Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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Il Grillotalpa

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Oggi succede che leggo questo post di Grillo. E mi preoccupo. Perché Grillo gestisce uno dei blog più letti d’Italia, diciamo tra i primi 5, e forse il più influente nella “vita reale”; e questo personaggio sembra aver perso di vista come funzioni la democrazia.

Il meccanismo pare (dicono, eh) che NON sia “Si prende ogni decisione a maggioranza”. No. Perché allora la maggioranza decide che si fanno 100 giorni di festa all’anno, che la guerra è brutta e la pace è bella, che le tasse vanno abbassate e che domani si va tutti in montagna.

Noi abbiamo bisogno di dipendenti che facciano il lavoro di decidere per noi. La “democrazia diretta” ce l’abbiamo già, Signor Grillo, ed è un’eccezione, e sarebbero i referendum. E già questi li stiamo schifando come dei coglioni. La “democrazia diretta” che intende lei con quel post, Signor Grillo, ha un altro nome: si chiama populismo. Lo so, lo so, gliel’avranno detto migliaia di volte, che è un populista. Guardi, io ho grande stima di lei sia come comico che come cittadino, per il suo grande impegno civile. Però, ecco, un “populista” anche da parte mia non glielo toglie nessuno.

Io e lei siamo d’accordissimo su quali decisioni sono impopolari e pure dannose; ma io non mi sogno di dire che chi prende qualsiasi decisione impopolare e se ne vanta si debba pigliare un calcio nel culo. Potrei fare un’eccezione per chi prende decisioni ininfluenti e le spaccia per impopolari, ma anche questa sarebbe un’azione piuttosto ininfluente.

Trovo che sarebbe molto più utile stimolare i giovani (e LE giovani) al rientro nella vita politica, incoraggiarli smettendola di votare vecchie cariatidi fuori dal tempo, piuttosto che provare ad usare i fantomatici strumenti che sarebbero già disponibili per esercitare questa nuova, fantomatica “democrazia diretta”. Perché vede, Signor Grillo, chi dovrà decidere dell’utilizzo di questi strumenti saranno sempre e comunque gli scaldascranni di oggi: gente per cui la penna a sfera è ancora un grande passo avanti rispetto alla piuma d’oca; gente che pensa a censurare la Rete piuttosto che imparare ad usarla.

Evoluzioni della democrazia diretta che vadano oltre il referendum sono tecnicamente possibili e auspicabili; ma non in questa Italia, e non sull’onda di bordate irresponsabili lanciate da un blog.

(il “lei” usato in questo post è puramente estetico, e non è per mantenere le distanze; non è la prima volta che mi trovo in disaccordo con Beppe, ma non è che io abbia tempo come certi altri di stare a fargli le pulci ad ogni passo falso; rimane il fatto che il beppeblog lo leggo spesso; poi ero curioso di vedere cosa succede a fare un trackback – spero niente, in realtà, perché il tenore dei commenti… brr…)

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January 8th, 2007 at 3:38 pm

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RAI – Lo spauracchio del canone è sventolato per farci fare la scelta sbagliata

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C’è chi il canone non lo vuole più. Ragionamento: la televisione pubblica ormai fa schifo; la televisione commerciale segue il mercato; la mano invisibile del mercato mette sempre a posto un sacco di cose; allora abolendo la televisione pubblica avremo una sana concorrenza che migliorerà la qualità generale dell’offerta. No? Emmisadinò.

Come antipasto, vogliamo parlare della possibile messa online a disposizione di tutti gli utenti italiani dell’archivio RAI (alla quale cosa gli internet provider plaudono, chissàppoiperché)? Quale televisione commerciale farebbe questo? E tuttavia la questione va oltre, molto oltre.

In genere si usa la parola “pluralismo” unicamente con connotazioni politiche, anche perché una volta i canali commerciali non esistevano; ci fu un interludio in cui televisione pubblica – in mano alla politica – e televisione commerciale – sulla carta in mano ai “privati” – potevano sembrare cose diverse; poi la televisione pubblica si adeguò a quella privata come contenuti, e tuttavia “pluralismo” tornò a significare “politica”, soprattutto dacché il visconte dimezzato in altezza fece la sua discesa in campo.

