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Esse come Savona, o come Spasso, o Stamin…
StM è nato e cresciuto in provincia di Savona. Se gli date del provinciale non si offende, a meno che non lo riteniate voi stessi un’offesa invece che un dato oggettivo.
La provincia di Savona è una tipica provincia che per la maggior parte del territorio è ridente per paresi facciale, sebbene forse in riviera qualche sorriso sincero di tanto in tanto lo si veda. Certo, se siete un residente di una bella cittadina turistica ve la potete godere tutto l’anno, ovvero quando in realtà andate a lavorare in qualche luogo ben più triste, tranne durante le feste in cui c’è l’assalto di villeggianti che si credono a casa loro (in qualche caso è effettivamente vero, SECONDA casa, fatta risultare coi salti mortali come prima casa della moglie o dei figli per non pagare l’ICI), e tu sei “finalmente” in ferie. In provincia di Savona ci piacciono i periodi estremamente lunghi e complessi (non è vero).
E’ opinione comune che il capoluogo sia il posto meno sorridente di tutti. A titolo di esempio, prendiamo un sabato sera qualsiasi in cui vi si rompe la macchina dopo che siete stati tutto il pomeriggio all’Ipercoop a non fare un accidente e perciò dovete restare lì. Dite: andiamo al porto che ci sarà vita. In effetti i locali sono tutti lì. Se vi piace ballare, be’, spiacente ma dovete uscire dalla città… ma questo non è un mio problema. Comunque, dicevamo di questi locali. Scambiate qualche occhiata furtiva con chi vi circonda e scoprite la terribile verità: TUTTI quanti con la macchina rotta che non sanno come tornare a casa, o ancor meglio come andare semplicemente altrove. E di macchine se ne rompono sempre abbastanza da riempire fino all’orlo i locali più piccoli, quindi dovete pure vagabondare quella mezz’ora per trovare chi metta a disposizione del pubblico un po’ più di un tavolino e tre sedie.
Detto sinceramente, a girare per Savona alla sera ci mancano solo le salsole. Ma non disperate: non appena vi sarete accomodati al vostro tavolo per fare quattro chiacchiere in santa pace (a proposito della vostra macchina rotta), qualcuno verrà a farvi gradita compagnia. I signori che vendono rose.
I signori che vendono rose
Sigh. Io non li ho mai sopportati. Che siano ragazzi, uomini o bambini, il solo concetto che cerchino di far leva sulle vostre insicurezze con una certa qual forma di velato ricatto mi fa uscire dai gangheri. “Compra la rosa alla ragazza con cui ti accompagni, dimostrami che non sei tirchio e rozzo e pezzealculo”. Non ho mai preteso di essere un elettore di estrema sinistra che capisce (finché non gli riga la macchina perché non ha pagato il “pizzo” al parcheggio) ed empatizza con le problematiche dell’immigrato irregolare sfruttato, privo di tutele e ingranaggio della criminalità organizzata, però ammetto di essere rimasto deluso da me stesso le prime volte che ho risposto male a certe inutili insistenze. Perché non basta ignorare, non basta dire no tre volte (ed eventualmente far cantare un gallo nel mentre): li devi scacciare.
Ho solo fortuna che attualmente mi accompagno a persone che si arrabbierebbero anche più di me, perché avrebbero da dirne quattro sull’opportunità di uccidere le povere rose per nessun fine utile; quindi si fa a turni, e alla fine non è così pesante.
Una sola volta avrei pagato volentieri una rosa. Era una rosa blu, e non le vedi tanto spesso (ci sarebbe poi da dire che il colore blu è di per sé una tortura per la povera rosa, da quel che so). Il ragazzo era simpatico a pelle, e perlomeno ci metteva… passione. E’ vero che in questo genere di attività (e includo accattonaggio ed esibizioni musicali – in genere con fisarmonica e sempre le stesse 4 note in croce) si trovano sempre un sacco di volti nuovi, novellini che vedi una volte e poi non più; ma vedi anche bambini, ragazzi e uomini che ricordi di aver già visto mesi e anni prima… e non hanno cambiato il loro impegno di una virgola: si avvicinano al tavolo, sorridono, provano ad appoggiare una rosa, se ne vanno con le pive nel sacco al quarto rifiuto. Il venditore che mi aveva quasi convinto invece aveva sviluppato un modo di fare, di presentarsi (un ridicolissimo cappello con le lucette e palloncini annodati, e una certa disinvoltura), che effettivamente avvinceva e non risultava per nulla noioso e ricattatorio; alla fine gli si aveva lasciato appoggiare la rosa, e tuttavia non lo si era più visto tornare per poi pagargliela… e se la si è portata via lo stesso :P.
Ma abbastanza per i rompiba… per i venditori di rose.
