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Postulato dei gestori di telefonia mobile
Il denaro si trova nelle tasche dei clienti per via di uno spiacevole errore (risolvibile)
Anche a me è arrivato l’sms da wind che dice che mi ama, e che mi cambierà il piano tariffario da Wind 10 a Wind 12. Lo aspettavo con ansia, in effetti.
Con Wind 12 non avrai più contributi di ricarica inclusi ma solo traffico telefonico.
recita la pagina di descrizione del piano. Capite, è una feature di quel piano telefonico. E quindi io ho sbagliato, per tre anni, a prendere la ricarica da 60 euro, che erano 60 euro di traffico senza costi aggiuntivi: non era una feature del mio piano telefonico, non ne avevo il diritto, ecco.
Poi qualcuno mi spieghi perché si chiama “Wind 12″ ma gli sms vengono a costare 15. Lo chiamavano “Wind Accazzo” ed era più appropriato.
Ammetto comunque di essere allibito di fronte a tanta sfrontatezza.
E’ molto semplice
Perché è diverso rubare un film da un negozio che scaricarne uno illecitamente?
A dispetto di quanto sosteneva il mio spot preferito, se rubi un dvd in un negozio stai danneggiando il negoziante, l’eventuale catena di distribuzione, e hai sottratto qualcosa la cui produzione ha avuto un costo materiale effettivo (supporto, custodia, trasporto, costi di magazzino, tasse). Se scarichi un film tutto questo non accade. Ed è tutto da dimostrare che se non scarichi allora compri.
Sempre a dirci cose nuove, eh?
(banalità suscitate da indagini banali)
Bittorrent sta diventando cattivo? Forse no.
Bittorrent al principio era solo un protocollo di condivisione di file un po’ diverso dagli altri, con la stranezza che per scaricare un file ne dovevi prima scaricare un altro. Non aveva un suo dominio e infatti il suo client stava un po’ defilato in una sottocartella di bitconjurer.org; eppure non ci volle molto perché venisse adottato entusiasticamente dalla comunità pirata (e fin qui ormai pare normale), e da comunità legali come quella di linux, che ne ha fatto presto uno dei mezzi preferenziali per scaricare diverse distribuzioni (e questo è stato forse inaspettato da parte dei più ciechi). Recentemente il supporto ai .torrent è stato addirittura inserito direttamente nel browser Opera.
Oggi bittorrent è diventato anche un portale (in senso lato) che strizza l’occhio (e forse è un eufemismo) alle major. I timori sui possibili sviluppi negativi si sprecano, ma qui si è in un periodo ottimista e dunque si dice: dopo YouTube/Google Video, bittorrent sarà una possibilità ulteriore per gli utenti di distribuire in modo poco costoso i prodotti della loro creatività e ingegno (che, mi auguro, esistano). Voi direte: non è già così? Che cosa cambia?
Forse l’idea non piacerà a tutti, ma se bittorrent si scrollerà di dosso la cattiva nomea di prodotto per pirati se ne avranno soprattutto benefici. Sapete come funziona il protocollo? In parole molto semplici (su wikipedia trovate anche la gif animata con sotto la spiegazione in inglese; oppure leggetevi la pagina italiana):
- mettete su un server il file che volete far scaricare
- avviate il tracker bittorrent, cioè il “server” centralizzato che lo distingue da altri protocolli p2p
- create un file .torrent che contiene informazioni sul file e su dovi si trovi il tracker, e lo mettete a disposizione del pubblico (per esempio su una pagina web)
- i primi utenti che faranno uso del .torrent useranno la vostra (costosa) banda per scaricare il file, giacché il tracker non troverà “seeder”, “seminatori”, utenti già in possesso di parte del file e dunque candidati a metterle in condivisione
- col tempo, sempre più utenti saranno in possesso di sempre maggiori porzioni del file, e quindi, idealmente, la banda direttamente demandata al vostro server sarà minore.