In tempi di presunto monopolio canalistico, ovvero durante la legislatura precedente, si diceva che la RAI era stata incaricata dello specifico compito di fare schifo, per favorire certa concorrenza. Forse, chissà. E forse un destino non diverso fu destinato a La7 che, pur con tutto ciò, rimane, insieme a RAI3, quanto di più vicino esista alla televisione che vorrei poter vedere. La televisione come servizio di pubblica utilità, e non solo come svago, come specchietto per le allodole.

La televisione italiana è stata colpevolmente omogeneizzata su format commerciali ad alto tasso di spettacolo e impatto immediato, ma privi di contenuti. Sapete perché? A vederla con malizia, perché questo genere di trasmissioni meglio predispone la mente ad assimilare passivamente i “consigli per gli acquisti”, così come tutta una serie di suggerimenti poco tangibili riguardo alla nostra vita; al contrario, negli intervalli di trasmissioni intellettivamente stimolanti, gli spettatori se ne sbattono della Vodafogn o del vibratore Foppapedretti, e se va bene (male per gli spot), si mettono anche a discutere con le altre persone presenti. Gli interessi privati del mondo del commercio hanno dunque preso il posto del diritto di ciascuno di essere informato, educato, istruito, considerato cittadino. Ma forse il motivo è un altro, meno da paranoici complottisti. Scrive Ted Turner in un interessante articolo in cui fa una panoramica del mercato televisivo statuinitense, come si è sviluppato intorno alla sua CNN:

The Forbes list of the 400 richest Americans exerts a negative influence on society, because it discourages people who want to climb up the list from giving more money to charity. The Nielsen ratings are dangerous in a similar way–because they scare companies away from good shows that don’t produce immediate blockbuster ratings. The producer Norman Lear once asked, “You know what ruined television?” His answer: when The New York Times began publishing the Nielsen ratings. “That list every week became all anyone cared about.”

Per dirla con una parola “in italiano”: Auditel. Se ne parla da secoli in termini non lusinghieri, ma è sempre lì; non aggiungo nulla. Turner sottolinea anche:

A few media conglomerates now exercise a near-monopoly over television news. There is always a risk that news organizations can emphasize or ignore stories to serve their corporate purpose. But the risk is far greater when there are no independent competitors to air the side of the story the corporation wants to ignore.

Vogliamo questo? Chiamatelo pure oligopolio e non monopolio, ma come ben sa chi s’è guzzato il dilemma del prigioniero pasticciando con la teoria dei giochi, mettersi un attimino d’accordo prima anche se si è rivali, in fondo, può dare i suoi bei vantaggi. E non sono rari i casi di giornalisti zittiti dai propri direttori perché stavano pestando i piedi a qualcuno a cui dovevano baciare le mani, minchia, sputavano nel piatto in cui mangiavano, ‘sti fetusi; i film in argomento si sprecano… ma in genere i cattivi sono più i politici (“Tutti gli uomini del presidente”) che non le corporation, chissà perché; voi datevi un’occhiata al documentario “The Corporation”, se vi va di sorbirvi tre ore di cose tristi. L’esasperazione a cui sembrano arrivati certi abbonatiforzatiRAI a me pare montata, ad arte, da parte di chi da tempo si frega le mani con impazienza nell’attesa del giorno del Gran Trapasso.

E quindi, questa televisione pubblica, questo canone? Li vogliamo? Io sì, decisamente sì voglio una televisione pubblica – ma perché chiamarla solo televisione? Io voglio un servizio pubblico di informazione e istruzione, quale che sia il mezzo dell’effettiva fruizione; e non vedo alternative, per avere questo, al pagamento di una tassa: che poi si chiami Canone oppure Giuliano la sostanza resta. Piuttosto, io il canone non lo pago volentieri per questa RAI, o perlomeno per i due terzi di questa RAI; forse che intendeva dire questo, il creatore della petizione?

