Il divo sorrentinino

StM - Tuesday, 17 June 2008, 0:42 - il criticone

“Il divo” di Paolo Sorrentino è uno di quei film che ti illude con i primi 20 minuti di fuoco e fiamme, o per meglio dire di immagini e musica che solleticano i sensi e l’intelletto; già gongolavo sulla scena surreale a cui faceva da sfondo “il gardellino” di Vivaldi… e poi invece niente, il tutto è tornato sui binari tranquilli di un collage di eventi politici e personali raccontati con dialoghi ben costruiti, massime memorabili (anche se magari un po’ troppo aforistiche, ma va dato atto del tentativo di non svuotarle di significato), e straordinaria capacità di caratterizzazione (principalmente di Toni Servillo e della sua carismatica voce).

Il ritratto che si fa di Andreotti non è quello negativo che vi aspettereste (principalmente dai trailer e dalla varia pubblicità); così come per l’Italia: di Andreotti viene fatto un ritratto molto umano, e dell’Italia è rimembrato e riproposto il periodo in cui, ancora, avevamo una classe politica, pur corrotta e collusa; oggi abbiamo corrotti e collusi non-politici, come a dire: “così facciamo prima”.

Tornando al film: ho perso diottrie a leggere le didascalie *piccole e rosso scuro* che ogni tanto apparivano di fianco ai personaggi (e che giustificano, a ripensarci, gli “effetti 3D” che sfilavano tra i credits e che inizialmente mi avevano lasciato perplesso), e ovviamente qua e là non ci ho capito molte fave (e salame) nell’intreccio storico.

La visione è consigliata senza riserve a chiunque venga anche vagamente solleticato dal soggetto, e con qualche riserva modesta agli appassionati di frasi celebri con taccuino appresso; sarei però curioso di sapere il parere di chi Andreotti non sa nemmeno chi, e l’Italia non sa nemmeno cosa, sia: lì forse il film mostra un po’ il fianco, ma non credo potesse essere diversamente, giacché non si tratta di un documentario.

P.S: io ero il maniaco che è rimasto nella sala vuota fino alla fine dei titoli di coda; non dovreste lasciarmi andare al cinema da solo tanto spesso, nossignori.

Le proprietà curative dei fratelli Marx

StM - Saturday, 20 October 2007, 18:57 - diario, opere altrui

C’è questa storia di un uomo che per una certa ragione decide di farla finita; ma non è un cuordileone e all’ultimo momento la canna si sposta, ferendo mortalmente uno specchio o qualcosa del genere (brutto mestiere quello degli specchi, nel cinema). Come in un sogno l’uomo si butta in strada e comincia a vagare per la città senza meta, fino a che non decide di entrare in un cinema, senza nemmeno sapere cosa stessero proiettando.

Era un vecchio film dei fratelli Marx. L’uomo sulle prime si trova in quel posto come in qualsiasi altro, forse aveva deciso di entrare per stare al buio. Ma poi comincia a guardare il film. E dopo poco comincia a ridere.

(Hannah e le sue sorelle).

Per Woody Allen i “vecchi film dei fratelli Marx” sono davvero uno dei motivi per cui valga la pena di vivere (lo afferma anche in Manhattan, se la memoria non m’inganna). E non ha tutti i torti. Oggi ho attaccato a vedere Go West, e ho riso dall’inizio alla fine. Non sapete quanto ne avessi bisogno.

Come è giusto che sia, per qualcosa che nasce dal teatro, alcune cose si ripetono di film in film. Per esempio Chico ha sempre una gran voglia di suonare il piano (“Oh, meno male, temevo che non me lo avresti chiesto”), con quella sua buffa mossa della mano a pistola. Groucho ha l’abitudine di entrare a testa bassa, ad ampie falcate, con sigaro e baffi, nei momenti e luoghi meno opportuni; salvo poi comportarsi come se fossero gli altri a disturbare. Harpo è muto, dispettoso irriducibile, e tipicamente capita di vederlo inseguire qualche giovine donzella impaurita da un lato all’altro dello schermo; ah, e poi suona l’arpa, e sì, da questo deriva il nome d’arte.

