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Nelle edicole non c’è più nulla
Entravo nelle edicole come nel paese dei balocchi. Così tante cose da vedere, da confrontare col budget, da girare e rigirare per cercare di intuirne il valore, da sfogliare di straforo. Quando ero ragazzino nelle edicole c’erano i libretti a mille, duemila, tremila lire (che oggi vi vendono in libreria, pieni di polvere e con il bollino da 4 euro incollato sopra, non si sa perché): e edizioni mica da ridere, prefazioni e introduzioni coi controfiocchi, traduzioni dignitose, titoli di primo piano (Dracula, uno dei tremilalire che ricordo con più affetto). Quando ero ragazzino era l’epoca delle riviste di videogiochi che, in particolare, cominciavano ad uscire coi floppy, e poi col ciddì allegato; quando ancora internet non era “free”, e anche quando lo era ma era lenta, ti portavi a casa il tuo bel carico di svago elettronico mensile e spulciavi il supporto magnetico/ottico fino a raschiarne il fondo, per essere proprio sicuro di non perderti nulla. Ah, be’, certo, leggevi anche la rivista.
Quando ero ragazzino, Lupo Alberto e Dylan Dog, per dirne due, erano fumetti interessanti, fenomeni di costume, ciascuno a suo modo. Non aggiungo nulla a ciò che penso di Dylan Dog (se ve lo siete perso usate la di ricerca, che funziona tanto bene); di recente ho preso un albo di Lupo Alberto è l’ho trovato tutto un po’ sciapino, adoscelenzialeggiante ma sul fronte superficiale. O ho avuto un abbaglio per anni, o qualcosa s’è perso, perché non ho mai avuto, in generale, un grande interesse per quello che ho ritrovato ora a distanza di anni. Fortunatamente l’offerta fumettistica, complessivamente, non dev’essere realmente peggiorata, se penso che c’è un certo Rat-Man che va a ruba.
Già, cazzo. Va a ruba. Non lo trovo MAI. In edicola trovo giusto quel paio di serie Bonelli che ancora leggo (Dampyr e Magico Vento); per il resto, ogni tanto vado in fumetteria con una pila di sacchi di juta e il furgone.
Quando non direttamente online. Già. L’acquisto, o direttamente la fruizione online dei contenuti, ha ucciso l’edicola. Non compro giornali, anche perché quando me ne trovo uno in mano ne trovo interessante un 5% se va bene. Non compro più riviste di informatica, e quasi più riviste di videogiochi. A parte forse quelli di Ciak, non compro ovviamente i fa-vo-lo-si film in divuddì allegati alle riviste (o stand-alone con i necessari trucchi paraculi degli obbligatori abbinamenti editoriali col foglio da carta igienica: tu compri la carta igienica, e hai *allegato, non vendibile separatamente*, il film), che se ti interessavano li avevi già comprati alla loro uscita, e se non ti interessano tanto sarai costretto a vederli due giorni dopo in tivvù.
I libri, non ho ancora capito che fine abbiano fatto. Probabilmente bruciati dal corpo speciale dei pompieri, e magari trovate in giro gente che ha stampigliato “100 pagine, 1000 lire” sulla nuca, e che ripete tra sé e sé una litanìa indistinguibile.
L’ingresso in un’edicola, alla fin fine, è per me ormai piuttosto desolante. Qualcuno le ha chiamate in modo ficcante “bazaar”. E dire che una volta avevo la stessa aspirazione sua. Ma l’edicola-generation volge al tramonto.
Quel tavolino davvero piccolo
Avendo ancora tempo, e dato il manifestarsi di avanzati sintomi di morte (cit.), decidi di sederti a un tavolino, farti portare un té e sgranocchiarti la prima cosa solida che hai visto nella vetrinetta, un saccottino al cioccolato (è andata bene; chissà cos’altro poteva essere, la prima cosa solida…). E, siccome ti senti dell’umore, tiri fuori il tuo libro, che sono mesi che lo leggi solo nei ritagli di tempo (e quindi stai impiegando mesi per leggere 200 pagine; probabilmente saresti la barzelletta dei co-passeggeri dell’autobus, che ti vedono sempre con quello, se non fosse che non ti cagano e che sei l’unico lì sopra che legge).
Si presenta a quel punto un problema di scarsità di risorse e di ergonomia. Hai il saccottino nella mano destra, e nessun piattino o tovagliolo dove appoggiarlo; tieni il segno al libro con la sinistra, ché altrimenti vorrebbe sicuramente dormire ancora qualche minuto sotto la copertina, lui; devi aprire le bustine di zucchero, versarle nel té, mescolare il té, bere il té. Risorse richieste nel momento di maggior traffico (aprire le bustine di zucchero): quattro mani. Risorse disponibili e utilizzabili in modo socialmente accettabile: due mani (no mescolare tenendo il cucchiaino in bocca, grazie, per dire la più decente).