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December 22nd, 2006 at 8:19 pm

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Sartre – Les mains sales

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Hugo - Il Partito ha un programma: l’instaurazione di una economia socialista; e un mezzo: lo sfruttamento della lotta di classe. Voi intendete servirvene per fare una politica di collaborazione di classe nel quadro di un’economia capitalista. Per anni dovrete mentire, fingere, giocare d’astuzia, destreggiarvi, passare di compromesso in compromesso; dovrete difendere agli occhi dei vostri compagni misure reazionarie prese da un Governo di cui farete parte. Nessuno capirà: i duri ci lasceranno, gli altri perderanno la cultura politica che hanno acquistata. Saremo contaminati, rammorbiditi, disorientati; diverremo riformisti e nazionalisti; insomma, ai partiti borghesi non resterà che il disturbo di liquidarci. Hoederer! Questo Partito è il vostro, non potete esservi dimenticato degli sofrzi che avete sostenuto per foggiarlo, dei sacrifici che ha richiesto, della disciplina ch’è stato necessario imporre. Ve ne supplico: non sacrificatelo con le vostre mani.

Hoederer – Quante chiacchiere! se non vuoi correre rischi, non devi fare della politica.

Hugo - Io non voglio correre questo genere di rischi.

Hoederer - Benissimo: e come conservare il potere?

Hugo - Perché prenderlo?

Hoederer - Sei pazzo? Un esercito socialista sta per occupare il paese e tu lo lasceresti ripartire senza approfittare del suo aiuto? E’ un’occasione che non si ripeterà più: ti dico che non siamo abbastanza forti per fare la Rivoluzione da soli.

Hugo – A queste condizioni non si deve prendere il potere.

Hoederer – Che cosa vorresti fare del Partito? Una scuderia per cavalli da corsa? A che serve arrotare un coltello tutti i giorni, se non lo si usa mai per tagliare? Un Partito è sempre e solo un mezzo. Non c’è che un solo scopo: il potere.

Hugo – Non c’è che un solo scopo: far trionfare le nostre idee, tutte le nostre idee e soltanto le nostre idee.

Hoederer - E’ vero: hai delle idee, tu. Ti passerà.

[...]

Hugo – Non tutti i mezzi sono buoni.

Hoederer - Tutti i mezzi sono buoni quando siano efficaci.

Hugo - Allora, con quale diritto condannate la politica del Reggente? Egli ha dichiarato guerra all’U.R.S.S. perché questo era il mezzo più efficace per salvare l’indipendenza nazionale.

Hoederer - E tu ti illudi ch’io la condanni? Non ho tanto tempo da perdere. Egli ha fatto ciò che chiunque della sua casta avrebbe fatto al suo posto. Non lottiamo né contro degli uomini né contro una politica, ma contro la classe che produce questa politica e questi uomini.

Hugo – E il mezzo migliore che abbiate trovato per lottare contro di essa è l’offrirle di dividere il potere con voi?

Hoederer - Proprio così. Oggi è il mezzo migliore. (Pausa). Come tieni alla tua purezza, ragazzo! Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non far nulla. Non far nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare guanti. Io, le mani, le ho sporche. Fino ai gomiti. Le ho affondate nella merda e nel sangue. E del resto? Credi proprio che si possa governare innocentemente?

Hugo – Un giorno, forse, ci si accorgerà che non ho paura del sangue.

Hoederer – Diavolo: dei guanti rossi, è elegante. E’ il resto che ti fa paura. Ciò che puzza per il tuo piccolo naso d’aristocratico.

(da Jean-Paul Sartre, 1948, Le mani sporche, sesto quadro, scena seconda)

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December 14th, 2006 at 11:03 pm

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Abuse of power comes as no surprise

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Niente, è solo che una maglietta non ha visibilità, ché di questi tempi si va in giro con le giacche. Ripiego su un titolo. Solidarietà a Deaglio e a Cremagnani, e un ringraziamento per il loro essersi posti delle domande. Comunque non vi preoccupate, la Procura di Roma ne ha aperti, ma anche archiviati tanti, di casi…

E in un paese così perverso che chi più lo ama più ne viene respinto (sono secoli, ormai), iniziative come la Casa della Legalità e della Cultura dovrebbero essere considerate come la nostra più grande (residua) ricchezza democratica. Date un contributo anche voi, se potete.

