Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

Archive for the ‘online life’ Category

La lenta ascesa di Google Talk (e come connettersi a icq e msn)

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Dopo le varie pulci nell’orecchio messemi a riguardo, a più riprese, dal quasi collega sandr8 (il “quasi” è colpa mia), ho cercato e trovato una bella pagina che permette di tenere traccia di cos’è successo ultimamente nel servizio di messaggistica istantanea di Google:
http://www.bigblueball.com/forums/google-talk-news/

In particolare segnalo: Google Talk si federa con i server jabber. Questo significa che chiunque usi GT può, dal 17 gennaio, parlare con gli utenti degli altri server jabber, e viceversa. Da questa possibilità è derivata quella, molto più succosa, di potersi collegare ai network di icq, msn, yahoo e altri attraverso Google Talk e i “transport” un server jabber d’appoggio: ecco come. Finora purtroppo non ho trovato altri server, oltre a quello indicato nell’articolo, che permettessero il login ai transport da server jabber esterni.

Che diavolo sono i transport jabber?

jabber è un protocollo, NON un programma di messaggistica, pazientemente messo insieme dalla Internet Engineering Task Force. Programmi in grado di usare questo protocollo sono Psi, Gaim, Gajim, per dire solo alcuni di quelli multipiattaforma (altrimenti Kopete, Miranda… e altri elencati qui). Se siete interessati, potete dare un’occhiata a un sottoinsieme dei server jabber pubblici disponibili a questa pagina.

I transport sono dei “contatti” particolari da scorrere tramite la funzione di “service discovery” (così la chiama Psi) e sottoscrivere: al momento della sottoscrizione, vi verrà richiesto di immettere username e password del servizio di messaggistica a cui quel determinato transport fa riferimento (esempio: icq.jabber.linux.it vi logga alla rete di icq, se usate il server jabber jabber.linux.it); dopodiché, lui si preoccuperà di loggarsi al vostro account per voi e di recuperare tutti i vostri contatti che stanno lì; infine, potrete finalmente chattare con i contatti aggiunti come se fossero utenti jabber!

(Molte funzioni dei vari network non sono disponibili – ad esempio il trasferimento di file con utenti msn non è ancora possibile -, mentre altre sono solo un po’ laboriose da eseguire – ad esempio la chat multiutente su msn; ricordatevi che ogni cosa dipende sia dal client che dal server – non tutti i server sono uguali)

Chiarito questo (maddeché, direte voi)… perché dovrei volermi connettere agli altri network usando Google Talk? Perché ultimamente sono spuntate altre novità. Intanto date un’occhiata alla vostra casella gmail: soprattutto se avete l’interfaccia in inglese, è molto probabile che abbiate nel menu a sinistra un nuovo elemento, “Chats”, che vi conserva (se gli specificate voi di farlo) tutte le chiacchierate che effettuate attraverso il network GT. L’utilità della cosa potrà forse sfuggirvi se non avete mai cambiato il vostro programma di messaggistica e se vi connettete sempre dallo stesso computer, ma in tutti gli altri casi mi pare evidente.

Poi che altro? Be’, la possibilità di chattare direttamente da dentro gmail, che non ha equivalenti, come comodità, in altre interfacce web. Questo potrebbe essere MOLTO interessante per chi, per mancanza di client installati o per occlusione di porte ad opera di firewall, non volesse rinunciare a discutere con i propri contatti sparsi per le decine di network di messaggistica.

UPDATE: Se volete configurare il vostro client preferito per usare Google Talk, vi agevolo un paio di link:
http://www.google.com/talk/otherclients.html
http://psi-im.org/wiki/Google_Talk_HowTo

UPDATE2: Riporto dai commenti una lista di server jabber e vari transport:
http://www.chrome.pl/knownservers

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Written by StM

February 19th, 2006 at 4:02 pm

Carta VS Rete

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Da una parte guardo la ventina di volumi dell’enciclopedia UTET che ho in casa; dall’altra guardo Wikipedia. La poderosa enciclopedia cartacea ha dalla sua una completezza e un’esaurienza a cui la controparte digitale non può fare altro che inchinarsi; d’altra parte, un’enciclopedia online è più “trasportabile”, più facilmente aggiornabile, più velocemente navigabile dei pesanti volumi cartacei, per non parlare del non indifferente aiuto che essa apporta a chi abbia solo una vaga idea di cosa cercare. La carta era un’estensione della memoria per chi sapeva; il formato digitale sempre più sta svolgendo funzione di estensione, o meglio, sostituzione della memoria per chi non sa. La memoria del nostro cervello, fuorché quella prettamente autobiografica, rischia di diventare cosa obsoleta. Ma qui mi fermo, per chi volesse approfondire le keywords sono “Star Trek, Borg”, “Nathan Never, Tecnodroidi”. Qualcuno ne parlava già tempo fa, quando Google era ancora di là da venire.

