Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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Il silenzio stampa si prolunga ancora un po’

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E’ che sono vittima di un certo spamming lacrimale che per larga parte non so da dove arrivi; quella parte di cui invece so la genesi è per lo stupore di conoscere, o dello scoprire di conoscere da tempo, persone splendide.

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April 2nd, 2007 at 7:34 pm

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Per loro due, spedire una letterina su dal camino aveva funzionato

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Mary Poppins è uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia. Mi lasciava frastornato. Ho ancora i brividi a pensare all’effetto che aveva su di me la canzone della Cattedrale (sì, sapete, quella della vecchietta dei piccioni)… un magone che non vi dico.

Da bambino guardavo film, e poi da ragazzino leggevo libri, come se fossero veri e propri portali verso altri mondi. Avevo un legame con la realtà molto labile, cosa che negli anni ha solo mutato forma (cammuffandosi da umorismo); ma non mi capita più, ormai, di guardare un film, di aprire un libro, e perdermici.

Quante volte ho sentito la morte nel cuore perché la storia era finita? Quante volte ho desiderato un contatto quasi carnale con un personaggio, nei limiti che l’aggettivo può avere per un bimbetto poco più che in fasce?

Quanto era bello? E quanto mi manca?

Non mi manca molto, in verità. Le stesse identiche sensazioni le provo ora per storie vere, per persone in carne ed ossa. Mi ci perdo, sì.

E vorrei che non fosse così.

(soundtrack: “Dalle steppe dell’Asia centrale” di Aleksandr Borodin, che ancora riesce a catapultarmi il cuore altrove)

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January 25th, 2007 at 11:40 pm

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Elle dort

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Elle dort

Si tranquille maman

Si fragile maman

Elle a froid

Elle n’a pas d’amour

Elle pense trop – toujours

Elle ne pense pas – maintenant

Elle dort

Une couverture

Elle n’est pas suffisante

mais

un sourire

en donne l’illusion.

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January 16th, 2007 at 12:06 am

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Gattimatti e altri ricordi

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Son qui che rovisto nel mio archivietto piccino piccino di musica accumulata negli anni, felice come un bimbo che si è appena sbucciato il ginocchio, sì, ma che ormai s’è fatto la trafila di cotone/alcool/mercuro cromo (non sono aggiornato… è ancora in commercio o hanno finalmente scoperto che fa diventare comunisti/Lamberti Bava?) ed è servito e riverito per superare il terribile trauma. Lo so, la similitudine è inutilmente complicata, ma la sensazione è quella.

Dieci dischi argentei non avranno la carica di romanticismo (e polvere, e batteri) del riesumare un baule dalla soffitta (comunque lassù ho gli scatoloni, eh), ma la memoria non si formalizza: se ha da farti sorridere, commuovere, immagonire, lo fa senza tante remore.

E così mi capita sott’orecchio la Nannini di tanti anni fa, che poi è sempre uguale, che mi ricorda di quando questa casa era a misura dei suoi occupanti, e non troppo grossa, ed era una casa per persone, e non per cose (e forse questo dovrebbe far tornare d’attualità la domanda di cosa e dove sia “casa”); quello fu il periodo di transizione tra i riproduttori di cassette usa-e-getta (no, non li vendevano come tali, ma lo erano) e il sistemone hi-fi Philips con cassetto per cinque cd (l’unica cosa un po’ sborona del blocco). Tale sistemone si rivelò perfettamente in grado di distribuire equamente rumore in ogni stanza della casa, nonostante il metraggio quadrato non indifferente (e oblungo), facendo la felicità di tutti, escluso magari lo stronzo che in un dato momento voleva egoisticamente starsene un po’ ad ascoltare il silenzio.

Di qualche anno successivo, nella mia musicronistoria, qualche musichetta del tenore di Dalmore (mi dicono Paul Mounsey… ok, roba “celtica”), per citarne una a caso; qui i ricordi si fanno meno idilliaci, ma in fondo da un certo punto in poi aveva preso a piovere sul bagnato ^_^”’, e per uno spazio approssimativo di 4 anni non saprei proprio dire quale fosse il sentimento negativo predominante in un dato momento, faccio un mescolone unico con sopra scritto “da buttare”. A volte ho l’impressione di essere stato più maturo intorno ai 18 anni che ora. Si può recedere dalla maturità? “No, guardi, l’ho provata ma non è compatibile col mio sistema operativo” “Ma l’ha provata più di due anni, la garanzia da mò che è scaduta” “E allora è la sua garanzia ad essere difettosa”. Sarà il solito Teorema del Minimo Sforzo.

