Archive for the ‘mugugni’ tag
Esse come Savona, o come Spasso, o Stamin…
StM è nato e cresciuto in provincia di Savona. Se gli date del provinciale non si offende, a meno che non lo riteniate voi stessi un’offesa invece che un dato oggettivo.
La provincia di Savona è una tipica provincia che per la maggior parte del territorio è ridente per paresi facciale, sebbene forse in riviera qualche sorriso sincero di tanto in tanto lo si veda. Certo, se siete un residente di una bella cittadina turistica ve la potete godere tutto l’anno, ovvero quando in realtà andate a lavorare in qualche luogo ben più triste, tranne durante le feste in cui c’è l’assalto di villeggianti che si credono a casa loro (in qualche caso è effettivamente vero, SECONDA casa, fatta risultare coi salti mortali come prima casa della moglie o dei figli per non pagare l’ICI), e tu sei “finalmente” in ferie. In provincia di Savona ci piacciono i periodi estremamente lunghi e complessi (non è vero).
E’ opinione comune che il capoluogo sia il posto meno sorridente di tutti. A titolo di esempio, prendiamo un sabato sera qualsiasi in cui vi si rompe la macchina dopo che siete stati tutto il pomeriggio all’Ipercoop a non fare un accidente e perciò dovete restare lì. Dite: andiamo al porto che ci sarà vita. In effetti i locali sono tutti lì. Se vi piace ballare, be’, spiacente ma dovete uscire dalla città… ma questo non è un mio problema. Comunque, dicevamo di questi locali. Scambiate qualche occhiata furtiva con chi vi circonda e scoprite la terribile verità: TUTTI quanti con la macchina rotta che non sanno come tornare a casa, o ancor meglio come andare semplicemente altrove. E di macchine se ne rompono sempre abbastanza da riempire fino all’orlo i locali più piccoli, quindi dovete pure vagabondare quella mezz’ora per trovare chi metta a disposizione del pubblico un po’ più di un tavolino e tre sedie.
Detto sinceramente, a girare per Savona alla sera ci mancano solo le salsole. Ma non disperate: non appena vi sarete accomodati al vostro tavolo per fare quattro chiacchiere in santa pace (a proposito della vostra macchina rotta), qualcuno verrà a farvi gradita compagnia. I signori che vendono rose.
I signori che vendono rose
Sigh. Io non li ho mai sopportati. Che siano ragazzi, uomini o bambini, il solo concetto che cerchino di far leva sulle vostre insicurezze con una certa qual forma di velato ricatto mi fa uscire dai gangheri. “Compra la rosa alla ragazza con cui ti accompagni, dimostrami che non sei tirchio e rozzo e pezzealculo”. Non ho mai preteso di essere un elettore di estrema sinistra che capisce (finché non gli riga la macchina perché non ha pagato il “pizzo” al parcheggio) ed empatizza con le problematiche dell’immigrato irregolare sfruttato, privo di tutele e ingranaggio della criminalità organizzata, però ammetto di essere rimasto deluso da me stesso le prime volte che ho risposto male a certe inutili insistenze. Perché non basta ignorare, non basta dire no tre volte (ed eventualmente far cantare un gallo nel mentre): li devi scacciare.
Ho solo fortuna che attualmente mi accompagno a persone che si arrabbierebbero anche più di me, perché avrebbero da dirne quattro sull’opportunità di uccidere le povere rose per nessun fine utile; quindi si fa a turni, e alla fine non è così pesante.
Una sola volta avrei pagato volentieri una rosa. Era una rosa blu, e non le vedi tanto spesso (ci sarebbe poi da dire che il colore blu è di per sé una tortura per la povera rosa, da quel che so). Il ragazzo era simpatico a pelle, e perlomeno ci metteva… passione. E’ vero che in questo genere di attività (e includo accattonaggio ed esibizioni musicali – in genere con fisarmonica e sempre le stesse 4 note in croce) si trovano sempre un sacco di volti nuovi, novellini che vedi una volte e poi non più; ma vedi anche bambini, ragazzi e uomini che ricordi di aver già visto mesi e anni prima… e non hanno cambiato il loro impegno di una virgola: si avvicinano al tavolo, sorridono, provano ad appoggiare una rosa, se ne vanno con le pive nel sacco al quarto rifiuto. Il venditore che mi aveva quasi convinto invece aveva sviluppato un modo di fare, di presentarsi (un ridicolissimo cappello con le lucette e palloncini annodati, e una certa disinvoltura), che effettivamente avvinceva e non risultava per nulla noioso e ricattatorio; alla fine gli si aveva lasciato appoggiare la rosa, e tuttavia non lo si era più visto tornare per poi pagargliela… e se la si è portata via lo stesso :P.
Ma abbastanza per i rompiba… per i venditori di rose.
Direte voi: Ma locali a parte… un cinema ci sarà pure a Savona, no? Cooome no. Un multisala da 6 sale e un cinema d’essai.
I cinema
I cinema a Savona si adeguano alla crisi economica e alla regola per cui, alla sera, o si esce a cena o si va al cinema; non entrambe le cose. L’ultimo spettacolo infatti comincia in un range che va dalle 21.15 alle 22.15, cioè tra il momento in cui ci si siede a tavola e quello in cui si prende il caffè. La cosa migliore è che gli orari cambiano continuamente, quindi se non vai a controllare giorno per giorno non puoi fare programmi.
