Mentre aspettiamo che arrivi l’acqua liofilizzata, parliamo un altro po’ di TFR

StM - Friday, 8 June 2007, 20:40 - diario

Mi hanno detto che l’acqua nella mia via (non so se in tutto il paese) manca almeno da stamattina alle 7. Quindi non si spiega come mai io non sia uscito di casa insaponato, nonostante ricordi nitidamente di avere effettuato tutte le operazioni abituali del rituale della doccia, alle 7 e 35. Non mi è chiaro. Comunque adesso l’acqua non c’è per davvero e quindi purtroppo non posso né lavare i piatti né rendermi presentabile per un’ipotetica uscita del venerdì sera. Per ingannare il tempo, quindi, vi renderò partecipi di qualche riflessione per larga parte non mia.

A dispetto del dubbio venutomi la volta scorsa, in effetti una buona scusa per lasciare il TFR in azienda c’è: l’irreversibilità dell’atto di sua destinazione ai fondi pensione; potrete cambiare fondo quante volte vorrete, ma non potrete più ridestinare il gruzzoletto a ciò che è definito dal suo stesso nome, cioè il trattamento di fine rapporto (la liquidazione). E comunque, via, la liquidazione te la danno anche quando vai in pensione, non solo al licenziamento. Che se hai 26 anni ci pensi sicuramente, alla pensione.

Tra l’altro è fenomenale la distinzione tra aziende con più di 50 dipendenti e quelle con meno. In pratica io potrei decidere che no, non vado a lavorare per la Vattelapesca Inc. perché ha migliaia di dipendenti, e quindi non potrò decidere di tenere il TFR completamente in azienda ma almeno al 50% andrà comunque in fondi pensione. Ora ho detto una cretinata, ma è forse questo un altro modo per dinamicizzare il mondo del lavoro? Congratulazioni Sig. Maroni, sembra proprio che ci siamo, eh.

Oggi mi sono stati illustrate un po’ di aliquote, tassi di interesse, imposte, tariffe, una tantum, inflazioni, donne nude. I contabili scoppieranno di gioia, ad avere un’occasione così ghiotta di calcolare una manciata di VAN concorrenti, per stabilire quale sia l’investimento presumibilmente più fruttifero per il nostro TFR; e non dico che abbiano torto; io però preferisco decisamente le donne nude, in tutto quanto il discorso. Non è menefreghismo, ma consapevolezza del fatto che in questa situazione la maggior parte di noi finirà per essere bestiame finanziariamente macellabile; e che per evitare di esserlo occorrerà a ciascuno uno sforzo di comprensione immane. Perché certo, ci sono gli specialisti che possono darti ottimi consigli; peccato che si trovino dall’altra parte del bancone, e siano proprio gli stessi a cui dovrai affidare i tuoi soldi. Una posizione ideale, quanto a neutralità.

Ora non voglio dire che i fondi sono cacca e che la vecchia maniera invece era la meglio cosa; vi invito solo a riflettere bene su quello che fate, e, se decidete per i fondi, a non prendere la decisione alla leggera e a tenerli sotto controllo nel corso degli anni.

Inutile segnalare che anche Grillo ha dovuto dire la sua

Update: e mi sa che ho detto una fregnaccia perché per le aziende con più di 50 dipendenti semplicemente il TFR viene in parte gestito dall’INPS, ma alle stesse condizioni alle quali viene gestito in azienda (quindi cosa del tutto trasparente per il lavoratore).