Euridice di Vecchioni è in uno dei cd che avevo rippato ancora “in analogico”. “Eh?”. Dovete sapere che i primi lettori cd, o almeno alcuni, non permettevano la lettura dei cd audio “raw”, no, loro erano artisti, volevano eseguirli di persona (ehm, in cassetto e laser), volevano far sentire come li suonavano bene. E così ero stato costretto ad usare la funzione di Music Match Jukebox che registrava la traccia così come era eseguita dalla scheda audio. Ossignùr. Qui le stiamo provando tutte per evitare di commuoverci.

Un po’ più in qua, finalmente, un sorriso me lo concede la Gattomatto del titolo, di Roberto Angelini (che ha un “bello” ma impossibile sito in flash, sarà rimasto segnato dalla canzone della Nannini di cui sopra). A un certo punto avevo gettato la spugna riguardo al restare sulla cresta dell’onda in fatto di novità musicali (questo Mozart ci mette troppe note nella sua musica, secondo me); poi capita sulla mia strada qualcuno che invece si teneva al passo, e ogni tanto mi rendeva anche partecipe. Un pomeriggio mi ipnotizzò per tre minuti interi canticchiando di questo felino che viveva sopra al tetto, in perfetta sincronia con l’originale in sottofondo; non so ancora oggi cos’è che mi colpì tanto, allora. Ma se ci ripenso, sorrido. E allora non mi importa.

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December 27th, 2006 at 3:32 am

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Ma… non fa ridere! (dai, ve la meno ancora un po’)

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Io vi immagino, voi (tre) lettori che ogni giorno arrivate qui, vi guardate in giro, e scuotete la testa. Con pazienza venite qui anche se già sapete cosa troverete. E ogni santa volta vi dite: “anche oggi ci grattugia le palle sulle sue seghe mentali; ma domani, forse…”.

Pensavo alle persone pericolose.

No, non quelle che ti aspettano nel buio della tua veranda, ti aggrediscono alle spalle e ti iscrivono a Scientology.

Le persone pericolose sono quelle a cui non puoi dire di no.

No, non una persona pericolosa del tipo del Padrino, sebbene riconsidererei la cosa se io fossi un cavallo.

Una persona a cui non puoi dire di no è una che vagonzola col cuore in mano da mane a sera e dalla sera alla mattina, non la trovi mai col cuore, come ce l’hanno in tanti, chessò…

Ma lasciamo perdere le metafore. Le persone pericolose sono quelle che si fanno voler bene incondizionatamente, quelle che sai che hanno sempre ragione e che magari come bonus non te lo fanno nemmeno pesare, quelle a cui proprio non riesci a dire di no, quelle da cui rischi sempre di ritrovarti dipendente, a fianco delle quali ti senti piccolo, dalle quali non senti di meritare nemmeno uno sputo.

Qualcuno, con queste persone, non trova di meglio da fare che odiarle. E’ una delle tante manifestazioni della diffusa convinzione stampigliata sotto il testicolo sinistro e la tetta destra di molti individui (che, si sa, per la maggior parte pensano con i detti organi): “io sono il migliore di tutti; e se qualcuno osa anche solo sembrare meglio di me, sotto sotto dev’essere una merda; anzi, fammi mettere in giro delle voci che lo affermino”.

Gente piccola, ma gente tanta.

Io faccio parte dell’altra parrocchia, quella delle persone che sono molto contente di conoscere altre persone che magari sono anche meglio di loro. Non sono mai invidioso di quello che le persone sono. Sotto sotto, be’, magari me la sfango tirando in ballo soggettività, utilità della diversità, tricche e tracche. Ma considerandomi narcisisticamente già un bell’esemplare (di fesso), sapere che qualcuno mi sovrasta mi rende fiducioso nel futuro dell’umanità.

Epperò voglio mettere in guardia chi non lo sapesse che queste persone sono pericolose; se non stai attento ci resti sotto.