In alcune sale vige il doppio film, vale a dire che nel pomeriggio c’è quello da bambini e alla sera quello per adulti; in genere quando lo scopri, che quello da bambini era solo al pomeriggio, è troppo tardi e devi per forza andare a rompere la macchina e farti un giro al porto, perché il film da adulti fa troppo schifo.
Niente da dire sul cinema d’essai: alta qualità media, e gli orari rimangono quelli di sempre, così che, almeno lì, uno si sappia regolare. Peccato che prima o poi chiuderà, grazie a chi ha ridotto i fondi per le attività culturali. Ovviamente si spera di no.
Poniamo che vogliate tornare a casa in autobus, visto che avete la macchina rotta. Buona fortuna.
Il trasporto pubblico
Perché innanzitutto non dovete fare troppo tardi, che l’ultimo autobus parte alle 22.30. Oh guarda, proprio in tempo, se siete andati al cinema al primo spettacolo.
Ho avuto il mio dire per talune sviste nel nuovo sistema tariffario dell’ACTS, e ancora ho qualcosa di rimanente nel cappello. Del tipo che, be’, quando è la quarta-quinta volta che la neve blocca le strade e gli autobus rimangono in coda per ore… quanti biglietti da 90 minuti bisogna obliterare? E quando la gente ti parcheggia nello spazio di manovra del bus e finché non si sposta devi aspettare? E quando un bus arriva in ritardo ma l’altro parte in perfetto orario o in anticipo, perdi la coincidenza, e devi aspettare 40 minuti-un’ora il bus successivo? E’ proprio un sistema ideato da qualcuno che ha sempre tenuto il suo sedere al caldo nel capoluogo e non si è mai posto problemi – tanto lui andrà in macchina. E il tutto basandosi sul lavoro degli eroici contapasseggeri, probabilmente più per minimizzare il numero di proteste che non per migliorare il servizio (per il momento non ho visto miglioramenti, solo quella decina di euro in meno ogni mese nel portafoglio).
I mezzi comunque sono in ottime condizioni. Se eccettuiamo il fatto che sistematicamente bisogna aiutare il bus che prendo all’uscita da lavoro a chiudere le porte in salita, sennò ‘un gliela fa. E tralasciando quei giorni sfortunati in cui di bus se ne rompono per strada due – o forse è lo stesso che si è spento in corsa due volte (perché la prima non aveva convinto, non era venuta bene).
E lasciamo stare che ci sono quei due-tre autisti con difettucci trascurabili quali lo stop-and-go compulsivo, la passione per la velocità e le inchiodate, quelli privi di organi sensoriali in grado di percepire la temperatura ambientale, che loro hanno la giacca e tu in maglietta sudi e sei indeciso tra nausea e allucinazioni. Chiaro, sulla maggior parte degli autisti non ho nulla da dire, fanno bene il loro lavoro; però quando capita quella volta dello stop-and-go coi 35 gradi, che per le 2 ore successive credi di morire, la tentazione di mandare a quel paese il riscaldamento globale e andare a lavorare in macchina ti viene.
Plis visit blog bat plis visit Savona
Un po’ come nel resto di Taglia, le cose belle ci sono anche qui e invece di valorizzarle si passa il tempo a lamentarsi; a mugugnare, diremmo noi. Una volta credevo che altrove avrei vissuto meglio (credo sia capitato a tutti), ma alla fine ogni posto ha i suoi difetti, e bisogna andare a stare nel posto i cui difetti sono per noi meno insopportabili.
Certo, un post informativo/turistico su Savona non sarebbe stato così divertente. Ma prima o poi lo avrete.
(questo post è stato preparato più di due settimane fa ma pubblicato solo ora perché… si fatica a trovare un motivo per fare post, ANCHE quando sono già pronti; dev’essere stanchezza)
La fissa del miglioramento dell’immagine (LCD inside)
Può capitare – non dico che capita, ma può capitare – che uno acquisti un monitor per visualizzare delle cose. Visualizzare così come sono.
Ma questo periodo storico è decisamente allergico alla realtà, ANCHE per quel che riguarda i monitor. E così Chiunque Inc. cerca di piazzarti il monitor che MIGLIORA le immagini. Le infighettisce. Le rende esteticamente sbrodolose. Te le fa piacere dippiù.
Il risultato è un po’ quello che succede a prendere una adorabile Ragazza Della Porta Accanto Tutta Acqua e Sapone e vestirla da battona alla FINE della giornata di lavoro, niente di più e niente di meno. A voi così piace di più? A me no.
Acquistare un monitor di questi tempi è una tragedia. Io vi avviso: non lo fate. O l’avete preso più di 1 anno fa, oppure è meglio che aspettate 1 anno. La generazione attuale è tutto un brulicare di specifiche disattese (i millisecondi del tempo di transizione da grigio a grigio non sono quasi mai nemmeno il MINIMO), impostazioni di fabbrica decise da daltonici, genii del marketing che sostengono che un’immagine ipersatura con i colori indistinguibili e la cecità garantita sia veramente una figata, monitor che montano pannelli diversi a roulette russa pur senza cambiare il nome di modello (vedere il Samsung 226BW) confidando che gli utenti che se ne possono avvedere siano una netta minoranza, mancanza di informazioni endemica (non ho trovato eguali in altri campi), e utenti di forum daltonici anche loro che urlano alla meraviglia per una schifezza che perde il confronto con l’LCD in bianco e nero del Gameboy.
