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Sopra le righe c’è il cinema
Di solito non parlo di quello che faccio nelle mie giornate. Forse perché non mi va… o forse perché non faccio un tubo di niente. Come preferite. Parenti, astenetevi dal togliere ogni dubbio.
Oggi faccio un’eccezione.
Oggi sono andato al cinema. Da solo. La scusante era che chissà se e quando avrebbero dato “Il castello errante di Howl” a Savona, e così essendo già a Torino approfittavo… ma… ragazzi, andare al cinema da soli è il pa-ra-di-so.
Non c’è da stilare la Costituzione del Gruppo Cinema per decidere quale film andare a vedere, dove come e perché; che poi si finisce sempre per vedere il film che scontenta tutti.
Non devi giocare a carambola per trovare 16 posti tutti nella stessa fila, per te e i tuoi amici.
Ci vai quando cavolo hai tempo e ti pare (puoi decidere di entrare in un cinema nell’istante esatto in cui ci passi davanti).
Vai al cinema quando vuoi vedere un film, e non viceversa.
Non ti senti obbligato ad offrire il biglietto, come ad esempio nel caso in cui tu sia in dolce compagnia, oppure non ti capita che la cassiera *assuma* che tu voglia offrire e al momento di farti pagare ti dica il prezzo di DUE biglietti.
Non devi pensare al prima o al dopo cinema… cioè, se vuoi ci pensi, ma sono anche fatti tuoi.
Ti metti nel posto che preferisci tu (“no qui no è troppo lontano, andiamo in prima fila che si vede bene“, due torcicolli al tavolo quattro, grazie).
Non ti senti in imbarazzo se quelli che ti sei portato appresso, poco avvezzi alle sale cinematografiche coprono tutti i passaggi importanti del film con i loro “non capisco, spiegami” (i bambini sono perdonati :*, ma fanno girare le balle lo stesso). L’effetto è centuplicato se il film è un sequel, ma immagino già lo sappiate (sarà ben impresso nella vostra schiena, dalle scudisciate di 35mm che vi avranno inflitto le maschere di decine di sale).
Il tuo popcorn te lo mangi tu e solo tu.
Non devi per forza sviscerare il film con qualcuno alla fine della proiezione (tuttavia non ci si salva dall’udire tremendi commenti da cascapalle – ricordiamoci che ci sono ALTRI spettatori nella sala). “Mi è piaciuto. Sì. Molto.” “Sì” “Molto” “Anche a me, molto” “Sì” “Già”.
Se sei uno di quei compagni di cinema rompicoglioni che ti fanno pesare il fatto di averli arricchiti culturalmente avendoli portati a vedere l’ultimo Blockbuster della Sierra Leone, e sei entrato per sbaglio in un cinema che proiettava a ciclo ininterrotto documentari muti e in bianco e nero sulla musica dodecafonica, be’, stavolta non hai nessuno a cui frantumare i gioielli di famiglia: tiè.
(Ovviamente potete modificare la frase sopra a seconda dei VOSTRI gusti cinematografici; per esempio, al posto di “arricchiti culturalmente” potete mettere “cullati in un’agrodolce melodia d’amore”, e proseguire a cambiare i termini come farebbe un melenso e squallido appassionato di pallosi film rosa… spero che “rosa” non sia offensivo, non è evidentemente mia intenzione esserlo; offensivo, non rosa).
Pare che, se vai al cinema da solo, i sedili NON diventino roventi appena cominciati i titoli di coda. Cioè, ti alzi quando ti pare, davvero, giuro, ho provato di persona!
Guardare un film da solo permette di goderselo appieno, senza lasciarsi distrarre da manine nelle manine, gomitate, tubi di pop-corn in testa, intrusioni (estrusioni) furtive nelle (dalle) mutande, richieste nei momenti clou di generi alimentari che guardacaso si trovano di fianco a voi, eroici smistatori.
Guardate un film all’insaputa dei vostri amici. Poi, quando li incontrate e meno se lo aspettano, fate outing: “IO HO VISTO SCARNIFICATORS OTTO!”. Sarete i loro idoli per 3,86 secondi. I 7 euro più ben spesi della vostra vita. Di merda.
Barbaric Yawp
Questo post AVEVA una dedica, ora non più.
Stasera volevo parlare del film Le invasioni Barbariche… ma già che ci sono ne parlo lo stesso.