Nelle edicole non c’è più nulla

StM - Saturday, 13 October 2007, 13:20 - diario, informazione e TV

Entravo nelle edicole come nel paese dei balocchi. Così tante cose da vedere, da confrontare col budget, da girare e rigirare per cercare di intuirne il valore, da sfogliare di straforo. Quando ero ragazzino nelle edicole c’erano i libretti a mille, duemila, tremila lire (che oggi vi vendono in libreria, pieni di polvere e con il bollino da 4 euro incollato sopra, non si sa perché): e edizioni mica da ridere, prefazioni e introduzioni coi controfiocchi, traduzioni dignitose, titoli di primo piano (Dracula, uno dei tremilalire che ricordo con più affetto). Quando ero ragazzino era l’epoca delle riviste di videogiochi che, in particolare, cominciavano ad uscire coi floppy, e poi col ciddì allegato; quando ancora internet non era “free”, e anche quando lo era ma era lenta, ti portavi a casa il tuo bel carico di svago elettronico mensile e spulciavi il supporto magnetico/ottico fino a raschiarne il fondo, per essere proprio sicuro di non perderti nulla. Ah, be’, certo, leggevi anche la rivista.

Quando ero ragazzino, Lupo Alberto e Dylan Dog, per dirne due, erano fumetti interessanti, fenomeni di costume, ciascuno a suo modo. Non aggiungo nulla a ciò che penso di Dylan Dog (se ve lo siete perso usate la di ricerca, che funziona tanto bene); di recente ho preso un albo di Lupo Alberto è l’ho trovato tutto un po’ sciapino, adoscelenzialeggiante ma sul fronte superficiale. O ho avuto un abbaglio per anni, o qualcosa s’è perso, perché non ho mai avuto, in generale, un grande interesse per quello che ho ritrovato ora a distanza di anni. Fortunatamente l’offerta fumettistica, complessivamente, non dev’essere realmente peggiorata, se penso che c’è un certo Rat-Man che va a ruba.

Già, cazzo. Va a ruba. Non lo trovo MAI. In edicola trovo giusto quel paio di serie Bonelli che ancora leggo (Dampyr e Magico Vento); per il resto, ogni tanto vado in fumetteria con una pila di sacchi di juta e il furgone.

Quando non direttamente online. Già. L’acquisto, o direttamente la fruizione online dei contenuti, ha ucciso l’edicola. Non compro giornali, anche perché quando me ne trovo uno in mano ne trovo interessante un 5% se va bene. Non compro più riviste di informatica, e quasi più riviste di videogiochi. A parte forse quelli di Ciak, non compro ovviamente i fa-vo-lo-si film in divuddì allegati alle riviste (o stand-alone con i necessari trucchi paraculi degli obbligatori abbinamenti editoriali col foglio da carta igienica: tu compri la carta igienica, e hai *allegato, non vendibile separatamente*, il film), che se ti interessavano li avevi già comprati alla loro uscita, e se non ti interessano tanto sarai costretto a vederli due giorni dopo in tivvù.

I libri, non ho ancora capito che fine abbiano fatto. Probabilmente bruciati dal corpo speciale dei pompieri, e magari trovate in giro gente che ha stampigliato “100 pagine, 1000 lire” sulla nuca, e che ripete tra sé e sé una litanìa indistinguibile.

L’ingresso in un’edicola, alla fin fine, è per me ormai piuttosto desolante. Qualcuno le ha chiamate in modo ficcante “bazaar”. E dire che una volta avevo la stessa aspirazione sua. Ma l’edicola-generation volge al tramonto.

“L’ultimo giorno”, e speriamo non sia l’ultimo corto!

StM - Thursday, 11 October 2007, 22:49 - segnalazioni

L’ultimo parto della Meow Productions si apre con una scena di escursione focale dell’inquadratura, che è accademia (e un po’ incerta agli estremi, ma forse non usa oliare gli obiettivi, vero? :D) quanto vogliamo, ma lascia ben sperare per il resto. E la qualità visiva de “L’ultimo giorno”, infatti, è sensibilmente migliore rispetto ai cortometraggi precedenti, oltre che la sperimentazione (registica, essenzialmente) più ardita.

