In quel di Piana Crixia v’è una trattoria, di quelle che le vedi da fuori e sembrano una come tante: la trattoria Tripoli. Sulla strada principale del paese, in un edificio anonimo e in un locale indistinguibile da un comunissimo bar a conduzione famigliare.

Ammetto di lasciarmi influenzare molto, dall’aspetto di un locale. Mia nonna dice che una buona regola generale per giudicare un locale senza saperne nulla preventivamente è controllare se i vetri sono puliti o meno; ognuno si sceglie le certezze che preferisce, fate voi.

Il padrone di casa è il signor Aldo Dogliotti, un energico ottantaduenne che, avendoci sicuramente identificati come nuovi clienti, ha provveduto ad informarci di come in quel locale si facessero le cose allo stessa maniera di 112 anni fa. Qualsiasi cosa questo significhi. Da newbie culinario, ho potuto almeno constatare come i ravioli non potessero non (*Italian Teacher Dies of brain overload) essere fatti a mano, tant’è che non ho ancora capito come fossero preparati i sacchettini. Non sono un critico, quindi mo’ taglio corto e ve dico che lì se magna bene e se spende nurmale (15 euro per primo, secondo, bevanda, porzioni abbondanti), quindi se capitate da quelle parti tenetene conto.

Il signor Dogliotti non è solo ristoratore. E’ anche persona di cultura e dedicata alla ricerca: suo infatti un interessante lavoro storico-storiografico in 4 volumi su Piana Crixia e i dintorni. Interessante? Sì, signori miei, la storia “piccola” è interessante tanto quanto quella “grossa”. E ugualmente importante, se riguarda il luogo in cui vivete.

Credo che non succeda solo dalle mie parti, ma che vi siano un po’ in tutta Italia dei coraggiosi che, a tempo perso, affrontano valanghe e valanghe di archivi, intervistano decine e decine di persone, studiano frotte e frotte di libri. Il tutto per mettere nero su bianco la memoria storica del proprio paese. Magari di un paesino che “esiste” per il mondo solo perché viene citato di sfuggita in una puntata di Linea Verde. E tuttavia, la mole di lavoro e il prodotto finale non vengono sminuiti affatto dall’importanza presunta della materia trattata; anche perché, una volta che nella materia ci hai spulciato un po’, scopri che di cose da dire ce ne sono sempre per tutto, che il mondo è molto più ricco di quello che sembra; del resto, il mondo non è in due dimensioni, come ci ostiniamo bovinamente a volerlo vedere.

Il vero peccato è che tutto la fatica compiuta in queste opere rischia di risultare vana, una volta allontanatisi di un certo numero di chilometri da casa propria. Non per il signor Dogliotti, che a conclusione di ogni suo libro si è sempre preso la briga di portarlo a conoscenza degli abitanti del luogo emigrati in Sudamerica, ma magari non tutti coloro che possiedono la sua energia nella ricerca poi possono avere anche la sua energia nella diffusione.

Poco più su ho linkato una pagina di Wikipedia, 5 righe scarse. Nei libri di Aldo Dogliotti troviamo invece 400 pagine, interessanti e piacevoli. Solo che su Wikipedia ci può arrivare chiunque, da qualsiasi luogo del mondo, mentre dell’esistenza di questo signore io ero all’oscuro fino a ieri, quando ho percorso la ventina di chilometri che separa casa mia dalla sua trattoria. Ogni tanto mi rendo conto di come la prospettiva sotto la quale guardo la vita è distorta, sbagliata. Mi piacerebbe credere di essere l’eccezione in un mondo di persone che invece hanno gli occhi dritti…

Non proprio in tema ma quasi, chiudo con un aneddoto, raccontatomi da mio padre, che l’aveva a sua volta sentito probabilmente da suo nonno. Roba da ridereT. Mi scuso se ci fossero delle inesattezze, ma si fa quel che si può.

Il vino a Narzole

“E ricordate, figlioli -disse il vinaio sul letto di morte-, che volendo il vino si può fare anche con l’uva”.