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November 29th, 2006 at 4:12 pm

Democracy killers

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Il documentario-denuncia di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio avrebbe potuto essere condensato in un’oretta invece che in un’ora e mezza, ma poi come lo giustificavi il dvd? Mantellini (ho preso a linkarlo spesso, spero sia solo una fase sennò lo devo assumere per scrivere direttamente qui) riporta un fotogramma che vale quella mezz’ora di fuffa in più.

Io intanto mi limito a rabbrividire nell’aver quasi certamente riconosciuto la piattaforma utilizzata per creare il programma truffa-elezioni… Visual Basic 6.0. Oltre al danno la beffa. Insomma, mi uccidi la democrazia e per giunta lo fai in un linguaggio orribile e abbandonato anche da chi l’ha creato? Che cosa triste… uno si figurava l’hacker genio, sregolatezza, cappello nero e gadget fighi, e invece…

Ma forse è indicativo anche questo di quanto le nostre libertà, che sempre più saranno influenzate dal mondo elettronico, siano in balìa di incompetenti – che siano in buona o in mala fede.

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November 28th, 2006 at 2:38 pm

Unga bunga. [trad: Nella mia caverna il segnale non prende, e nella vostra?]

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Viviamo indubbiamente in un periodo storico di eccessive libertà. E’ chiaro. Facciamo schifo da quanto siamo liberi, e perciò ci dobbiamo mortificare un pochino, ecco. Avanti, coraggio, abbiate un po’ di paura di vivere, piantatela di guardare al futuro con fiducia, sentite pressante il bisogno di vivere in un mondo triste. Sù.

Ad ogni fatto più o meno eufemisticamente increscioso che accade, c’è sempre qualcuno che salta su a fare casino e a cercare poi di portar via il bottino mentre tutti si chiedono cosa cacchio stia succedendo.

S’è colta la palla al balzo con quegli aerei dirottati, per cancellare in modo solo apparentemente circostanziato diritti umani obsoleti come l’habeas corpus, fare qualche passo verso l’autoritarismo (le intercettazioni sono il minimo), rendere impossibili i viaggi aerei (mi raccomando non fate esplodere la vostra bottiglietta di naturale), imbrigliare nella paura e controllare le coscienze di milioni di individui. Tra l’altro mi vien da ridere: quanto ci vorrebbe ad infiltrarsi nelle nostre catene di produzione alimentare, avvelenare migliaia di persone alla volta e mettere in ginocchio la nostra economia col terrore casa per casa (ommamma ho dato un’idea)? Che facciamo, andiamo al lavoro, al supermercato, in treno passando attraverso metal-detector e perquisizione corporale ogni volta? Oppure vogliamo decidere di vivere?

Ma fin qui siamo su un terreno noto, codificato, maturo: il gran casino è il mondo 2.0, cioè il mondo interconnesso e numerico, la Rete.

Perché gran casino? Perché di legislazione ha bisogno, siamo d’accordo, ma tale legislazione è lasciata nelle mani di uomini di Neanderthal che non distinguono un sito da un indirizzo e.mail e entrambi da una patata; perché chi vive internet ora non potrà mai adeguarsi a quello che grandi corporation delle telecomunicazioni e dei contenuti vorrebbero diventasse, e si stanno adoperando con grande influenza lobbyistica perché lo diventi; perché la stupidità su scala ridotta e che rimarrebbe confinata lì viene sempre presa in consegna da qualcuno che si adopera perché diventi stupidità su larga scala.

L’ultimo caso (nota: non sono informatissimo in materia, almeno lo dico), quello del ragazzino affetto da sindrome di Down maltrattato dai compagni di scuola; compagni di scuola geniali, nel farsi sgamare – quasi una autodenuncia. Il discorso “video col cellulare” sta acquisendo una dimensione abnorme e incontrollabile sia a livello normativo che socio-culturale: la possibilità di “pubblicarsi” con estrema facilità, ora anche in video (e quindi col massimo di capacità di espressione che le tecnologie riescono oggi a dare al nostro corpo), ha generato una nuova forma mentis che strizza l’occhio al narcisismo e superficialità dei prodotti televisivi, ma li sorpassa, invischiati come sono nei loro vuoti reality show “costruiti”, canto del cigno di una televisione in decadenza in un momento in cui il pubblico ha fame di vita vera, in presa diretta. Per una fotografia del fenomeno dei filmati col telefonino, prima vera estensione digitale del corpo nella storia umana, consiglio la lettura di PI: Sed Lex/ Dal camera-phone al pedoporno per avere spunti di riflessione impensati.