Direte voi: Ma locali a parte… un cinema ci sarà pure a Savona, no? Cooome no. Un multisala da 6 sale e un cinema d’essai.
I cinema
I cinema a Savona si adeguano alla crisi economica e alla regola per cui, alla sera, o si esce a cena o si va al cinema; non entrambe le cose. L’ultimo spettacolo infatti comincia in un range che va dalle 21.15 alle 22.15, cioè tra il momento in cui ci si siede a tavola e quello in cui si prende il caffè. La cosa migliore è che gli orari cambiano continuamente, quindi se non vai a controllare giorno per giorno non puoi fare programmi.
In alcune sale vige il doppio film, vale a dire che nel pomeriggio c’è quello da bambini e alla sera quello per adulti; in genere quando lo scopri, che quello da bambini era solo al pomeriggio, è troppo tardi e devi per forza andare a rompere la macchina e farti un giro al porto, perché il film da adulti fa troppo schifo.
Niente da dire sul cinema d’essai: alta qualità media, e gli orari rimangono quelli di sempre, così che, almeno lì, uno si sappia regolare. Peccato che prima o poi chiuderà, grazie a chi ha ridotto i fondi per le attività culturali. Ovviamente si spera di no.
Poniamo che vogliate tornare a casa in autobus, visto che avete la macchina rotta. Buona fortuna.
Il trasporto pubblico
Perché innanzitutto non dovete fare troppo tardi, che l’ultimo autobus parte alle 22.30. Oh guarda, proprio in tempo, se siete andati al cinema al primo spettacolo.
Ho avuto il mio dire per talune sviste nel nuovo sistema tariffario dell’ACTS, e ancora ho qualcosa di rimanente nel cappello. Del tipo che, be’, quando è la quarta-quinta volta che la neve blocca le strade e gli autobus rimangono in coda per ore… quanti biglietti da 90 minuti bisogna obliterare? E quando la gente ti parcheggia nello spazio di manovra del bus e finché non si sposta devi aspettare? E quando un bus arriva in ritardo ma l’altro parte in perfetto orario o in anticipo, perdi la coincidenza, e devi aspettare 40 minuti-un’ora il bus successivo? E’ proprio un sistema ideato da qualcuno che ha sempre tenuto il suo sedere al caldo nel capoluogo e non si è mai posto problemi – tanto lui andrà in macchina. E il tutto basandosi sul lavoro degli eroici contapasseggeri, probabilmente più per minimizzare il numero di proteste che non per migliorare il servizio (per il momento non ho visto miglioramenti, solo quella decina di euro in meno ogni mese nel portafoglio).
I mezzi comunque sono in ottime condizioni. Se eccettuiamo il fatto che sistematicamente bisogna aiutare il bus che prendo all’uscita da lavoro a chiudere le porte in salita, sennò ‘un gliela fa. E tralasciando quei giorni sfortunati in cui di bus se ne rompono per strada due – o forse è lo stesso che si è spento in corsa due volte (perché la prima non aveva convinto, non era venuta bene).
E lasciamo stare che ci sono quei due-tre autisti con difettucci trascurabili quali lo stop-and-go compulsivo, la passione per la velocità e le inchiodate, quelli privi di organi sensoriali in grado di percepire la temperatura ambientale, che loro hanno la giacca e tu in maglietta sudi e sei indeciso tra nausea e allucinazioni. Chiaro, sulla maggior parte degli autisti non ho nulla da dire, fanno bene il loro lavoro; però quando capita quella volta dello stop-and-go coi 35 gradi, che per le 2 ore successive credi di morire, la tentazione di mandare a quel paese il riscaldamento globale e andare a lavorare in macchina ti viene.
Plis visit blog bat plis visit Savona
Un po’ come nel resto di Taglia, le cose belle ci sono anche qui e invece di valorizzarle si passa il tempo a lamentarsi; a mugugnare, diremmo noi. Una volta credevo che altrove avrei vissuto meglio (credo sia capitato a tutti), ma alla fine ogni posto ha i suoi difetti, e bisogna andare a stare nel posto i cui difetti sono per noi meno insopportabili.
Certo, un post informativo/turistico su Savona non sarebbe stato così divertente. Ma prima o poi lo avrete.
(questo post è stato preparato più di due settimane fa ma pubblicato solo ora perché… si fatica a trovare un motivo per fare post, ANCHE quando sono già pronti; dev’essere stanchezza)
Il divo sorrentinino
“Il divo” di Paolo Sorrentino è uno di quei film che ti illude con i primi 20 minuti di fuoco e fiamme, o per meglio dire di immagini e musica che solleticano i sensi e l’intelletto; già gongolavo sulla scena surreale a cui faceva da sfondo “il gardellino” di Vivaldi… e poi invece niente, il tutto è tornato sui binari tranquilli di un collage di eventi politici e personali raccontati con dialoghi ben costruiti, massime memorabili (anche se magari un po’ troppo aforistiche, ma va dato atto del tentativo di non svuotarle di significato), e straordinaria capacità di caratterizzazione (principalmente di Toni Servillo e della sua carismatica voce).