In un periodo imprecisato, c’era questo paesino della provincia di Cuneo in cui si produceva vino a dispetto della totale assenza di vigne. Si racconta che un giorno alla Guardia di Finanza fosse venuto il pallino di dare una controllatina a qualche cantina, e che per una coincidenza, nello stesso giorno, il fiume che bagnava (e bagna tutt’ora) il paesino si fosse tinto di rosso. Stranezze.

Carlo Rosselli - Gli Italiani e la libertà

StM - Sunday, 17 July 2005, 20:40 - opere altrui

da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII. La data si riferisce alla prima edizione in francese, mentre il frammento che trovate più sotto è stato ricavato dall’edizione eseguita da Edizioni di “Giustizia e Libertà” (questa edizione di Socialismo liberale era pronta a Milano in periodo clandestino, prima dell’insurrezione, stampata a cura della tipografia Luigi Memo. Ne esistono 520 copie, numerate dall’1 al 520. Le Edizioni “U” stampano a Firenze la prima edizione del testo definitivo di Socialismo liberale, con prefazione di Marion Rosselli, appendice e indice analitico). Tanto ci sarebbe da dire su Carlo Rosselli, ma l’umile ricopiatore (io) non ha cultura storico/politica bastante a dire qualcosa che non si possa già trovare in rete, o su testi più approfonditi. Mi limito a segnalare questo articolo, che racconta della vita travagliata del libro in oggetto, e che mi premuro di ricopiare qui, non si sa mai che la pagina cambi di posto…

E John, figlio di Carlo, ha scritto: «L’ Einaudi censurò mio padre»

di ENZO MARZO

Finalmente la polemica sulla «sfortuna» dell’opera di Carlo Rosselli può dirsi chiusa. La parola definitiva l’ha pronunciata il figlio di Carlo, John, nella prefazione scritta poco prima della sua morte al recente fondamentale volume di Stanislao Pugliese per Bollati Boringhieri su Rosselli. Peccato che finora non l’abbia notato nessuno. John qui ripercorre il rosario di date che segnano la sventura editoriale di Socialismo liberale e fotografa lo scandalo: il libro, scritto negli anni 1928-’29, a parte un’edizione quasi pirata del ‘45, dovette aspettare ben 44 anni prima di venire alla luce. E addirittura cinquanta prima d’essere diffuso in un’edizione per il lettore comune. Quando nel ‘95 denunciai questa stortura che tanto è costata alla sinistra democratica, ricevetti da Vittorio Foa un bacchettata: «Le ragioni per cui questo libro non è stato conosciuto sono molte, non nascono dalla sinistra». Mi dispiace, ma Foa, un padre della nostra democrazia, aveva torto. Ed è proprio John a certificarlo: «Cause furono la mia residenza in Inghilterra, che mi consentiva solo brevi viaggi in Italia, e l’evoluzione della politica italiana, rispecchiata in quella intellettuale della casa editrice Einaudi». E ancora, in più luoghi, è lo stesso John a sottolineare «il lancio ancora più inesistente» di tutte le edizioni da parte dell’editore.
Stendiamo un velo pietoso sulla scusa ridicola dei viaggi troppo brevi in Italia di chi, erede e gestore dei diritti d’autore, era convintissimo (come è noto a quanti conoscono le vicende della famiglia Rosselli), proprio perché ortodosso e settario come può esserlo solo un marxista all’inglese, che il libro del padre valesse pochissimo. Però registriamo la denuncia, anche se tardiva, contro la casa editrice Einaudi. La sua non fu sciatteria, ma segno d’un preciso disegno di politica culturale, sulla scorta dell’indirizzo togliattiano, di mettere la sordina a un pensiero politico che avrebbe contraddetto in modo radicale quel dogma del Migliore che non c’era e non ci poteva essere altra sinistra ideale se non quella comunista. Si poteva dare spazio a una revisione come quella rosselliana così drastica nei confronti del marxismo? Certo, no. La stroncatura di Giorgio Amendola ne è la riprova. Che poi la costruzione di un’altra sinistra venisse da un martire vero dell’antifascismo e soprattutto da un liberale ineccepibile era accettabile? Si poteva permettere la «fortuna» d’un liberalismo eterodosso rispetto all’immaginetta d’un liberalismo conservatore tutto italiano che all’epoca faceva così comodo soprattutto a sinistra? Ora la risposta definitiva ce l’ha data un testimone molto attendibile perché - diciamolo - di parte avversa. Ma il danno arrecato ormai è irreversibile.