Tornando ai fatti di cronaca e ai trogloditi, dice bene, o meglio fa capire bene Mantellini in questo stringato ma efficacissimo post (importante il titolo, mi raccomando) quale possa essere lo scoramento degli addetti ai lavori: gli atti di bullismo vanno puniti e prevenuti perquisendo gli uffici di Google, certo.

Il caso ora si va allargando, e sinceramente spero che sia solo il solito fumo negli occhi del circo giornalistico (uno fa la voce grossa per avere un po’ di visibilità, e la massa belante subito dietro col microfono); in ogni caso, oggi ci possiamo gustare lo specialone su Punto Informatico sul caso Google Video il Bullo vs i Buoni, in cui si paventano le solite normative neanderthaliane che tanto ci fanno ridere prima di farci piangere (io alla Urbani non ho voluto credere fino all’ultimo, sembrava carnevale). La solita gente stracolma di responsabilità civica, dispostissima a fare leggi restrittive e severe, sì, ma per ciò che non li riguarda; i soliti rappresentanti delle minoranze, dei deboli (anche quando magari deboli non lo sono più), che per troppa paranoia perdono di vista la loro missione e partono per una tangente che li porta a fare la pipì in terre inesplorate, e chissenefrega se il loro acido urico causerà l’estinzione di una rarissima specie di fiori.

Su altri fronti, uomini con la clava continuano a svegliarsi da un giorno all’altro additando i videogiochi come il male assoluto, e non c’è da dubitarne che ad ogni occasione proveranno ad usarli come pretesto per limitare la libertà d’espressione, così, tanto per gradire. Tra l’altro qui non capisco mai dove stia l’uovo e dove la gallina, se l’uno sia il marketing dei distributori che gradisce pubblicità gratuita e getta esche ai boccaloni (ma guardatelo Mastella se non sembra qualcuno con una gran voglia di abboccare), o se davvero qualche Tarzan che ha appena imparato a parlare ha del tempo per scandalizzarsi per cose che non conosce.

Mi sto facendo crescere i capelli per potermici mettere meglio le mani dentro, ecco il senso di tutto ciò.

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November 27th, 2006 at 3:34 pm

Identità

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Il problema dell’identità ha molti aspetti: giuridici, scientifici, filosofici, fino ad arrivare a quelli specificamente etici o religiosi, e oltre, verso l’infinito.

Chi sono io? Sono il mio dna? Sono la vita che ho vissuto? Sono uno spazio a N dimensioni, in cui N è il numero di persone con cui ho interagito (per non dire il solito pirandelliano “uno, nessuno e centomila”)? Sono il figlio dei miei genitori e il padre dei miei figli? Sono le azioni che ho compiuto?

Ha importanza?

Per la maggior parte del tempo (per fortuna?), affrontiamo il problema dell’identità unicamente sotto l’aspetto legale/giuridico/tecnico, per l’esigenza di sapere chi ha fatto che cosa come e quando (e dove, ma in tempi digitali ha importanza solo per il fuso orario – poi, be’, c’è il tempo UTC a dire il vero). Come si sa il “chi”, aldilà di ogni ragionevole dubbio? E’ un periodo in cui la questione mi torna alla mente spesso, e neanche a farlo apposta me lo ricordano Punto Informatico e Slashdot.