Delle cause e degli effetti (buon primo maggio)

StM - Tuesday, 1 May 2007, 2:08 - pensieri

E poi vado a vergognarmi in giro di fare acquisti solo quelle 2-3 volte all’anno che impediscono alla Decenza di comparirmi in sogno come l’angelo a Giuseppe. La volta che mi muovo, sfidando un traffico stolto e immotivato, zac!, trovo tutto chiuso. Non che non sia un problema ignoto, a Savona: più gente c’è in giro, più esercizi, commerciali e non, sono chiusi. Non per nulla quando i croceristi passano di lì alla domenica vengono abdotti e trascinati al magnifico Centro Commerciale, che è come dire: Qui Non Teniamo Un Cazzo Di Interessante. Non esiste la Collezione d’arte Pertini, opere che furono donate da vari artisti (Vedova, Sassu, Mirò, Guttuso, De Chirico) al compianto presidente, poi rigirate dalla moglie alla municipalità; non esiste la graziosa piazza Chabrol con le migliori focaccette con la panizza (occhio che le fanno in due posti, e solo nel vicoletto stretto che incrocia Via Pia sono le originali) e il miglior frappé (nella latteria, non nei bar) della provincia; esiste in effetti la fortezza del Priamar (qui una vista dalla sua terrazza più alta sul litorale di Savona e qui una vista su mare e, ehm, tre barchette belle, bianche le vele, vaporose e snelle), perché è giusto lì a due passi dall’attracco ed è abbastanza grande da tenere impegnato il crocerista per un’oretta buona scarpinando a zonzo. Che sia io a dire che si dovrebbe valorizzare un po’ di più quel che si ha però è comico.

Così ieri, che tanto al Centro Commerciale ci dovevo passare, ho finito per prenderci una maglietta (ehi, Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi comprava i suoi vestiti ai grandi magazzini, non fate quella faccia schifata). Affrontando anche, in quei cinque minuti, un non indifferente dilemma etico-economico. Alla nostra destra, la maglietta presunta made in Italy, 27 euro (gh); alla nostra sinistra, la maglietta made in Pakistan, da qualcuno che afferma di lottare per il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei minori, 7 euro. Ora, diciamolo subito: il dilemma etico-economico si è risolto da solo visto che la maglietta da 7 euro faceva un po’ schifo e quella da 27, anche se fra 3 mesi sarà sicuramente piena di buchi e sarà diventata rosa, era passabile; ma io quei 27 euro (ghgh) li ho spesi anche come atto di rigore e solidarietà civile. Il punto è che non possiamo pretendere di mantenere un livello di vita come il nostro se nei nostri acquisti diamo la preferenza ai prodotti di un livello di vita peggiore. Le leggi di mercato non vanno applicate ciecamente (è vero, non sono un liberista): non basta acquistare quel che ci serve da chi ce lo offre a meno, ma costui deve anche darci garanzie che la sua azione non ci si ritorcerà contro.

Ma so bene che, da un lato, già vedere la punta del proprio naso è difficile, e dall’altro, chi cerca di fare le cose per bene viene regolarmente messo da parte o (economicamente) soppresso. E così come dare addosso a chi, prima per fare più soldi e poi per sopravvivere, piglia e delocalizza le proprie aziende? Se già preferisci assumere uno sfruttabile neolaureato piuttosto che un competente ma costoso “veterano”, tanto vale che rastrelli le nuove leve nei paesi dell’est, o nel terzo mondo. No? Poi potrai pentirti quando nessuno nel tuo paese avrà un reddito sufficiente ad acquistare i tuoi prodotti perché il tasso di disoccupazione sarà alle stelle, o il reddito pro capite sarà diminuito drasticamente per altri motivi, ma via, per fasciarsi la testa c’è sempre tempo. E poi tu i soldi ce li hai, non è un problema tuo. Se poi devi licenziare qualcuno, basta che qualche tempo prima gli fai vedere en-passant Cacciatore di teste di Costa-Gavras, così potrà sfogare suoi eventuali istinti omicidi sulle persone giuste e non su di te. Problema risolto.

(per la puntata anti-protezionismo vedremo in futuro)

Unga bunga. [trad: Nella mia caverna il segnale non prende, e nella vostra?]

StM - Monday, 27 November 2006, 15:34 - digitalismi, informazione e TV, pensieri

Viviamo indubbiamente in un periodo storico di eccessive libertà. E’ chiaro. Facciamo schifo da quanto siamo liberi, e perciò ci dobbiamo mortificare un pochino, ecco. Avanti, coraggio, abbiate un po’ di paura di vivere, piantatela di guardare al futuro con fiducia, sentite pressante il bisogno di vivere in un mondo triste. Sù.