So che ho risolto il problema, ma non mi ricordo come. Probabilmente ho ingoiato il saccottino senza masticarlo e ho dato un attimo di tregua al libro. Chi lo sa. Però, miseria, che scomodi e anticulturali che sono, i mini-tavolini tondi dei bar, se ci vuoi leggere sopra.
Io preferisco il formato tascabile
C’è il formato tascabile e c’è il formato hardcover. Parliamo di libri.
Formato con la copertina rigida, pro: nelle intenzioni, dovrebbe resistere meglio al trascorrere del tempo.
Formato con la copertina rigida, contro: la polvere che si aggrappa alla parte superiore delle pagine (se lo conservate in verticale e senza protezioni sopra) è più difficile da togliere, perché non potete prendere il libro e, molto semplicemente, scuoterlo; è più pesante; è più faticoso tenerlo aperto; in genere è anonimo, non c’è nient’altro che l’opera nuda e cruda (niente commenti in quarta copertina, introduzioni nel leaflet, pettegolezzi editoriali in cima o in fondo al libro); occupa più spazio nella vostra libreria; è faticoso portarselo in giro; se si bagna, mentre col formato tascabile è solo un peccato, qui è un macello; in genere è scritto grosso come una casa, per dare l’illusione di stare leggendo di più, e siete sempre lì a dover girare le pagine.
Tra le righe avrete scoperto che sono un estimatore delle metainformazioni, quelle frasette che in un libro parlano del libro stesso: recensioni, commenti, saggi, o stralci dei medesimi. Ebbene sì, è un genere letterario che apprezzo, tiene compagnia.
Tutto questo per dirvi, se proprio vogliamo dare un’utilità a questo post: se un giorno vi verrà in mente di regalarmi un libro, non preoccupatevi di voler fare bella figura regalandomi la versione grossa & cattiva, perché probabilmente la farete migliore con la versione piccola & mansueta :)
Les sanglots longs des violons de l’automne…
Ero sempre a volermi sentire diverso. “Che cioccolato ti piace?” “Il fondente”. “A che squadra tieni” “A nessuna”. “Qual è la tua stagione preferita?”.
Ero indeciso. Tra l’autunno e l’inverno. Poi un giorno leggo che l’autunno è la stagione preferita di Dylan Dog (numero 39, “Il signore del silenzio”), e allora propendo per l’inverno. E vabbe’, si cresce anche con queste cretinate.
Ma davvero preferisco quelle due stagioni lì? Non lo so, non saprei dirlo, ma è probabile… non sono un patito della spiaggia, odio il caldo eccessivo, sono essenzialmente sedentario. Anche se l’ultima è solo una convenzione… datemi un motivo, o toglietemi un motivo-per-non (basta uno), e vi giro il globo in quattro e quattr’otto. Sì.
Non dico che le giornate buie e fredde non mi abbiano mai oppresso. Ma ricordarne alcune di molti anni fa mi fa come sentire di nuovo a casa. Ah, già, in effetti SONO a casa. Dopo 5 anni, sono di nuovo qui, presumibilmente in pianta stabile… per un po’. Per qualche mese mi sono trovato fuori posto, ora mi sto riambientando, o meglio, riappacificando. Brutta cosa non andare d’accordo con il luogo che ti ha preso in consegna fin da quando eri bambino… anche se forse c’è una cosa peggiore, cioè andarci d’accordissimo e doverlo lasciare.
Ma bandiamo le nostalgie. Volevo dirvi che Pennac è un furbastro. Oggi ero lì che sfidavo i conati di vomito, leggendo un po’ di “Comme un roman” sull’autobus, quando leggo:
personne n’a jamais le temps de lire
Cosa ciancio continuamente su questo blog e altrove? Che non ho tempo di leggere. E come me milioni di altri. “Vorrei, ma non ho tempo“. Balle, il tempo si trova.
Le temps de lire est toujours du temps volé.
Volé à quoi?
Disons, au devoir de vivre.
C’est sans doute la raison pour laquelle le métro -symbole rassis dudit devoir- se trouve ètre la plus grande bibliothèque du monde.