Il ritratto che si fa di Andreotti non è quello negativo che vi aspettereste (principalmente dai trailer e dalla varia pubblicità); così come per l’Italia: di Andreotti viene fatto un ritratto molto umano, e dell’Italia è rimembrato e riproposto il periodo in cui, ancora, avevamo una classe politica, pur corrotta e collusa; oggi abbiamo corrotti e collusi non-politici, come a dire: “così facciamo prima”.
Tornando al film: ho perso diottrie a leggere le didascalie *piccole e rosso scuro* che ogni tanto apparivano di fianco ai personaggi (e che giustificano, a ripensarci, gli “effetti 3D” che sfilavano tra i credits e che inizialmente mi avevano lasciato perplesso), e ovviamente qua e là non ci ho capito molte fave (e salame) nell’intreccio storico.
La visione è consigliata senza riserve a chiunque venga anche vagamente solleticato dal soggetto, e con qualche riserva modesta agli appassionati di frasi celebri con taccuino appresso; sarei però curioso di sapere il parere di chi Andreotti non sa nemmeno chi, e l’Italia non sa nemmeno cosa, sia: lì forse il film mostra un po’ il fianco, ma non credo potesse essere diversamente, giacché non si tratta di un documentario.
P.S: io ero il maniaco che è rimasto nella sala vuota fino alla fine dei titoli di coda; non dovreste lasciarmi andare al cinema da solo tanto spesso, nossignori.
Le proprietà curative dei fratelli Marx
C’è questa storia di un uomo che per una certa ragione decide di farla finita; ma non è un cuordileone e all’ultimo momento la canna si sposta, ferendo mortalmente uno specchio o qualcosa del genere (brutto mestiere quello degli specchi, nel cinema). Come in un sogno l’uomo si butta in strada e comincia a vagare per la città senza meta, fino a che non decide di entrare in un cinema, senza nemmeno sapere cosa stessero proiettando.
Era un vecchio film dei fratelli Marx. L’uomo sulle prime si trova in quel posto come in qualsiasi altro, forse aveva deciso di entrare per stare al buio. Ma poi comincia a guardare il film. E dopo poco comincia a ridere.
Per Woody Allen i “vecchi film dei fratelli Marx” sono davvero uno dei motivi per cui valga la pena di vivere (lo afferma anche in Manhattan, se la memoria non m’inganna). E non ha tutti i torti. Oggi ho attaccato a vedere Go West, e ho riso dall’inizio alla fine. Non sapete quanto ne avessi bisogno.
Come è giusto che sia, per qualcosa che nasce dal teatro, alcune cose si ripetono di film in film. Per esempio Chico ha sempre una gran voglia di suonare il piano (“Oh, meno male, temevo che non me lo avresti chiesto”), con quella sua buffa mossa della mano a pistola. Groucho ha l’abitudine di entrare a testa bassa, ad ampie falcate, con sigaro e baffi, nei momenti e luoghi meno opportuni; salvo poi comportarsi come se fossero gli altri a disturbare. Harpo è muto, dispettoso irriducibile, e tipicamente capita di vederlo inseguire qualche giovine donzella impaurita da un lato all’altro dello schermo; ah, e poi suona l’arpa, e sì, da questo deriva il nome d’arte.
Nelle edicole non c’è più nulla
Entravo nelle edicole come nel paese dei balocchi. Così tante cose da vedere, da confrontare col budget, da girare e rigirare per cercare di intuirne il valore, da sfogliare di straforo. Quando ero ragazzino nelle edicole c’erano i libretti a mille, duemila, tremila lire (che oggi vi vendono in libreria, pieni di polvere e con il bollino da 4 euro incollato sopra, non si sa perché): e edizioni mica da ridere, prefazioni e introduzioni coi controfiocchi, traduzioni dignitose, titoli di primo piano (Dracula, uno dei tremilalire che ricordo con più affetto). Quando ero ragazzino era l’epoca delle riviste di videogiochi che, in particolare, cominciavano ad uscire coi floppy, e poi col ciddì allegato; quando ancora internet non era “free”, e anche quando lo era ma era lenta, ti portavi a casa il tuo bel carico di svago elettronico mensile e spulciavi il supporto magnetico/ottico fino a raschiarne il fondo, per essere proprio sicuro di non perderti nulla. Ah, be’, certo, leggevi anche la rivista.