Ho fatto un errore grosso come una casa ad appoggiare sulla scrivania il monitor ASUS VW222U e il suo sistema Splendid di prostituzione delle immagini, non disattivabile e solo parzialmente modificabile. Ho avuto giusto la fortuna di acquistarlo in un negozio di gente seria che mi ha promesso la sostituzione. Con un monitor.
Note di viaggio – Sui trasporti
Sui bagagli ostaggi
[riassunto delle puntate precedenti: venerdì volo con la British Airways da Londra a Genova, ma il mio bagaglio rimane a Londra; in aereoporto mi dicono che sarebbe arrivato a Genova il giorno dopo, che mi avrebbero chiamato, e probabilmente mi sarebbe arrivato col corriere lunedì, poiché avevo scelto questa via per il recupero]
sabato
-Buongiorno, il signor StM? Qui è l’aereoporto…
-Ah, buongiorno!
-Volevamo dirle che il suo bagaglio è arrivato a Genova.
-Bene!
-Allora lo viene a prendere lei in giornata o glielo spediamo?
-Mah, preferirei che me lo spediste, non mi viene comodo venire fino a Genova.
-Bene, allora lo consegnamo al corriere stasera, e le dovrebbe arrivare domani in giornata.
-Domani… intende domenica?
-Ah, uh, ecco… forse no, forse il corriere alla domenica non consegna, ma sinceramente non lo so. Potrebbe essere lunedì, in effetti.
-Va bene, era quello che mi aspettavo, comunque. Bene, grazie della telefonata.
lunedì
-Buongiorno, il signor StM? Qui è l’aereoporto, le volevo dire che il suo bagaglio è arrivato.
-Sì, lo so…
-Quindi lo vuole venire a prendere lei o glielo spediamo via corriere?
-[Ecchecc...] ecco, preferirei che me lo spediste via corriere, grazie.
-Perché se vuole può venire oggi in giornat…
-No no, grazie, davvero, mi mette meglio così. [...] Arrivederci.
the future
E chi lo sa cosa riserva? Restate sintonizzati…
The curse of Ile-de-France
-Bonjour [per essere educati, qui ci vuole un "Monsieur"], je voudrais une carte orange [e qui un s'il vous plait]…
-Pour l’Ile-de-France?
-Mmm… je crois pour les zones un et deux…
-Pour Paris, donc?
-Oui!
[la carte orange è una carta nominativa per l'Ile-de-France - la regione di Parigi - a cui possono essere associati degli abbonamenti; avevo letto nella guida turistica che esisteva la versione cartacea con foto e quella elettronica che ne era priva, e io speravo di ottenere la seconda; la guida mentiva spudoratamente, visto che la carta elettronica si chiama Navigo, anche se è vero che è possibile registrarvi sopra abbonamenti equivalenti alla carte orange]
E mi butta lì una bustina con una tessera e il ticket, dicendomi che per essere valida la tessera deve essere compilata con i miei dati e la mia foto.
Cacchio, la foto. Dove la prendo?
-Oh, è sufficiente una fotocopia della foto sulla carta d’identità.
-E ha idea di dove posso farla, una fotocopia?
-Sì, proprio là… esce, e giusto davanti alle Poste trova…
-Peeerfetto, grazie.
Non trovo nemmeno le Poste. Annamo bene. Piano B: scucio 4 euro e mi faccio le fototessere a una macchinetta automatica. Graaande, non può fallire.
Le 4 fototessere vengono emesse in un unico foglio di carta fotografica. Indivisibile. Alzo lo sguardo e vedo che il chioschetto di Hattori Hanzo è chiuso, è il suo giorno di pausa. Non ho più nel portafoglio la lametta da taglierino a prova di controlli aereoportuali (e poi ti fanno togliere le scarpe… mah…), dal giorno che in un’edicola mi è scivolata tra i fumetti Disney mentre pagavo per la mia meritata razione di informazione (Dampyr)… ovvio che non sono stato lì a cercarla, tanto poi quei ragazzini sarebbero diventati emo comunque. Non mi rendo conto della tragedia e penso: tanto un paio di forbicine mi serve… me le compro.
Nulla di neanche lontanamente tagliente è presente in tutta la Gare de Lyon. Comincio a scrutare i negozi pensando a quali potrebbero avere oggetti che fanno al caso mio. Quelli di mangime no: coltelli seghettati, al massimo, che non vanno bene; edicole e tabaccherie neanche a parlarne; borse e borsette non mi ispirano… ma provo nel negozio di abbigliamento maschile. Spiego la mia triste situazione, e mi viene detto che sì, hanno un taglierino, ma mi suggeriscono che le forbici sono meglio; e le forbici si trovano nel negozio di abbigliamento femminile.
La commessa gentilissima mi impresta le sue forbici, prima di allontanarsi di 2 metri evidentemente rassicurata dal mio aspetto rassicurante, specie se con un paio di forbici in mano. Perdo l’occasione di produrmi in facce da invasato mentre taglio la mia fototesserina, restituisco le forbici (porgendole per il manico e senza fare movimenti bruschi), la attacco alla carta arancione.
E finalmente esco di lì.