Chissà quante persone hanno letto quelle righe mentre ne stavano comprovando la veridicità, come me. Va bene, Pennac pensa a quei raccomandati dei parigini che hanno la metropolitana, ma stava parlando di coloro che leggono sui mezzi pubblici, per rubare o per meglio dire mordere quel tempo che altrimenti ci scivolerebbe addosso senza lasciare segni. E io ho letto questo proprio mentre stavo rubando la mia razione di lettura quotidiana, sull’autobus. Potere della letteratura.
Questo libro è un gioiello; è uno di quei libri che ti verrebbe da citare tutto dall’inizio alla fine. Mi dovrò trattenere, e fare una scelta difficile. Mi raccomando, se non lo sapete imparate il francese, ché vale la pena, anche solo per Le petit prince (ma anche qui) :’)
La lecture, acte de communication? Encore une jolie blague de commentateurs! Ce que nous lisons, nous le taisons. Le plaisir du livre lu, nous le gardons le plus souvent au secret de notre jalousie. Soit parce que nous n’y voyons pas matière à discours, soit parce que, avant d’en pouvoir dire un mot, il nous faut laisser le temps faire son délicieux travail de distillation. Ce silence-là est le garant de notre intimité. Le livre est lu mais nous y sommes encore. Sa seule évocation ouvre un refuge à nos refus. Il nous préserve du Grand Extérieur. Il nous offre un observatoire planté très au-dessus des paysages contingents. Nous avons lu et nous nous taisons. Nous nous taisons parce que nous avons lu.
(riferimento: Daniel Pennac, Comme un roman, forse 1992)
Carta VS Rete
Da una parte guardo la ventina di volumi dell’enciclopedia UTET che ho in casa; dall’altra guardo Wikipedia. La poderosa enciclopedia cartacea ha dalla sua una completezza e un’esaurienza a cui la controparte digitale non può fare altro che inchinarsi; d’altra parte, un’enciclopedia online è più “trasportabile”, più facilmente aggiornabile, più velocemente navigabile dei pesanti volumi cartacei, per non parlare del non indifferente aiuto che essa apporta a chi abbia solo una vaga idea di cosa cercare. La carta era un’estensione della memoria per chi sapeva; il formato digitale sempre più sta svolgendo funzione di estensione, o meglio, sostituzione della memoria per chi non sa. La memoria del nostro cervello, fuorché quella prettamente autobiografica, rischia di diventare cosa obsoleta. Ma qui mi fermo, per chi volesse approfondire le keywords sono “Star Trek, Borg”, “Nathan Never, Tecnodroidi”. Qualcuno ne parlava già tempo fa, quando Google era ancora di là da venire.
Penso alle riviste in edicola. Sono dinosauri. Maestosi, potenti, collaudati… dinosauri, destinati all’estinzione. Pare che il mercato spinga verso altri lidi, l’edicola non è più un luogo dove si comprino riviste ma è ormai il supermercato dell’allegato, il superfluo da marketing che diventa prodotto e il prodotto che diventa supporto materiale per far risaltare l’allegato più di quello dei concorrenti… cartoncini che svettano dietro all’ex prodotto mandando in panico l’edicolante che sente di dover rialzare gli scaffali, e mettendo a dura prova la mano chirurgica dell’acquirente cui spetta di indagare la flessibilità del malloppo onde estrarlo dai detti scaffali senza intaccarne l’integrità. C’è chi ci scherza sopra, ma la situazione, nella sua attuale forma cronica, è relativamente nuova e preoccupante per la misteriosità dei risvolti futuri*. Se penso alla mia colonnina di numeri arretrati da leggere di “Le Scienze”, mi dico: l’utilità di una rivista è che ti tiene aggiornato sulle ultime novità con la necessaria dose di approfondimento… l’effetto collaterale è che magari in un certo istante un certo argomento può non interessare; può servire fare skimmer-reading, per avere un’idea dei contenuti e ritrovare la rivista all’occorrenza, ma a quel tempo l’articolo potrebbe essere diventato obsoleto. Quando ho capito che avere tanta carta stampata in casa senza leggerla è completamente inutile, ho smesso di comprarla a quel ritmo folle che avevo un tempo. Addio riviste di scienze, addio riviste di hardware, Linux, videogiochi (con calma…), addio Linus, eccetera eccetera; non parliamo di giornali o settimanali, per carità; ancora resiste un manipolo di fumetti, di cui non manco mai di leggere anche le pagine scritte, spesso interessanti.