Quando ero ragazzino, Lupo Alberto e Dylan Dog, per dirne due, erano fumetti interessanti, fenomeni di costume, ciascuno a suo modo. Non aggiungo nulla a ciò che penso di Dylan Dog (se ve lo siete perso usate la di ricerca, che funziona tanto bene); di recente ho preso un albo di Lupo Alberto è l’ho trovato tutto un po’ sciapino, adoscelenzialeggiante ma sul fronte superficiale. O ho avuto un abbaglio per anni, o qualcosa s’è perso, perché non ho mai avuto, in generale, un grande interesse per quello che ho ritrovato ora a distanza di anni. Fortunatamente l’offerta fumettistica, complessivamente, non dev’essere realmente peggiorata, se penso che c’è un certo Rat-Man che va a ruba.
Già, cazzo. Va a ruba. Non lo trovo MAI. In edicola trovo giusto quel paio di serie Bonelli che ancora leggo (Dampyr e Magico Vento); per il resto, ogni tanto vado in fumetteria con una pila di sacchi di juta e il furgone.
Quando non direttamente online. Già. L’acquisto, o direttamente la fruizione online dei contenuti, ha ucciso l’edicola. Non compro giornali, anche perché quando me ne trovo uno in mano ne trovo interessante un 5% se va bene. Non compro più riviste di informatica, e quasi più riviste di videogiochi. A parte forse quelli di Ciak, non compro ovviamente i fa-vo-lo-si film in divuddì allegati alle riviste (o stand-alone con i necessari trucchi paraculi degli obbligatori abbinamenti editoriali col foglio da carta igienica: tu compri la carta igienica, e hai *allegato, non vendibile separatamente*, il film), che se ti interessavano li avevi già comprati alla loro uscita, e se non ti interessano tanto sarai costretto a vederli due giorni dopo in tivvù.
I libri, non ho ancora capito che fine abbiano fatto. Probabilmente bruciati dal corpo speciale dei pompieri, e magari trovate in giro gente che ha stampigliato “100 pagine, 1000 lire” sulla nuca, e che ripete tra sé e sé una litanìa indistinguibile.
L’ingresso in un’edicola, alla fin fine, è per me ormai piuttosto desolante. Qualcuno le ha chiamate in modo ficcante “bazaar”. E dire che una volta avevo la stessa aspirazione sua. Ma l’edicola-generation volge al tramonto.
“L’ultimo giorno”, e speriamo non sia l’ultimo corto!
L’ultimo parto della Meow Productions si apre con una scena di escursione focale dell’inquadratura, che è accademia (e un po’ incerta agli estremi, ma forse non usa oliare gli obiettivi, vero? :D) quanto vogliamo, ma lascia ben sperare per il resto. E la qualità visiva de “L’ultimo giorno”, infatti, è sensibilmente migliore rispetto ai cortometraggi precedenti, oltre che la sperimentazione (registica, essenzialmente) più ardita.
Gli stessi Meowproduttori narrano di come questo corto sia il loro lavoro più ambizioso fino ad oggi, e di come sia stato difficile metterlo insieme. Non stento a crederlo, anche perché questa volta la sceneggiatura di Obi-Fran è una traccia che, per quanto dettagliata, richiede moltissimo alla capacità espressiva (e non solo tecnica) di regista, attori, addetti alla fotografia, e dello staff tutto quanto – così non dimentichiamo nessuno.
Ho trovato nella sceneggiatura qualche sparuta lacuna di implausibilità, o se non altro di mancanza di mordente – un cliché, per dire, rischia di cadere sia nell’una che nell’altra casistica; a queste lacune delle sceneggiature in genere vengono in soccorso gli attori (e il regista) con le proprie capacità, ma questa volta i salvataggi poche volte sono stati toccati dal sacro fuoco dell’ispirazione (più dal lato degli attori che da quello del regista, comunque); per fare un esempio di scambio di battute più banale del necessario, affossato definitivamente dalla poca convinzione attoriale: l’ultimo saluto tra i due amici.
Per finire di toglierci il dente delle cose che non vanno, alcune scene di grande potenziale semplicemente non funzionano. La sceneggiatura le descrive ambiziosamente, sulla carta funzionano, inquadratura e postproduzione le fanno ruggire, ma aldilà delle rimodulazione dovuta alla mancanza di mezzi, l’effetto finale non è all’altezza delle potenzialità espresse: un’aggressione non dovrebbe assomigliare a qualcuno che prima ti vuole abbracciare e poi scivola all’indietro su una banana, specie se deve comunicare il livello di imbarbarimento della civiltà umana nel suo ultimo giorno (e no, questo imbarbarimento non ha trasformato la Terra in un film dei Vanzina, adesso non esageriamo).
