Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

Archive for the ‘scuolacciate’ tag

Tu c’hai grossa crisi, oh

with 12 comments

Ho passato varie fasi della mia vita in stato di pirlaggine. Una di queste fasi si verificò alle medie.

Sorvolando su tutte le manifestazioni della pirlaggine per quel che riguarda il comportamento, che ce ne sarebbero delle belle e delle incriminanti, alle suddette medie ebbi un guizzo di ambizione scrittoria che tuttavia si concretizzò soltanto in prolissità molesta e completa mancanza del senso del pudore. Riempii un quaderno intero con i geroglifici (la mia grafia) di un racconto fanta-storico ambientato in qualche luogo esotico intercambiabile, nelle intenzioni sullo stile de Le miniere di re Salomone di H. R. Haggard, per intenderci, ma probabilmente con contaminazioni di Topolino, Zapotek e la ghenga.

Tuttavia mi resi conto quasi subito che faceva cagare. Pirla sì, ma non cronico.

Ho sempre avuto un difetto, nella scrittura: l’assenza di linearità. Dato A, passando per B, ecco C. Tesi, antitesi, sintesi. Questo modo di ragionare non mi appartiene. Finché il pensiero rimane dentro di me, ok, nessun problema: se non sono d’accordo con me stesso, insomma, a voi che ve ne frega? Il problema è cristallizzare un turbinìo di sinapsi in un istante ben definito. Non dev’essere un caso che le foto di gruppo non mi riescano sistematicamente mai, perché anche con le sinapsi, insomma, becco sempre quella che teneva gli occhi chiusi, o quella che si è mossa.

Sono un discepolo del caos, dell’indefinito come mezzo di conoscenza, dell’indeterminazione come approccio al reale. Oltre che ateo mi professo sempre “del ramo agnostico”, e se vogliamo sono anche un po’ paraculo. Tengo a non giustificare, ma nemmeno a condannare, e in caso io riesca a comprendere difficilmente traggo conclusioni.

Nella vita reale, il Signor Dubbio è un individuo noioso che sa snocciolare a menadito tutti i possibili boh e mah. Nella vita scritta, il Signor Dubbio s’illude di avere più tempo per bohare e mahare a fondo; sarà anche vero, ma lo scritto non è un mezzo fluido a sufficienza per la materia che sta trattando. Acquistereste mai una lava lamp statica? Io no (nemmeno quella in movimento, ma non c’entra).

Il Signor Dubbio è convinto di essere in grado di non essere inutile; ma al momento non sa proprio come. E’ un po’ lusingato dal constatare di “pensare” in un modo un po’ originale, ma è moderatamente frustrato dal fare queste constatazioni come risultato dell’essere sistematicamente frainteso. Altri disegnano nelle sue fotografie soggetti che non ci sono, tagliano con l’accetta forme che sono appena accennate, vanno giù duro di Photoshop per cancellare (quelli che sono secondo loro) gli inestetismi.

Il Signor D. pensa allora che forse sta sbagliando, come faceva al liceo, quando scriveva tante chiacchiere inutili, quando sperimentava, annegato com’era nell’equivoco che un tema potesse avere valore al di fuori del significato didattico. Il Signor D. pensa che magari dovrebbe avere più rispetto per il lettore, cercare di fargli capire quel che voleva dire senza farlo troppo faticare. Solo che il Signor D. non lo sa nemmeno lui cosa vuole dire. Perché non vuole dire proprio nulla. E non si sa se prevale il non volere, o il non dire.

C’è una cosa di cui il Signor D. è certo, ed è che gli farebbe piacere sentirsi ogni tanto un po’ più normale.

(non ricordo di preciso quando le velleità scrittorie sono morte; ma certo non risorgeranno, se non riprenderò a leggere con maggiore regolarità)