Mi sono accorto, gestendo il mio siterello zoppicante, di quanto sia necessario stare attenti per evitare che le informazioni invecchino, in rete. Una pagina web vecchia non è solo inutile, è anche dannosa – soprattutto se priva di datazione. Forse per questo i siti web stanno cedendo il passo ai webjournal, ai blog: ogni post, ogni opinione, ogni articolo è marchiato a bit di fuoco con un timestamp, è collocato in uno spazio contestuale e nel tempo, reclama la sua validità quasi legale in una rete che ha scoperto di non essere un enorme oceano ma bensì un enorme fiume in crescendo: come un fiume cambia di continuo, ma ha memoria; una memoria vorticosa, incostante e darwiniana. E tuttavia, la granulosità delle informazioni trasportate da questo fiume è troppo fine, l’ipertestualità può illudere ma non a lungo: google fornisce con efficenza e gratuitamente pillole di conoscenza, pronte ad un uso che sempre meno è il proprio arricchimento culturale e sempre più è il passaggio (quasi senza uscire dalla memoria a breve termine) di tali informazioni ad altri, come testo, come prestazione di lavoro o che altro.
In tutto questo, voglio tuttavia portare un po’ di ottimismo. Wikipedia è la degna erede delle enciclopedie tradizionali, perché più “oceanica”, controllata, sebbene aggiornata di continuo e da contributi che possono arrivare da chiunque, in qualsiasi momento. A differenza delle enciclopedie tradizionali, il tempo le può fare solo bene; perciò diamole tempo, e forse un giorno smetterò di rimpiangere quei volumoni dell’enciclopedia pesanti come incudini e scritti in piccolo come “manabili” da esame. Un altro giorno ancora, forse il più grande archivio della conoscenza umana sarà finalmente digitale (credo che per ora le biblioteche cartacee e altri tipi di archivi, quali quelli televisivi, detengano il primato**), e allora sapremo se avere finalmente in rete la conoscenza “pura”, senza riduzioni più che bignamistiche, avrà gli effetti positivi che forse in molti sperano, o se invece questa si perderà nel mucchio, e verrà mietuta e raccolta al pari del resto, magari tramite nuove tecnologie che sapranno estrarre con efficenza gli “highlight” da ogni cosa.
L’uomo di oggi è un bambino che vuole tutto e subito. La tecnologia, innocentemente, glielo sta offrendo. Ma i bambini sono mai soddisfatti, quando ottengono quello che credono di volere?
Note:
*=Opinione di qualcuno è che, laddove il marketing strangolerà il prodotto da edicola nella morsa della banale ma spietata legge del mercato, fiorirà un mercato online di riviste underground. Date le avvisaglie odierne, parrebbe essere il caso *ad esempio* delle riviste di videogiochi, sempre più pilotate dalla ricerca del migliore gioco allegato e delle esclusive più “strillabili”, e dalla qualità dei contenuti sempre più a rischio. In effetti tutto quanto questo post ha cominciato a germogliare a partire da un dibattito dei ragazzi di Ars Ludica, non unica ma non ultima fra le webzine che si possono trovare in rete.
**=Il progetto di google per digitalizzare il contenuto dei libri di alcune biblioteche americane (Google Print) è attualmente sottoposta ad un’azione legale avviata della “gilda degli autori” (qualche altro parere a riguardo, scusate se non cerco informazioni dalla controparte), sebbene il suo scopo non sia di rendere disponibili i libri per il download ma renderne accessibile il contenuto solo a ricerche mirate (per, eventualmente, approfondire i risultati ottenuti procurandosi successivamente il libro).
Riguardo agli archivi televisivi, ho avuto l’occasione di visionare l’anno scorso “in anteprima”, al Centro Ricerche della RAI di Torino, un interessante sistema di archiviazione digitale di ogni trasmissione andata in onda, basata su riconoscimento del parlato per la creazione automatica di sbobinature sulle quali è poi possibile effettuare normali operazioni di ricerca per parole chiave; probabilmente qualcosa di simile è Google Video.
Sarà anche piccola storia, ma è sempre più grande di noi
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In quel di Piana Crixia v’è una trattoria, di quelle che le vedi da fuori e sembrano una come tante: la trattoria Tripoli. Sulla strada principale del paese, in un edificio anonimo e in un locale indistinguibile da un comunissimo bar a conduzione famigliare.
Ammetto di lasciarmi influenzare molto, dall’aspetto di un locale. Mia nonna dice che una buona regola generale per giudicare un locale senza saperne nulla preventivamente è controllare se i vetri sono puliti o meno; ognuno si sceglie le certezze che preferisce, fate voi.