Su Punto Informatico di mercoledì 15 novembre, il signor Emiliano D. F. parla della “farsa del codice fiscale” in Italia, facendo sorgere il sospetto che forse non sia adeguato ad un eventuale (ma sempre più “necessario”) ruolo di identificativo univoco nell’era digitale: questo in quanto “parlante”, cioè contenente informazioni anagrafiche sul suo proprietario (vedere la relativa voce su Wikipedia per maggiori informazioni), ma anche in quanto univoco solo sulla carta: in caso di “collisioni”, cioè di due persone che avrebbero codice fiscale identico a partire dai loro dati anagrafici, il Ministero delle Finanze rilascia effettivamente due codici diversi, ma ciò non è garanzia che all’atto del riconoscimento del cittadino tali codici siano quelli che fanno testo (pare vi sia l’abitudine di ricalcolarseli a partire dai dati anagrafici).

Vi ricordate della Carta d’identità elettronica? Sì, quella che forse qualcuno in qualche paese d’Italia si sta gioiosamente sperimentando, e che doveva sostituire la versione cartacea a inizio di quest’anno. Ecco. Quando ne ho sentito parlare in un certo corso universitario, mi ha favorevolmente colpito il fatto che molti dati non fossero SULLA carta stessa, ma accessibili solo ATTRAVERSO la carta, e solo dalle persone autorizzate – che tra l’altro avrebbero avuto accesso solo al sottoinsieme di informazioni di loro competenza; questo grazie al funzionamento delle smartcard, che come ben sapete hanno la peculiarità di contenere una chiave che non esce mai dal chip (le informazioni entrano in chiaro ed escono criptate, o viceversa, direttamente nel chip), e il loro utilizzo per l’accesso a database centralizzati, fossero essi di volta in volta quello del Ministero delle Finanze, quello del Ministero della Sanità, e via dicendo. Tutto molto bello, ma poi mi viene da pensare a come, nonostante il decente codice della privacy che abbiamo (la famosa legge 196/2003), siano gestiti DAVVERO i nostri dati, anche da nomi altisonanti (le Poste mi risulta siano una Certification Authority, ma i loro server se ne stanno tranquillamente per dei giorni interi con certificati ssl scaduti – un esempio che non c’entra molto col discorso ma che rende forse l’idea del sommerso); e allora, come sempre quando si scontrano idee e realtà, non so davvero se desiderare di avere un’identità digitale del genere.

Poi in Gran Bretagna succedono cose buffe come questa dei “passaporti sicuri”, che probabilmente un ragazzo appena uscito da una High School qualsiasi avrebbe saputo realizzare meglio. Abbiamo della gente nei nostri parlamenti che probabilmente non distingue una .jpg con una firma scannerizzata da una firma digitale; e questi decideranno in che modo il nostro io sarà univocamente riconosciuto nello sterminato mondo dei dati e metadati. Siamo in ottime mani.

Da uno dei commenti della news di ./:

If my passport gets stolen, I report it. It gets cloned, I’ve no idea somebody is impersonating me, screwing up my life (and others).

Collegare l’identificazione elettronica a quella biologica? Controlli incrociati smartcard + database 1 + iride + database 2 + dna + database 3? Attenzione, signori. Questo otterrà effetti MOLTO più deleteri di quanto possiate desiderare; dovrete andare in giro facendo attenzione ai vostri campioni di codice genetico, e ai vostri occhi; non ne vale la pena.

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November 18th, 2006 at 5:22 pm

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Vi prego, silenzio

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Era perfettamente inutile che ne parlassi nei giorni scorsi. E’ perfettamente inutile che commenti ora. Il risultato di queste elezioni fa un po’ schifo, e credo possa essere un giudizio bipartisan. Lasciatemi solo prendere per i fondelli chi si esaltava per la mega vittoria dell’Unionulivo quando erano stati scrutinati 9000 seggi su 60000, per la Camera. Gonzi.

Era perfettamente inutile che mi impegnassi qui sul brocco nel fare propaganda per il mio partitello preferito, perché è il partitello preferito da un sacco di gente in rete, gente generalmente fatta con lo stampino – un certo tipo di cultura, di idee, di atteggiamento verso la politica e la vita civile. Non si faceva altro che dirsi a vicenda quanto si fosse furbi e intelligenti, quanto fosse bello votare un partito che prendeva voti da tutta questa bella gente. Aha. Non contiamo un cazzo, bella gente. E per giunta passiamo per quelli che si sono aggregati alla spedizione punitiva mangiapreti, solo per essere kontro. Ci manca solo che cambino schieramento e siamo a posto; ma io ho messo in conto l’eventualità. Non so voi.