Penso alle riviste in edicola. Sono dinosauri. Maestosi, potenti, collaudati… dinosauri, destinati all’estinzione. Pare che il mercato spinga verso altri lidi, l’edicola non è più un luogo dove si comprino riviste ma è ormai il supermercato dell’allegato, il superfluo da marketing che diventa prodotto e il prodotto che diventa supporto materiale per far risaltare l’allegato più di quello dei concorrenti… cartoncini che svettano dietro all’ex prodotto mandando in panico l’edicolante che sente di dover rialzare gli scaffali, e mettendo a dura prova la mano chirurgica dell’acquirente cui spetta di indagare la flessibilità del malloppo onde estrarlo dai detti scaffali senza intaccarne l’integrità. C’è chi ci scherza sopra, ma la situazione, nella sua attuale forma cronica, è relativamente nuova e preoccupante per la misteriosità dei risvolti futuri*. Se penso alla mia colonnina di numeri arretrati da leggere di “Le Scienze”, mi dico: l’utilità di una rivista è che ti tiene aggiornato sulle ultime novità con la necessaria dose di approfondimento… l’effetto collaterale è che magari in un certo istante un certo argomento può non interessare; può servire fare skimmer-reading, per avere un’idea dei contenuti e ritrovare la rivista all’occorrenza, ma a quel tempo l’articolo potrebbe essere diventato obsoleto. Quando ho capito che avere tanta carta stampata in casa senza leggerla è completamente inutile, ho smesso di comprarla a quel ritmo folle che avevo un tempo. Addio riviste di scienze, addio riviste di hardware, Linux, videogiochi (con calma…), addio Linus, eccetera eccetera; non parliamo di giornali o settimanali, per carità; ancora resiste un manipolo di fumetti, di cui non manco mai di leggere anche le pagine scritte, spesso interessanti.

Mi sono accorto, gestendo il mio siterello zoppicante, di quanto sia necessario stare attenti per evitare che le informazioni invecchino, in rete. Una pagina web vecchia non è solo inutile, è anche dannosa – soprattutto se priva di datazione. Forse per questo i siti web stanno cedendo il passo ai webjournal, ai blog: ogni post, ogni opinione, ogni articolo è marchiato a bit di fuoco con un timestamp, è collocato in uno spazio contestuale e nel tempo, reclama la sua validità quasi legale in una rete che ha scoperto di non essere un enorme oceano ma bensì un enorme fiume in crescendo: come un fiume cambia di continuo, ma ha memoria; una memoria vorticosa, incostante e darwiniana. E tuttavia, la granulosità delle informazioni trasportate da questo fiume è troppo fine, l’ipertestualità può illudere ma non a lungo: google fornisce con efficenza e gratuitamente pillole di conoscenza, pronte ad un uso che sempre meno è il proprio arricchimento culturale e sempre più è il passaggio (quasi senza uscire dalla memoria a breve termine) di tali informazioni ad altri, come testo, come prestazione di lavoro o che altro.

In tutto questo, voglio tuttavia portare un po’ di ottimismo. Wikipedia è la degna erede delle enciclopedie tradizionali, perché più “oceanica”, controllata, sebbene aggiornata di continuo e da contributi che possono arrivare da chiunque, in qualsiasi momento. A differenza delle enciclopedie tradizionali, il tempo le può fare solo bene; perciò diamole tempo, e forse un giorno smetterò di rimpiangere quei volumoni dell’enciclopedia pesanti come incudini e scritti in piccolo come “manabili” da esame. Un altro giorno ancora, forse il più grande archivio della conoscenza umana sarà finalmente digitale (credo che per ora le biblioteche cartacee e altri tipi di archivi, quali quelli televisivi, detengano il primato**), e allora sapremo se avere finalmente in rete la conoscenza “pura”, senza riduzioni più che bignamistiche, avrà gli effetti positivi che forse in molti sperano, o se invece questa si perderà nel mucchio, e verrà mietuta e raccolta al pari del resto, magari tramite nuove tecnologie che sapranno estrarre con efficenza gli “highlight” da ogni cosa.

L’uomo di oggi è un bambino che vuole tutto e subito. La tecnologia, innocentemente, glielo sta offrendo. Ma i bambini sono mai soddisfatti, quando ottengono quello che credono di volere?

Note:

*=Opinione di qualcuno è che, laddove il marketing strangolerà il prodotto da edicola nella morsa della banale ma spietata legge del mercato, fiorirà un mercato online di riviste underground. Date le avvisaglie odierne, parrebbe essere il caso *ad esempio* delle riviste di videogiochi, sempre più pilotate dalla ricerca del migliore gioco allegato e delle esclusive più “strillabili”, e dalla qualità dei contenuti sempre più a rischio. In effetti tutto quanto questo post ha cominciato a germogliare a partire da un dibattito dei ragazzi di Ars Ludica, non unica ma non ultima fra le webzine che si possono trovare in rete.