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Gli Italiani e la libertà
da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII.

Il problema italiano è essenzialmente un problema di libertà: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nel campo individuale, e di organizzazione della libertà nel campo sociale, cioè nella costruzione dello stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi non è possibile avere uno stato libero. Senza coscienze emancipate non è possibile avere classi emancipate. Non è un circolo vizioso. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si realizza col trionfo di uno stato di liberi uguali nei diritti e nei doveri, uno stato in cui la libertà di ciascuno è la condizione e il limite della libertà di tutti.

Bisogna dirlo una buona volta, perché purtroppo è esatto che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione dell’individuo, cellula morale di base, è ancora in gran parte da fare. La miseria, l’indifferenza, una rinuncia secolare fan sì che nella maggioranza si deplora l’assenza di questo senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un asservimento che durò dei secoli ha fatto sì che la media degli italiani esiti ancora tra la rassegnazione dello schiavo e la rivolta anarchica. La concezione della vita come lotta o come missione, la nozione della libertà come un dovere morale, la coscienza dei limiti del loro diritto e di quello altrui, fanno difetto negli italiani.

Essi hanno più spesso l’orgoglio della loro persona nei rapporti esterni, che quello della loro personalità. La loro vita interiore, assai ricca, è tuttavia unilaterale: essa è assai ricca sopratutto nel campo sentimentale in cui assume forme istintive ed esasperate. La calma riflessione sui più vasti problemi dell’esistenza, quel tormento spirituale fecondo che crea lentamente tutto un mondo interno, che solo più conferire la coscienza di sé come unità distinta ed autonoma, tutto ciò manca a troppi italiani.

L’educazione cattolica -pagana nel culto e dogmatica nella sostanza- insieme ad una lunga serie di governi tutelari, hanno impedito per dei secoli agli italiani di pensare in prima persona. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona alla chiesa la propria indipendenza spirituale: ed attualmente lo stato, elevato al rango di scopo, lo costringe a separarsi anche dalla sua dignità di uomo ridotto allo stadio di semplice strumento.

Logica conclusione di un processo di rinunzia passiva.

Il “dolce far niente” degli italiani, -ingiuriosa leggenda nel campo materiale,- ha, bisogna dirlo, qualche fondamento nel campo morale. Gli italiani sono moralmente pigri. Vi è in essi un fondo di scetticismo e di opportunismo che li conduce facilmente a contaminare tutti i valori disprezzandoli, ed a trasformare in commedie le tragedie più cupe. Abituati a ragionare per mezzo di intermediari sui grandi problemi della coscienza -vera abdicazione dello spirito- è naturale che si rassegnino facilmente ad abbandonare anche il loro ruolo nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del “deus ex machina”, del duce, del domatore, -lo si chiami Papa, Re o Mussolini- risponde spesso in loro ad una necessità psicologica. Considerato sotto questo angolo visuale, il governo di Mussolini è tutt’altro che rivoluzionario; si riattacca anzi alla tradizione e continua sulla via del minimo sforzo.

Contro tutte le apparenze, il fascismo è il risultato più passivo della storia d’Italia, è un gigantesco ritorno ai secoli passati, un fenomeno abbietto di adattamento e di rinuncia. Mussolini ha trionfato grazie ad una diserzione quasi universale, attraverso una lunga tessitura di saggi compromessi. Solo faticosamente qualche minoranza di proletari e di intellettuali ha avuto il coraggio di affrontarlo con intransigenza radicale, dall’inizio. Mussolini fornisce tutta la misura della sua banalità quando considera il problema dell’autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani. Non, non è questo che bisogna insegnare agli italiani: da secoli essi si sono piegati a tutte le dominazioni, essi hanno servito tutti i tiranni.

Fin qui la nostra storia non offre nessuna vera rivoluzione popolare. In tutte le epoche il popolo italiano ha espresso dal suo seno individui assai elevati ma solitari e inaccessibili. Minoranze eroiche, caratteri di ferro. Ma non ha mai saputo realizzare sé stesso. L’Italia si è tenuta lontana dalle lotte religiose, lievito essenziale del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italiano, contaminato dalla curia romana così come dal conformismo passivo, doveva restare estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. In terra di monopolio, il cattolico non ha nulla di comune col cattolico in terra di concorrenza.