Ora, se questo è già possibile oggi per chi amministra server o occasionalmente trasforma il proprio desktop in un server, in futuro potrebbe diventare una funzione talmente comune e ritenuta “sicura” da essere, magari, compresa in pacchetti di hosting a fianco degli ormai stradiffusi servizi apache, php, mysql, e permettere, per un modesto costo in termini di risorse di calcolo, di ridurre drasticamente le esigenze di banda (per chi non lo sapesse, la maggior parte dei webhoster seri pone e comunica un limite alla velocità di trasmissione di ciascun sito – non sempre questa è resa nota agli utenti -, e alla quantità di dati trasmissibili in un mese – per esempio Altervista dovrebbe avere un limite di 10 GB mensili e bluehost di 999).
I movimenti nel mondo della content delivery sono sempre guardati con sospetto dal punto di vista del *consumatore*, dimenticando che esiste tutto un mondo di “produttori “e “distributori” che non sono le major, le star, gente carica di soldi ma persone con talento e buone idee che hanno solo l’ostacolo della scarsità di risorse. Finora la Rete è riuscita ad essere sempre dalla loro parte, nonostante i numerosi, continui, reiterati tentativi di imbavagliamento; nostri compiti sono lo stare in guardia, far sì che nessuno ponga mai ostacoli illiberali tra chi ha qualcosa da dire e chi lo vuole ascoltare, e cercare contemporaneamente di cogliere le opportunità che ci si presentano.
Democracy killers
Il documentario-denuncia di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio avrebbe potuto essere condensato in un’oretta invece che in un’ora e mezza, ma poi come lo giustificavi il dvd? Mantellini (ho preso a linkarlo spesso, spero sia solo una fase sennò lo devo assumere per scrivere direttamente qui) riporta un fotogramma che vale quella mezz’ora di fuffa in più.
Io intanto mi limito a rabbrividire nell’aver quasi certamente riconosciuto la piattaforma utilizzata per creare il programma truffa-elezioni… Visual Basic 6.0. Oltre al danno la beffa. Insomma, mi uccidi la democrazia e per giunta lo fai in un linguaggio orribile e abbandonato anche da chi l’ha creato? Che cosa triste… uno si figurava l’hacker genio, sregolatezza, cappello nero e gadget fighi, e invece…
Ma forse è indicativo anche questo di quanto le nostre libertà, che sempre più saranno influenzate dal mondo elettronico, siano in balìa di incompetenti – che siano in buona o in mala fede.
Unga bunga. [trad: Nella mia caverna il segnale non prende, e nella vostra?]
Viviamo indubbiamente in un periodo storico di eccessive libertà. E’ chiaro. Facciamo schifo da quanto siamo liberi, e perciò ci dobbiamo mortificare un pochino, ecco. Avanti, coraggio, abbiate un po’ di paura di vivere, piantatela di guardare al futuro con fiducia, sentite pressante il bisogno di vivere in un mondo triste. Sù.
Ad ogni fatto più o meno eufemisticamente increscioso che accade, c’è sempre qualcuno che salta su a fare casino e a cercare poi di portar via il bottino mentre tutti si chiedono cosa cacchio stia succedendo.
S’è colta la palla al balzo con quegli aerei dirottati, per cancellare in modo solo apparentemente circostanziato diritti umani obsoleti come l’habeas corpus, fare qualche passo verso l’autoritarismo (le intercettazioni sono il minimo), rendere impossibili i viaggi aerei (mi raccomando non fate esplodere la vostra bottiglietta di naturale), imbrigliare nella paura e controllare le coscienze di milioni di individui. Tra l’altro mi vien da ridere: quanto ci vorrebbe ad infiltrarsi nelle nostre catene di produzione alimentare, avvelenare migliaia di persone alla volta e mettere in ginocchio la nostra economia col terrore casa per casa (ommamma ho dato un’idea)? Che facciamo, andiamo al lavoro, al supermercato, in treno passando attraverso metal-detector e perquisizione corporale ogni volta? Oppure vogliamo decidere di vivere?