**=Il progetto di google per digitalizzare il contenuto dei libri di alcune biblioteche americane (Google Print) è attualmente sottoposta ad un’azione legale avviata della “gilda degli autori” (qualche altro parere a riguardo, scusate se non cerco informazioni dalla controparte), sebbene il suo scopo non sia di rendere disponibili i libri per il download ma renderne accessibile il contenuto solo a ricerche mirate (per, eventualmente, approfondire i risultati ottenuti procurandosi successivamente il libro).

Riguardo agli archivi televisivi, ho avuto l’occasione di visionare l’anno scorso “in anteprima”, al Centro Ricerche della RAI di Torino, un interessante sistema di archiviazione digitale di ogni trasmissione andata in onda, basata su riconoscimento del parlato per la creazione automatica di sbobinature sulle quali è poi possibile effettuare normali operazioni di ricerca per parole chiave; probabilmente qualcosa di simile è Google Video.

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September 24th, 2005 at 2:26 am

Di contatori e statistiche (Aggiornato con DUE moniti…)

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Oggi dico addio a shinystat. Il blog è online dal 30 giugno 2004, e ho cominciato a controllare gli accessi (con shinystat) il 22 aprile 2005. Perché? Perché ero curioso di sapere quanti visitassero questo posto, ovviamente, ma soprattutto quandocomeperché (un counter, che è una cosa senza memoria, non ha nulla di interessante).

Purtroppo, con il tempo, mi sono accorto che shinystat ha vari problemi. Cominciamo dal fatto che le statistiche su browser, risoluzioni, sistemi eccetera sono belline bellocce con i loro diagrammi a torta (tortaaaaa :-Q___), ma manca l’essenziale informazione: QUANDO quella gente con quella data risoluzione ha visitato il mio sito? Nell’ottica di un sito che duri degli anni, conservare nelle statistiche un sistema operativo, un browser o una risoluzione che nessuno usa più è completamente inutile. Ah, perché, è utile? Certo che è utile… se scopro che il mio sito non si visualizza bene con Opera, e diversi utenti (intelligenti, bello Opera) che visitano il mio sito usano quel browser, mi darò da fare, per evitar loro la fatica di odiarmi, con uno sforzo proporzionale al loro numero.

Altro problema: sebbene la paginetta riassuntiva di shinystat sia molto efficace, navigare nel resto del sito, se avete la versione gratuita, è un PITA, perché le sezioni SEMBRANO tutte accessibili, ma se per accedervi è necessario l’abbonamento vi avvisano DOPO che avete cliccato. Il che è una rottura, visto che i nomi delle varie sezioni, se non avete buona memoria, non sono molto chiari di per sé.

Unico vero e grande problema della versione free: la privacy. Vostra, e mia. Mettiamo che mi abbiate dato, in confidenza, l’indirizzo del vostro blog. Io, postando su tale blog, metto incautamente il link al mio, dove si trova l’immaginetta di shinystat. Qualcuno che visita il vostro blog clicka sul link al mio blog: zack!, il link al vostro blog rimane perpetuamente fra i “referral” del mio, basta spulciare nelle statistiche shinystat, che nella versione free appunto sono CONSULTABILI DA CHIUNQUE. Se poi postate un commento nel mio blog, sempre questo chiunque può andare a vedere sul dettaglio visite di shinystat, all’orario corrispondente al vostro commento, quale provider usate per collegarvi; non sarà l’indirizzo IP, ma è pur sempre un’informazione che potreste non voler dare a tutti (mi viene in mente chi si collega da reti universitarie o private).

Se vogliamo, il fatto di dover mettere un’immagine visibile, quando si ritenga poco interessante il counter, dà il suo fastidio.

Ora veniamo ai motivi per cui passo a mystat.ws, che ho giusto trovato fra i miei referral (Teorema del Minimo Sforzo, aspetta che le cose ti vengano incontro da sole) e così l’ho studiato un po’. Sorvoliamo sulla bellezza del sito, visto che i colori sono un pugno nell’occhio, ma è sufficientemente snello e veloce, e questo è un punto a favore. Poi elimina il problema della privacy, in quanto solo il titolare dell’account può accedere ai dettagli; tali dettagli sono più… dettagliati (^_^) di quelli di shinystat, quindi ora posso sapere gli IP, sistema, risoluzione, browser degli ultimi 50 visitatori, nonché distinguere (basilarmente) se siano visitatori nuovi o vecchi, e sapere il loro percorso all’interno del sito (soprattutto mi interessa da che pagina entrate, cari miei, anche se a volte questo si può intuire dai referral). Ancora: ai siti referral non viene tagliata via la porzione di GET della URL (cioè la parte dopo il punto interrogativo), e così finalmente, quando qualcuno mi linkerà su un forum, saprò in quale cavolo di topic l’avrà fatto, senza andare a fare virtuosismi con google. Infine, posso finalmente avere le statistiche senza essere obbligato al counter… perché tanto, una volta superate le 1000 visite, in un sito modesto come il mio, una visita in più non fa notizia (se vi interessa, nel momento in cui ho tolto shinystat le visite erano 1243). C’è sicuramente dell’altro, ma insomma, il punto è che shinystat non fa più per me, e mi sono buttato sul primo concorrente che ho visto.