Per dei secoli noi abbiamo vissuto di luce riflessa nel mondo della politica. Le grandi ondate della vita europea ci sono giunte attenuate.

Non vi fu nulla, fino alla lotta per l’indipendenza, che non sia stato opera di una minoranza e non già la passione di un popolo. Soltanto un certo numero di centri urbani nel nordo parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel mezzogiorno d’Italia i Savoia, dopo un primo momento di entusiasmo, furono tosto l’equivalente dei Lorena e dei Borboni. La burocrazia piemontese serrò nelle sue spire tutta l’Italia paralizzando gli ultimi sussulti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica riuscì, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario dal mito libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi vinti del Risorgimento. La libertà politica stessa che si imporrà lentamente nel corso dei lustri che seguiranno, sarà figlia di transazioni e di concessioni tacite.

La conquista della libertà non si riattacca in Italia ad alcun movimento di massa capace di giocare un ruolo di mito o di avvisatore. La massa restava assente. Il proletariato non seppe conquistare le sue libertà specifiche di organizzazione, di sciopero, il suo diritto di voto al prezzo di sforzi e di sacrifici prolungati. Il suo tirocinio, intorno al 1900, fu troppo breve. Quanto al suffragio universale, esso apparve ciò che in realtà era, un allargamento calcolato nelle alte sfere. La regola secondo la quale si ama e si difende soltanto ciò per cui si è molto lottato e si son fatti dei sacrifici, ha avuto la sua prova più tipica nell’esperienza fascista. L’edificio liberale crollò come cosa morta al primo urto e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione dei valori ancora estranei alla loro coscienza.

Quando oggi Mussolini enumera le cifre dei suoi branchi e delle sue mute e si vanta dell’unanimità, del partito unico, della sparizione di ogni opposizione sostanziale, di ogni libera iniziativa di minoranza combattiva, in nome di una pretesa rivoluzione da carnevale non fa altro in realtà che ricominciare i fasti del borbonesimo.

Non ci lascia neppure la consolazione di vedere in lui uno straniero, un padrone in virtù di armate numerose.

In verità il suo spirito di romagnolo fazioso lo disporrebbe facilmente alla battaglia: ma una battaglia egli non sa concepirla che sotto la forma di una forza brutale. L’orgoglio dispotico del dittatore lo costringe a reprimere sistematicamente ogni ardore di opposizione e di lotta. Malgrado tutto, la sua intransigenza settaria serve alla causa della libertà. Col manganello e le manette, con le sue persecuzioni raffinate, Mussolini sta creando in decine di migliaia di italiani moderni i volontari della libertà. La logica formidabile degli strumenti di repressione furiosa di cui attualmente egli è prigioniero, sta per diventare la nostra migliore alleata.

Per la prima volta nella storia d’Italia, la rivendicazione dei diritti inalienabili della persona e del self-government si pone come il problema di un popolo e non più di una setta di iniziati. Non vi è italiano, per incolto e miserabile che sia, che possa ignorare il fascismo e i problemi di vita e di morte che esso solleva. L’ultimo degli operai del fondo della Calabria può oggi soffrire e sperare in virtù della medesima causa che fa soffrire e sperare l’intellettuale più raffinato e l’industriale moderno dell’Italia del nord. Attraverso tante miserie ed umiliazioni, la coscienza del valore della libertà sta per nascere in modo drammatico in vaste zone del popolo italiano.

Si potrebbe quasi dire che gli italiani sono psicologicamente più liberi oggi, in questa lotta disperata per la conquista delle autonomie essenziali, di quanto non lo fossero ieri col sedicente stato costituzionale di Giolitti e le migliaia di associazioni indipendenti. Giustamente qualcuno vede il problema attraverso la lente del suo interesse e del suo partito, ma il fuoco sta per avvolgere tutto e questo fuoco è la libertà. I comunisti stessi, malgrado tanta facile ironia si vedono costretti a spiegare la dittatura per mezzo della libertà; l’oppressione fascista prepara l’unità morale del popolo italiano.