E’ curioso come uno ripensi a posteriori alle cose che ha imparato e gli sembrino improvvisamente straordinarie. Pensateci, un *impero* che collassa su sé stesso. Lo avete pensato? Ovviamente avrete pensato all’impero romano. Be’, non è straordinario? Non è successo dall’oggi al domani, come magari si è indotti a pensare visto che 400 anni di storia si fanno in 2 mesi di scuola, ma il popolo che ha dato i natali a tutta quelle persone che spaccavano le palline con le loro versioni da tradurre dal latino, Cicerone, Orazio, Virgilio, Seneca, Tacito, ebbene questo popolo a un bel momento ha deciso che non ce la faceva più, che passava la mano.
Il film prende il titolo dall’analogia, non so se esposta realmente o inventata appositamente per il film (credo la prima), che un opinionista ha ravvisato tra le invasioni barbariche che portarono alla caduta dell’impero romano e gli attentati dell’11 settembre 2001: per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti d’America non hanno combattuto una guerra lontana, ma sono stati colpiti nel loro stesso paese.
A posteriori, possiamo (forse) dire che visioni del genere erano troppo catastrofiste (ho iniziato allora ad odiare Lucia Annunziata, con la sua terza guerra mondiale). Ma la curiosità di vedere se altri particolari combaciano ormai ci è venuta… e allora facciamo il nostro gioco privo di alcun valore storiografico ma dalle connotazioni spassose (che vedremo):
- preferisco assimilare l’attentato alle Twin Towers ad Annibale che attraversa le Alpi con gli elefanti… questo perché abbiamo anche noi adesso il nemico per eccellenza, Osama Bin Laden, che odia gli Stati Uniti con tutto sé stesso e non si sa bene perché;
- le “invasioni barbariche” non erano costituite esclusivamente da gigantesche mandrie umane che arrivavano, facevano i loro comodi e se ne andavano; ci fu anche uno scambio continuo e lento di uomini e culture, com’era ovvio che succedesse in un impero che circondava l’intero Mediterraneo; una cosa del genere è sotto i nostri occhi, nei nostri paesi, ormai da anni: se ripensando all’impero romano vi sembra che quella che chiamiamo “integrazione” non sia altro che l’inizio della fine, come allora, mi vien da chiedervi se ritenete che ciò sia un bene o un male – perché io, guardando l’Italia di oggi, non posso che avere forti dubbi sull’opportunità che ci pariamo ancora dietro a grandi nomi di 500 anni fa. Se abbiamo fatto il nostro tempo, con calma, senza panico, facciamoci da parte.
- ma veniamo alla parte divertente; ricordate Catone il Censore e i suoi fichi? Ma sì, quando in maniera del tutto inusuale si presentò in Senato con un cesto di fichi, ne offrì ai senatori, ricevette i loro complimenti, e poi gelò tutti dichiarando che quei fichi erano giunti quel giorno nientemeno che da Cartagine, la sconfitta Cartagine. “Cartago delenda (est)”, l’unica Cartagine buona è quella morta. E alla fine li convinse. Bene, ora immaginatevi quanto calza a pennello Colin Powell che fa la sua presentazione PowerPoint per convincere le Nazioni Unite che Saddam Hussein è una minaccia. Da morire dal ridere.
Il film in realtà parla di invasioni barbariche e della nostra decadenza in modo marginale, incentrandosi invece sulla storia di un uomo morente e di suo figlio, rappresentanti emblematicamente il divario tra gli uomini del ’900, travolti e stimolati da continue rivoluzioni intellettuali, e gli uomini di oggi, per i quali non esistono più ideologie valide se non quella del self-made-man, che non ha bisogno di leggere nessun “testo sacro” per sapere la propria strada. La critica al lento svanire della cultura ai giorni nostri è indubbia, ma è addolcita dall’approvazione che siamo portati a provare per il machiavellico eppur giusto personaggio del figlio, e da un lume di speranza concessoci alla fine.
Consiglio fortemente la visione… non fatevi impressionare dalle mie masturbazioni intellettuali.
Filmografia geca
Avete letto bene: geca, non ceca né greca.
Cominciamo dal film trasmesso stasera su Canale 5: Conspiracy.com, altrimenti conosciuto come Antitrust (titolo originale). Link. Un Tim Robbins che fa un personaggio spiccicato a Bill Gates, compresa la casa ultratecnologica e la multinazionale monopolista. Affari loschi, e qualche sprazzo di filosofia open source da due soldi.