E adesso a voi, cari visitatori: ora che vi ho detto che e quanto dettagliatamente VI VEDO… vi cambia qualcosa? “Ah, ma io NON HO NULLA DA NASCONDERE!”. Mica è detto che, se uno non ha nulla da nascondere, allora debba di conseguenza dire tutto a tutti ;)

(Nota: io ve l’ho detto. Altri lo fanno e tacciono, anche perché ormai è scontato…)

Aggiornamento del 7 febbraio 2006: Come ho scritto nei commenti, e come mi hanno confermato più persone, mystat.ws è truffaldino: ad ogni primo contatto, redirige i visitatori a un sito di gambling online; le successive visite non fa nulla, perché trova impostato un cookie. L’esperimento è ripetibile eliminando il cookie.

Sono passato a superstat.info e finora non ho riscontrato problemi.

Aggiornamento del 20 febbraio 2006: Ho lasciato anche superstat.info. Meno fastidioso di mystat.ws, ma l’ultima cosa che voglio è infastidire, seppure occasionalmente, i miei visitatori con dei popup.

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Written by StM

September 1st, 2005 at 1:05 am

Magari stiamo diventando troppo dipendenti da Google…

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…ma per la miseria, sanno il fatto loro. In tempi di Altavista, quando i risultati delle ricerche diventavano obsoleti sempre più velocemente, e sempre più facilmente il motore veniva abbindolato da trucchetti messi in atto da siti di vario genere (per cui bisognava sempre saltare 10 pagine di risultati per sperare di beccare quelle buone), se ne escono fuori con il miglior motore di ricerca di sempre. Ricordo di aver cominciato ad usarlo intorno al 2000: pagina essenziale, caricamento quasi istantaneo anche per connessioni modem, risultati pertinenti… sembrava fantascienza.

L’anno scorso se ne escono con la posta elettronica obesa, spiazzando tutti e generando ilarità sull’esagerazione del gigabyte… “ma a chi servirà mai tutto questo spazio?”. Ora tutti quanti hanno capito che un servizio del genere può migliorare radicalmente la vita del navigatore. Meno timore di perdere il proprio database di messaggi offline, meno preoccupazioni nello spedire e ricevere messaggi con allegati, mailbox piene (magari di spam) per chi guarda la propria casella solo una volta ogni tanto che diventano finalmente un miraggio, funzioni di ricerca tra i messaggi che possono togliere le castagne dal fuoco molto velocemente (“quando cavolo mi aveva detto che faceva il compleanno?”), meno preoccupazioni se si devono utilizzare programmi di posta su più computer diversi o se ci si deve limitare ad appoggiarsi alla webmail… eccetera. Direi che già queste cose bastano.

Be’, poi Google se ne inventa di tutti i tipi, dalle news (purtroppo non sempre utili, sembra di leggere l’Unità – e allora tanto vale andare direttamente sul sito dell’Unità) alle mappe (anche della Luna), dalla ricerca delle immagini a quella dei prodotti… ma la terza cosa della quale rischio davvero di diventare dipendente, dopo il motore di ricerca e gmail, è Google groups (beta).

La fatica di trovare un newsserver decente è sempre stata una piaga: o ci voleva il provider giusto, o era comunque in sola lettura, o disponeva di un archivio ridicolo, o era lento da morire, o aveva un limite irrisorio di connessioni, o, o, o. Poi un giorno (San) Jack Malmostoso mi segnalò l’esistenza di individual.net, che offriva un buon servizio e per giunta gratuito, e ho potuto riprovare l’ebrezza di spammare un po’ anche in Usenet. Giusto in tempo, poiché da questo aprile ANCHE quel newsserver è diventato a pagamento. Fortuna ha voluto che nel frattempo fossi passato a Wind per la connessione internet, ed ho perciò potuto usare fino a poco tempo fa il server powernews.libero.it. Per la mia solita mania di voler condividere le caselle di posta tra windows e linux, però, mi ritrovavo costretto ad utilizzare un programma che, soprattutto come newsreader (ma un pochino anche per il resto), è eufemisticamente “best effort” e nulla più: Thunderbird; lo so, lo so, altrove nel mio sito ve lo consiglio, perché è semplice, abbastanza completo e sotto costante sviluppo, ma non è certo esente da difetti. Orbene, un giorno mi sono detto che non aveva (più) senso il meccanismo dei newsgroup per cui ti scarichi un tot di header al buio, senza sapere se ne scarichi abbastanza o se ne scarichi troppi; e, con Thunderbird, scaricarne pochi equivale a rimanere fregato, perché poi come si fa a scaricare i rimanenti? Dunque, proprio quando ragionavo su tali grandi dilemmi capitai per caso, in una googliana ricerca, su un misterioso groups-beta.google.com… che roba era? Che roba non era?