Written by StM

May 20th, 2007 at 11:19 pm

Torino & Museo del Cinema

with 4 comments

Fino al ventiquattresimo anno di età non ho mai sfruttato granché le opportunità che mi sono capitate. Ventiquattro anni, sì. Tra le altre cose, sono stato quasi 5 anni a Torino a scopo università e non l’ho mai degnata di molti sguardi. Certo, diranno i colleghi studenti di ingegneria: è una facoltà che (in teoria) ti fa stare tanto a lezione, (in teoria) ti fa studiare tanto a casa e in più (meno in teoria) c’è di tanto in tanto la giUoia del laboratorio, che non guasta mai (salvo i corsi di programmazione, in cui “non fa rima con obbligatorio ma fa rima con consigliato“). Quindi, o esci di sera per andare a travoni (ehm, così pare che sia Corso Peschiera/Einaudi, vicino al Poli e a dove stavo), oppure durante il giorno non hai tutto questo tempo; specie considerato che le lezioni me le sparpagliavano a caso e quindi nei giorni peggiori avevi 2 ore di lezione, 2 di buco, 4 di lezione, 2 di buco, 2 ore fino alle 20.30; cose così; il Poli poi è più o meno lontano da ogni segno di civiltà, perciò nelle 2 ore di buco avevi appena il tempo di giungere alle propaggini di un qualsiasi essere umano non ingegnere, e subito dovevi prendere l’autobus per tornare.

Il fante d'Italia davanti al Politecnico

Comunque.

Visto che i ventiquattro anni di cui all’incipit li ho compiuti da un po’, ho accettato prontamente un invito che non si poteva rifiutare (mi sono trovato una testa d’acaro mozzata nel letto, anche se forse è stato un caso), e in due giorni ho visto probabilmente più (e soprattutto, migliore) Torino di quanta ne abbia vista nei suddetti 5 anni. E dire che ci fu anche chi mi avrebbe pure preso come cicerone torinese, a me -.-

Ora, il Museo Nazionale del Cinema sta a Torino non a caso: anche solo il giro per il Balon mi ha richiamato alla mente un film; ma a pensarci bene la città sembra un agglomerato di location da set molto più di quanto possano esserlo Milano, Genova, Firenze, persino Roma (e sì che tengono Cinecittà, ma non vale; non dico che a Roma non basti puntare la cinepresa a caso per tirar fuori un bel film, ma che la città ha una sua personalità indistinguibile: se giri un film a Roma, parli di Roma). Se poi consideriamo che la mia simpaticissima guida per la capitale del Regno di Sardegna era la ragazza più cinefila (e di buon gusto, a riguardo) che abbia mai conosciuto, be’, capirete che la ri-visita mi è piaciuta parecchio.

Casomai voleste un giorno visitare il Museo Nazionale del Cinema, siete gente che non vuole perdersi nulla, e avete una resistenza fisica non indifferente, tenetevi buone 6 ore.

Il Museo Nazionale del Cinema (Torino)

La visita comincia con l’archeologia del cinema, o con il pre-cinema, con un assortimento di stereoscopie (i ricordi di quando “giocavo” col ViewMaster!), barbatrucchi ottici (come il crudele taumatropio ingabbia-uccellini :( ), cinetoscopi di Edison, e insomma tanta roba divertente anche per i bimbini, o per i bimbini cresciuti (gli stessi che magari si visitano il NEMO di Amsterdam…). Ed è un ottimo antipasto.

Si prosegue quindi per un altro piano, forse il meno interessante a dire il vero, in cui il cinema viene un po’ presentato dietro le quinte, con “nicchie” dedicate ai vari personaggi (umani o tecnologici) che fanno sì che il rito magico della creazione del film si compia. Grazioso il documentario del making-of di un mini-corto di esempio.

Il cuore del museo, quello per cui siete moralmente obbligati a sbavare copiosamente, è il piano con le nicchie a tema debordanti di spezzoni di film. A vederseli tutti sono svariate ore… sì che ci sono i posti a sedere (nel settore del cinema onirico e surreale poi sono comodissimi), ma sono risicati e lo ribadisco, le ore sono proprio svariate, eh. Le nicchie, oltre a trasmettere film a tema, a tema sono addobbate, e devo dire che alcune sono davvero riuscite.

A metà tra la seccatura e la curiosità caratteristica, di tanto in tanto (forse ogni ora?) potrete gustarvi suggestivi giochi di luce sul cupolotto della Mole. Ho detto potrete? Dovrete, invece, perché durante tali giochi di luce tutti i monitor e proiettori vengono spenti. La cosa mi lascia un po’ perplesso, ma va riconosciuto che il biglietto d’ingresso non dà accesso solo a cose che si possono vedere, bensì anche a cose che si possono esperire. Meno male comunque che avevo l’eroica guida, sennò di fronte agli schermi improvvisamente neri sarei impazzito molto prima di capire cosa stava succedendo.