Saltiamo di palo in frasca: Revolution OS, un documentario con tutti i crismi sul “miracolo” di GNU/Linux. Link. Il film da far vedere ai vostri amici o ai vostri genitori per dimostrare che non state perdendo il vostro tempo. Poi tornate pure a giocare a PlanetPenguin Racer, sapendo di esservi parati il culo per almeno altre 24 ore.
Facciamo poi un salto indietro nel tempo, al lontano 1995, con Hackers. Link. Lo dico subito: c’è Angelina Jolie in formato tardo adolescenziale, e sì, ci sono anche le sue labbra, tutte quante. Qualche tecno-puttanata si vede e sente, ma nel complesso fa piacere scoprire che non occupano la maggior parte del film. Alcune scene di “hacking” non sono nemmeno troppo inverosimili (memorabile il minutino di “social engineering”, caricaturale ma non lontano dal vero). Certo, il mio Liceo non ha il linkino in homepage “regola l’orario per il test dell’impianto antiincendio”, anche perché NON ha una homepage, ma il film vuole divertire e lo fa. Mio personale idolo il cattivo di turno, o meglio l’attore, che riesce a non scivolare nel ridicolo nemmeno quando va in skateboard con giacca, cravatta, e un cappottone da “pericolo rosso”.
Ci riavviciniamo ai giorni nostri con Pirates of Sylicon Valley. Link. Una bella prova, devo dire. La storia vera (be’, circa) di Bill Gates, Paul Allen e Steve Ballmer da un lato, e Steve Jobs e Steve Wozniak dall’altro. Sotto sotto il film simpatizza con gli utenti Apple, ma almeno non dipinge Bill come un omicida (se volete vedere questo, rivolgetevi ad Antitrust).
Poi, se vogliamo proprio, possiamo citare Matrix, Nirvana, e chissà quanti altri, ma non divaghiamo – queste cose non sono abbastanza geche.
Quelli che devo dire per contratto, ma che (ammetto) non ho ancora visto o ho visto troppo tempo fa: Wargames e Tron.
Robacce che mi riservo di verificare in futuro, ma anche no: The Triumph of the Nerds: The Rise of Accidental Empires; Nothing So Strange, con relativa news di Punto Informatico del 2002 che ne parla (sì, è il film in cui Bill Gates viene assassinato… smettete di sbavare, per cortesia).
A proposito… che i frequentatori di questo blog non s’inorridiscano né s’illudano: la concentrazione di post a tema informatico sarà anche elevata in questo periodo, ma può essere che si abbassi in futuro. Dipenderà.
E anche per stavolta è tutto. Stavo pensando che potrei trovare una formula di chiusura, come i presentatori televisivi vecchio stile… appunto, stavo.
Stavolta era “ignobile”
O meglio, “Mi avete portata a vedere un film ignobile”.
Sono sempre lì ad origliare i discorsi altrui all’uscita dal cinema. E’ più divertente discutere ad alta voce del finale del film mentre si sfila davanti alla biglietteria, ma i gestori dei cinema si sono fatti furbi e ti fanno uscire dall’uscita di emergenza. E allora ci si accontenta di ascoltare gli altri telespettatori, cosa ne pensano del film. Senza chieder loro il permesso, ovviamente.
Dicevo, questa volta una signora (ragazza? Vabbe’, sarà sui trent’anni, decidete voi in base alla vostra età come definirla) ha definito il film “ignobile”. E questa volta la mia presa di posizione non è netta. La signora potrebbe aver ragione. Peccato non aver potuto sentire le sue ragioni. Anche se, in genere, nessuno sta lì a spiegare le sue ragioni: fa il proclama, “che schifo”, “che capolavoro”, e poi ritorna alla vita di tutti i giorni. Ed è molto meglio così. Avete mai provato ad andare a fondo?
Esempio inventato, basato su esperienze reali:
“Quel film è una schifezza”
“Ma neh? E poi gli attori, sembravano raccattati per strada”
“Ma erano raccattati per strada. E, data questa premessa, la loro prova non è stata poi così male. No, io mi riferivo alla sceneggiatura…”
“Ma come, era l’unica cosa decente!”
“Come decente… era la fiera della banalità!”
“Era un omaggio, riuscitissimo tra l’altro, a [inserire qui il vostro film anni '60 preferito (quelli di cui fanno i remake perché pensano che nessuno se ne ricordi, esatto)]”
“Omaggio? Quel plagio fatto con la mannaia tu lo chiami omaggio?”