Già, è un risultato del menga perché basta mescolare le carte e – op-là! – cambia tutto. E’ perfettamente inutile che commenti, come ho detto, ma lasciatemelo fare lo stesso, perché ho qualche cazzata arretrata da dire di cui i miei fans sicuramente si sentivano orfani. Un po’ come io mi sento orfano di fans, quindi so cosa vuol dire quella sensazione di incompletezza che vi portate dentro.

Intanto volevo chiedere al mondo perché io non conosco nessuno che vota Forza Italia. Mioddìo, sono così fuori dal giro che conta? Che conta i soldi, dico. Perché quel 20% di italiani lì fa i propri interessi, il che mi riempie di gioia per la presenza di questa enorme massa di classe imprenditoriale che assicurerà un futuro luminoso al nostro paese. Un imprenditore per ogni 4 boccia! Altro che forbice marxista, qui gli imprenditori la classe operaia se la mangiano in quattro soli bocconi!

Ah, già, c’è chi non è andato a votare, quel 16% di paria a cui in fondo in fondo non si possono dare tutti i torti. Piuttosto che votare senza sapere, o voMItare, che non votino. Molto responsabile da parte loro. (Poi ci sono persone fortunelle a cui il voto è stato reso molto arduo).

La caxata magna che vi volevo dire però è che: la dovete piantare di far ruotare la politica italiana intorno a Berlusconi. Ogni squitta che fa diventa diarrea di elefante. Basta. La storia dei *coglioni* ha generato un moto spontaneo di orgoglio negli elettori di sinistra, forse ha anche spostato dei voti (ok, sono uno stupido illuso idealista, ne avrà spostati 2), ha in definitiva smosso qualche animo in una maniera che fa… tenerezza; gente che ha perso del tempo della sua vita a stampare magliette, a ostentare con orgoglio la propria fede politica. E’ apprezzabile tutto questo, davvero, ma ragazzi, stiamo perdendo di vista una cosa: questa non è politica. Guardate cosa state facendo, cazzo: state correndo dietro al bastone lanciato da qualcuno, per riportarglielo indietro e rimproverargli “per questa volta te l’ho riportato, ma non so mica se lo farò la prossima volta, stai in campana”.

A me per questo sono sempre piaciuti i Radicali. Perché nell’era della televisione, in cui (forse per fortuna) non compaiono quasi mai, ancora paiono credere in una politica dei contenuti, delle idee, soprattutto delle idee esposte, condivise. Sai che sono un po’ delle teste di minchia, ma lo sai, non te lo nascondono. Ti mandano il Cappato in televisione magari anche perché è un bell’uomo, ma soprattutto perché ha qualcosa da dire.

E adesso vi voglio mettere in guardia dalla propaganda mirata. Sempre di televisione si parla, quando si tratta di politica, e questo sarà valido ancora per molti anni. Come sta cambiando la televisione in questi anni? Bravi figlioli: sta morendo la televisione generalista e stanno fiorendo i canali tematici. Digitale terrestre, presente? Non so se il DTT prima o poi carburerà… io credo di sì, per i seguenti motivi; i primi due sono applicabili anche alla televisione satellitare, ma il terzo sarà peculiare di questa nuova tecnologia vecchia:

1) Ci sono interessi economici in ballo: decoder, schedine prepagate, abbonamenti. “No non faremo concorrenza a Sky” un paio di palle.

2) Ci sono interessi più o meno occulti per l’affermazione dei canali tematici e la cancellazione della televisione generalista. Perché? Divide et impera applicato alle tecniche pubblicitarie. La possibilità di delineare con una precisione mai vista prima il profilo dei telespettatori, nella veste di *consumatori* ma anche di *elettori*, ormai due aspetti sempre meno distinguibili.