(a più riprese in vita mia sono stato coinvolto in questo genere di pericoli, dall’una o dall’altra parte; ne avevo già cripticamente accennato qui sopra… a fare troppo i buoni si fanno i danni… più che a fare troppo i cattivi…)

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October 26th, 2006 at 11:38 pm

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Printomne

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Sotto un filare sospeso di vite
vitigni di ferro
sorreggevano grappoli umani

Sotto un sorriso spento di ragazza
la morte in un cuore
traboccante di vita

Sotto un sole incerto d’autunno
un’altalena

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May 15th, 2006 at 10:03 pm

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Desertica distesa di palloni, fango e scale

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Oggi ho visto un ragazzino correre. Uh che cosa straordinaria direte voi, perculando, ma quella corsa lì mi ha ricordato qualcosa.

Mi ha ricordato di quando *non esistevano* il freddo, il fango, la ghiaia, l’acqua del retano mangiapalloni, il sudore, il fiatone, la necessità di mostrarsi impeccabili (presentabili, va’). In effetti mi capita stupidamente di sentirmi già vecchio. Ma non meno felice. Anzi. anzi.

* * *
da Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare.

Eppure un giorno si è accorto che da parecchio tempo non andava più a cavalcare sulla spianata dietro alla Fortezza. Si è accorto anzi di non averne nessuna voglia e che negli ultimi mesi (chissà da quanto esattamente?) non faceva più le scale di corsa a due a due. Sciocchezze, ha pensato, fisicamente si sentiva sempre lo stesso, tutto stava a ricominciare, non c’era neppure dubbio; una prova sarebbe stata ridicolmente superflua.

No, fisicamente Drogo non è peggiorato, se riprendesse a cavalcare e a correre su per le scale sarebbe benissimo capace, ma non è questo che importa. Il grave è che lui non ne sente più voglia, che lui preferisce dopo colazione starsene a sonnecchiare al sole piuttosto che scorazzare su e giù per la spianata sassosa. E’ questo che conta, solo questo registra gli anni passati.

Oh, se ci avesse pensato, la prima sera che fece le scale a un gradino per volta! Si sentiva un po’ stanco, è vero, aveva un cerchio alla testa e nessun desiderio della solita partita a carte (anche in precedenza del resto aveva qualche volta rinunciato a salire le scale di corsa per via di malesseri occasionali). Non gli venne il più lontano dubbio che quella sera fosse molto triste per lui, che su quei giardini, in quell’ora precisa, terminasse la sua giovinezza, che il giorno dopo, per nessuna speciale ragione, non sarebbe più ritornato al vecchio sistema, e neppure dopodomani, né più tardi, né mai.

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February 24th, 2006 at 12:20 am

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Matteo

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Matteo è il mio nome. Non l’ho mai apprezzato molto, mi è sempre sembrato un po’ moscio. E poi che cosa significa? “Servo di dio” (letto sul Manuale delle Giovani Marmotte®, o forse il Manualone®, o il Secondo Manuale®, insomma in uno dei Manuali® che ho; e confermato dagli attendibili Bicchieri del Nutella Team®). Ah! Ma chi? Io? Il reiteratore imperterrito e impenitente di almeno uno dei reati previsti dai 10 comandamenti?

Se per lunghi anni ho firmato Cognome Nome era proprio perché il nome doveva finire in secondo piano. Se la maggior parte degli amici e conoscenti, perfino professori, mi ha sempre chiamato Stecco (abbreviazione del cognome), mi è sempre andato più che bene. Tanto di Stecco al mondo ce n’è meno che di Matteo. Anche se temo esista un Matteo Stecco da qualche parte, vabbe’, se leggi ciao, piacere, abbiamo metà di qualcosa in comune.

Apprezzavo così poco questo nome che l’abbreviazione “Matti” non mi infastidiva punto (sapete, ci sono quelli che preferiscono essere chiamati col nome per esteso). Già meno apprezzavo “Matto”, ma che ci volete fare.

Qualche giorno fa è avvenuto qualcosa di eccezionale, e me ne sono reso conto ieri, all’improvviso: per la prima volta in vita mia, ho sentito pronunciare Matteo in un modo che mi è piaciuto. Davvero. Ho dovuto raggiungere il mio venticinquesimo anno di vita, ma ho finalmente scoperto la ragione di esistere del mio nome: essere pronunciato in quel modo.

Ora vorrei anche descrivere questo benedetto modo, ma non posso. Pazienza, son contento anche così.

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November 28th, 2005 at 7:24 pm

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Les sanglots longs des violons de l’automne…

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Ero sempre a volermi sentire diverso. “Che cioccolato ti piace?” “Il fondente”. “A che squadra tieni” “A nessuna”. “Qual è la tua stagione preferita?”.