Gli stessi Meowproduttori narrano di come questo corto sia il loro lavoro più ambizioso fino ad oggi, e di come sia stato difficile metterlo insieme. Non stento a crederlo, anche perché questa volta la sceneggiatura di Obi-Fran è una traccia che, per quanto dettagliata, richiede moltissimo alla capacità espressiva (e non solo tecnica) di regista, attori, addetti alla fotografia, e dello staff tutto quanto - così non dimentichiamo nessuno.

Ho trovato nella sceneggiatura qualche sparuta lacuna di implausibilità, o se non altro di mancanza di mordente - un cliché, per dire, rischia di cadere sia nell’una che nell’altra casistica; a queste lacune delle sceneggiature in genere vengono in soccorso gli attori (e il regista) con le proprie capacità, ma questa volta i salvataggi poche volte sono stati toccati dal sacro fuoco dell’ispirazione (più dal lato degli attori che da quello del regista, comunque); per fare un esempio di scambio di battute più banale del necessario, affossato definitivamente dalla poca convinzione attoriale: l’ultimo saluto tra i due amici.

Per finire di toglierci il dente delle cose che non vanno, alcune scene di grande potenziale semplicemente non funzionano. La sceneggiatura le descrive ambiziosamente, sulla carta funzionano, inquadratura e postproduzione le fanno ruggire, ma aldilà delle rimodulazione dovuta alla mancanza di mezzi, l’effetto finale non è all’altezza delle potenzialità espresse: un’aggressione non dovrebbe assomigliare a qualcuno che prima ti vuole abbracciare e poi scivola all’indietro su una banana, specie se deve comunicare il livello di imbarbarimento della civiltà umana nel suo ultimo giorno (e no, questo imbarbarimento non ha trasformato la Terra in un film dei Vanzina, adesso non esageriamo).

Comprendo benissimo che, se è la prova degli attori a lasciarmi meno soddisfatto, il motivo è l’oggettiva difficoltà del loro ruolo in uno scenario estremo come quello dipinto dallo Stefanacci (e dal Matheson, suo discepolo :D): ma, appunto per questo, forse un po’ di lavoro personale in più prima di girare non avrebbe guastato (visto che, immagino, non sarebbe stato possibile fare troppi “ciack” per la stessa scena). Nota a margine: ho trovato molto naturale e fotogenico Obi-Fran (in un ruolo secondario ma non un cameo), ma capisco che non abbia mai parlato di voler fare l’attore per il rischio che gli facciano fare da controfigura a Ewan McGregor.

La regia mi è molto piaciuta. C’è giusto qualche spigolo da arrotondare, ma se è uno spigolo per me, data la mia scarsa autorevolezza, magari è un ipercubo, o un capolavoro assoluto, per un altro. In qualche caso gli attori sono lasciati da soli a sostenere momenti di grande pathos, in cui una mano in più da dietro le macchine da presa non avrebbe fatto male… ma mi rendo conto che di certe cose non sempre ci si accorge subito. Un esempio è la scena della lettera della madre, lievemente asettica.

La fotografia e la postproduzione sono ottime (poi non pretendiamo Deep Impact con i vostri soldini, eh, anzi, esempio sbagliato perché sarebbe uno spreco dei vostri soldini), le musiche all’altezza (bravo Rockin’ Obi!, tra l’altro fanno parte del materiale scaricabile), e nel complesso il corto è coerente e godibile, anche (forse soprattutto… è un po’ quello che mi succede con Kusturica, per dire) alla seconda visione. La sensazione poi è che non sia solo l’ultimo capitolo di una trilogia, ma anche il primo passo verso qualcosa di nuovo, maturo, a cui qui si spera di poter assistere quanto prima.

E adesso, figlioli, correte subito a placare la vostra sete di conoscienza e sollazzo sul nuovo fiammante Meowsito, pieno di cose sbrilluccicose ed interessanti che faranno la gioia dei meowfan. (Un unico appunto: il micio al lato del “frame” copre le ultime lettere a destra, spostategli la lettiera un po’ più in là!).