La follìa di andare a Londra via ferry boat
Le possibilità sensate per andare da Parigi a Londra sono l’intercity (5 ore e rotti) o l’Eurostar (3 ore). Se nella Gare du Nord vi imbattete in una fila di mezzo chilometro, e dovete andare a Londra, infilatevici che è quella giusta.
Il Vostro non partiva direttamente da Parigi quando s’è diretto verso Londra, perciò ha ben pensato di passare via mare.

Anche un ferry, un traghetto (qui s’intende per transmanicare), ha il suo checkin da effettuarsi tra i 30 e i 45 minuti prima dell’imbarco, il suo bel controllo dei bagagli e metal detector (sia mai che un dirottatore lo faccia schiantare contro gli scogli uccidendo la fornitura giornaliera di mitili dei più prestigiosi ristoranti londinesi), il suo pulmino per arrivare fino al molo giusto, il suo, ehm, fiero carrello per i bagagli da stiva, e il suo nastro trasportatore per recuperarli. Però tutto un po’ più alla buona, iamm’e'bbèllo, let’s go bbeautifùl. “Ma che, tiene un bazzùca qua dentro?” “Sì, ma è scarico, le munizioni sono in quella borsa llà” “E allora vabbuò, vada”.
Il viaggio più breve, conveniente e meglio servito è Calais-Dover (2 ore). Pare che prenotando online si risparmi, ma non ho verificato il viceversa. Dalla stazione di Calais lasciate perdere l’idea di arrivare al terminal dei traghetti a piedi, ci vuole un’oretta con un trolley al seguito. Cercate la fermata della navetta nei pressi, sono solo 1 euro e 50, dai (uff… va bene, io ci ho PROVATO perché sono TIRCHIO, ok? Potreste usare la scusa di vedervi un po’ com’è Calais… peccato che la maggior parte della strada poi è nel nulla e sotto il sole). Da Dover si può scegliere la via veloce del treno dalla Priory Railway Station (a cui si giunge con un bus apposito) alla stazione di Victoria o Charing Cross (sostanzialmente equivalenti, sono entrambe sulla linea circolare della metropolitana), viaggio approssimativamente di 2 ore, o quella lenta ma un po’ meno costosa dei National Express Coach, viaggio in pullman di circa 3 ore che termina alla stazione Victoria. Il Vostro s’è goduto il soporifero Coach, che faceva tragitto in tutta una serie di graziose cittadine di cui non ho memoria (praticamente dormivo).
Torino-Parigi?
Il treno Milano-Torino-Parigi è un bel convoglio, comodo, e almeno nel mio caso non sovraffollato. E poi noleggiano una psp o giochi per la medesima al vagone bar, segno evidente di civiltà avanzata (non ho verificato quali giochi, forse non volevo avere delusioni). Unica pecca il questionario che ci hanno chiesto di compilare; diceva grossomodo: “onde permetterVi di valutare al meglio il servizio sotto ogni aspetto, Vi chiediamo di compilare il presente questionario in prossimità della fine del viaggio”. Tempo tre quarti d’ora e già lo volevano indietro. Baaa, assolutamente non-divertente.
Note di viaggio sparse – Londra

Debbo dire che me ne aspettavo di più, di umorismo british. Perdiana, chiederò il rimborso.
Invece l’ironia della vita era in ogni dove. Prendiamo ad esempio il monumento alla memoria dei soldati canadesi, eretto nel Green Park di fianco a Buckingam Palace: una targhetta diceva “si prega, per rispetto, di non salire sul monumento”.
Figuriamoci, due scivoli su cui scorreva acqua, in *agosto*, e ti aspetti che non ci salga nemmeno un bambino? L’ironia della cosa è che poi di fianco dovranno costruirci il monumento alla memoria delle vittime del monumento alla memoria, visto che ci sono stato intorno 5 minuti e in quel lasso di tempo ho visto DUE bambini scivolare e prendere una capocciata. Ma applausi ai genitori.
Mi ha fatto molto piacere, nel viaggio di ritorno, scoprire che British Airways è la meno efficente delle compagnie con cui abbia mai volato, almeno per i casual-flyer. All’aereoporto di Gatwick (terminal nord) ci sono una decina di macchinette per il checkin automatico (uuuu, figo) e un bordello di sportelli per il bag-drop (fighissimuuuooo)… questo se avete già il biglietto. Se non avete il biglietto ma solo una prenotazione, dovete fare la fila nella zona E dove ci sono 3 sportelli, ma per l’occasione ne era attivo solo uno, la cui funzione era più o meno “everything else, for every flight”. Cioè, tutti i viaggiatori British Airways che non avevano semplicemente da buttare un bagaglio in corsa sul tappeto scorrevole passavano di lì. Pure genius. E fu così che probabilmente ho fatto il checkin troppo tardi e il mio bagaglio è ancora in giro (un solo volo al giorno da Gatwick a Genova, capite). Ricordiamo tutti l’apprensione per quanto era accaduto a Dandelion con Alitalia.