Non ebbi invece modo di giungere all’ultimo piano, dove, mi si dice, alberga una galleria di locandine e cose del genere. Essaràperunaltravolta.

Written by StM

April 16th, 2007 at 11:54 am

Posted in diario

Tagged with ,

La lauretta

with 14 comments

Mi mancano tre esami. Da settembre 2005, quando ho dato l’ultimo. Quei tre esami sono veramente goduriosi: uno ha cambiato regole della prova e docente praticamente ogni anno dacché sono iscritto; gli altri due sono rimasti generalmente invariati, sono un po’ difficilotti, ma soprattutto sono di elettronica – e a me l’elettronica sta qua. E poi diciamo che se già non ne avevo molto per il belino di studiare, ora che lavoro ne ho financo meno.

Quest’anno il Poli sembra abbia cambiato faccia, hanno tirato fuori dal cilindro e hanno spostato un po’ di cose nella “cittadella politecnica”, nome che fa molto livello di Doom (The Polytechnic Citadel, with its horrible Schoolbarons, terrifying WhImps, and uncomprehensible Secretarydemons, will keep you glued to your chair – and your mephistophelian book of Stupidity Fundamentals I). Quindi io vado là, non ci capisco più una fava, mi iscrivo per sbaglio a scienze politiche a Lecce e me ne torno a casa con un master CEPU in ornitologia.

Si cerca di incentivarmi a darli, questi 3 bubboni. Non è che io schifi la laurea in sé. E nemmeno biasimo chi considera di più chi il foglio di carta l’ha preso, rispetto a chi s’è fermato prima. E io ho imparato tanto, all’università, sebbene poi non manchi di parlarne male: ottimi docenti, se non altro (e se uscite dal polito, vi assicuro che potete guardare dall’alto in basso molti fighetti che escono da altre università con ancora la bambagia addosso). Però, ecco, la maggior parte delle persone più in gamba che ho conosciuto la laurea nemmeno ce l’hanno. Li vedo spiegare le cose ai laureati, risolvere i problemi (magari creati dai laureati), e probabilmente vedrò i laureati fare carriera mentre loro no. E un po’ mi girano (vedere anche l’opinione di zeta).

In vita mia ho lasciato tante cose a metà. Questa sarebbe la più grave, eclatante. Ma se penso all’immagine di me che studio, mi vedo di più ad impararmi il python, per dire, che a drogare il silicio.

Sinceramente, che palle. Metto su un gregge di pecore e chi s’è visto s’è visto.

Written by StM

January 18th, 2007 at 10:20 pm

Posted in diario

Tagged with ,

11 apostoli alla vendemmia (e il dodicesimo dov’è?)

without comments

L’11 settembre 2001 era il giorno dell’esame di Tecniche e Linguaggi di Programmazione (TLP per chi ormai l’aveva dato 2-3 volte, per me era la prima – negli altri appelli ero stato impegnato a fallire altri esami). Perché “linguaggi” fosse al plurale, visto che si faceva solo il c, è oscuro.

Il tema d’esame era fattibile, dopotutto: dato un elenco di parole, trovare quali di esse sono costituite da sigle automobilistiche (esempio: TANARO, Taranto Napoli Rovigo – credo). C’era una postilla: minimizzare l’utilizzo di memoria. Era sottinteso: non caricate tutto il file delle parole in memoria, perché potrebbe essere molto lungo. Io ho letto: non tenete in memoria nemmeno le sigle automobilistiche, sia mai che quei 190 byte intasino tutto.

E così il mio listato leggeva le sigle da file senza metterle in memoria: il che vuol dire che ad ogni parola si leggeva quel file N volte, dove N era il numero di coppie di lettere contenute nella parola. “Eh, è un po’ poco performante, si preferisce evitarlo in genere”, mi aveva poi fatto bonariamente osservare l’esercitatrice, alla discussione dell’elaborato. Ehm, già.