Barbaric Yawp

StM - Monday, 13 June 2005, 2:42 - pensieri

Questo post AVEVA una dedica, ora non più.

Stasera volevo parlare del film Le invasioni Barbariche… ma già che ci sono ne parlo lo stesso.

E’ curioso come uno ripensi a posteriori alle cose che ha imparato e gli sembrino improvvisamente straordinarie. Pensateci, un *impero* che collassa su sé stesso. Lo avete pensato? Ovviamente avrete pensato all’impero romano. Be’, non è straordinario? Non è successo dall’oggi al domani, come magari si è indotti a pensare visto che 400 anni di storia si fanno in 2 mesi di scuola, ma il popolo che ha dato i natali a tutta quelle persone che spaccavano le palline con le loro versioni da tradurre dal latino, Cicerone, Orazio, Virgilio, Seneca, Tacito, ebbene questo popolo a un bel momento ha deciso che non ce la faceva più, che passava la mano.

Il film prende il titolo dall’analogia, non so se esposta realmente o inventata appositamente per il film (credo la prima), che un opinionista ha ravvisato tra le invasioni barbariche che portarono alla caduta dell’impero romano e gli attentati dell’11 settembre 2001: per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti d’America non hanno combattuto una guerra lontana, ma sono stati colpiti nel loro stesso paese.

A posteriori, possiamo (forse) dire che visioni del genere erano troppo catastrofiste (ho iniziato allora ad odiare Lucia Annunziata, con la sua terza guerra mondiale). Ma la curiosità di vedere se altri particolari combaciano ormai ci è venuta… e allora facciamo il nostro gioco privo di alcun valore storiografico ma dalle connotazioni spassose (che vedremo):

  • preferisco assimilare l’attentato alle Twin Towers ad Annibale che attraversa le Alpi con gli elefanti… questo perché abbiamo anche noi adesso il nemico per eccellenza, Osama Bin Laden, che odia gli Stati Uniti con tutto sé stesso e non si sa bene perché;
  • le “invasioni barbariche” non erano costituite esclusivamente da gigantesche mandrie umane che arrivavano, facevano i loro comodi e se ne andavano; ci fu anche uno scambio continuo e lento di uomini e culture, com’era ovvio che succedesse in un impero che circondava l’intero Mediterraneo; una cosa del genere è sotto i nostri occhi, nei nostri paesi, ormai da anni: se ripensando all’impero romano vi sembra che quella che chiamiamo “integrazione” non sia altro che l’inizio della fine, come allora, mi vien da chiedervi se ritenete che ciò sia un bene o un male - perché io, guardando l’Italia di oggi, non posso che avere forti dubbi sull’opportunità che ci pariamo ancora dietro a grandi nomi di 500 anni fa. Se abbiamo fatto il nostro tempo, con calma, senza panico, facciamoci da parte.
  • ma veniamo alla parte divertente; ricordate Catone il Censore e i suoi fichi? Ma sì, quando in maniera del tutto inusuale si presentò in Senato con un cesto di fichi, ne offrì ai senatori, ricevette i loro complimenti, e poi gelò tutti dichiarando che quei fichi erano giunti quel giorno nientemeno che da Cartagine, la sconfitta Cartagine. “Cartago delenda (est)”, l’unica Cartagine buona è quella morta. E alla fine li convinse. Bene, ora immaginatevi quanto calza a pennello Colin Powell che fa la sua presentazione PowerPoint per convincere le Nazioni Unite che Saddam Hussein è una minaccia. Da morire dal ridere.

Il film in realtà parla di invasioni barbariche e della nostra decadenza in modo marginale, incentrandosi invece sulla storia di un uomo morente e di suo figlio, rappresentanti emblematicamente il divario tra gli uomini del ‘900, travolti e stimolati da continue rivoluzioni intellettuali, e gli uomini di oggi, per i quali non esistono più ideologie valide se non quella del self-made-man, che non ha bisogno di leggere nessun “testo sacro” per sapere la propria strada. La critica al lento svanire della cultura ai giorni nostri è indubbia, ma è addolcita dall’approvazione che siamo portati a provare per il machiavellico eppur giusto personaggio del figlio, e da un lume di speranza concessoci alla fine.

Consiglio fortemente la visione… non fatevi impressionare dalle mie masturbazioni intellettuali.