Il padrone di casa è il signor Aldo Dogliotti, un energico ottantaduenne che, avendoci sicuramente identificati come nuovi clienti, ha provveduto ad informarci di come in quel locale si facessero le cose allo stessa maniera di 112 anni fa. Qualsiasi cosa questo significhi. Da newbie culinario, ho potuto almeno constatare come i ravioli non potessero non (*Italian Teacher Dies of brain overload) essere fatti a mano, tant’è che non ho ancora capito come fossero preparati i sacchettini. Non sono un critico, quindi mo’ taglio corto e ve dico che lì se magna bene e se spende nurmale (15 euro per primo, secondo, bevanda, porzioni abbondanti), quindi se capitate da quelle parti tenetene conto.
Il signor Dogliotti non è solo ristoratore. E’ anche persona di cultura e dedicata alla ricerca: suo infatti un interessante lavoro storico-storiografico in 4 volumi su Piana Crixia e i dintorni. Interessante? Sì, signori miei, la storia “piccola” è interessante tanto quanto quella “grossa”. E ugualmente importante, se riguarda il luogo in cui vivete.
Credo che non succeda solo dalle mie parti, ma che vi siano un po’ in tutta Italia dei coraggiosi che, a tempo perso, affrontano valanghe e valanghe di archivi, intervistano decine e decine di persone, studiano frotte e frotte di libri. Il tutto per mettere nero su bianco la memoria storica del proprio paese. Magari di un paesino che “esiste” per il mondo solo perché viene citato di sfuggita in una puntata di Linea Verde. E tuttavia, la mole di lavoro e il prodotto finale non vengono sminuiti affatto dall’importanza presunta della materia trattata; anche perché, una volta che nella materia ci hai spulciato un po’, scopri che di cose da dire ce ne sono sempre per tutto, che il mondo è molto più ricco di quello che sembra; del resto, il mondo non è in due dimensioni, come ci ostiniamo bovinamente a volerlo vedere.
Il vero peccato è che tutto la fatica compiuta in queste opere rischia di risultare vana, una volta allontanatisi di un certo numero di chilometri da casa propria. Non per il signor Dogliotti, che a conclusione di ogni suo libro si è sempre preso la briga di portarlo a conoscenza degli abitanti del luogo emigrati in Sudamerica, ma magari non tutti coloro che possiedono la sua energia nella ricerca poi possono avere anche la sua energia nella diffusione.
Poco più su ho linkato una pagina di Wikipedia, 5 righe scarse. Nei libri di Aldo Dogliotti troviamo invece 400 pagine, interessanti e piacevoli. Solo che su Wikipedia ci può arrivare chiunque, da qualsiasi luogo del mondo, mentre dell’esistenza di questo signore io ero all’oscuro fino a ieri, quando ho percorso la ventina di chilometri che separa casa mia dalla sua trattoria. Ogni tanto mi rendo conto di come la prospettiva sotto la quale guardo la vita è distorta, sbagliata. Mi piacerebbe credere di essere l’eccezione in un mondo di persone che invece hanno gli occhi dritti…
Non proprio in tema ma quasi, chiudo con un aneddoto, raccontatomi da mio padre, che l’aveva a sua volta sentito probabilmente da suo nonno. Roba da ridereT. Mi scuso se ci fossero delle inesattezze, ma si fa quel che si può.
Il vino a Narzole
“E ricordate, figlioli -disse il vinaio sul letto di morte-, che volendo il vino si può fare anche con l’uva”.
In un periodo imprecisato, c’era questo paesino della provincia di Cuneo in cui si produceva vino a dispetto della totale assenza di vigne. Si racconta che un giorno alla Guardia di Finanza fosse venuto il pallino di dare una controllatina a qualche cantina, e che per una coincidenza, nello stesso giorno, il fiume che bagnava (e bagna tutt’ora) il paesino si fosse tinto di rosso. Stranezze.
L’isola misteriosa
Una volta, un tempo, in gioventù, ero un ragazzo che leggeva. Ma tanto, veramente tanto. C’è stato il culmine alle medie, quando l’insegnante di italiano faceva tenere in un quadernino l’elenco dei libri letti da ogni studente, e io avevo una specie di gara aperta con una mia compagna di classe per vedere chi leggeva di più. Bei tempi.
Ora sono un idiota che legge qualcosa un paio di volte a settimana, e per giunta si sceglie i libri più mattone che esistano, tanto per essere un po’ disincentivato.
Da ggiòvane avevo la passione di Jules Verne. Probabilmente il primo libro che lessi fu “Viaggio al centro della Terra”. Un buon inizio, direi. Un libro appassionante, che mi ha stimolato la fantasia per anni, e che mi ha fortemente incuriosito sul lavoro dello scrittore francese. E lui, Verne, è un furbacchione, che quando scopri che ha scritto troppi libri è troppo tardi, ormai li vuoi leggere tutti.