Eccetera. Insomma, la “schifezza” di uno non coincide quasi mai con quella di un altro.
A proposito, il film era Donnie Darko. Cosa ne penso? A me è piaciuto, eppure so di non poter dare torto a chi lo ritenesse un brutto film. Ci sono molti difetti, che a me non hanno dato fastidio ma che ad altri potrebbero disturbare tutta la visione del film. Non varrebbe la pena di elencarli tutti, visto che ANCHE quello che per uno sono difetti per un altro sono GRANDI TROVATE CAZZO (sì, proprio con quella parola finale). Ma qualcuno a caso lo sputo, va’.
Diciamo che mi ha infastidito l’impressione generale di collage da molti altri film. Purtroppo l’unico film che ho riconosciuto è American Beauty (ragazzo psichicamente malato, stavolta protagonista, che da copione dovrebbe essere disadattato ma che invece se la cava benissimo e si fa pure portavoce del punto di vista della maggioranza del pubblico, facendoci scoprire che il vero malato è il mondo e non lui; che incontra ragazza problematica non cagata di striscio da nessuno tranne che da lui, nonostante sia abbastanza gnocca con una vaga somiglianza con Jodie Foster, e che pende perennemente dalle sue labbra; poi il finale… be’, nel finale c’è la camera che scorre in orizzontale da sinistra a destra, entrando di volta in volta nella stanza di uno dei personaggi che abbiamo visto nel film, mostrandoceli da soli con loro stessi…), ma sono convinto che di “citazioni” ve ne siano molte altre. Ad esempio il presunto “coniglio gigante”… e no, cari miei, NON è un coniglio gigante: è un tale a grandezza NORMALE ma con una maschera da… se non mi avessero detto che era un coniglio io l’avrei preso per un insetto. E allora perché hanno parlato di “coniglio gigante invisibile”? Per strizzare l’occhio a chi conosce un ALTRO coniglio gigante invisibile. Che non si chiama Frank, ma Harvey (il film è probabilmente parente di questo, scusate se non ho approfondito troppo).
Altri difetti: ci sono scene “standard” (la scena della lezione “secondo voi cosa vuole dirci l’autore”, ormai sinceramente abusata in QUALSIASI film della galassia, con il protagonista che ovviamente è l’unico che sa dare la risposta giusta – con l’unica differenza rispetto al solito che questa volta la risposta è banale), la povera Barrymore è usata come riempitivo -non che non sia in grado, parlando di carne, ma la vedevo bene nel ruolo di insegnante-, e poi una netta separazione buoni-cattivi che proprio nel film il protagonista sembrerebbe confutare, la scienza usata come lubrificante (o meglio, per giustificare alcune stronzate). Insomma, non un capolavoro. Poi magari è colpa del montaggio.
Comunque ripeto che mi è piaciuto lo stesso, il mio cervello incamerava tutte le falle ma poi tornava a dormire tranquillo e si godeva la storia. Olé.
Aggiornamento: be’, manco a farlo apposta, qualcuno su imdb ha osservato alcune affinità tra Harvey e Donnie Darko:
http://www.imdb.com/title/tt0042546/board/nest/7715857
(Occhio agli spoiler…)
Mi sembrano osservazioni (per chi sostiene e per chi nega) un po’ superficialotte, ma riporto per dovere di cronaca (tanto per dire, non è necessario conservare l’atmosfera di un film per ispirarcisi… lo si può anche stravolgere completamente, addirittura fare un film come reazione, ma l’ispirazione si vede). In fondo a imdb si possono iscrivere cani e porci, quindi le “opinioni degli utenti” lasciano sempre il tempo che trovano.
Ora Harvey lo voglio vedere. Facile, eh? Hanno pure fatto due inutili remake, uno nel ’72 e uno nel ’98 (l’originale è del ’50). Sicuro come l’oro che qualcuno commercializza almeno una delle due schifezze, e nessuno commercializza l’originale. E certo, l’originale renderebbe inutile l’esistenza degli altri due… invece sfruttiamo gli altri due facendo credere che il primo non fosse poi così migliore…
Bah, bah, spero di sbagliare.
Aggiornamento del 18 aprile 2005: ah, alla fine Harvey l’ho guardato. I due film non sono parenti, in effetti. Ma come viene dipinta l’insanità mentale è inquietante perfino in quella commedia.