Per chi intende visitare Londra, l’ordine imperativo è di fare una Oyster card… è troooppo divertente. Entri in metropolitana – blip! Esci dalla metropolitana – blip! Sali sull’autobus – blip! Scendi – blip! Se però ti SBAGLI, e fai blip e poi ti guardi davanti e… uhm… questa non è un’uscita dalla metro… be’, mica puoi farla ripassare di fianco a un’uscita vera: la [tenera carticella] non ti fa mica uscire! Ti dice: qualcosa non va, scemo, cerca assistenza. Ora, siccome di assistenza non ce n’era, mi sono assistito da solo tirando su un chiavistello e richiudendo senza dare nell’occhio come un ninja. Yeah. Scherzi a parte, con il “pay as you go” ho speso meno che a usare biglietti singoli e a fare abbonamenti.
Questo profluvio di importanti informazioni sicuramente utili ai viaggiatori (“da come mugugna quello mi sa che è meglio che sto a casa”) continuerà probabilmente in altri post (ce n’è da dire anche per le altre due tappe del viaggio, eh!). Per il momento potete gustarvi una selezione di foto da Parigi, Amiens e Londra che non è troppo malvagia. E per chi se la fosse persa l’anno scorso, ho reso pubblica la galleria delle foto scattate al Veletrzni Palac a Praga, sperando che, pur nella loro rozzezza tecnica, vi ispirino a visitare il museo qualora passaste da quelle parti (e sperando che nessuno mi denunci per violazione del diritto d’autore).
Temete che in Italia possano tornare forme di terrorismo?
Questa la domanda del piffero che poneva ieri sera La7 ai suoi teledisperati; domanda a cui era possibile rispondere solo sì, oppure no. Che uno potrebbe pensare “che significato hanno la domanda, o la risposta, se non specifichi il colore, la matrice, il movente del detto terrorismo?”. Questo che si pone la domanda ovviamente è un ingenuo e non ha visto il calendario o non ha visto la copertina di La7, dedicata alla memoria di Aldo Moro (della cui morte ieri ricorreva l’anniversario): chiaramente si sta parlando preferibilmente di terrorismo rosso, visto che il verbo usato è “tornare”.
La mia opinione personale su quali forme di terrorismo possiamo ragionevolmente aspettarci per il futuro non interessa ai sondaggisti di La7: loro vogliono un sì, oppure un no. Al che io di no gliene ho rifilato qualcuno, diciamo una decina, qundicina; tanto da spostare l’ago della bilancia da 57% sì e 43% no a 52% sì e 48% no (possiamo quindi stimare che a questi sondaggi non rispondono più di 500 persone); purtroppo il responso finale è stato 58% sì e 42% no, perché devo aver dato un voto di troppo (dallo stesso indirizzo IP) e tutti i miei voti sono stati azzerati (li ho visti ritornare ai valori di partenza improvvisamente); oppure è un sondaggio falsato in partenza e impostato per oscillare solo in un certo range, ma non sono stato a verificare perché gli spaghetti mi diventavano molli.
Insomma diamo atto alla redazione di La7 di non contribuire affatto (AFFATTISSIMO) a ventilare quell’allarmismo che permette che gente come Bush faccia un po’ i cazzi che vuole con i soldi e ai danni dei contribuenti, con la scusa di doverli proteggere; dico Bush perché in Italia non abbiamo davvero bisogno della giustificazione di un pericolo imminente per comportarci come i coglioni decerebrati che siamo; a noi ci blandiscono anche in altre maniere. Davvero complimenti a La7. E poi è quell’essere un po’ televisione 2.0 che è importante… stare attenti all’opinione della gente, vedere se la gente preferisce dire di sì (ottimista) o se preferisce dire di no (disfattista).
Già che parliamo di giornalismo. Qualche giorno fa Grillo ha risposto piccatamente ad Eugenio Scalfari, cercando ogni appiglio possibile per denigrarlo. Personalmente credo che chi dica qualcosa come
“Grillo impersona, secondo me, meglio di molti altri personaggi, il peggio dell’Italiano. E’ l’arci-italiano del peggio.”
si commenti da solo; ma Grillo no, non ha resistito e si è abbassato agli stessi mezzucci utilizzati dal peggior giornalismo, quello alla Emilio Fede, quello per cui se fai l’elemosina a una zingarella sei un adescatore di minorenni, se sei andato all’asilo con uno che poi sarebbe diventato mafioso sei un mafioso, se hai cambiato la tua Fiat seicento vecchio modello con una Peugeot 106 di seconda mano chissà dove hai trovato i soldi.
Il punto in cui Grillo dice
Dopo una breve riflessione diventa socialista e consigliere comunale. Fa carriera. Diventa deputato e firmatario di un documento contro il commissario Luigi Calabresi.
cosa mi rappresenta? Se il lettore sa di cosa si sta parlando, o si preoccupa di informarsi (il link di Wikipedia NON è sufficiente), nessun problema; se però il lettore, come bene osservava la copertina di La7, non ha memoria storica, o semplicemente ti legge col prosciutto sugli occhi, il risultato non può essere che quello di caricare di connotazioni negative ANCHE la firma sotto quel documento (“un” documento, uno a caso, trovato per strada). Non ho alcun titolo né intenzione per rimettere in discussione il giudizio della magistratura sulla non colpevolezza di Calabresi e polizia nella morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ma qualche dubbio più generale sulla liceità dei suoi metodi mi viene; va certamente considerata la particolarità del periodo storico, di cui porto ad esempio il seguente cortometraggio, (per quel che ne so) ad opera di Elio Petri: la violenza di quanto ivi sostenuto non è paragonabile ad alcunché si senta pronunciare oggigiorno; il cortometraggio è palesemente, oserei dire al limite del vergognosamente, tendenzioso; ma è molto interessante, ed istruttivo; comunica rabbia, una rabbia che potrebbe avere ragione d’essere, e che certo chiarisce più di mille parole quale fosse il tono dello scontro, e il limite superiore della libertà di parola, negli anni di piombo.