Esco dall’aula verso le 16, se ben ricordo. Come al solito avevo lasciato nella penna giusto la parte essenziale del programma, anche se era ovvio come l’avrei implementata (seee). In corridoio incontro un certo coinquilino con il nome che comincia per F con cui dovevo fare uno scambio di chiavi, credo perché lui se le fosse dimenticate, ma sapete com’è la faccenda di Coppi, Bartali e la borraccia… queste cose sfumano e si dimenticano. Mi dice che l’America è stata attaccata, o qualcosa del genere – era una faccenda di adesivi, comunque. Non si sapeva ancora bene cosa fosse successo. Boh. Io dovevo prendere il treno, chissene. Prendo il treno, anche lì, boh vari sull’attacco all’America. Arrivo a casa, mi spupazzo la cena, mangio la tv, e guardo la mia rag… insomma che capisco che cosa è successo.

Credo fosse quella sera che la Annunziata è partita in quarta a paranoiare sulla Terza Guerra Mondiale. E’ la cosa che ricordo più nitidamente… spiacente Lucia. Comunque avevo un listato scritto a mano (e carta carbone, mioddio, ci facevano usare la carta carbone) da buttare sul calcolatore, un debug da fare, una relazione da scrivere per due giorni dopo; finito di buttare l’occhio alla tv che aveva sempre le stesse immagini a ciclo continuo, sono passato ai miei doveri.

E con che freddezza.

No, la televisione non avvicina per un piffero i luoghi lontani. Dà anzi l’illusione che non sia necessario andarci di persona. Li allontana.

E’ un po’ come la memoria: i ricordi sono cose che hai, sì, ma sono ombre di cose che hai perso.

Poi l’esame è stato un 21. Accettato istantaneamente (ero affamatissimo di crediti). Anche perché ho avuto il didietro notevole di non passare alla discussione con il docente, ché credo mi avrebbe tolto una ventina di punti, ma con l’esercitatrice, che caricaturalmente veniva dipinta come un talento incarnato nel farti passare l’esame anche con un foglio bianco; semplicemente persona preparata e giusta, dai, malvagioni.

Written by StM

September 11th, 2006 at 1:13 pm

(In)seguire le lezioni

with 2 comments

(datato 24 maggio 2004)

Lo schema inizia ad avere senso. La freccia da qui a là, quella ritorna… quel blocco all’ingresso… ok.

Rapida spugnata, “scusate, ho sbagliato, questo qui non andava lì”.

birata birata birata

Vabbe’, via, lo schema è quasi uguale a prima. C’è solo questa frecciolina qui… che… sì, ma quel quadrato? Cribbio, l’ha inserito mentre guardavo sul foglio.

birata birata birata

spazientimento

Che è, una furia? Non riesco a stargli dietro… acc’, la linea… NO! L’ha cancellata, meno male che non l’ho ancora segnata. Ma vaff… ha cancellato anche questo. E qui cosa… e quel… niente, devo rifare

birata birata birata odio

Allora… quadrato, linea, croce, freccia, quadrato, commento (mmm… stiamo andando troppo a destra), blocco, “ah, tutta quella roba lassù la dovete incollare qui”

:|

birata birata birata (devo cominciare più a sinistra)

“ah, no, da quest’altra parte”

birata birata birata

“ma che sto dicendo, quello non c’entra nulla. Aspettate, aprite un attimo il libro a pagina 160, facciamo prima… questo schema tanto lo avete lì”

:””””(((((

Written by StM

September 10th, 2006 at 2:15 pm

Posted in scritti

Tagged with

Ingegnerate

with one comment

Written by StM

March 22nd, 2006 at 10:51 pm

Posted in disegni

Tagged with

Cronache disegno-liceali

with 9 comments

Magari come tecnica non sono mai stato al top, ma paziente sono sempre stato paziente. Questo disegno risale ad almeno 7-8 anni fa, fatto per quella schiavista della prof di disegno. Ho spudoratamente ricalcato la fotografia (ingrandita)… sì che sono scemo a fare il reticolato e a riportare i punti… ma siamo fuori? Certo, sempre *più scemo* di chi fotocopiava e ricalcava a china la fotocopia…

Ovviamente è la famosissima cattedrale di Orvieto… che strana, quella piazza… l’avevo completamente rimossa dalla mia memoria, poi un giorno ci sono ricapitato (prima di fare questo disegno)… e la sapevo palmo a palmo (be’, quel poco che c’era da sapere… una gelateria, in particolare ;))! Il che mi fa sovvenire di un’altra piazza che mi è rimasta impressa, quella di Siracusa… di cui forse vi narrerò una non-vicenda, forse no.