No, non li ho letti tutti. Ma ne ho letto qualcuno di troppo. Uno, in particolare.
Associo molti libri di Verne a dei periodi di malattia. Bello, stare a casa e dover/poter leggere tutto il giorno. In uno di questi periodi di malattia, credo, mi capitò sottomano “Ventimila leghe sotto i mari”. In seguito avrei scoperto che forse era una versione ridotta, ma non ho più riletto la versione completa. Be’ accidenti, bel libretto eccetera.
Ma, se voi siete pratici di Jules, sapete che “Ventimila leghe” fa parte di, ommamma che paura mi fa ormai la parola, una sorta di trilogia. Eh, sì. Non so chi ha cominciato questa insana manìa, ma non è stato Tolkien: prima di lui c’è stato Verne.
In realtà le connessioni fra i tre libri sono quasi una scusante, ma all’epoca scoprire questa cosa mi aveva appassionato all’inverosimile. Allora eccomi alla ricerca forsennata degli altri due libri, “I figli del Capitano Grant” e “L’isola misteriosa”. Il primo lo trovo subito in biblioteca, e lo divoro. Non me lo ricordo nemmeno, a parte un finale deprimente per la semplicità. Il secondo invece si fa attendere per qualche mese. Il che fu seccante, perché è proprio “L’isola misteriosa” a raccontarci il destino di due personaggi visti nei libri precedenti.
Quando infine in biblioteca si libera il mio piccolo, personale Necronomicon, mi avvento su di lui e lo sbrano. E succede qualcosa.
Uno dei personaggi, oserei dire il personaggio principale, è un ingegnere. Ma non un ingegnere di oggi, di quelli talmente inadatti alla sopravvivenza che muoiono se non possono controllare la casella di posta elettronica. No, lì c’era un ingegnere alla Mac Gyver, di quelli che gli dai un ondulato di Ethernit e loro ti restituiscono un biberon per bambini. Sapeva TUTTO, per la miseria, senza neanche guardarsi il “Manuale [manuale, ah!] dell’ingegnere” o Google!
Ero affascinato (comunque all’epoca neanche sapevo che esistesse internet -e in effetti non esisteva, credo fosse l’inizio dell’era delle BBS-, quindi ero solo moderatamente affascinato). Volevo diventare ingegnere anch’io. Volevo anch’io ricordarmi a memoria e cantando la costituzione di tutti i composti chimici. Volevo ricavare biberon dell’ethernit. Soprattutto avevo questa velleità (ops, ho rivelato il finale) di diventare un leader grazie alle mie superiori conoscenze tecniche.
Alla fine ingegneria l’ho fatta davvero. Di chimica ho preso 21, facendo l’esame fuori sessione e con un po’ di supporto, in miniatura per capirci. Ok, avevamo la docente che invece di spiegarci chimica ci portava in aula l’azoto liquido o le protesi, e le uniche lezioni utili sono state le 8 ore circa di esercitazione (tenute dall’esercitatrice); ma insomma, il tenore globale dei miei anni di università è solo appena migliore.
Forse dovevo capire che non avevo lo spirito adatto, o che mi sarebbe scomparso. A volte mi piace dire che se avessi scelto la facoltà di Informatica sarebbe andata meglio. Lasciatemi l’illusione :D
Lettori stanchi
Sul sito della scrittrice Carmen Covito (molto interessante, visitatelo), si trova un interessante dialogo tra Enrico Regazzoni, Umberto Eco e Roger Chartier, che parlano di lettura ai tempi di internet (questa la frase di apertura dell’articolo).
“Qualche” frammento (lascio fuori molte cose interessanti… leggete l’articolo, sfaticati!):
——————
[...]