Su youtube trovate i due spezzoni qui e qui. Interessante anche questo.
Suggerimento cinematografico conseguente: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Cosa stai facendo destra adesso?
Valige. Avevo messo ad essiccare la pelle di un valigiottero migratore, e ora sto aggiungendo fibbie e legacci per farne valige. Da cosa si possono ricavare valige migliori che da un valigiottero? Eee, la natura è meravigliosa.
E insomma sono qui che faccio valige. Per l’ennesima volta. Non che a starmene fisso qui sia meglio; ma per lamentarmi di quello ho tempo, ora mi lamento di dovermene andare via. Aspettate che mi lamenti di vincere la lotteria, essere mantenuto da una modella ninfomane e fedelissima, o che qualche produttore di Hollywood mi porti al successo planetario traendo un blog dal mio blog. Succederà. Che io mi lamenti, dico; quelle cose no, perché figuriamoci se ho tempo da perdere in simili quisquilie.
A volte mi sento vecchio, a volte mi stupisco di me stesso. Voglio dire, dopo ho avuto dolori per 5 giorni, ma qualche tempo fa mi sono improvvisato Nembo Kid e ho recuperato di scatto l’autobus che mi aveva fatto marameo ad una fermata, cogliendolo alla successiva (miei complici avevano formato una fila ad anello di gente che scendeva e poi risaliva, per tenere occupato l’autista). La mia coscienza ecologica mi suggerisce tuttavia di piazzarmi nella compostiera del materiale organico per tempo, prima che ci lasci le piume – che poi chi mi sposta più? Ah, no, quelli erano gli elefanti, con il cimitero dei medesimi; ma lo sapevate che i civilissimi fagianni pomerani fanno la stessa cosa con la compostiera? Perciò prendevo esempio.
Ho sonno. E siccome non volevo falsificare questa affermazione, mi sono messo a scrivere questo post per tirarla per le lunghe e andare a dormire tardi. Adoro i piani ben riusciti. E via di pialla.
Uscita obbligatoria a Sestri Levante
C’era questa astronave Enterprise precipitata in una galleria che stava combattendo contro una flotta di navi Borg, mentre un team di appassionati informava gli astanti su tutto ciò che c’era da sapere per comprendere l’universo di Star Trek. Le voci in realtà parlavano di un tir ribaltato con mille morti e un cratere nel manto autostradale, ma io non ci credo, tendono sempre a minimizzare. Perciò, c’era questa Enterprise incagliata tra Sestri Levante e Brugnato. E i Borg. E i fan di Star Trek.
Autostrade per l’Inculata informa che bisogna uscire a Sestri Levante. Uno pensa: esco a Sestri, faccio un po’ di strada normale, e rientro alla successiva, dopo l’incidente. Verrà poi fuori che hanno fatto uscire a Sestri perché le due uscite successive, prima dell’incidente, probabilmente non erano in grado di smaltire un traffico autostradale; però, tecnicamente, dopo Sestri si avrebbero avuto altre due occasioni per uscire.
Comunque usciamo a Sestri Levante, e seguiamo le indicazioni per La Spezia. Bricchi*. A salire e a scendere. Ingresso successivo dell’autostrada: “bene, è il nostro… non c’è un cacchio di nome di che posto sia, ma sarà sicuramente Brugnato – se ci hanno fatto uscire a Sestri e l’incidente era tra Sestri e Brugnato…”. Il telepass non fa obiezioni. Scopriamo dopo poco che dire “tra Sestri Levante e Brugnato” è un po’ come dire “tra Torino e Ancona passando per Monaco di Baviera e Kiev”. Otto chilometri di coda.
Sunnyday Joe, detto l’Ottimista, nella sua divisa arancione coi catarifrangenti da supereroe (poteri speciali: morire investito da uno stronzo con la patente nella più completa invisibilità da parte dei media), comunica al mio collega (mentre io ero impegnato a spedire il solito importantissimo sms del cazzo alla mia spammer preferita) che “se riusciamo a liberare la strada per mezzogiorno [erano le 9] sarà già tanto, e non sono nemmeno sicuro che si riesca per stasera”.
Sfortunatamente ci hanno fatto ripartire già un’ora dopo, prima ancora che riuscissimo a capire come si costruisse un tee-pee e che decidessimo quale forma di governo dare alla nostra tribù autostradale improvvisata (anche se gli schieramenti politici erano già chiari: i “faccio come cazzo mi pare a me” contro i “fate come cazzo ci pare a noi”, che se non cogliete la sfumatura, be’, non vivete in Italia).
Segue uno spassoso pomeriggio in cui andavo a chiedere a terzi quali fossero gli indirizzi IP dei nostri server, o in cui scoprivo che avevo perso due ore della già sgocciolante giornata perché un componente (occulto) dell’antivirus aziendale trovava indignevole che volessi porre un programma in ascolto su una porta.
Sento un po’ come se la Morte stesse venendo a prendermi. Temporeggerò. Appunti per una vignetta: Max Von Sydow e la Morte che giocano a Wii Sports, o Counterstrike, o PES.