Ma fin qui siamo su un terreno noto, codificato, maturo: il gran casino è il mondo 2.0, cioè il mondo interconnesso e numerico, la Rete.
Perché gran casino? Perché di legislazione ha bisogno, siamo d’accordo, ma tale legislazione è lasciata nelle mani di uomini di Neanderthal che non distinguono un sito da un indirizzo e.mail e entrambi da una patata; perché chi vive internet ora non potrà mai adeguarsi a quello che grandi corporation delle telecomunicazioni e dei contenuti vorrebbero diventasse, e si stanno adoperando con grande influenza lobbyistica perché lo diventi; perché la stupidità su scala ridotta e che rimarrebbe confinata lì viene sempre presa in consegna da qualcuno che si adopera perché diventi stupidità su larga scala.
L’ultimo caso (nota: non sono informatissimo in materia, almeno lo dico), quello del ragazzino affetto da sindrome di Down maltrattato dai compagni di scuola; compagni di scuola geniali, nel farsi sgamare – quasi una autodenuncia. Il discorso “video col cellulare” sta acquisendo una dimensione abnorme e incontrollabile sia a livello normativo che socio-culturale: la possibilità di “pubblicarsi” con estrema facilità, ora anche in video (e quindi col massimo di capacità di espressione che le tecnologie riescono oggi a dare al nostro corpo), ha generato una nuova forma mentis che strizza l’occhio al narcisismo e superficialità dei prodotti televisivi, ma li sorpassa, invischiati come sono nei loro vuoti reality show “costruiti”, canto del cigno di una televisione in decadenza in un momento in cui il pubblico ha fame di vita vera, in presa diretta. Per una fotografia del fenomeno dei filmati col telefonino, prima vera estensione digitale del corpo nella storia umana, consiglio la lettura di PI: Sed Lex/ Dal camera-phone al pedoporno per avere spunti di riflessione impensati.
Tornando ai fatti di cronaca e ai trogloditi, dice bene, o meglio fa capire bene Mantellini in questo stringato ma efficacissimo post (importante il titolo, mi raccomando) quale possa essere lo scoramento degli addetti ai lavori: gli atti di bullismo vanno puniti e prevenuti perquisendo gli uffici di Google, certo.
Il caso ora si va allargando, e sinceramente spero che sia solo il solito fumo negli occhi del circo giornalistico (uno fa la voce grossa per avere un po’ di visibilità, e la massa belante subito dietro col microfono); in ogni caso, oggi ci possiamo gustare lo specialone su Punto Informatico sul caso Google Video il Bullo vs i Buoni, in cui si paventano le solite normative neanderthaliane che tanto ci fanno ridere prima di farci piangere (io alla Urbani non ho voluto credere fino all’ultimo, sembrava carnevale). La solita gente stracolma di responsabilità civica, dispostissima a fare leggi restrittive e severe, sì, ma per ciò che non li riguarda; i soliti rappresentanti delle minoranze, dei deboli (anche quando magari deboli non lo sono più), che per troppa paranoia perdono di vista la loro missione e partono per una tangente che li porta a fare la pipì in terre inesplorate, e chissenefrega se il loro acido urico causerà l’estinzione di una rarissima specie di fiori.
Su altri fronti, uomini con la clava continuano a svegliarsi da un giorno all’altro additando i videogiochi come il male assoluto, e non c’è da dubitarne che ad ogni occasione proveranno ad usarli come pretesto per limitare la libertà d’espressione, così, tanto per gradire. Tra l’altro qui non capisco mai dove stia l’uovo e dove la gallina, se l’uno sia il marketing dei distributori che gradisce pubblicità gratuita e getta esche ai boccaloni (ma guardatelo Mastella se non sembra qualcuno con una gran voglia di abboccare), o se davvero qualche Tarzan che ha appena imparato a parlare ha del tempo per scandalizzarsi per cose che non conosce.
Mi sto facendo crescere i capelli per potermici mettere meglio le mani dentro, ecco il senso di tutto ciò.