Tre film visti a loro tempo al cinema che mi hanno intrattenuto una cifra

StM - Saturday, 1 September 2007, 17:52 - oblòg

Nella morsa del ragno. Non ricordo per quale assurdo motivo lo andai (andammo) a vedere. C’è Morgan Freeman che indaga per tutta la durata del film su chi ha commesso il crimine di produrre questa stronzata; peccato che la sceneggiatura sia così triste, e la recitazione di chiunque altro così pessima, che lo spettatore coglie immediatamente tutto quello che c’è da cogliere, e scopre subito dopo che non gliene può fregare di meno. Ho letto recensioni positive che mi hanno lasciato allibito.

Il Grinch. Sì. Sono andato a vedere Il Grinch. Al cinema. Perché sapete, ho questa opinione: se un film è per bambini, ma è bello, piacerà anche agli adulti. Il Grinch, d’altra parte, dovrebbe essere venduto in farmacia come cura per la stitichezza. Noioso. Vuoto. Probabilmente il target sono i bambini di 8 mesi appena caduti dal seggiolone picchiando la testa. “Il vostro bimbo è caduto dal seggiolone? Presto, è il momento di fargli vedere il Grinch!”. Sono stato sfottuto per questa mia scelta cinematografica e non ho trovato opportuno ribattere.

Il nostro matrimonio è in crisi. Questa mania dei comici di fare film, mortacci loro. A volte riescono, eh, non dico di no… ma non è, perché non hai direttamente davanti il pubblico che NON RIDE, che ti puoi permettere di andare avanti per TUTTO il film con la comicissima battuta “Ma pensa…”. Eccheccazzo. Il film mi aveva così preso che senza accorgermene avevo cominciato ad interagire sessualmente con la mia ragazza di allora, non rischiando tanto la denuncia per atti osceni, quanto di causare un infarto a un signore attempato (uno dei 3 spettatori oltre a noi) che s’era avveduto delle, ehm, effusioni.

Ecco perché Stefano Disegni e Rod Hilton, anche quando arrivano tardi per metterci in guardia dal mettere a repentaglio le nostre pupille, svolgono una funzione vendicatoria benemerita e liberatoria che va preservata ad ogni costo per lo sviluppo della Civiltà. Sottotitoli per non cliccanti: Stefano Disegni è un fumettista che, tra le altre cose, ogni mese produce per Ciak un riassunto caricaturale di un film che gli è particolarmente NON piaciuto; Rod Hilton è un formidabile produttore di “sceneggiature condensate”, cinicamente critiche ma straordinariamente comiche, pubblicate su “Total Film Magazine” (che non so cosa sia), per più o meno tutto quello che può muoversi su grande schermo. A Leggerli sembrerebbe che nessun film sia MAI loro piaciuto, ma l’inghippo è che dei film che ritengono guardabili NON parlano!

Un’altra efficace “penna da guardia” contro i mostri su pellicola (e in digitale), abitualmente meno comico (e non perché non sia in grado, io me lo ricordo quando mi faceva ribaltare dal ridere) ma sempre piuttosto incisivo, ovviamente è il nostro Obi ;). E poi lui parla anche dei film belli!

Vite sognate e angeli

StM - Monday, 20 August 2007, 13:52 - il criticone

Élodie Bouchez

Per solidarietà al clima e al mio umore, ecco un film in cui il sole non splende mai, se non nell’ostinato sorriso di Isa (Élodie Bouchez). Con La vie rêvée des anges (La vita sognata degli angeli) Erick Zonca ci narra con delicatezza la vita eterea, fragile, ma intensa come i morsi della fame di due ragazze che si incontrano per caso, e si aggrappano una all’altra come due naufraghi del sogno nel mare della realtà. Lungi però dall’avere la testa tra le nuvole o persa in progetti strampalati, Isa e Marie scavano nell’oggi, ciascuna a proprio modo ma sempre per quanto possibile insieme, senza fare molto concreto pensiero non dico al domani, ma al tra poco. L’adesso è sfuggevole, incontrollabile, e pur afferrato per la gola non assottiglia l’imprevedibilità del poi.