Il cinema è veicolo di sofferenza
“Non mi è piaciuto, perché non l’ho capito”.
Questa è l’ultima delle stronzate che mi è toccato sentire all’uscita di un cinema. Continuo a sperare che quella congiunzione evidentemente sbagliata sia finita lì per un lapsus o una temporanea carenza semantica. In realtà l’ho sentito molte volte, anche da persone che conosco. Pare che sia indispensabile capire per apprezzare. Ma ragazzi, se avete una mente grossa come una nocciola vi piaceranno ben poche cose, al mondo.
Ok, ok, non insultiamo. Però qualcuno mi spieghi perché molti apprezzano solo se capiscono. Ho già l’argomento adatto per confutare la loro posizione. Mi apposto fuori dalla stanzina in cui si sono appartati con il partner, aspetto che finiscano di replicare la battaglia di Salamina, poi gli piombo davanti e chiedo: “Ti è piaciuto?” “Tantissimo” (non fate caso al fatto che non mi picchia a sangue, parliamo per ipotesi) “Ma l’hai capito?” “…”.
Tzè… “capire”… capire ha il suo fascino quando si parla di matematica, fisica, qualsiasi applicazione tecnica. Allora capire ti apre degli universi. Ma quando “capisci” un film, una poesia, una musica, quando li inquadri, li decodifichi… be’, gli universi ti si chiudono. Quelle cose vanno sentite. Non parlo di filmetti dalle trame lineari, di filastrocche, di tormentoni da discoteca. Parlo di opere d’arte che riescono a trasmetterti tante cose contemporaneamente, o meglio, lo farebbero se tu non ti incocciutissi a cercare di “capirli”, a provare tutte le combinazioni di chiave possibili per decriptarli. Ti rendi conto che nel mentre che vai di forza bruta ti perdi tante cose? No?
Senza speranza. Un mondo senza speranza.
Caso tipico: “Che schifo 2001, non succede niente, non parlano mai, e poi soprattutto il finale non l’ho capito“.
“…
…ma vaffanculo”.
P.S: la frase in apertura è stata riferita da una spettatrice ignota al secondo episodio del film Eros, che ho visto stasera. Il film è diviso in 3 episodi, il primo di Antonioni (scritto da Tonino Guerra e Antonioni), il secondo di Soderbergh e il terzo di Wo Ming. Il primo episodio faceva veramente schifo. Non aveva senso (“non si capiva”), non era d’atmosfera, era doppiato da far schifo, aveva dialoghi insulsi. Il secondo mi è piaciuto tantissimo, era divertente e contorto al punto giusto per stuzzicare i miei neuroni preferiti. Il terzo era bello, non nelle mie corde ma apprezzabile.
Però non sono tanto sicuro che la sequenza sia fissa. Ho anzi il terribile sospetto che l’episodio di Antonioni sia stato messo al primo posto per tutelarlo. Leggo da Internet Movie Database:
“Summary: Good First 2/3 of the Movie
And a very bad last 1/3 by Michelangelo Antonioni. I saw this movie last night at the Elgin Theatre at the Toronto International Film Festival and people walked out after seeing the Wong Kar Wai and Steven Soderbergh segments.”
Mah?
Scelta?
Ieri sera ho guardato “La donna della domenica”, su La7. Il film è interessante, divertente e anche un po’ spudorato (tanto da farmi rendere conto di quanto siano “acquetta” i film di oggi, cioè di quanto sia illusoria l’impressione che con l’andare del tempo la libertà di espressione debba per forza essere maggiore), ma non voglio parlarne perché la cosa sarebbe fin troppo lunga. Vorrei invece mettere la lente di ingrandimento su La7, per poi allargare il campo. Prima però vi riporto una delle tante battute fenomenali (parafrasata):
-Ottima scelta, signore, è un pezzo unico!
-Veramente me ne servirebbero due…
-Lei è fortunato, di questo abbiamo DUE pezzi unici!
Non so se ve ne siete accorti, ma La7 programma spesso e volentieri bellissimi film italiani (e stranieri, ma veder trasmessi dei film italiani, purtroppo, è da ritenersi un fatto eccezionale, in Italia) degli anni andati. Non solo questo, ma li fa frequentemente precedere da un esauriente (e coinvolgente) documentario di 45 minuti, “La valigia dei sogni”, a cura di Alberto Crespi. Nel caso specifico de “La donna della domenica”, guardando il documentario mi sono reso conto di quanto poco io conosca Torino (mercato del baloon, o balùn che dir si voglia? Mai sentito!).