Prevedo e auspico (sistemi operativi commerciali)
Oggi il tipico sistema operativo commerciale (aka Windows) usa sistemi di licenze buffe, del tipo “puoi installarlo solo su un computer, solo per il numero stabilito di processori (e il dual core così ti frega), non puoi trasferirlo ad altri computer nemmeno dopo che l’hai disinstallato, NON PUOI spostarlo su un altro computer se l’hardware di quello lì s’è fritto”, con derive oltretutto non solo di licenza ma anche tecniche, per alcune versioni, che arrivano fino al limite di processi o connessioni contemporanee (e lasciamo stare tutta la questione di Digital Rights Management, ché possiamo anche ammettere che si sia in rodaggio, e quella di trustworthy computing ancora di là da venire).
Un domani spero, auspico, che le licenze saranno al più per singolo utilizzatore, qualsiasi sia il computer che costui si trovi ad utilizzare. Sempre, ovviamente, restringendo il campo ai software commerciali, giacché i software gratuiti, liberi o che altro non avranno certo bisogno di limitare l’accesso da parte degli utenti; e tuttavia, potranno beneficiare del criterio di autenticazione centralizzata che sarà necessario per verificare le licenze nei software commerciali – più in generale, infatti, si farà profilazione dell’utente (metto in grassetto una parola che nemmeno so se esiste in italiano, ottima mossa).
Immaginatevi una specie di via di mezzo tra Steam, un account Google/Windows Live ID e un utente di dominio. Per quelli come me che sono cresciuti tra computer che erano entità indipendenti, la prospettiva può causare un certo dolore al cuore; ma già vedo come il mio modo di interagire con i calcolatori stia cambiando, vada “disperdendosi” piuttosto che perpetuando a concentrarsi su un computer singolo. Finora ho provveduto manualmente (trovando anche gusto nell’automatizzare la cosa) a migrare impostazioni e dati da un computer all’altro, ma già per molte cose è possibile farlo in modo centralizzato (solo che mi fido poco, ecco). Prima o poi sarà vita vera il sedersi ad un computer qualsiasi nel mondo, e magari indipendentemente dal sistema operativo o dal tipo di account (riusciranno a mettersi d’accordo? Speriamo in una virtualizzazione standardizzata che gestisca il login e il successivo caricamento delle cose giuste al posto giusto?) ritrovarsi davanti al “proprio” desktop.
A grandi linee: vi sedete davanti ad un computer (collegato alla rete, almeno per la prima volta che lo usate), e inserite il vostro Unique Stocasso Identifier; il login viene effettuato in un sistema di virtualizzazione figlio (illegittimo) degli odierni bios, che si preoccupa di verificare le vostre preferenze dal Stocasso Database, carica il sistema operativo (e chissà che forma avrà, quello che oggi chiamiamo così), i software e le impostazioni che volete (e/o per cui avete la licenza); non ci sono driver da installare perché, appunto, tutto è virtualizzato, una cosa tipo Java Virtual Machine (ma si spera meglio); fate le vostre cose e, al logout, viene tutto salvato sul server di qualcuno che, onestissimamente (forse non gratuitamente), conserva i vostri dati; e poi l’erba cresce, il vento soffia, e il cielo è blu.
Ok, fin qui la (una) teoria. Computer come una evoluzione di dumb terminal, browser e console. La pratica NON sarà così. Sarà ragionevolmente una porcata. Ma noi si spera sempre (soprattutto che la realtà superi la fantasia).
Il bestiame
Parafrasando lo spassoso Hackers, a cui ho già accennato in passato…
Il bello delle tecnologie DRM (digital rights management) è che il “popolino”, “l’uomo della strada”, quelli che i venditori di contenuti vorrebbero fosse, molto semplicemente, “il bestiame”, ancora sono all’oscuro delle loro vere implicazioni. Vi sembrerà al contrario una cosa brutta, ma io dico che il bello sarà quando tutti quanti scopriranno di essere molto incazzati.