Sembrano link selezionati per voi…

StM - Monday, 1 November 2004, 0:49 - risorse e link, segnalazioni

…in realtà sono io che li metto qui per non perderli di vista.

Quando Papa Giovanni faceva ridere (segnalato da Dev0tee sul forum di tgmonline): lo ammetto, sono abbastanza ignorante da rimanere stupito da articoli come questo. Il “papa buono” era, soprattutto e irrimediabilmente, un papa.

Il DMCA viene brillantemente preso in giro grazie a Lexmark (segnalazione di TeknoDragooN, stesso forum).

http://www.archive.org/ (segnalato da Enterprise, stesso forum): quello che la legge Urbani vuole far fare alla biblioteca di Firenze (la copia di tutta la rete internet italiana “di un qualche interesse culturale”), è da tempo fatto su scala mondiale da questi tipi qui. Hanno i loro problemi con il DMCA (dovrebbero pagare i diritti d’autore a coloro dei quali copiano i siti… robetta), ma per il momento (fino al 2006) hanno una speciale deroga.

La data della scoperta dell’America?

StM - Monday, 11 October 2004, 17:50 - pensieri

Se si intende la scoperta fisica del continente da parte di un equipaggio ufficialmente riconosciuto dalla società europea e “occidentale”, 12 ottobre 1492.

Se si intende la scoperta mediatica degli Stati Uniti d’America, 11 settembre 2001.

A parte l’assorbimento costante di chicche e schifezze (indifferentemente) cinematografiche, in fondo l’America non era poi così vicina, prima di quella data, vero? Ci avrete già pensato, ne avrete già discusso. Siamo sempre più americani. Eleggere il Presidente degli Stati Uniti con i voti di tutti gli abitanti del mondo è ancora una boutade, ma per quanto lo rimarrà?

La domanda del titolo è una cosa talmente ovvia che credo si dovrebbe avere il diritto di NON sapere la risposta. Stamattina, alla radio, nel bellissimo autopulman sostitutivo delle fs che ho dovuto prendere per il SOLITO ritardo di 20 minuti che mi ha fatto perdere la coincidenza, un tale diceva a un altro tale che ieri sera dei tali (=le iene) hanno fatto vedere un servizio in cui ponevano a degli altri tali (=parlamentari) la suddetta domanda. E meno male che qualcuno ha risposto sbagliato, sennò il servizio non aveva senso. Ma hanno risposto davvero sbagliato?

Retorica

StM - Monday, 23 August 2004, 14:20 - informazione e TV, pensieri, segnalazioni

Ho sentito al tg una presunta dichiarazione di Cesare Battisti che suonava più o meno “mi voglio prendere la responsabilità storica di quello che ho fatto”. Ollallà, nientemeno. Flash: discorso di Mussolini sul delitto Matteotti. Recita:

“Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.”

Non so se notate che nessuna delle responsabilità citate porta in carcere. E infatti il tema del discorso era se fosse o non fosse da applicare un articolo dello Statuto Albertino:

“L’articolo 47 dello Statuto dice:
“La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia”.”

Tornando ai giorni nostri, mi dicevo che quella detta da Battisti fosse un po’ una stronzata. Cerco con google… in Italia niente (come sapete non abbiamo giornalisti, noi), per fortuna trovo in Francia l’intervento preciso (news.google.fr):
http://www.lefigaro.fr/france/20040823.FIG0413.html
“Le 14 juillet dernier, sur France 3, il demandait à son pays de lui «refaire un procès, mais avec des observateurs internationaux. Je vais faire face en payant tout ce qu’il y a à payer, je vais faire face à l’histoire. Je suis prêt à tout faire si on me promet un procès équitable, mais ce n’est pas possible, en Italie, ça n’existe pas.»”

Una dichiarazione bella comoda, eh? Mi ricorda qualcun altro, ma se seguiamo tutti i fili del discorso (specie pensando a chi è questo qualcun altro) non la finiamo più.

In compenso in Italia ho trovato un salmo per Battisti Eroe Santo Martire Leggenda:
http://bellaciao.org/it/article.php3?id_article=5109
Non sprecateci troppo tempo. E’ scritto solo per ubriacare.