Ad ogni fatto più o meno eufemisticamente increscioso che accade, c’è sempre qualcuno che salta su a fare casino e a cercare poi di portar via il bottino mentre tutti si chiedono cosa cacchio stia succedendo.

S’è colta la palla al balzo con quegli aerei dirottati, per cancellare in modo solo apparentemente circostanziato diritti umani obsoleti come l’habeas corpus, fare qualche passo verso l’autoritarismo (le intercettazioni sono il minimo), rendere impossibili i viaggi aerei (mi raccomando non fate esplodere la vostra bottiglietta di naturale), imbrigliare nella paura e controllare le coscienze di milioni di individui. Tra l’altro mi vien da ridere: quanto ci vorrebbe ad infiltrarsi nelle nostre catene di produzione alimentare, avvelenare migliaia di persone alla volta e mettere in ginocchio la nostra economia col terrore casa per casa (ommamma ho dato un’idea)? Che facciamo, andiamo al lavoro, al supermercato, in treno passando attraverso metal-detector e perquisizione corporale ogni volta? Oppure vogliamo decidere di vivere?

Ma fin qui siamo su un terreno noto, codificato, maturo: il gran casino è il mondo 2.0, cioè il mondo interconnesso e numerico, la Rete.

Perché gran casino? Perché di legislazione ha bisogno, siamo d’accordo, ma tale legislazione è lasciata nelle mani di uomini di Neanderthal che non distinguono un sito da un indirizzo e.mail e entrambi da una patata; perché chi vive internet ora non potrà mai adeguarsi a quello che grandi corporation delle telecomunicazioni e dei contenuti vorrebbero diventasse, e si stanno adoperando con grande influenza lobbyistica perché lo diventi; perché la stupidità su scala ridotta e che rimarrebbe confinata lì viene sempre presa in consegna da qualcuno che si adopera perché diventi stupidità su larga scala.

L’ultimo caso (nota: non sono informatissimo in materia, almeno lo dico), quello del ragazzino affetto da sindrome di Down maltrattato dai compagni di scuola; compagni di scuola geniali, nel farsi sgamare - quasi una autodenuncia. Il discorso “video col cellulare” sta acquisendo una dimensione abnorme e incontrollabile sia a livello normativo che socio-culturale: la possibilità di “pubblicarsi” con estrema facilità, ora anche in video (e quindi col massimo di capacità di espressione che le tecnologie riescono oggi a dare al nostro corpo), ha generato una nuova forma mentis che strizza l’occhio al narcisismo e superficialità dei prodotti televisivi, ma li sorpassa, invischiati come sono nei loro vuoti reality show “costruiti”, canto del cigno di una televisione in decadenza in un momento in cui il pubblico ha fame di vita vera, in presa diretta. Per una fotografia del fenomeno dei filmati col telefonino, prima vera estensione digitale del corpo nella storia umana, consiglio la lettura di PI: Sed Lex/ Dal camera-phone al pedoporno per avere spunti di riflessione impensati.

Tornando ai fatti di cronaca e ai trogloditi, dice bene, o meglio fa capire bene Mantellini in questo stringato ma efficacissimo post (importante il titolo, mi raccomando) quale possa essere lo scoramento degli addetti ai lavori: gli atti di bullismo vanno puniti e prevenuti perquisendo gli uffici di Google, certo.

Il caso ora si va allargando, e sinceramente spero che sia solo il solito fumo negli occhi del circo giornalistico (uno fa la voce grossa per avere un po’ di visibilità, e la massa belante subito dietro col microfono); in ogni caso, oggi ci possiamo gustare lo specialone su Punto Informatico sul caso Google Video il Bullo vs i Buoni, in cui si paventano le solite normative neanderthaliane che tanto ci fanno ridere prima di farci piangere (io alla Urbani non ho voluto credere fino all’ultimo, sembrava carnevale). La solita gente stracolma di responsabilità civica, dispostissima a fare leggi restrittive e severe, sì, ma per ciò che non li riguarda; i soliti rappresentanti delle minoranze, dei deboli (anche quando magari deboli non lo sono più), che per troppa paranoia perdono di vista la loro missione e partono per una tangente che li porta a fare la pipì in terre inesplorate, e chissenefrega se il loro acido urico causerà l’estinzione di una rarissima specie di fiori.