Natacha Régnier

Vidi questo film la prima volta alla sua uscita, otto anni fa, e mi sono rimaste impresse fino ad oggi le sensazioni che mi aveva dato, di nuvolosità e di vuoto allo stomaco. Rivedendolo ora, pur trovandomi riconfermate quelle sensazioni, mi sono accorto di aver dopotutto dimenticato diverse altre cose. In aggiunta, non avevo colto quanto fosse bella Natacha Régnier (Marie); il che è comprensibile, visto che Marie mostra al mondo la faccia sarcastica, rabbiosa o sofferente di chi non ha nemmeno un destino di cui essere padrone; ma imperdonabile. Arrivato approssimativamente al fotogramma un cui restringimento di campo è riportato qui a sinistra, ho messo in pausa la riproduzione e l’ho fissato per un po’, rapito (probabilmente sareste più rapiti anche voi se sapeste di che scena si tratta). Forse sto sviluppando a forza un senso della fotografia che mi fa apprezzare certe inquadrature che sono intensi ritratti in appena percepibile movimento, o le decorazioni e la resa degli interni con colori caldi e nitidi, o ancora le riprese con luce naturale (senza sole), un po’ scure ma cariche di atmosfera; il che è una buona notizia per il film, perché mi trova soddisfatto anche da questo punto di vista.

Per quanto lo sguardo sulle due ragazze sia delicato, comprensivo, intimo, La vita sognata degli angeli non risparmia loro e allo spettatore l’incursione nelle carni della lama affilata del dolore; e per quanto lo spettatore non sappia, indirettamente, cosa passi per la testa a Isa e Marie nel momento in cui la lama colpisce, proprio l’intimità dello sguardo gli permette tuttavia di vivere nei loro panni; ma, così come le visioni del mondo di Isa e Marie contrastano e generano reazioni diverse, anche lo spettatore potrà sentire dentro di sé la propria e portare avanti il proprio sogno reale di celluloide.

Eventuali difetti non saranno qui riportati perché non è tanto quello che il film è, che è importante, ma quello che suggerisce - e forse sarebbe un peggior suggeritore se fosse più perfetto. La vita sognata degli angeli non vi metterà di buon umore, di questo tenetene conto, anche se comunque a tratti vi farà sorridere. E’ un film francese, sì, ma anche se odiate i film francesi dategli una possibilità, perché è molto più concreto di quanto il titolo possa far supporre. Sarebbe stato meglio se avessi rimandato la visione ad un altro momento, ma, uhm, questo in effetti non vi interessa.

La solitudine filmica

StM - Sunday, 10 June 2007, 18:37 - pillole

Mi è capitato talvolta di domandarmi che accidenti di vita conducessero taluni personaggi di film; che fossero protagonisti, comprimari, o comparse, la loro vita sociale rasentava l’inesistenza, se non per quei pochi minuti in cui comparivano a schermo, e con l’ovvia eccezione dell’amoredellalorovita, a cui stavano regolarmente attaccati come simbionti. Quando ci sono, gli amici sono i vicini di casa, i colleghi, perfetti sconosciuti che diventano miglioriamicimorireiperte dall’oggi al domani.

Non so se dire “grazie al cielo la vita vera non è così”. Perchè chiaramente avere amici, magari *tanti*, consolidati amici, è una bella cosa; ma può capitare, nella vita vera, di pensare: “ok, amici a bordo, possiamo salpare; gli altri si fottano”. E questo è un po’ meno bello.