Ero indeciso. Tra l’autunno e l’inverno. Poi un giorno leggo che l’autunno è la stagione preferita di Dylan Dog (numero 39, “Il signore del silenzio”), e allora propendo per l’inverno. E vabbe’, si cresce anche con queste cretinate.

Ma davvero preferisco quelle due stagioni lì? Non lo so, non saprei dirlo, ma è probabile… non sono un patito della spiaggia, odio il caldo eccessivo, sono essenzialmente sedentario. Anche se l’ultima è solo una convenzione… datemi un motivo, o toglietemi un motivo-per-non (basta uno), e vi giro il globo in quattro e quattr’otto. Sì.

Non dico che le giornate buie e fredde non mi abbiano mai oppresso. Ma ricordarne alcune di molti anni fa mi fa come sentire di nuovo a casa. Ah, già, in effetti SONO a casa. Dopo 5 anni, sono di nuovo qui, presumibilmente in pianta stabile… per un po’. Per qualche mese mi sono trovato fuori posto, ora mi sto riambientando, o meglio, riappacificando. Brutta cosa non andare d’accordo con il luogo che ti ha preso in consegna fin da quando eri bambino… anche se forse c’è una cosa peggiore, cioè andarci d’accordissimo e doverlo lasciare.

Ma bandiamo le nostalgie. Volevo dirvi che Pennac è un furbastro. Oggi ero lì che sfidavo i conati di vomito, leggendo un po’ di “Comme un roman” sull’autobus, quando leggo:

personne n’a jamais le temps de lire

Cosa ciancio continuamente su questo blog e altrove? Che non ho tempo di leggere. E come me milioni di altri. “Vorrei, ma non ho tempo“. Balle, il tempo si trova.

Le temps de lire est toujours du temps volé.
Volé à quoi?
Disons, au devoir de vivre.
C’est sans doute la raison pour laquelle le métro -symbole rassis dudit devoir- se trouve ètre la plus grande bibliothèque du monde.

Chissà quante persone hanno letto quelle righe mentre ne stavano comprovando la veridicità, come me. Va bene, Pennac pensa a quei raccomandati dei parigini che hanno la metropolitana, ma stava parlando di coloro che leggono sui mezzi pubblici, per rubare o per meglio dire mordere quel tempo che altrimenti ci scivolerebbe addosso senza lasciare segni. E io ho letto questo proprio mentre stavo rubando la mia razione di lettura quotidiana, sull’autobus. Potere della letteratura.

Questo libro è un gioiello; è uno di quei libri che ti verrebbe da citare tutto dall’inizio alla fine. Mi dovrò trattenere, e fare una scelta difficile. Mi raccomando, se non lo sapete imparate il francese, ché vale la pena, anche solo per Le petit prince (ma anche qui) :’)

La lecture, acte de communication? Encore une jolie blague de commentateurs! Ce que nous lisons, nous le taisons. Le plaisir du livre lu, nous le gardons le plus souvent au secret de notre jalousie. Soit parce que nous n’y voyons pas matière à discours, soit parce que, avant d’en pouvoir dire un mot, il nous faut laisser le temps faire son délicieux travail de distillation. Ce silence-là est le garant de notre intimité. Le livre est lu mais nous y sommes encore. Sa seule évocation ouvre un refuge à nos refus. Il nous préserve du Grand Extérieur. Il nous offre un observatoire planté très au-dessus des paysages contingents. Nous avons lu et nous nous taisons. Nous nous taisons parce que nous avons lu.

(riferimento: Daniel Pennac, Comme un roman, forse 1992)

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October 28th, 2005 at 1:02 am

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Pensierini della nottata

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Non è giusto fare tutto noi. Anche se saremmo in grado.

Non è giusto farci amare troppo. Anche se tutto quello che vogliamo è solo aiutare.

Le persone devono contare su loro stesse.

E’ grandezza anche sapere quando farsi da parte, e lasciare il posto ad altri.

E’ un errore, un grosso errore, aiutare qualcuno quando chi aveva il dovere (e quindi il diritto) di aiutare era un altro.

E non sono nemmeno arrivato a quello che sarebbe giusto per noi!

Attenti alla generosità, nasconde insidie.

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Written by StM

April 7th, 2005 at 2:18 am

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