3) Ulteriore selezione del telespettatore in base alla zona. Il DTT rispetto al satellite permette la creazione di canali su scala locale. No, non i canali locali generalisti di adesso, ma canali locali tematici. Questo crea un canale privilegiato di comunicazione, dove forse la politica (“politica”) può ritrovare un terreno fertile per blandire gli elettori, dando loro un’impressione di maggiore vicinanza rispetto agli austeri scranni di Roma Ladrona.

Ma ogni voto è buono, e se la televisione continua ad essere il mezzo privilegiato, bisogna riconoscere che ultimamente di blog ne son nati di belli e di buoni, eh? Per ora non mi illudo: specchietti per le allodole. Voi, cari colleghi navigatori, siete allodole. Finalmente la politica dei contenuti, eh? Certo, come no. Non che sia nuovo il fatto che i pensatori imbibinano il popolo mentre alle loro spalle qualcun altro “arraffa”, intendiamoci… ma appunto rendetevene conto, non illudetevi che la rete sia la ricetta per tutto.

E pur con tutto ciò.

Vi prego, continuate a credere nelle vostre idee, se ne avete. Qualcuno di voi riuscirà a fare qualcosa di straordinario, ne sono certo.

Perché non ho detto “noi”?

Perché io sto ancora lottando per fare qualcosa di ordinario. Sono molto, molto indietro. Mandatemi una cartolina, tutt’al più.

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April 11th, 2006 at 1:21 am

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Un po’ di malavoglia (FPT)

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(FPT: Frequently Posted Topic)

Stasera TG1 in forma ridotta. Il comunicato dei giornalisti, ‘ste cose a Parigi, queste dall’alltra parte. Poi la giornalista comincia a fare un discorso sui comunisti. Sapete, quando riportano il virgolettato (che è un virgolettato tra virgolette; lo so, è un casino) e poi alla fine, al culmine della suspence dicono chi ha pronunciato tali motti. Stasera niente suspence. Chi mai poteva essere? Eh.

La neolingua avanza (“k czz dc?”), il bispensiero attecchisce (“io ero contro la guerra” è vero, ma è vero anche il suo contrario), si combattono guerre solo per alimentare l’industria bellica e distrarre il popolino, che si accoccolerà sotto le protettive ali dei suoi bonari governanti. Che la storia venga riscritta non è una novità, “la storia la scrivono i vincitori”, oggi hanno solo qualche mezzo in più.

Ma lasciamo stare il discorso generale, parliamo di cose piccole. Perché il nostro Presidente Coniglio fa così? Perché dice stronzate?

Storia vecchia. C’è chi parla. E c’è chi agisce. Non fraintendete: lui agisce. Però parla anche, così mentre tutti si impuntano a dissezionare le sue parole può agire indisturbato. Non vi racconterò niente di nuovo, ve ne sarete già accorti da soli o ne avrete letto trattazioni dettagliate: prima notizia del tiggì la Stronzata™ del Premier, penultima notizia la leggina innocua che in Sudamerica farebbe gridare al golpe.

Ho mai detto che i giornalisti, scioperino pure, ma che prima facciano il loro lavoro?

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November 9th, 2005 at 11:36 pm

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Pollitica

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Mi è tornata in mente oggi un’immaginetta che avevo fatto e di cui sono sempre stato molto orgoglioso:

[image]

La foto pareva proprio fatta apposta…

Intanto, parlando d’altro, stamattina mi son preso 200 fogli A4 da 140 g/m^2, per fare un po’ più sul serio nel disegno. Mi bastavano anche da 120 g/m^2, ma non ce li avevano. Ora il mio “starter kit” è al completo – manca solo tanto, tanto allenamento. E pur con tanto allenamento non raggiungerò i livelli di mostri sacri del fumetto online (ora aggiungo alla barra laterale il blog di eriadan), ma spero di raggiungere un giorno il livello minimo per esprimermi chiaramente, senza torturare i poveri lettori nel dubbio delle interpretazioni multiple (“questo sarà quel personaggio là o quell’altro?”, “cosa sta tenendo in mano, quello?”, “ma è seduto o in piedi?”, “sta sorridendo o ha un’espressione omicida?”, etc.).

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Written by StM

August 27th, 2005 at 1:33 pm

Posted in disegni

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