Google groups già aveva acquisito lo storico archivio di DejaNews, ed è perciò che vi possiamo fare ricerche e ritrovare messaggi vecchi di anni (ho ritrovato i miei primi post! :’( ). Adesso, finalmente, la nuova versione non è più read-only ma permette di postare! Vi elenco i vantaggi di cui ho potuto già beneficiare:
1) niente più problemi di newsserver;
2) overhead ridotto (volendo, vengono visualizzati in prima pagina i thread più attivi e non quelli aperti più di recente);
3) visione “flat” dei thread, onde eliminare quel paio di secondi di attesa nell’apertura di messaggi singoli;
4) funzione di ricerca e archivio (e passare dei link per far leggere ad altri cose che ci hanno colpito è sicuramente molto comodo);
5) vi vengono automaticamente tenuti d’occhio i thread a cui avete partecipato, e potete scegliere di farvene tenere d’occhio degli altri.

Eventuali svantaggi:
1) scaricamento dell’intero newsgroup per la visualizzazione offline impossibile;
2) non c’è una cartella “outbox”, ma visto che tutto quanto inviate rimane archiviato per sempre online non avrebbe senso;
3) l’interfaccia web potrà forse competere con Thunderbird, ma non con un qualsiasi newsreader un pochino più evoluto;
4) non sono accessibili newsgroup di binari;
5) non è possibile mascherare il proprio indirizzo e.mail; questo mi secca davvero, tant’è che ho già ricevuto una mail dal mio amico (?) Neateye che si lamentava della cosa dicendomi “Call out Gouranga be happy!!! Gouranga Gouranga Gouranga …. That which brings the highest happiness!!”. No, scherzo, questo mi pare spam derivato da una generazione automatica di indirizzi (ho un nickname che si presta…), ma temo che prima o poi lo spam nella mia casella gmail s’impennerà.

Be’, non resta altro, per ora, che lasciarsi pigliare nell’abbraccio amorevole di Mà Google…

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Written by StM

July 27th, 2005 at 8:43 pm

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Digital self(-service)

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A volte uno è portato a pensare che scrivere su di un forum, chattare, scambiarsi messaggi di posta elettronica, scribacchiarsi un blog non abbia poi tutte queste differenze rispetto alle care, vecchie attività analogiche del chiacchiericcio, del carteggio e del diario personale. Magari sì, la chattata rispetto alla chiacchierata ha la carenza del contatto visivo e fisico, ecco. La posta elettronica è certo più immediata dei 3 giorni medi richiesti dalle Poste Italiane. Il blog in fondo non è così personale, se lo metti in un posto in cui tutti lo possono leggere.

Cominciamo proprio dal blog. Da questo blog qui. Lo scrivo perché ogni tanto mi viene qualche idea che mi piacerebbe condividere con altri. Indefiniti “altri”. Sorge però qualche problema quando qui sopra mi verrebbe da scriverci cose che… che non posso scrivere. Magari troppo intime, o troppo sciocche, o troppo cattive. Quando ti rendi conto che la vita digitale può da un momento all’altro entrarti nella vita reale, e causare sputtanamenti, astio, querele… be’, dispiace. Si rompe un bel giocattolo. Allora ti dici che basta aprirti un blog da un’altra parte, cammuffare il nick, diventare un’altra persona digitale. Ma allora no, scopri di fuggire da una prigione e di entrare in un’altra: nella nuova prigione, scopri di dover stare al nuovo gioco, per evitare di essere associato alla personalità vecchia, quella legata a quella vera. La Rete è libertà, ma è anche un inferno sartriano (“L’enfer c’est les autres”) all’ennesima potenza: “gli altri” vuol dire “tutto il mondo”. La Rete è libertà, ma (citando Matrix) è anche controllo. Quindi sei libero di essere conforme a qualcosa, libero di essere assimilato (questo è dedicato a chi sostiene che io sia un fan di Star Trek).