Su altri fronti, uomini con la clava continuano a svegliarsi da un giorno all’altro additando i videogiochi come il male assoluto, e non c’è da dubitarne che ad ogni occasione proveranno ad usarli come pretesto per limitare la libertà d’espressione, così, tanto per gradire. Tra l’altro qui non capisco mai dove stia l’uovo e dove la gallina, se l’uno sia il marketing dei distributori che gradisce pubblicità gratuita e getta esche ai boccaloni (ma guardatelo Mastella se non sembra qualcuno con una gran voglia di abboccare), o se davvero qualche Tarzan che ha appena imparato a parlare ha del tempo per scandalizzarsi per cose che non conosce.

Mi sto facendo crescere i capelli per potermici mettere meglio le mani dentro, ecco il senso di tutto ciò.

Identità

StM - Saturday, 18 November 2006, 17:22 - digitalismi, pensieri

Il problema dell’identità ha molti aspetti: giuridici, scientifici, filosofici, fino ad arrivare a quelli specificamente etici o religiosi, e oltre, verso l’infinito.

Chi sono io? Sono il mio dna? Sono la vita che ho vissuto? Sono uno spazio a N dimensioni, in cui N è il numero di persone con cui ho interagito (per non dire il solito pirandelliano “uno, nessuno e centomila”)? Sono il figlio dei miei genitori e il padre dei miei figli? Sono le azioni che ho compiuto?

Ha importanza?

Per la maggior parte del tempo (per fortuna?), affrontiamo il problema dell’identità unicamente sotto l’aspetto legale/giuridico/tecnico, per l’esigenza di sapere chi ha fatto che cosa come e quando (e dove, ma in tempi digitali ha importanza solo per il fuso orario - poi, be’, c’è il tempo UTC a dire il vero). Come si sa il “chi”, aldilà di ogni ragionevole dubbio? E’ un periodo in cui la questione mi torna alla mente spesso, e neanche a farlo apposta me lo ricordano Punto Informatico e Slashdot.

Su Punto Informatico di mercoledì 15 novembre, il signor Emiliano D. F. parla della “farsa del codice fiscale” in Italia, facendo sorgere il sospetto che forse non sia adeguato ad un eventuale (ma sempre più “necessario”) ruolo di identificativo univoco nell’era digitale: questo in quanto “parlante”, cioè contenente informazioni anagrafiche sul suo proprietario (vedere la relativa voce su Wikipedia per maggiori informazioni), ma anche in quanto univoco solo sulla carta: in caso di “collisioni”, cioè di due persone che avrebbero codice fiscale identico a partire dai loro dati anagrafici, il Ministero delle Finanze rilascia effettivamente due codici diversi, ma ciò non è garanzia che all’atto del riconoscimento del cittadino tali codici siano quelli che fanno testo (pare vi sia l’abitudine di ricalcolarseli a partire dai dati anagrafici).