(ovviamente so che ci sono esigenze di snellezza della sceneggiatura, e so anche che molti film sono figli della cultura americana, che a volte produce cose sconcertanti come le case “chiavi e amici in mano”; ma non approfondiamo, lasciamolo come flash)

Delle cause e degli effetti (buon primo maggio)

StM - Tuesday, 1 May 2007, 2:08 - pensieri

E poi vado a vergognarmi in giro di fare acquisti solo quelle 2-3 volte all’anno che impediscono alla Decenza di comparirmi in sogno come l’angelo a Giuseppe. La volta che mi muovo, sfidando un traffico stolto e immotivato, zac!, trovo tutto chiuso. Non che non sia un problema ignoto, a Savona: più gente c’è in giro, più esercizi, commerciali e non, sono chiusi. Non per nulla quando i croceristi passano di lì alla domenica vengono abdotti e trascinati al magnifico Centro Commerciale, che è come dire: Qui Non Teniamo Un Cazzo Di Interessante. Non esiste la Collezione d’arte Pertini, opere che furono donate da vari artisti (Vedova, Sassu, Mirò, Guttuso, De Chirico) al compianto presidente, poi rigirate dalla moglie alla municipalità; non esiste la graziosa piazza Chabrol con le migliori focaccette con la panizza (occhio che le fanno in due posti, e solo nel vicoletto stretto che incrocia Via Pia sono le originali) e il miglior frappé (nella latteria, non nei bar) della provincia; esiste in effetti la fortezza del Priamar (qui una vista dalla sua terrazza più alta sul litorale di Savona e qui una vista su mare e, ehm, tre barchette belle, bianche le vele, vaporose e snelle), perché è giusto lì a due passi dall’attracco ed è abbastanza grande da tenere impegnato il crocerista per un’oretta buona scarpinando a zonzo. Che sia io a dire che si dovrebbe valorizzare un po’ di più quel che si ha però è comico.

Così ieri, che tanto al Centro Commerciale ci dovevo passare, ho finito per prenderci una maglietta (ehi, Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi comprava i suoi vestiti ai grandi magazzini, non fate quella faccia schifata). Affrontando anche, in quei cinque minuti, un non indifferente dilemma etico-economico. Alla nostra destra, la maglietta presunta made in Italy, 27 euro (gh); alla nostra sinistra, la maglietta made in Pakistan, da qualcuno che afferma di lottare per il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei minori, 7 euro. Ora, diciamolo subito: il dilemma etico-economico si è risolto da solo visto che la maglietta da 7 euro faceva un po’ schifo e quella da 27, anche se fra 3 mesi sarà sicuramente piena di buchi e sarà diventata rosa, era passabile; ma io quei 27 euro (ghgh) li ho spesi anche come atto di rigore e solidarietà civile. Il punto è che non possiamo pretendere di mantenere un livello di vita come il nostro se nei nostri acquisti diamo la preferenza ai prodotti di un livello di vita peggiore. Le leggi di mercato non vanno applicate ciecamente (è vero, non sono un liberista): non basta acquistare quel che ci serve da chi ce lo offre a meno, ma costui deve anche darci garanzie che la sua azione non ci si ritorcerà contro.

Ma so bene che, da un lato, già vedere la punta del proprio naso è difficile, e dall’altro, chi cerca di fare le cose per bene viene regolarmente messo da parte o (economicamente) soppresso. E così come dare addosso a chi, prima per fare più soldi e poi per sopravvivere, piglia e delocalizza le proprie aziende? Se già preferisci assumere uno sfruttabile neolaureato piuttosto che un competente ma costoso “veterano”, tanto vale che rastrelli le nuove leve nei paesi dell’est, o nel terzo mondo. No? Poi potrai pentirti quando nessuno nel tuo paese avrà un reddito sufficiente ad acquistare i tuoi prodotti perché il tasso di disoccupazione sarà alle stelle, o il reddito pro capite sarà diminuito drasticamente per altri motivi, ma via, per fasciarsi la testa c’è sempre tempo. E poi tu i soldi ce li hai, non è un problema tuo. Se poi devi licenziare qualcuno, basta che qualche tempo prima gli fai vedere en-passant Cacciatore di teste di Costa-Gavras, così potrà sfogare suoi eventuali istinti omicidi sulle persone giuste e non su di te. Problema risolto.