La Rete è controllo, o quantomeno controllabilità. Mi girano sinceramente le palle quando scopro che, inserendo il mio nome e cognome su google, saltino fuori come risultati gli esiti di alcuni miei esami (forse dovrei linkare ai rispettivi docenti questo banalissimo link). E se metto il mio nick, si leggono magari dei miei messaggi su Usenet o su una qualche mailing list, che non mi fa affatto piacere siano così facilmente rintracciabili. Perché quando li avevo scritti *non ci pensavo* che sarebbero diventati parte della memoria di Internet (che di nome fa Google). Io ho sempre scritto messaggi con leggerezza, equiparandoli alle analogiche chiacchierate in piazza. Quelle, se non c’è qualcuno a registrare col microfono (e in genere non c’è), se ne vanno via al primo soffio di vento. E puoi dire tutto quello che vuoi. Quasi. Poi devi stare attento anche lì, che ci sono quelli che ti capiscono male, fraintendono, e se gli ripeti pari-pari quello che hai detto ribattono che non avevi detto così la prima volta. Ma cazzo, l’ho detto io, lo saprò, no? No. Ed ecco il grande vantaggio della rete: puoi dire “rileggiti quello che ho scritto e vedrai che ho ragione”. Così come si può dire “rileggiti quello che HAI scritto, se ti prendo ti demolisco”. Arma a doppio taglio.

Via chat e via e.mail ho rivelato a persone che magari non ho mai visto dal vivo delle cose che non conosce nemmeno mia madre. Lì per lì non mi sembrava ci fosse nulla di male, ma poi ho pensato “Ehi, guarda un po’ qui… io conservo le loro e.mail e i log delle nostre chat… loro faranno lo stesso… io di loro mi fido, ma quelli sono dati sensibili, sensibilissimi… e io non ho più alcun controllo su di essi. Ho sparso micce di sputtanamento in giro per la rete.”.

In realtà mi sono sempre detto “anche le cose più intime che rivelo non dovrebbero potermi nuocere in alcun modo… io non mi vergogno di nulla”. Già, facile a dirsi. Il problema è che il mondo è troppo diverso da me, se mi conoscesse avrebbe paura di me, e avrebbe voglia di controllarmi. E io, povero sciocco, credendo di godere della mia libertà non sto facendo altro che offrire a chi volesse controllarmi tutti i mezzi con cui poterlo fare. Un giorno qualcuno mi metterà in croce perché mi piace il gelato alla nocciola, e basterà un pugno di sostenitori del gusto pistacchio per colpirmi duramente e far traballare le convinzioni delle mie papille gustative. Allora potrò uscire allo scoperto e difendere la nocciola a spada tratta, fondare il Movimento degli Amanti della Nocciola e controbattere colpo su colpo alle accuse degli amanti del pistacchio… oppure potrò subire in silenzio le ingiurie senza difendermi, oppresso dalla costernazione di fronte all’idea ingannevole che essere un amante del gelato alla nocciola e *dirlo* sia un fatto più grave che esserlo e non dirlo. In un modo o nell’altro, la mia vita sarà stata cambiata contro la mia volontà. Solo perché a qualcuno non piace chi pensa diversamente da lui, o chi pensa e basta.

Non so se si capisce, ma sono un po’ disilluso da questo mondo. “Vivi e lascia vivere” vorrebbe essere il mio motto, eppure ovunque mi giro non vedo altro che bocche sorridenti appese ad occhi assassini, che dicono “conciliazione” ma intendono “prevaricazione”. E allora a volte un po’ mi girano, e se il “lascia vivere” continua a valere, il “vivi” viene sommerso dalla rabbia. Forse che le due attività siano antitetiche? Non esiste persona che, facendo una, possa fare anche l’altra? Forse in qualche baita d’alta montagna, Heidi e le caprette.

Mi confronto con una persona che navighi nella rete si e no una volta la settimana, e solo a cercare: una persona che non lascia traccia alcuna, se non sui server dei provider di cui si serve (ma, per fortuna, parrebbe che gli unici dati che questi sono costretti a conservare siano quelli a livello tcp/ip e inferiori, quindi solo le connessioni e non i dati scambiati) e ovviamente su Echelon o equivalenti. Bene, la differenza principale è che, se questo interessasse a qualcuno, per sapere molte cose di me non sarebbe necessario schiodare il proprio culo dalla sedia girevole del proprio ufficio. Molte, certo non tutte, ma è un fatto. Un buon investigatore privato scoprirebbe molte cose anche senza la Rete, ma qui si parla di conoscenza accessibile all’uomo della strada (posto che quest’uomo abbia un accesso alla rete).

Io sono un po’ malato, per quel che riguarda Internet. Ormai sono al punto che una cosa che non è lì per me non esiste. Vabbe’, no, ora esagero, ma ad esempio per quel che riguarda il passaparola io sono alla periferia: se c’è una festa, una sagra, un evento nella mia provincia, io la maggior parte delle volte non me ne accorgo nemmeno. Non che queste cose mi interessino davvero, ma sono una buona scusa per togliere le chiappe da qui – e se la compagnia è buona non importa dove si va, no?