In realtà no, il DRM va combattuto e/o limitato prima che diventi quotidianità, perché indietro sarà difficile tornare. Vagheggiavo solo.
Windows Genuine Rottura di Pa e Presa Per Il Cu
Nel 2003 ho acquistato il mio sborone Acer Travelmate 803LMI. Pur recidivo utilizzatore di linux, non mi sono fatto problemi a pagare la “Microsoft tax” per la licenza del Windows XP Professional preinstallato: non raccontiamocela, Windows ha la sua utilità: per videogiocare, come dicono tanti linari con dual boot che vedono la partizione windows come una macchia sul loro curriculum, ma anche per imparare – e io che sono feticista di software e trabbicoli elettronici ci vado a nozze. Windows XP non è un sistema operativo perfetto, non è il migliore, ma è un buon sistema operativo. E mi piace pasticciarci.
Windows XP ha sempre avuto ai miei occhi un solo, grande difetto: la Product Activation. E’ una procedura semplice e indolore se siete connessi ad internet, è una questione di pochi minuti se avete a disposizione un telefono, ma l’idea non mi piace. Non mi piace l’idea che non posso avere un sistema operativo funzionante se mi trovo nella foresta equatoriale e le uniche cose che ho sono un portatile, un cd e un gruppo elettrogeno (magari anche un ombrello…); non mi piace l’idea che se disgraziatamente si danneggia un file sensibile non potete più loggarvi al vostro sistema operativo, nemmeno per configurare una connessione di rete e riattivare il vostro prodotto; non mi piace l’idea di dipendere da un server piazzato in qualche posto sconosciuto, magari oltre una dorsale oceanica, per avere accesso alle più basilari funzioni per utilizzare un computer; non mi piace l’idea che comunque il mio lavoro e financo molte mie attività personali possono dipendere dalle politiche di qualcuno che pensa solo al suo profitto. L’ho già detto, ma mi ripeto: Microsoft ha ragione a pretendere il pagamento delle licenze dei propri prodotti (sebbene i loro EULA siano generalmente vessatori e quindi rispettabili raramente), e mi auguro che prima o poi ci riesca – senza rompere le balle a me.
La rottura di balle
Ribadiamo che sono detentore di una licenza valida per Windows XP Professional. Un giorno, un paio d’anni fa, volendo reinstallare il sistema operativo e non considerando nemmeno lontanamente l’ipotesi di usare i dischi di ripristino Acer (che rasano via tutto il disco fisso, ripristinandolo come uscito di fabbrica), avevo due opzioni: usare un cd di installazione di windows xp che mi ero autocostruito partendo dal contenuto del disco fisso del portatile (roba facile), oppure usare un cd che avevo scaricato abusivamente, interessato dal fatto che fosse Corporate (quindi senza bisogno di attivazione) e con il Service Pack 2 integrato. Sciaguratamente, scelsi la seconda opzione. Di lì a un anno, Microsoft avrebbe lanciato il programma Windows Genuine Advantage, che sotto l’apparenza di uno slogan biologico nascondeva molta, molta vaselina geneticamente modificata.
All’inizio che il tuo prodotto non fosse “genuino” (ma che cazz’ di termine è per un software?) ti veniva solo detto; poi la non “genuinità” aveva iniziato a determinare l’impossibilità di scaricare gli update, a meno di usare gli aggiornamenti automatici; infine è spuntato il programmino delatore e cocco della maestra (chouchou de la maitresse, come si diceva ne Le petit Nicolas) che ti si installa sul computer e ti dice che la tua copia di windows potrebbe essere CONTRAFFATTA (altro termine del menga), che sei uno stronzo e che mangi i bambini.
Sia chiaro, io *immaginavo* a cosa andavo incontro quando ho visto che era disponibile quel download; ma mi piace essere messo alla prova, sapete… e così non basta Gentoo a tenermi in allenamento, ci si mette anche Windows… non che in effetti non succedesse anche prima…
Alla fine quello che mi ha salvato è stato il cd autocostruito di cui sopra. Gli ho integrato il SP2, ho “riparato” l’installazione di windows, l’ho attivata, e ora forse la mia copia di windows non è più CONTRAFFATTA ( :polizia: :guardiadifinanza: :esercito: :steveballmerconlarabbia: ). Ma, permettetemi di dire, che palle.