ECO. I lettori sono più stanchi di un tempo perché il computer è una macchina alfabetica, ciò che la tv non era. Quindi bisogna leggere e scrivere oggi più di un tempo. I fenomeni sono due. Da un lato, se passi nella nuova libreria Feltrinelli di Piazza del Duomo a Milano, ti imbatti in una straordinaria abbondanza di oggetti, un tempio più grande del Partenone che può anche gettare il lettore nell’angoscia. Dall’altro c’è il fenomeno di cui parla Chartier, il cambiamento delle abitudini di lettura. Leggendo un libro io potevo andare a cercarmi una certa parola sull’indice analitico e anche sbirciare cento pagine avanti, ma poi tornavo indietro. Con il computer, invece, se clicco su una parola rossa vado in un altro punto, e poi là clicco su un’altra parola rossa e vado in un altro punto ancora: insomma c’è il rischio che io non torni più indietro. In questo periodo sto preparando con alcuni collaboratori dei testi sull’educazione alla tolleranza dei ragazzi che dovranno andare su un sito internet dell’Académie Universelle des Cultures. Ci stiamo accorgendo che non si può svolgere un argomento di filato: bisogna fare un sunto di tre righe, poi un sunto di dieci righe, poi un testo di tre pagine e poi un documento di trenta pagine, in modo da permettere di catturare il senso del messaggio anche a chi è saltato da un’altra parte dopo le prime tre righe. Se andrà bene, questo signore si leggerà anche il testo di trenta pagine, ma il rischio è che salti da un’altra parte dopo due righe senza aver capito. Ecco perché bisogna inscatolare il senso in modo che dovunque il lettore si trovi riceva almeno un’unità di informazione. Così cambia il modo di scrivere, cambia la didattica, nascono forme più catechistiche.
[...]
ECO. Guardi che ci sono dei teorici dell’ipertesto che sostengono che sia molto più creativa la lettura su schermo. Ti costruisci il tuo libro, dicono. Il tuo testo. Io non sono d’accordo, però è un’idea che circola molto.
[...]
ECO. Non solo. Bisogna anche pensare che molte di queste forme di lettura, cosiddette nuove, esistevano già. Nel Medioevo aprivi Virgilio a caso, come se fosse Nostradamus, cercavi la profezia e lo chiudevi. Oppure la Bibbia: mica la leggevi dalla prima pagina all’ultima. La frequentavi come un sito internet.
[...]
RE. Una delle fonti della storia della lettura sono le note segnate dai lettori ai margini del foglio. Con il testo elettronico queste fonti andranno senz’altro perdute, dal momento che le osservazioni del lettore non restano a margine ma modificano lo scritto. Il lettore telematico si pone in una posizione paritetica rispetto all’autore, e per questo fa perdere le sue tracce.
[...]
RE. Testo, suono e immagine per la prima volta insieme. Ma il libro vero, quello che fino a oggi ha rappresentato la metafora del mondo, è scomparso.
ECO. Non è vero, perché la Rank Xerox sta studiando una macchina che tu, se sei ricco abbastanza, puoi tenerti in casa e che ti permette di stamparti i Promessi sposi in gotico. E così torni ad avere il tuo rapporto sacrale con il libro. Oppure no, perché questo oggetto sacrale ti è costato così poco che dopo averlo letto lo butti via, tanto in casa non hai più spazio e ti basta schiacciare un bottone per farne un altro. Ma poi, per insistere sulla pluralità delle soluzioni e dunque sull’impossibilità della profezia unica, pensiamo all’e-mail. Cosa fa l’e-mail? Prima soluzione: in un universo in cui non si scrivevano più lettere e si telefonava, adesso la gente scrive. Seconda soluzione, opposta: quando rispondevo a una lettera, io prima scrivevo: “Caro monsieur Chartier, ho ricevuto la suo graditissima lettera con l’invito a partecipare al convegno. Sono estremamente dolente di doverle dire che non posso venire, eccetera”. Adesso, con l’e-mail, scrivo: “Non posso”. E lui non si offende, perché questo fa parte di una nuova etichetta. Allora, è vero che l’e-mail riduce l’epistolografia, però è anche vero che con l’e-mail possiamo scriverci ogni giorno, mentre prima ci saremmo scritti una volta l’anno. Recentemente, a un mio collega che via e-mail mi invitava a un convegno, ho risposto che quel convegno mi sembrava una stupidaggine. A sua volta, lui mi ha risposto insultandomi. In breve, è venuto fuori un epistolario filosofico, e entrambi ci siamo chiesti: perché non pubblicarlo in luogo del convegno? Dunque non si sa se l’e-mail sia l’azzeramento della corrispondenza o il ritorno alla corrispondenza, la compressione fino all’essenziale della lettera o la nascita di una nuova epistolografia. O tutt’e due le cose insieme.
[...]