Sebbene con lo scanner stia facendo progressi, la saturazione forse è un po’ troppo alta, perché le aree scure non sono *così* scure nell’originale.

[image]

Il disegno al liceo mi divertiva… mi prendeva TROPPO tempo, rispetto alla rilevanza della materia, ma come mio interesse personale era anni luce avanti ai compiti di matematica (che non ho quasi mai fatto). Purtroppo mi ha riservato anche qualche delusione, di vario genere. La prima: non mi dispiaceva affatto che i miei compagni che di disegno se ne impippavano allegramente copiassero dai miei elaborati, anzi glieli imprestavo volentieri. Poi una volta ho imprestato una “M” con grazie, in assonometria e con sorgente luminosa e ombra, a una compagna di classe che era a rischio bocciatura (e tentava negli ultimi giorni di salvare più materie possibile); l’avevo già prestata ad altri, che avevano ricalcato la forma di lettera e ombra, e poi si erano arrangiati autonomamente per il resto; lei no; lei ha preso il mio disegno (foglio A3), ha tagliato con il taglierino la parte che conteneva il mio nome, e l’ha ripresentato alla prof; cosa completamente idiota, visto che ero l’UNICO nella mia classe (e probabilmente nella scuola) a “colorare” i disegni con certi motivi cervellotici in bianco e nero, e la prof lo sapeva benissimo: le ha elargito infatti un generoso “visto”. Peccato che io invece il mio disegno non l’ho “visto” più, chissà dov’è finito (la mia compagna sostiene di avermelo restituito)… perdincibacco, mi era venuto veramente bene :’(

Seconda delusione. Sempre ricalcando (che, so’ scemo io?), avevo ricopiato *tutto a puntini* con pennarello a china *da 0.05 mm*, una statua di “amazzone ferita”. Ci avevo messo un sacco di tempo, una dozzina d’ore forse, ma ero soddisfattissimo del risultato. Consegno, prof soddisfattissima pure lei, forse un 9 o più, ponti d’oro, e mi dice “questa la appendiamo in aula disegno”. Ok. E’ stata appesa qualche settimana, poi misteriosamente è scomparsa… sarà morta dissanguata, non so, ma la mia ipotesi è che qualche furbo di un’altra classe se la sia accattata e l’abbia spacciata per sua (again). Quindi, ragazzi, ‘scoltate me: non siate troppo prodighi nel mostrare le vostre opere, tenetele sempre col guinzaglio: più sono belle, e meno le dovete mostrare. Mondo di cacca.

Terza delusione, su cui però c’è anche un po’ da ridere. Il quinto anno del liceo la prof di disegno aveva smesso di “stravedere” per me – del resto disegnare planimetrie mi annoiava a morte, e quel che saltava fuori non era mai granché. Una volta che il compito a casa era “disegnate un sito web” (sì, detto proprio così – perché andava su carta), io mi sono messo a pensare alla struttura del sito, al contenuto, e poi ho disegnato una homepage che accennasse un po’ a tutto quanto… come disegno non diceva nulla, ma come sito aveva il suo perché. “Questa volta non ti sei sbizzarrito, eh?”, e mi ha dato 7. Vedevo che voti superiori fioccavano per cose che non erano siti web neanche se li guardavi sotto l’effetto di allucinogeni (tipo una martellata su un piede)… bei disegni, per carità, ma allora dimmi “fai un disegno”, non stare a mettere come tema una cosa che non sai nemmeno che cazzo è. Il meglio deve ancora venire. Il mio amico X, che il disegno l’ha sempre cortesemente schifato (in seconda liceo non aveva fatto nemmeno UN disegno per tutto l’anno… credo sia stato l’unico nel liceo ad avere avuto disegno come debito formativo), anche in quinta non s’era voluto piegare alla dura legge della manualità, sebbene nelle altre materie avesse risultati eccelsi. Il giorno che si dovevano consegnare i “siti”, se ben ricordo non aveva fatto nulla e non aveva nemmeno idee (e voglia, ma è lapalissiano). Sempre se non mi sbaglio, in alternativa al “sito” si poteva disegnare un’icona. C’era ancora un’ora di lezione di disegno, io non sapevo cosa fare (in realtà forse potevo copiare i compiti di matematica, ma sapete, l’ipocrisia non mi piace), allora mi ero messo a sua disposizione, “ti faccio un’icona, così come viene”. Tric, trac, sforno un’”icona”, forse carina come idea ma abbastanza deprimente come realizzazione… comunque X è soddisfatto, non ricordo se ci ha dato una colorata o l’ha consegnata così com’era… “bravo X, bella idea, complimenti, finalmente… 9!”. Insomma, si è capito che i voti li dava proprio alla BDC, o PDS… questa volta non ci sono rimasto così male, perché dopotutto quel voto è andato a X, che -disegno a parte- si è sempre prodigato per aiutare gli altri. Ma i due che mi hanno scippato gli altri disegni… se mai saprò chi sono LI SCHIACCERO’ SOTTO IL PESO DI UNA FOTOCOPIATRICE.