(per la puntata anti-protezionismo vedremo in futuro)

Torino & Museo del Cinema

StM - Monday, 16 April 2007, 11:54 - diario

Fino al ventiquattresimo anno di età non ho mai sfruttato granché le opportunità che mi sono capitate. Ventiquattro anni, sì. Tra le altre cose, sono stato quasi 5 anni a Torino a scopo università e non l’ho mai degnata di molti sguardi. Certo, diranno i colleghi studenti di ingegneria: è una facoltà che (in teoria) ti fa stare tanto a lezione, (in teoria) ti fa studiare tanto a casa e in più (meno in teoria) c’è di tanto in tanto la giUoia del laboratorio, che non guasta mai (salvo i corsi di programmazione, in cui “non fa rima con obbligatorio ma fa rima con consigliato“). Quindi, o esci di sera per andare a travoni (ehm, così pare che sia Corso Peschiera/Einaudi, vicino al Poli e a dove stavo), oppure durante il giorno non hai tutto questo tempo; specie considerato che le lezioni me le sparpagliavano a caso e quindi nei giorni peggiori avevi 2 ore di lezione, 2 di buco, 4 di lezione, 2 di buco, 2 ore fino alle 20.30; cose così; il Poli poi è più o meno lontano da ogni segno di civiltà, perciò nelle 2 ore di buco avevi appena il tempo di giungere alle propaggini di un qualsiasi essere umano non ingegnere, e subito dovevi prendere l’autobus per tornare.

Il fante d'Italia davanti al Politecnico

Comunque.

Visto che i ventiquattro anni di cui all’incipit li ho compiuti da un po’, ho accettato prontamente un invito che non si poteva rifiutare (mi sono trovato una testa d’acaro mozzata nel letto, anche se forse è stato un caso), e in due giorni ho visto probabilmente più (e soprattutto, migliore) Torino di quanta ne abbia vista nei suddetti 5 anni. E dire che ci fu anche chi mi avrebbe pure preso come cicerone torinese, a me -.-

Ora, il Museo Nazionale del Cinema sta a Torino non a caso: anche solo il giro per il Balon mi ha richiamato alla mente un film; ma a pensarci bene la città sembra un agglomerato di location da set molto più di quanto possano esserlo Milano, Genova, Firenze, persino Roma (e sì che tengono Cinecittà, ma non vale; non dico che a Roma non basti puntare la cinepresa a caso per tirar fuori un bel film, ma che la città ha una sua personalità indistinguibile: se giri un film a Roma, parli di Roma). Se poi consideriamo che la mia simpaticissima guida per la capitale del Regno di Sardegna era la ragazza più cinefila (e di buon gusto, a riguardo) che abbia mai conosciuto, be’, capirete che la ri-visita mi è piaciuta parecchio.

Casomai voleste un giorno visitare il Museo Nazionale del Cinema, siete gente che non vuole perdersi nulla, e avete una resistenza fisica non indifferente, tenetevi buone 6 ore.

Il Museo Nazionale del Cinema (Torino)

La visita comincia con l’archeologia del cinema, o con il pre-cinema, con un assortimento di stereoscopie (i ricordi di quando “giocavo” col ViewMaster!), barbatrucchi ottici (come il crudele taumatropio ingabbia-uccellini :( ), cinetoscopi di Edison, e insomma tanta roba divertente anche per i bimbini, o per i bimbini cresciuti (gli stessi che magari si visitano il NEMO di Amsterdam…). Ed è un ottimo antipasto.

Si prosegue quindi per un altro piano, forse il meno interessante a dire il vero, in cui il cinema viene un po’ presentato dietro le quinte, con “nicchie” dedicate ai vari personaggi (umani o tecnologici) che fanno sì che il rito magico della creazione del film si compia. Grazioso il documentario del making-of di un mini-corto di esempio.

Il cuore del museo, quello per cui siete moralmente obbligati a sbavare copiosamente, è il piano con le nicchie a tema debordanti di spezzoni di film. A vederseli tutti sono svariate ore… sì che ci sono i posti a sedere (nel settore del cinema onirico e surreale poi sono comodissimi), ma sono risicati e lo ribadisco, le ore sono proprio svariate, eh. Le nicchie, oltre a trasmettere film a tema, a tema sono addobbate, e devo dire che alcune sono davvero riuscite.