ECO. Il difetto di molte domande giornalistiche è quello di intendere l’urto libro-internet come quello fra dirigibile e aeroplano. Invece è l’alternativa automobile-treno. Possono perfettamente vivere entrambi con funzioni diverse. Ecco perché, se vincessi al superenalotto io giocherei sulle due cose, perché ci sono dei momenti in cui ho bisogno di un libro e altri in cui mi basta un’informazione rapida. In più bisogna pensare a un altro problema antropologico: che l’ottanta per cento di quanti navigano su internet prima non leggeva niente. Quindi sta nascendo una nuova generazione di lettori di computer. E forse questa generazione non arriverà mai al libro, però gli indizi vanno in un’altra direzione: perché con internet nasce Amazon, e Amazon porta il popolo di internet a scoprire il libro. A meno di dieci anni dalla sua nascita, internet produce il più grande mercato di libri stampati mai esistito, e lo produce per forza propria, al punto che il padrone di Amazon non ci guadagna, ma perde soldi. Chi lo obbliga a farlo? Lo Zeitgeist? Dietro un fenomeno simile c’è Dio, direbbe Victor Hugo.
[...]
CHARTIER. Ciò che invece è in pericolo è una certa produzione stampata di libri colti. Aumenta in modo pazzesco il prezzo di abbonamento delle riviste scientifiche, si riduce l’acquisto di queste riviste perfino da parte delle biblioteche universitarie, e dunque c’è un progressivo disinteresse degli editori a pubblicare quegli studi specialistici che gli inglesi chiamano monographs. Di fronte a questa crisi, l’idea di far circolare testi simili su internet è insufficiente, perché edizioni del genere si fondano soprattutto su un editing che ne segnala il forte contenuto scientifico e rispetta certe regole di presentazione che quei lettori si aspettano.
ECO. Ma le riviste e il libri scientifici costano sempre di più per colpa delle fotocopie. Da quando la gente ha scoperto le fotocopie, ha deciso che libri scientifici da tremila dollari se li sarebbero comprati solo le biblioteche. E questo anche prima di internet. Ci sono case editrici perfettamente consapevoli di fare libri destinati alle fotocopie, ecco perché l’abbonamento a certe riviste costa una cifra che solo la biblioteca di Harvard può permettersi. Il vero pericolo è che con le fotocopie non si legga più niente. Un tempo andavo in biblioteca ed ero costretto a copiare a mano, ciò che costava fatica. Giunto a casa, mi ricordavo quel che avevo letto. Ora, invece, in poco tempo mi fotocopio trecento pagine, e una volta a casa sono così contento di avere incamerato tanto sapere che lo metto in archivio fra le infinite cose che non ho mai letto in vita mia perché le ho fotocopiate. È quello che accade anche ai collezionisti, che non leggono i libri ma li toccano tutti i giorni. Ed è esattamente il rischio che nasce dall’eccesso d’informazione, un regime di ruminatio continua che apparenta le comari che recitavano le litanie in latino al ragazzo che legge per ore su internet: moltissimi significanti, pochi significati.
CHARTIER. Ma nel caso delle fotocopie come in quello del testo elettronico ci sono almeno due elementi nuovi. Il primo riguarda il rapporto del corpo con lo scritto. L’atto del copiare è sempre stato fondamentale come gesto di incorporazione del testo, così come la lettura ha sempre presupposto l’impiego totale del corpo. Pensiamo agli antichi lettori del rotolo: non potevano scrivere leggendo, poiché il rotolo andava tenuto con due mani. Se scrivevano, dovevano smettere di leggere. È con il libro di Gutenberg che si affaccia la possibilità di scrivere mentre si legge. Nei dipinti del Cinquecento e del Seicento, i lettori utilizzano le dita per tenere il segno della pagina, e comunque il corpo e il libro sono rappresentati come se uno fosse il prolungamento dell’altro. Il secondo elemento è quello della perdita delle categorie di identificazione del testo. Ciò che meraviglia, nell’uso delle fotocopie da parte degli studenti, è la scomparsa delle origini dei testi, il fatto che questi frammenti fotocopiati creino una sorta di grande testo unico dove né il genere, né l’autore, né l’opera sono più riconoscibili. E questo prefigura l’universo acquatico nel quale navigano i lettori di internet. Infine un’ultima questione, sempre sull’atto del copiare: sono gli scrittori a scrivere i libri? La risposta è no. Il libro che noi leggiamo non l’ha fatto il suo autore. La forma fisica di quel testo presuppone una precisa serie di mediazioni, di tecniche e di operazioni. C’è chi compone, chi corregge, chi stampa, e non è un caso che il sogno di molti scrittori, nella storia, sia stato quello di giungere in prima persona alla scrittura del proprio libro. Petrarca era un copista di se stesso, e numerosi autori si sono messi su questa strada spinti da una buona preparazione grafica e tipografica. Ora, con il testo elettronico, questo sogno passa nelle mani dei lettori: sono loro che, prima di stampare, scelgono sullo schermo corpi e caratteri, grafiche e formati. Sono loro i nuovi editori.