*=monti, zone montuose. Anche, metaforicamente, territori inesplorati e/o inaccessibili (cfr. posti inculati, Puttanburgo). Es: “Andar per bricchi”, “ma tu abiti lassù sui bricchi, non ci penso nemmeno di venirti a prendere”.
“Cornuto!” “Per forza, è un toro!” “Non lui, tu!”
(blog tecnico, ghghgh)
Get thee to a nunnery
dice Amleto a Ofelia in uno dei suoi non realmente deliranti delirii. Il mio docente d’inglese, che teneva moltissimo alle teorie complottistiche alternative (con particolare preferenza per ciò che fosse il più possibile deviato), sosteneva che “nunnery” potesse essere inteso letteralmente, un convento, oppure in senso traslato e capovolto, un bordello. Poi questa teoria mi cadrebbe un pochino nel prosieguo:
: why wouldst thou be a breeder of sinners?
Ma se durante le cene coi vecchi compagni del liceo abbiamo ancora qualcosa da raccontarci, dopotutto, è anche grazie a quell’uomo (due palle, ma sempre meglio che rendersi conto che “ma io con questi non ho niente da spartire, si fottano”); che, pur con tutti i suoi difetti, e andando controcorrente, io in fondo apprezzavo. Di (letteratura) francese e inglese avevamo come il sole e la luna: dove era nozionistica e rigorosa l’insegnante di una materia, così era spannometrico e fantasista quello dell’altra. Vorrei mettere in chiaro che, a parte una somiglianza di mascella, non c’è alcun punto in comune tra costui e il Professor Keating: non è quel modo di essere fantasisti; però tra una teoria strampalata e l’altra qualche idea filtrava, e rimaneva. Come sanno i miei lettori più fedeli (io e il mio amico invisibile), poi, a me sono invise le spiegazioni lapalissiane, che lascio sempre per esercizio allo studente, mentre volentieri mi avvento su quelle avventurose (solo per dire che avventarsi e avventurarsi sembrano avere la stessa radice, e non me n’ero mai accorto).
Risalendo la catena dei pensieri, che a quanto scritto sopra mi ha portato, e non ne è invece scaturita, sono circondato di matrimonieggianti. Lo so, magari la connessione a voi sembra labile, ma vi assicuro che c’è – solo che non posso mica raccontare i fatti altrui in piazza, no? Sarebbero risate assicurate, ma c’è il vincolo che abbiate frequentato il mio liceo, mi spiace. Comunque, sempre parlando di liceo, ho pensato: ma possibile che dei miei ex compagni solo [tizia] si sia sposata? Tra l’altro scaturito in aneddotica spettacolare anche quel matrimonio (ma nun se pò). Tremo al pensiero di avere una risposta. Magari quelli si sposano e non ti avvisano. E fin qui va bene; ma non ti mandano nemmeno i confetti; e allora sono dei maledetti. (Aggettivo sostantivato? Se volete usarlo come aggettivo vero, aggiungendo un sostantivo a vostra scelta, ne avete facoltà).
Dove voglio arrivare?
Ovviamente al fatto che ho un problema con la metà meno maschile della uomosfera. C’è questa cosa tragica che il problema non sorge mai, be’, quasi mai, dall’unico (indeed) vero grande macroscopico terrificante difetto che ho, ovvero due quinti di egocentrismo e tre quinti di disadattamento. Io, con me stesso, non penserei nemmeno per un istante di progettare una vita insieme. Un inferno. Pensate che questo sia un problema? Figuriamoci. Credo di essere io il problema, frequento persone che credo normali, e poi si scopre che in realtà loro tengono le antennine e la coda.
…voi non ce le avete antennine e coda, eh?
E’ vero che non ho un campione statistico ampio, ed è anche vero che il detto campione non è nemmeno eterogeneo; e questo è già parte del problema. Regolarmente io m’interesso a, m’innamoro di, chi è indisponibile. Regolarmente non riesco a innamorarmi di persone che avrebbero da darmi, o mi hanno dato, più di chiunque altra, magari nel limitato spazio di qualche giorno, una notte (a fronte di mesi, anni). Regolarmente v’è incontro di interessi quando ogni logica darebbe responso negativo. Regolarmente, anche due volte al giorno, vado… niente, niente.
In pratica finisce poi che io sono quello troppo buono, che non mi meritano. Capite? “Con le corna da stambecco non mi piaci più, però il fatto è che non ti merito”. “Guarda, non ne posso più che tutte le volte mi provochi orgasmi multipli che durano svariati minuti ciascuno, non ti merito” (ora non venite a dirmi che non è realistico). “No, basta, ho deciso che tu sei troppo serio per me, non ti merito; tieni, questo è l’invito per il mio matrimonio, mi sposo con mio cuggino che è pastore protestante”.
Ovviamente si tratta di esempi, e solo uno è tratto da un episodio reale che mi ha visto coinvolto (vi do un suggerimento: riguarda il sesso) (allora, queste mail di interessamento arrivano?). La realtà è molto più comica, come sempre. Almeno, io la vedo comica. E per dimostrarlo mi sono fatto col rasoio un taglio alle gote per allargarmi il sorriso. :). Visto? :))). Sono sorridentissimo.