Comprendo benissimo che, se è la prova degli attori a lasciarmi meno soddisfatto, il motivo è l’oggettiva difficoltà del loro ruolo in uno scenario estremo come quello dipinto dallo Stefanacci (e dal Matheson, suo discepolo :D): ma, appunto per questo, forse un po’ di lavoro personale in più prima di girare non avrebbe guastato (visto che, immagino, non sarebbe stato possibile fare troppi “ciack” per la stessa scena). Nota a margine: ho trovato molto naturale e fotogenico Obi-Fran (in un ruolo secondario ma non un cameo), ma capisco che non abbia mai parlato di voler fare l’attore per il rischio che gli facciano fare da controfigura a Ewan McGregor.
La regia mi è molto piaciuta. C’è giusto qualche spigolo da arrotondare, ma se è uno spigolo per me, data la mia scarsa autorevolezza, magari è un ipercubo, o un capolavoro assoluto, per un altro. In qualche caso gli attori sono lasciati da soli a sostenere momenti di grande pathos, in cui una mano in più da dietro le macchine da presa non avrebbe fatto male… ma mi rendo conto che di certe cose non sempre ci si accorge subito. Un esempio è la scena della lettera della madre, lievemente asettica.
La fotografia e la postproduzione sono ottime (poi non pretendiamo Deep Impact con i vostri soldini, eh, anzi, esempio sbagliato perché sarebbe uno spreco dei vostri soldini), le musiche all’altezza (bravo Rockin’ Obi!, tra l’altro fanno parte del materiale scaricabile), e nel complesso il corto è coerente e godibile, anche (forse soprattutto… è un po’ quello che mi succede con Kusturica, per dire) alla seconda visione. La sensazione poi è che non sia solo l’ultimo capitolo di una trilogia, ma anche il primo passo verso qualcosa di nuovo, maturo, a cui qui si spera di poter assistere quanto prima.
E adesso, figlioli, correte subito a placare la vostra sete di conoscienza e sollazzo sul nuovo fiammante Meowsito, pieno di cose sbrilluccicose ed interessanti che faranno la gioia dei meowfan. (Un unico appunto: il micio al lato del “frame” copre le ultime lettere a destra, spostategli la lettiera un po’ più in là!).
Tre film visti a loro tempo al cinema che mi hanno intrattenuto una cifra
Nella morsa del ragno. Non ricordo per quale assurdo motivo lo andai (andammo) a vedere. C’è Morgan Freeman che indaga per tutta la durata del film su chi ha commesso il crimine di produrre questa stronzata; peccato che la sceneggiatura sia così triste, e la recitazione di chiunque altro così pessima, che lo spettatore coglie immediatamente tutto quello che c’è da cogliere, e scopre subito dopo che non gliene può fregare di meno. Ho letto recensioni positive che mi hanno lasciato allibito.
Il Grinch. Sì. Sono andato a vedere Il Grinch. Al cinema. Perché sapete, ho questa opinione: se un film è per bambini, ma è bello, piacerà anche agli adulti. Il Grinch, d’altra parte, dovrebbe essere venduto in farmacia come cura per la stitichezza. Noioso. Vuoto. Probabilmente il target sono i bambini di 8 mesi appena caduti dal seggiolone picchiando la testa. “Il vostro bimbo è caduto dal seggiolone? Presto, è il momento di fargli vedere il Grinch!”. Sono stato sfottuto per questa mia scelta cinematografica e non ho trovato opportuno ribattere.
Il nostro matrimonio è in crisi. Questa mania dei comici di fare film, mortacci loro. A volte riescono, eh, non dico di no… ma non è, perché non hai direttamente davanti il pubblico che NON RIDE, che ti puoi permettere di andare avanti per TUTTO il film con la comicissima battuta “Ma pensa…”. Eccheccazzo. Il film mi aveva così preso che senza accorgermene avevo cominciato ad interagire sessualmente con la mia ragazza di allora, non rischiando tanto la denuncia per atti osceni, quanto di causare un infarto a un signore attempato (uno dei 3 spettatori oltre a noi) che s’era avveduto delle, ehm, effusioni.
Ecco perché Stefano Disegni e Rod Hilton, anche quando arrivano tardi per metterci in guardia dal mettere a repentaglio le nostre pupille, svolgono una funzione vendicatoria benemerita e liberatoria che va preservata ad ogni costo per lo sviluppo della Civiltà. Sottotitoli per non cliccanti: Stefano Disegni è un fumettista che, tra le altre cose, ogni mese produce per Ciak un riassunto caricaturale di un film che gli è particolarmente NON piaciuto; Rod Hilton è un formidabile produttore di “sceneggiature condensate”, cinicamente critiche ma straordinariamente comiche, pubblicate su “Total Film Magazine” (che non so cosa sia), per più o meno tutto quello che può muoversi su grande schermo. A Leggerli sembrerebbe che nessun film sia MAI loro piaciuto, ma l’inghippo è che dei film che ritengono guardabili NON parlano!