A margine.
Non diamo sempre solo addosso a Microsoft, perché quello che fanno loro è usanza comune in un po’ tutto il mondo dell’informatica; anche la YellowTab del recente Zeta OS (figlio di BeOS), a quanto pare, usa un sistema di attivazione simile (anche se, perlomeno, esiste un live cd per provare prima di acquistare, quindi non potete usare la scusa della pirateria per dire “eh, ma se non provo non compro”). Devo ammettere che è questo a rendere molto interessante, dall’altro lato, il mondo open source. Ma a Cesare quel che è di Cesare, e per favore poca ipocrisia: con Microsoft si ha da fare i conti, ed è giusto sia così.
…tuttavia la politica di MS mi piace sempre meno. Per dirne una, le DirectX 10 funzioneranno solo su Windows Vista, il che vuol dire che da un certo momento in poi, chi ad esempio vorrà gingillarsi sui videogiochi più recenti dovrà fare l’upgrade; ho il sospetto che la cosa sia puramente artificiosa, e che non ci siano giustificazioni architetturali, nella più squisita tradizione della peggiore branca dell’informatica – quella che si prostituisce al commercio. Sorvolando sul fatto che ho ancora dei giochi per dos che voglio giocare (e credo non riuscirò mai a giocarli tutti), questo vorrà comunque dire che forse alla fine abbandonerò il campo. Mais vraiment? Wii!
La sertivù
Non dico che siamo servi della televisione, ma lo dico (ahaha, che incipit del menga). Il Grande Fratello è solo la manifestazione più innocua di questa dipendenza: il “se non vai in televisione non sei nessuno” è solo un altro modo per distrarre chi comunque sarebbe banderuolabile a piacimento in mille altri modi. No, il vero problema sono ben altre cose, sottratte dai loro luoghi deputati e sparate al tiggì in prima serata.
Forse qualcuno credeva che la televisione avrebbe permesso un maggiore controllo sull’operato dei nostri politici? E invece no, ha solo aumentato la quota di politici inutili alle nostre dipendenze… quando vedete qualche cretino di eletto a dire banalità di inutile buon senso in televisione, smetterete di sorridere se pensate che quello è lì perché noi lo paghiamo con le nostre tasse. Già prima la politica vera si faceva nei corridoi, ma ora abbiamo la terza camera, “Palazzo Tivù”, che aggiunge un ulteriore livello di virtualizzazione, un’inutile ridondanza coriandolizzata della foglia di fico che era il nostro Parlamento.
Pensateci: un mezzo potente come la televisione com’è utilizzato? Come una vetrina, un catalogo. Tivù cumprà. Spesso non distinguiamo il linguaggio televisivo da quello commerciale, pubblicitario. Diamo per scontato troppo spesso che siano la stessa cosa, che sia normale andare in televisione a proporre prodotti, in qualsiasi forma questi si presentino – idee politiche, modelli di vita, le solite collanine di specchietti per consumatori, eccetera.
Anche la guerra è un prodotto, e così la pace. In Medio Oriente i ragazzini palestinesi lanciavano le pietre contro i carri armati israeliani non appena sapevano di essere inquadrati dalle telecamere; se queste si spegnevano, smettevano (vedere in AA. VV., 2002, L’informazione deviata, Zelig editore, l’articolo di Amedeo Ricucci, “Le pietre di Arafat, i carri armati di Sharon, i kamikaze, l’assedio e le telecamere”, pag. 48).
Le manifestazioni di piazza non sono importanti per sé stesse, ma per l’eco che hanno in televisione. E allora ciao ciao Gaber; la strada è l’unica salvezza, sì, ma non ci possiamo più contare.