Discorso bonus: come la Rete e i cellulari abbiano modificato radicalmente il modo di rapportarsi alle altre persone. Non ci si dà più appuntamento il giorno prima per il giorno dopo, ma con un preavviso di pochi minuti.

Un ricciolo di finta cultura (ovvero: un perfetto tema per il compito di italiano)

A dimostrazione di come i grandi capolavori non tramontino mai, credo che a molti di coloro che “vivono” la rete sia balzata almeno una volta alla mente la figura del pirandelliano Adriano Meis (fu Mattia Pascal), uomo sradicato dalla propria vita che pensa bene di costruirsene un’altra, considerando irrisorio il sacrificio di recitare una parte per non avere grattacapi. Ma il desiderio di stringere dei legami torna a farsi forte in lui, salvo poi scoprire che questi, nell’ambito della sua nuova (e falsa) vita, sono impossibili. In un’analogia internettiana, Adriano Meis è il nick con cui firmate i vostri post nei forum, nei newsgroup, in chat; se date ad Adriano troppo spago, in men che non si dica egli comincerà ad assomigliarvi, o voi comincerete ad assomigliare a lui; scoprirete che il vostro io interiore si dibatterà per essere impresso nel vostro io digitale, e il grande stomaco della società, qui in formato elettronico, vi fagociterà con dolcezza ma anche decisione. Amandovi, giudicandovi, odiandovi, schernendovi, ignorandovi en-passant.

C’è una cosa, tuttavia, che dovete ricordare distingue il vostro io digitale da Adriano Meis: non vi basterà fingere il suicidio per togliervi dai guai. Il vostro io digitale, nel momento stesso in cui lo producete, già non vi appartiene più. Potrebbe anche sopravvivervi (toccatevi pure)… così come un libro, certo, ma la differenza è che il manoscritto di un libro lo potete bruciare, ma in genere non potete bruciare la Rete tutta intera per cancellare ogni traccia del vostro passaggio.

Comunque ottimismo, eh

Dopo tutto ‘sto popò di paranoia, diciamola tutta: a me essere genericamente senza veli piace. E mi piace leggere chi fa lo stesso. Per la serie “chissenefrega”. Certo gradirei molto di meno l’essere senza veli costruito ad arte delle celebrità (o presunte tali). Se della gente che nemmeno conosco parlasse di me come se mi avesse cullato quando ancora ero in fasce e cresciuto per il resto della mia vita, be’, sarebbe il momento buono per uscire definitivamente di scena. Spero di non entrarci mai, in scena, se il prezzo è quello (cfr. il post Privacy).

Ok, scherzavo, l’ottimismo viene ora. Vero?

No. Ciao Google :)

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Written by StM

June 25th, 2005 at 4:04 am

Una parola terribile

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Ebreo. Da solo, senza aggettivi. Niente “sporco”. Ebreo. E’ il nome di un popolo, mi risulta. Un popolo particolare, che trascende da secoli tutti i confini nazionali. Ma insomma, un popolo. Ogni popolo ha le sue peculiarità, e gli ebrei hanno questo grande collante che è la loro religione. Anche se credo che la maggior parte di loro si ritenga appartenente anche al popolo di cui condividono il suolo nazionale. Un ebreo italiano è un italiano ebreo. E viceversa.

Pare ovvio.

Però ebreo è una parolaccia. Qualche volta l’ho sentita usare in tale guisa, da ragazzino. Per scherzo? Be’, credo. Non penso che fossero davvero razzisti i ragazzi che sparavano ridacchiando un “ebreo” quando volevano schernire qualche loro amico. Ma in effetti era un segnale, il segnale che la parola è ormai compromessa: non significa più quello che dovrebbe.

Perché? Perché se sento dire “un inglese” non me ne frega niente, e se sento dire “un ebreo” drizzo le orecchie alla ricerca della malafede nelle parole di chi ha pronunciato la “brutta parola con la e”?

Domanda di riserva: perché escono in continuazione libri, film, documentari, puttanate sulla seconda guerra mondiale, Hitler e gli ebrei?

Forse il continuo bombardamento con usi deviati della parola ha lasciato un segno troppo profondo. Quando sentiamo “ebreo” è questione di un attimo visualizzarci nella mente l’immagine dello stramaledettissimo uffiZialen tetesco dalla faccia tirata che urla “Juden!” e commette qualche atrocità. Allora noi che siamo i buoni teniamo la povera parola il più possibile al riparo da qualsiasi offesa, come una reliquia. E lo stesso usarla come una parola comune pare un’offesa. Non puoi usare “ebreo” con la stessa nonchalance di “italiano”. “Italiano” è una parola snella, piccina, agevole. “Ebreo” è un macigno di millenni di storia e secoli di sofferenze.