Un’altra efficace “penna da guardia” contro i mostri su pellicola (e in digitale), abitualmente meno comico (e non perché non sia in grado, io me lo ricordo quando mi faceva ribaltare dal ridere) ma sempre piuttosto incisivo, ovviamente è il nostro Obi ;). E poi lui parla anche dei film belli!
Vite sognate e angeli

Per solidarietà al clima e al mio umore, ecco un film in cui il sole non splende mai, se non nell’ostinato sorriso di Isa (Élodie Bouchez). Con La vie rêvée des anges (La vita sognata degli angeli) Erick Zonca ci narra con delicatezza la vita eterea, fragile, ma intensa come i morsi della fame di due ragazze che si incontrano per caso, e si aggrappano una all’altra come due naufraghi del sogno nel mare della realtà. Lungi però dall’avere la testa tra le nuvole o persa in progetti strampalati, Isa e Marie scavano nell’oggi, ciascuna a proprio modo ma sempre per quanto possibile insieme, senza fare molto concreto pensiero non dico al domani, ma al tra poco. L’adesso è sfuggevole, incontrollabile, e pur afferrato per la gola non assottiglia l’imprevedibilità del poi.

Vidi questo film la prima volta alla sua uscita, otto anni fa, e mi sono rimaste impresse fino ad oggi le sensazioni che mi aveva dato, di nuvolosità e di vuoto allo stomaco. Rivedendolo ora, pur trovandomi riconfermate quelle sensazioni, mi sono accorto di aver dopotutto dimenticato diverse altre cose. In aggiunta, non avevo colto quanto fosse bella Natacha Régnier (Marie); il che è comprensibile, visto che Marie mostra al mondo la faccia sarcastica, rabbiosa o sofferente di chi non ha nemmeno un destino di cui essere padrone; ma imperdonabile. Arrivato approssimativamente al fotogramma un cui restringimento di campo è riportato qui a sinistra, ho messo in pausa la riproduzione e l’ho fissato per un po’, rapito (probabilmente sareste più rapiti anche voi se sapeste di che scena si tratta). Forse sto sviluppando a forza un senso della fotografia che mi fa apprezzare certe inquadrature che sono intensi ritratti in appena percepibile movimento, o le decorazioni e la resa degli interni con colori caldi e nitidi, o ancora le riprese con luce naturale (senza sole), un po’ scure ma cariche di atmosfera; il che è una buona notizia per il film, perché mi trova soddisfatto anche da questo punto di vista.
Per quanto lo sguardo sulle due ragazze sia delicato, comprensivo, intimo, La vita sognata degli angeli non risparmia loro e allo spettatore l’incursione nelle carni della lama affilata del dolore; e per quanto lo spettatore non sappia, indirettamente, cosa passi per la testa a Isa e Marie nel momento in cui la lama colpisce, proprio l’intimità dello sguardo gli permette tuttavia di vivere nei loro panni; ma, così come le visioni del mondo di Isa e Marie contrastano e generano reazioni diverse, anche lo spettatore potrà sentire dentro di sé la propria e portare avanti il proprio sogno reale di celluloide.
Eventuali difetti non saranno qui riportati perché non è tanto quello che il film è, che è importante, ma quello che suggerisce – e forse sarebbe un peggior suggeritore se fosse più perfetto. La vita sognata degli angeli non vi metterà di buon umore, di questo tenetene conto, anche se comunque a tratti vi farà sorridere. E’ un film francese, sì, ma anche se odiate i film francesi dategli una possibilità, perché è molto più concreto di quanto il titolo possa far supporre. Sarebbe stato meglio se avessi rimandato la visione ad un altro momento, ma, uhm, questo in effetti non vi interessa.
La solitudine filmica
Mi è capitato talvolta di domandarmi che accidenti di vita conducessero taluni personaggi di film; che fossero protagonisti, comprimari, o comparse, la loro vita sociale rasentava l’inesistenza, se non per quei pochi minuti in cui comparivano a schermo, e con l’ovvia eccezione dell’amoredellalorovita, a cui stavano regolarmente attaccati come simbionti. Quando ci sono, gli amici sono i vicini di casa, i colleghi, perfetti sconosciuti che diventano miglioriamicimorireiperte dall’oggi al domani.
Non so se dire “grazie al cielo la vita vera non è così”. Perchè chiaramente avere amici, magari *tanti*, consolidati amici, è una bella cosa; ma può capitare, nella vita vera, di pensare: “ok, amici a bordo, possiamo salpare; gli altri si fottano”. E questo è un po’ meno bello.