Vi ricordate della Carta d’identità elettronica? Sì, quella che forse qualcuno in qualche paese d’Italia si sta gioiosamente sperimentando, e che doveva sostituire la versione cartacea a inizio di quest’anno. Ecco. Quando ne ho sentito parlare in un certo corso universitario, mi ha favorevolmente colpito il fatto che molti dati non fossero SULLA carta stessa, ma accessibili solo ATTRAVERSO la carta, e solo dalle persone autorizzate - che tra l’altro avrebbero avuto accesso solo al sottoinsieme di informazioni di loro competenza; questo grazie al funzionamento delle smartcard, che come ben sapete hanno la peculiarità di contenere una chiave che non esce mai dal chip (le informazioni entrano in chiaro ed escono criptate, o viceversa, direttamente nel chip), e il loro utilizzo per l’accesso a database centralizzati, fossero essi di volta in volta quello del Ministero delle Finanze, quello del Ministero della Sanità, e via dicendo. Tutto molto bello, ma poi mi viene da pensare a come, nonostante il decente codice della privacy che abbiamo (la famosa legge 196/2003), siano gestiti DAVVERO i nostri dati, anche da nomi altisonanti (le Poste mi risulta siano una Certification Authority, ma i loro server se ne stanno tranquillamente per dei giorni interi con certificati ssl scaduti - un esempio che non c’entra molto col discorso ma che rende forse l’idea del sommerso); e allora, come sempre quando si scontrano idee e realtà, non so davvero se desiderare di avere un’identità digitale del genere.

Poi in Gran Bretagna succedono cose buffe come questa dei “passaporti sicuri”, che probabilmente un ragazzo appena uscito da una High School qualsiasi avrebbe saputo realizzare meglio. Abbiamo della gente nei nostri parlamenti che probabilmente non distingue una .jpg con una firma scannerizzata da una firma digitale; e questi decideranno in che modo il nostro io sarà univocamente riconosciuto nello sterminato mondo dei dati e metadati. Siamo in ottime mani.

Da uno dei commenti della news di ./:

If my passport gets stolen, I report it. It gets cloned, I’ve no idea somebody is impersonating me, screwing up my life (and others).

Collegare l’identificazione elettronica a quella biologica? Controlli incrociati smartcard + database 1 + iride + database 2 + dna + database 3? Attenzione, signori. Questo otterrà effetti MOLTO più deleteri di quanto possiate desiderare; dovrete andare in giro facendo attenzione ai vostri campioni di codice genetico, e ai vostri occhi; non ne vale la pena.

L’erba del giardino di Michael Jordan

StM - Monday, 12 December 2005, 19:53 - opere altrui

Michael Jordan è un grande atleta: uno dei migliori giocatori di pallacanestro del mondo, dotato di una elevazione e di una mira migliori di quelle di chiunque altro. Molto probabilmente eccelle anche in altre attività: per esempio, il signor Jordan probabilmente riuscirebbe a falciare l’erba del proprio giardino più velocemente di chiunque altro. Ma il fatto che egli sia in grado di farlo, significa anche che dovrebbe farlo?

Per rispondere a questa domanda possiamo ricorrere ai concetti di costo-opportunità e di vantaggio comparato. Ipotizziamo che il signor Jordan sia in grado di falciare l’erba del suo prato in due ore e che, nelle stesse due ore, possa interpretare uno spot pubblicitario per una marca di scarpe e guadagnare 10 mila dollari. Jennifer, la figlia dei suoi vicini, riuscirebbe a tagliare l’erba del prato di casa Jordan in 4 ore, durante le quali potrebbe però lavorare da McDonald’s e guadagnare 20 dollari.

In questo esempio il costo-opportunità di rasare l’erba per Michael Jordan è di 10 mila dollari, mentre per Jennifer è di 20 dollari. Jordan ha un vantaggio assoluto nella rasatura del prato, visto che riuscirebbe a completarla in 2 ore, invece che in 4. Ma Jennifer ha un vantaggio comparato, dal momento che ha il costo-opportunità più basso.

Nel nostro esempio i benefici che si possono ricavare dallo scambio sono enormi: invece di curare il suo prato, Michael Jordan dovrebbe girare lo spot pubblicitario, e incaricare Jennifer di farlo al posto suo; se la paga una cifra compresa tra 21 e 9999 dollari, entrambi ci guadagnano.

(da N. Gregory Mankiw, 1999, Principi di Economia, Zanichelli)

(un testo che vi consiglio; nonostante sia un libro di testo universitario, spiega l’economia in modo semplice, affascinante e divertente… certo, almeno per un povero ingegneruccio informatico niubbo, come me)