La7 è un canale che guardo spesso. E’ pieno di televisione VERA, nel senso di televisione che informa, televisione che intrattiene, televisione che educa. Oltre ai film, io e il mio coinquilino spesso non riuscivamo a fare a meno di 8 e mezzo (e, visto che non sto parlando di film, intendo il programma di informazione)… nonostante l’evidente calo dei coprotagonisti del mattatore Giuliano Ferrara (dal grande Lerner, al buon Luca Sofri, alla snervante Palombelli).
Frequentando il forum di tgmonline, capita spesso di sentire “Per me in tv esistono solo La7 e rai3″. Questo lo dicono gli esasperati dallo stato pietoso in cui versa la televisione italiana… quella che Berlusconi ha contribuito a creare ma che i figli di Berlusconi non guardano, avete capito (e così ho infilato Silvio anche qui). Ma non parliamo solo di televisione, il discorso che volevo fare era un altro.
Sempre sullo stesso forum, si sente dire spesso “usi Internet Explorer? Ma passa a Mozilla o Firefox!”. E il semplice scegliere un browser piuttosto che un altro (quello che, tra l’altro, sentiamo come un’imposizione) sembra un gran passo, una grande presa di coscienza, la riaffermazione del nostro io in un mondo che sembra abbia bisogno di noi solo come una dinamo può avere bisogno di un qualsiasi criceto sulla ruota. Un’autoillusione?
Forse. Si tratta solo di azioni passive, in fondo, no? I veri “eroi” sono quelli che creano il palinsesto di rai3 e La7, e quelli che programmano Firefox, no? Eppure se non ci fossimo noi, pigri quanto vogliamo ma capaci di scegliere, il loro lavoro non avrebbe senso. E poi c’è dell’altro.
Un browser e un canale televisivo sono finestre sul mondo. Non su tutto il mondo, ma su un certo mondo. Con gli occhi e il corpo arriviamo fino ad un certo punto, ma per il resto dobbiamo, siamo obbligati ad affidarci alle finestre concesseci da qualcun altro. E allora quelle diventano anche le NOSTRE finestre.
Chissà se il digitale terrestre aiuterà davvero ad aprire qualche pertugio in più… il rischio che i pertugi si aprano sempre dallo stesso lato della casa è molto alto, ma non si sa mai. Magari un giorno da quel lato ci asfalteranno una bella tangenziale… aspettiamo fiduciosi. Magari anche qualche ministro più competente di Gasparri non guasterebbe (adesso rivuole gli incentivi per il digitale e l’adsl, perché “hanno avuto tanto successo” – per l’ADSL ci credo! La Telecom aveva la sua percentuale e ha venduto AliceADSL anche a chi non la voleva, con un’aggressività inaudita; sugli incentivi per il digitale non sono così convinto, ma ne parleremo un’altra volta).
Per quel che riguarda i browser, già molto tempo fa, al tempo della browser war (per ora conclusasi a favore di Microsoft), si erano sollevati i timori su quanto potesse diventare fragile la Rete in uno scenario di browser unico: significava un’estrema facilità di censura, una volta che questo fosse stato necessario. Bastava agire su UN programma posseduto da tutti, magari istituendo un obbligo di registrazione ai creatori di siti per l’ottenimento di una chiave di autorizzazione, ed ecco lì che su(ll’) Internet avrebbe potuto parlare solo chi era “approvato”.
Forse la faccio grossa, forse si tratta solo di due tette e culi di troppo in tivù che non fanno male a nessuno, e Microsoft fa nient’altro che il suo mestiere… forse, ma come dice il proverbio: “Picchia www.microsoft.com con Firefox, quando torni a casa, la sera; tu non sai perché, ma lei sì” (l’originale è una stronzata che non vale nemmeno la pena ricordare).
ATTENZIONE: finale con morale (più che altro un esercizio).
La libertà non va data per scontata, mai. Non va nemmeno regalata. Non va venduta. Non va affittata. Non va noleggiata. La libertà non è un bene commerciabile. A volte si deve comprarla, questo sì. Ma preferirei usare il termine conquistarla con denaro.
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P.S: Che palle un blog che rimane fermo per settimane per poi avere due post nella stessa giornata, eh?