(ovviamente so che ci sono esigenze di snellezza della sceneggiatura, e so anche che molti film sono figli della cultura americana, che a volte produce cose sconcertanti come le case “chiavi e amici in mano”; ma non approfondiamo, lasciamolo come flash)
Delle cause e degli effetti (buon primo maggio)
E poi vado a vergognarmi in giro di fare acquisti solo quelle 2-3 volte all’anno che impediscono alla Decenza di comparirmi in sogno come l’angelo a Giuseppe. La volta che mi muovo, sfidando un traffico stolto e immotivato, zac!, trovo tutto chiuso. Non che non sia un problema ignoto, a Savona: più gente c’è in giro, più esercizi, commerciali e non, sono chiusi. Non per nulla quando i croceristi passano di lì alla domenica vengono abdotti e trascinati al magnifico Centro Commerciale, che è come dire: Qui Non Teniamo Un Cazzo Di Interessante. Non esiste la Collezione d’arte Pertini, opere che furono donate da vari artisti (Vedova, Sassu, Mirò, Guttuso, De Chirico) al compianto presidente, poi rigirate dalla moglie alla municipalità; non esiste la graziosa piazza Chabrol con le migliori focaccette con la panizza (occhio che le fanno in due posti, e solo nel vicoletto stretto che incrocia Via Pia sono le originali) e il miglior frappé (nella latteria, non nei bar) della provincia; esiste in effetti la fortezza del Priamar (qui una vista dalla sua terrazza più alta sul litorale di Savona e qui una vista su mare e, ehm, tre barchette belle, bianche le vele, vaporose e snelle), perché è giusto lì a due passi dall’attracco ed è abbastanza grande da tenere impegnato il crocerista per un’oretta buona scarpinando a zonzo. Che sia io a dire che si dovrebbe valorizzare un po’ di più quel che si ha però è comico.
Così ieri, che tanto al Centro Commerciale ci dovevo passare, ho finito per prenderci una maglietta (ehi, Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi comprava i suoi vestiti ai grandi magazzini, non fate quella faccia schifata). Affrontando anche, in quei cinque minuti, un non indifferente dilemma etico-economico. Alla nostra destra, la maglietta presunta made in Italy, 27 euro (gh); alla nostra sinistra, la maglietta made in Pakistan, da qualcuno che afferma di lottare per il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei minori, 7 euro. Ora, diciamolo subito: il dilemma etico-economico si è risolto da solo visto che la maglietta da 7 euro faceva un po’ schifo e quella da 27, anche se fra 3 mesi sarà sicuramente piena di buchi e sarà diventata rosa, era passabile; ma io quei 27 euro (ghgh) li ho spesi anche come atto di rigore e solidarietà civile. Il punto è che non possiamo pretendere di mantenere un livello di vita come il nostro se nei nostri acquisti diamo la preferenza ai prodotti di un livello di vita peggiore. Le leggi di mercato non vanno applicate ciecamente (è vero, non sono un liberista): non basta acquistare quel che ci serve da chi ce lo offre a meno, ma costui deve anche darci garanzie che la sua azione non ci si ritorcerà contro.
Ma so bene che, da un lato, già vedere la punta del proprio naso è difficile, e dall’altro, chi cerca di fare le cose per bene viene regolarmente messo da parte o (economicamente) soppresso. E così come dare addosso a chi, prima per fare più soldi e poi per sopravvivere, piglia e delocalizza le proprie aziende? Se già preferisci assumere uno sfruttabile neolaureato piuttosto che un competente ma costoso “veterano”, tanto vale che rastrelli le nuove leve nei paesi dell’est, o nel terzo mondo. No? Poi potrai pentirti quando nessuno nel tuo paese avrà un reddito sufficiente ad acquistare i tuoi prodotti perché il tasso di disoccupazione sarà alle stelle, o il reddito pro capite sarà diminuito drasticamente per altri motivi, ma via, per fasciarsi la testa c’è sempre tempo. E poi tu i soldi ce li hai, non è un problema tuo. Se poi devi licenziare qualcuno, basta che qualche tempo prima gli fai vedere en-passant Cacciatore di teste di Costa-Gavras, così potrà sfogare suoi eventuali istinti omicidi sulle persone giuste e non su di te. Problema risolto.