:)))))
DecomPoste Italiane

(è per mettermi un po’ di buonumore)
Oggi ho contattato il servizio clienti delle poste via e.mail, per una questione concernente la e.mail. In pratica mi sembra che non mi arrivino dei messaggi e.mail che mi dovrebbero arrivare. Ho fatto una domanda ben circostanziata, che tutto sommato poteva avere una risposta semplice: sì/no. “Poste Italiane adotta filtri antispam per la e.mail indipendenti dall’utente?”. Sì/no. Non sono stato così conciso, ma la domanda era questa.
Come tutta risposta, un paguro ammaestrato mi ha spedito in un .doc non formattato (ah, i vantaggi degli accordi Poste-Microsoft, eh?) i passi per verificare se riesco ad accedere alla casella e.mail, il tutto all’indirizzo e.mail a cui avrei potuto non riuscire ad accedere. Mi sono alterato e ho risposto poco educatamente, ripetendo la domanda. La successiva risposta semplicemente mi reindirizzava al numero verde, che cercherò di chiamare quando, magari, avrò tre quarti d’ora di nulla cosmico da riempire nella mia vita, e tanta voglia di essere paziente.
Io non ce l’ho con chi dà risposte inutili. Fare assistenza clienti è un lavoro facilmente di merda, la gente ti chiama solo quando è incazzata nera perché la TUA AZIENDA gli ha venduto una cosa che NON FUNZIONA (poi, mi dicono, ci sono anche gli Ing. che ti tengono appeso per mezz’ora e alla fine si scopre che era finita la carta alla stampante). Non capita mai la persona che ti chiama, ti chiede come stai, e ti dice che lì da lei tutto va a meraviglia (quando un collega mi chiama e mi chiede come sto, in genere, so che c’è una suppostona in arrivo). Per non parlare del fatto che il training serio costa, e perciò s’investe giusto nelle due orette del “Corso accelerato di dissuasione dell’utente”, in cui la tua faccia viene premuta forte sulla ciambella del WC perché assuma la forma adatta all’uopo.
Però le balle girano lo stesso, quando vedi che un servizio viene organizzato in modo che per te sia di maggior servizio non usufruire del servizio. Ma più che girarmi le balle adesso m’è preso lo scoramento. Che barba.
Tre film visti a loro tempo al cinema che mi hanno intrattenuto una cifra
Nella morsa del ragno. Non ricordo per quale assurdo motivo lo andai (andammo) a vedere. C’è Morgan Freeman che indaga per tutta la durata del film su chi ha commesso il crimine di produrre questa stronzata; peccato che la sceneggiatura sia così triste, e la recitazione di chiunque altro così pessima, che lo spettatore coglie immediatamente tutto quello che c’è da cogliere, e scopre subito dopo che non gliene può fregare di meno. Ho letto recensioni positive che mi hanno lasciato allibito.
Il Grinch. Sì. Sono andato a vedere Il Grinch. Al cinema. Perché sapete, ho questa opinione: se un film è per bambini, ma è bello, piacerà anche agli adulti. Il Grinch, d’altra parte, dovrebbe essere venduto in farmacia come cura per la stitichezza. Noioso. Vuoto. Probabilmente il target sono i bambini di 8 mesi appena caduti dal seggiolone picchiando la testa. “Il vostro bimbo è caduto dal seggiolone? Presto, è il momento di fargli vedere il Grinch!”. Sono stato sfottuto per questa mia scelta cinematografica e non ho trovato opportuno ribattere.
Il nostro matrimonio è in crisi. Questa mania dei comici di fare film, mortacci loro. A volte riescono, eh, non dico di no… ma non è, perché non hai direttamente davanti il pubblico che NON RIDE, che ti puoi permettere di andare avanti per TUTTO il film con la comicissima battuta “Ma pensa…”. Eccheccazzo. Il film mi aveva così preso che senza accorgermene avevo cominciato ad interagire sessualmente con la mia ragazza di allora, non rischiando tanto la denuncia per atti osceni, quanto di causare un infarto a un signore attempato (uno dei 3 spettatori oltre a noi) che s’era avveduto delle, ehm, effusioni.
Ecco perché Stefano Disegni e Rod Hilton, anche quando arrivano tardi per metterci in guardia dal mettere a repentaglio le nostre pupille, svolgono una funzione vendicatoria benemerita e liberatoria che va preservata ad ogni costo per lo sviluppo della Civiltà. Sottotitoli per non cliccanti: Stefano Disegni è un fumettista che, tra le altre cose, ogni mese produce per Ciak un riassunto caricaturale di un film che gli è particolarmente NON piaciuto; Rod Hilton è un formidabile produttore di “sceneggiature condensate”, cinicamente critiche ma straordinariamente comiche, pubblicate su “Total Film Magazine” (che non so cosa sia), per più o meno tutto quello che può muoversi su grande schermo. A Leggerli sembrerebbe che nessun film sia MAI loro piaciuto, ma l’inghippo è che dei film che ritengono guardabili NON parlano!
Un’altra efficace “penna da guardia” contro i mostri su pellicola (e in digitale), abitualmente meno comico (e non perché non sia in grado, io me lo ricordo quando mi faceva ribaltare dal ridere) ma sempre piuttosto incisivo, ovviamente è il nostro Obi ;). E poi lui parla anche dei film belli!