Da cosa è nato tutto questo discorso del quale non ho la capacità di giungere ad una conclusione? Da un “ban” (allontanamento temporaneo) avvenuto nel forum di tgmonline, a carico del signor Dev0tee (già citato in questo blog, mi pare), per questo suo intervento:

Le cattoliche son brave a suggere poichè sono già use alla posizione inginocchiata, prona e con la mani giunte, postura imposta dalla loro religione per numerose liturgie.

Le ebree sono buone per scopare perchè son convinte che Lui debba ancora venire.

Due battute un po’ forti, ma geniali. Tanto di cappello.

La motivazione del ban? Questa. Razzismo. Interrogato l’admin per avere qualche spiegazione, ci si sente rispondere che delle due è la parte sulle ebree quella che ha fatto scattare il ban.

Allibisco. Su quel forum sono stato sempre dalla parte degli admin quando hanno preso dei provvedimenti disciplinari. Datemi del leccaculo, ma ho sempre ritenuto coerenti le loro decisioni (almeno, quando mi importava qualcosa). Ma stavolta proprio NON capisco. Se n’è discusso un po’, a partire circa da qui. E non sono l’unico a non aver capito. Anche chi non nega l’opportunità del ban, lo aveva visto appropriato più per la battuta sulle cattoliche. L’eredità non voluta della parola con la “e” è intervenuta anche qui.

Finale aperto.

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Written by StM

March 3rd, 2005 at 10:37 am

Che gli IDE ci siano pro pizzi e contro taglieggiamenti

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Qualora si riscontri stupidità in aliqua parte della rete, dal lontano 1994 ci viene in soccorso un rimedio infallibile dal GENIO che ha creato la strip perfetta. Prego, Dogbert.
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Grazie, Dogbert.

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Written by StM

February 6th, 2005 at 11:55 pm

Posted in online life,opere altrui

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Live bookmarks, ovvero come sOpportare questo blog.

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Sì, con la “o”. Mi rendo conto di quanto un blog con gli interventi a fisarmonica sia snervante. Fisarmonica? Sì, niente per settimane e poi 2-3 post nel giro di un paio di giorni.

A proposito, io avrei dovuto imparare a suonare la fisarmonica, poteva diventare una cosa di famiglia. Però bisognava anche avercene una… vabbe’, ho il contentino dell’armonica suonata una volta l’anno. Bon.

Ehm, no, dicevo, per sopportare questo blog una possibilità è fare uso del “rss feed” che trovate in basso a destra (scrollatevi tutta la pagina, da bravini…). Cos’è? E’ una visualizzazione in xml del contenuto della pagina. Sì, ma non cliccateci sopra per visualizzarla nel browser, così non serve. Occorrente, per quel che ne so: Firefox, oppure Thunderbird. Tanto per dire due software che potreste avere molto probabilmente già installati.

In Firefox esistono delle cose che si chiamano Live Bookmarks, mentre in Thunderbird si chiamano le cose con il loro nome, c’è un RSS Reader.

Vi spiego in due parole (in pratica traduco dai link qui sopra) come si fa con questo blog in particolare, visto che ad esempio non è automaticamente riconosciuto da Firefox (se andate su Slashdot.org, ad esempio, è tutto molto più facile: in basso a destra del browser appare una immaginetta cliccabile, segno che il rss feed è stato riconosciuto e si può aggiungerlo direttamente ai segnalibri).

Intanto segnatevi il link del RSS Feed:
http://stm.sottosuolo.org/feed

Modalità per Firefox
Cliccate su Bookmarks->Manage Bookmarks (o equivalente italiano).
Nella nuova finestra cliccate File->New Live Bookmark.
Nel campo “name” mettete “Il più bel blog del mondo”, sennò non funziona, e nel campo “Feed Location” mettete l’indirizzo di cui sopra.
Dopo qualche istante, quel vostro bookmark diventerà un menu a tendina che mostrerà i titoli delle ultime 20 entry del blog, cliccabili a piacimento per aprirne il testo completo.

Modalità per Thunderbird
La modalità per Thunderbird è un pochino più originale, ma anche più logica.
Se già non lo avete, create un nuovo account RSS News & Blogs. Per farlo: File->New->Account…
Fate click destro sull’account testé creato, e scegliete “Manage Subscriptions”. Qui cliccate su “add” e inserite il link di cui sopra.
Dopo qualche istante Thunderbird avrà scaricato le intestazioni, e ve le visualizzerà allo stesso modo in cui visualizza le e-mail. Cliccando su una a caso di queste, il programma si andrà a pigliare dal sito il post scelto e ve lo presenterà nella sua forma nativa.

Ok, ok, capisco la contentezza, ma non gioite troppo perché fare salti così alti può nuocere alla zucca.

A rileggerci!

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Written by StM

January 4th, 2005 at 3:00 pm