E internet? La Rete è il luogo dove il Contenuto dovrebbe prevalere sull’Immagine e l’Apparenza, no? Mi spiace deludervi. La banda larga è un’arma a doppio taglio: vanno più veloci a contenuti, ma può veicolare “finalmente” tanta, tanta apparenza anche lei. La grande diffusione che l’accesso a banda larga sta presumibilmente avendo in Italia non è altro che l’ennesima rete (notare l’iniziale minuscola) accalappia-consumatori, pigri animali paffuti dai denti allenati che sempre mangiano e mai sono satolli.
Non esiste ancora una via per svincolare la nostra vita dall’influenza dei persuasori occulti; ma qualche battaglia che possiamo e dobbiamo combattere c’è sempre – prima fra tutte, la difesa di Internet come spazio pubblico; e allora, chissà, forse un giorno potremo considerarci in strada anche senza uscire di casa (o proprio non uscendo di casa); è una delle tante speranze possibili, Giorgio.
Ritrovamenti – una mia vecchia produzione
Una parodia dell’elenco di licenze non libere sul sito del progetto GNU, che avevo scritto tempo fa. Se l’idea vi piace sentitevi liberi di ampliare l’elenco, ma per cortesia datemi credito per quello che già c’è, ok?
Tipiche licenze non libere
CTYL (Curse To You License)
Licenza che da tutte le libertà canoniche della GPL a quasi tutti. Già, QUASI, perché nel malaugurato caso in cui siate i killer pagati per uccidere il creatore del software NON avete i diritti per utilizzare il medesimo. E’ dunque chiaro come questa licenza non possa essere catalogata come licenza libera: viene pregiudizialmente impedita a qualcuno una delle libertà fondamentali riguardo al software.
NGL (No Goto License)
L’utente ha il diritto di usare, copiare, ridistribuire, e modificare il software. A patto che usi solo programmazione strutturata. Licenza non libera, quindi, perché discrimina l’utilizzo del simpatico goto.
SBL (Strict Believer License)
Potete fare quello che volete con il software. A condizione che non vi siate mai toccati i genitali se non per la minzione, che non desideriate il software d’altri e che prima di ogni riga di codice inseriate un commento che recita “Io ti ringrazio, o Dio, per questa riga di codice che mi hai dato”; non vale il copia e incolla, dio vi vede! Licenza paradisiaca, certamente, ma non libera.
PSFL (Prefer Sex First License)
In contrasto con la SBL, la PSFL obbliga il programmatore, ogni volta che costui si appropinqui alla tastiera, ad una seria riflessione se non sia meglio farsi “quattro salti” piuttosto che pigiare dei tasti. Oltre ad essere una licenza non libera, è anche deleteria per lo sviluppo di software (chi, dopo una seria riflessione, preferirebbe pigiare i tasti?).
RL (Random License)
Licenza problematica. Essendo generata casualmente, potrebbe capitarvene una buona ma anche una cattiva. Da evitare.
GTBL (Go To Bed License)
Intesa a mortificare lo spirito del programmatore, questa licenza sembra osservare che meglio sarebbe per costui lasciare perdere il codice ed andare a letto. C’è una soluzione, e sarebbe programmare stando sul materasso – ove si avrebbero tutte le libertà tipiche delle licenze libere; ciò non toglie che questa limitazione faccia catalogare questa licenza come non libera.
YYSNL (Ya, Ya, Shub-Niggurath License)
Sacrificare il proprio codice a Cthulu. Non è che sia questa gran libertà, ma non vogliamo impicciarci. Onore al grande Cthulu.
WYSINRL (What You See Is Not Real License)
Conosciuta anche come “Matrix License”. Licenza non libera, Signor Anderson.
OMGMHIBL (Oh, My God, My Husband Is Back License)
Potete programmare basandovi sul codice altrui, ma attenti se costui rincasa prima: verrete rinchiusi nell’armadio finché egli non si distrarrà e potrete svicolare via. A voi la scelta, certo software potrebbe valere la pena – ma è nostro compito ribadire che trattasi di licenza non libera.

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