Written by StM

September 11th, 2005 at 5:03 pm

Posted in diario,disegni

Tagged with ,

Quattro anni fa…

with 6 comments

Oggi ho portato avanti il mio progetto di rivalorizzazione della mia camera, facendo archeologia in alcuni settori di interesse ormai geologico. Nella sezione scolastica, in particolare, si potevano notare, a distanza di alcuni strati l’una dall’altra, risme di protocolli a quadretti appartenenti a periodi storici differenti: non mi ricordavo mai di averli, e così continuavo a comprarne di nuovi.

Tra le altre cose, risalente a periodi più recenti, ho trovato questo (perdonate il lettering orribile):

[image]

Toh, mi è tornata la voglia di cimentarmi in qualche striscia a fumetti :)

Written by StM

July 26th, 2005 at 6:09 pm

Posted in disegni

Tagged with

Io vago al Poli

without comments

[image]
Ostrega se xe grande ‘sto baracon’ de Poli, ciò.

Written by StM

June 11th, 2005 at 3:02 am

Posted in fotografismi

Tagged with

Docenti e cabaret – Algoritmi e programmazione avanzata 2001/2002

with 6 comments

[parlando dei bigliettini all'esame] …piuttosto scriveteli sul soffitto, dove uno non guarda mai: “cosa fai con gli occhi al cielo?” “Eh, prego la Madonna”.

Laboratorio non fa rima con obbligatorio, ma fa rima con consigliato.

Sapete perché le donne alla mattina si stropicciano gli occhi? Non hanno altre palle da grattarsi.

Vado alla CDC. O alla PDS (“di segugio”).

L’algoritmo “vado da Torino a Bari passando per Amsterdam” è il migliore se voglio passare davvero un BUON capodanno.

Funziona meglio se attacchi la spina (va più veloce).

L’inculcamento… I-N-C-U-L-C-A-M-E-N-T-O…

Prima c’erano 5 caramelle, ora ce ne sono 3. 3 è minore di 5… dove sono finite le altre 2? E giù botte.

Prendiamo queste 2 palle. Piccole perché siamo all’inizio della lezione.

Differenza tra palle e coglioni? Le palle si raccontano, i coglioni ci credono.

[parlando di algoritmi di sort] E’ difficile far scalare di 3 posti Giuliano Ferrara; è pericoloso chiedere i documenti al figlio di Totò Riina.

Ci siamo sbagliati in due: io non ho trovato lo statino, e lui l’ha messo da un’altra parte.

Perché i carabinieri vanno in giro in tre? Uno sa leggere, l’altro sa scrivere, e il terzo ama stare con uomini di cultura.

Ogni tanto mettete un po’ di cicli for che non servono a nulla, poi vi fate pagare e ottimizzate.

[canticchiando] Com’è bello giocare con le forbici… com’è bello giocare con lo scotch.

Come si fa a riconoscere uno che telefona alla moglie? “Sì… sì… sì…”.

La cosa più stronza è “Sì… sì… sì…” “Cosa ti ho detto?”. L’ideale è un buffer da 10 secondi.

Al Pronto Soccorso, a meno che non vogliate acquisire priorità tagliandovi i polsi, per passare davanti al vecchietto catarroso…

Approccio “culo in alto”, bottom-up.

Alzo un po’ la luce, così vi sveglio… ah, sono tutte sagome di cartone!

Written by StM

May 10th, 2005 at 6:37 pm

Posted in opere altrui

Tagged with ,