(per la puntata anti-protezionismo vedremo in futuro)
Torino & Museo del Cinema
Fino al ventiquattresimo anno di età non ho mai sfruttato granché le opportunità che mi sono capitate. Ventiquattro anni, sì. Tra le altre cose, sono stato quasi 5 anni a Torino a scopo università e non l’ho mai degnata di molti sguardi. Certo, diranno i colleghi studenti di ingegneria: è una facoltà che (in teoria) ti fa stare tanto a lezione, (in teoria) ti fa studiare tanto a casa e in più (meno in teoria) c’è di tanto in tanto la giUoia del laboratorio, che non guasta mai (salvo i corsi di programmazione, in cui “non fa rima con obbligatorio ma fa rima con consigliato“). Quindi, o esci di sera per andare a travoni (ehm, così pare che sia Corso Peschiera/Einaudi, vicino al Poli e a dove stavo), oppure durante il giorno non hai tutto questo tempo; specie considerato che le lezioni me le sparpagliavano a caso e quindi nei giorni peggiori avevi 2 ore di lezione, 2 di buco, 4 di lezione, 2 di buco, 2 ore fino alle 20.30; cose così; il Poli poi è più o meno lontano da ogni segno di civiltà, perciò nelle 2 ore di buco avevi appena il tempo di giungere alle propaggini di un qualsiasi essere umano non ingegnere, e subito dovevi prendere l’autobus per tornare.
Comunque.
Visto che i ventiquattro anni di cui all’incipit li ho compiuti da un po’, ho accettato prontamente un invito che non si poteva rifiutare (mi sono trovato una testa d’acaro mozzata nel letto, anche se forse è stato un caso), e in due giorni ho visto probabilmente più (e soprattutto, migliore) Torino di quanta ne abbia vista nei suddetti 5 anni. E dire che ci fu anche chi mi avrebbe pure preso come cicerone torinese, a me -.-
Ora, il Museo Nazionale del Cinema sta a Torino non a caso: anche solo il giro per il Balon mi ha richiamato alla mente un film; ma a pensarci bene la città sembra un agglomerato di location da set molto più di quanto possano esserlo Milano, Genova, Firenze, persino Roma (e sì che tengono Cinecittà, ma non vale; non dico che a Roma non basti puntare la cinepresa a caso per tirar fuori un bel film, ma che la città ha una sua personalità indistinguibile: se giri un film a Roma, parli di Roma). Se poi consideriamo che la mia simpaticissima guida per la capitale del Regno di Sardegna era la ragazza più cinefila (e di buon gusto, a riguardo) che abbia mai conosciuto, be’, capirete che la ri-visita mi è piaciuta parecchio.
Casomai voleste un giorno visitare il Museo Nazionale del Cinema, siete gente che non vuole perdersi nulla, e avete una resistenza fisica non indifferente, tenetevi buone 6 ore.
Il Museo Nazionale del Cinema (Torino)
La visita comincia con l’archeologia del cinema, o con il pre-cinema, con un assortimento di stereoscopie (i ricordi di quando “giocavo” col ViewMaster!), barbatrucchi ottici (come il crudele taumatropio ingabbia-uccellini :( ), cinetoscopi di Edison, e insomma tanta roba divertente anche per i bimbini, o per i bimbini cresciuti (gli stessi che magari si visitano il NEMO di Amsterdam…). Ed è un ottimo antipasto.
Si prosegue quindi per un altro piano, forse il meno interessante a dire il vero, in cui il cinema viene un po’ presentato dietro le quinte, con “nicchie” dedicate ai vari personaggi (umani o tecnologici) che fanno sì che il rito magico della creazione del film si compia. Grazioso il documentario del making-of di un mini-corto di esempio.
Il cuore del museo, quello per cui siete moralmente obbligati a sbavare copiosamente, è il piano con le nicchie a tema debordanti di spezzoni di film. A vederseli tutti sono svariate ore… sì che ci sono i posti a sedere (nel settore del cinema onirico e surreale poi sono comodissimi), ma sono risicati e lo ribadisco, le ore sono proprio svariate, eh. Le nicchie, oltre a trasmettere film a tema, a tema sono addobbate, e devo dire che alcune sono davvero riuscite.
A metà tra la seccatura e la curiosità caratteristica, di tanto in tanto (forse ogni ora?) potrete gustarvi suggestivi giochi di luce sul cupolotto della Mole. Ho detto potrete? Dovrete, invece, perché durante tali giochi di luce tutti i monitor e proiettori vengono spenti. La cosa mi lascia un po’ perplesso, ma va riconosciuto che il biglietto d’ingresso non dà accesso solo a cose che si possono vedere, bensì anche a cose che si possono esperire. Meno male comunque che avevo l’eroica guida, sennò di fronte agli schermi improvvisamente neri sarei impazzito molto prima di capire cosa stava succedendo.
Non ebbi invece modo di giungere all’ultimo piano, dove, mi si dice, alberga una galleria di locandine e cose del genere. Essaràperunaltravolta.