A metà tra la seccatura e la curiosità caratteristica, di tanto in tanto (forse ogni ora?) potrete gustarvi suggestivi giochi di luce sul cupolotto della Mole. Ho detto potrete? Dovrete, invece, perché durante tali giochi di luce tutti i monitor e proiettori vengono spenti. La cosa mi lascia un po’ perplesso, ma va riconosciuto che il biglietto d’ingresso non dà accesso solo a cose che si possono vedere, bensì anche a cose che si possono esperire. Meno male comunque che avevo l’eroica guida, sennò di fronte agli schermi improvvisamente neri sarei impazzito molto prima di capire cosa stava succedendo.

Non ebbi invece modo di giungere all’ultimo piano, dove, mi si dice, alberga una galleria di locandine e cose del genere. Essaràperunaltravolta.

Casablanca

StM - Monday, 26 March 2007, 22:56 - il criticone

Dire Casablanca è come dire Cinema. Fior di registi e autori in genere, in un certo momento o nell’altro della loro vita, hanno avuto l’accortezza (e ci mancherebbe) di guardarselo; e la sua forza ha avuto spesso una tale presa da illuminar loro la via, o da indurli a fargli addirittura omaggio di loro opere, in modo completo o parziale, in giochi di citazioni, rimandi e metacinema, o in veri e propri sacrifici votivi di celluloide.

Woody Allen costruì attorno a Casablanca, e in particolare al suo perfetto, memorabile finale, quasi un film nella sua interezza - a cominciare dal titolo: Provaci ancora, Sam. E se vi state chiedendo “ma che sta a ddì’?”, in realtà nel titolo originale la citazione è più esplicita: “Play It Again, Sam”, cioè il tormento… pardon, la celebre frase rivolta al pianista del Ricky’s Bar (o Rick’s Café), e riferita ad una canzone che è al tempo stesso una speranza e un ricordo.

As Time Goes By ci ricorda di come certe cose non cambino, non debbano e non possano cambiare, anche quando le vicende umane vengono vergate, giorno dopo giorno, di rosso sangue su pagine nere.

And when two lovers woo
They still say, “I love you.”
On that you can rely
No matter what the future brings
As time goes by.

Casablanca è un film del 1942, e parlava di guerra a guerra in corso, ma metteva i riflettori sulle influenze collaterali della guerra sulla vita di persone, che fossero comuni o straordinarie e che, pur stando in territorio neutro, dalla guerra non riuscivano a fuggire o star completamente lontane.

In “Provaci ancora, Sam”, Woody Allen mette in campo una memorabile caricatura di Humphrey Bogart, e riesce a fondere senza forzature un’intera scena del film di Michael Curtiz nel suo; per il resto non è uno dei migliori film dell’autore newyorkese, e ammetto di provare una certa epidermica repulsione per l’eccessiva, caricaturale goffaggine del protagonista. Tuttavia ne consiglio la visione senza troppe riserve, perché non è privo di sparsa originalità ed è portatore di quell’umorismo alleniano di cui non credo esista in circolazione un erede (nemmeno nello stesso Allen, e non lo dico con rammarico).

Non solo la fantasia dei registi ha subito l’impatto del mito. Nel 1998, la Lucas Arts sfornò l’avventura grafica Grim Fandango, forse primo esempio di videogioco del genere che utilizzasse un motore tridimensionale (ABS ovviamente potrà smentire - altro che Google, è ABS la minaccia alla conservazione della memoria individuale), e forse uno dei videogiochi più “cinematografici” della storia del videoludo: le citazioni a generi e a film specifici si sprecavano, che fossero evidenti e coscienti o meno, partendo dal noir di fondo e arrivando, appunto, a omaggi quasi sfacciati al film del ‘42 in questione.

Ancora nel 1998, Emir Kusturica dedicò a Casablanca una sorta di cammeo in Gatto nero, gatto bianco. E, anche lui, mostrò di essere stato particolarmente colpito da quel finale che credo qualsiasi regista sogna di filmare almeno una volta nella vita.

Come finale di un post invece non ce lo vedrei molto bene, quindi *evito*.