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Considerazioni sistematiche e operative
Nel 1995 Microsoft produsse una schifezz… pardon, produsse Windows 95. Intendiamoci, a posteriori non vedo in che altro modo avrebbe potuto fare: se prima di altri due anni e mezzo non sarebbe uscito un sistema operativo degno di questo nome, insomma, non è che potesse stare con le mani in mano per tutto quel tempo; e allora tirò fuori quel che poteva.
A Cesare quel che è di Cesare: Windows 95 non era peggio di Windows 3.1. Era solo paurosamente più pesante senza particolari contropartite positive. Ci dicevano che sarebbe stata la futura piattaforma multimediale e di gioco, e noi che ci ostinavamo ad avviare il computer su dos, e al limite lanciare “win”, non capivamo. Uscirono i primi giochi “per windows”. E ridemmo. Poi vennero le DirectX. E ridemmo ancora. Ma non per molto. Qualcuno s’era inventato queste cose, le schede acceleratrici treddì, che davano agli sviluppatori due scelte: scrivere una versione dei loro giochi per ciascuno dei modelli di schede, come è in effetti accaduto per i giochi dos ancora pubblicati nel periodo di transizione, oppure scriverli usando le API delle DirectX, che avrebbero fatto da interpreti per l’hardware sottostante (le librerie DirectX hanno trovato, nel corso degli anni, maggiori favori rispetto alle opengl, mi viene detto, per una maggiore semplicità di utilizzo da parte degli sviluppatori – andata migliorando ad ogni release -, ove ovviamente la trasposizione multipiattaforma non fosse un’esigenza).
Windows 98 fu uno dei sistemi operativi di Microsoft, se non più amati, meno osteggiati (tralasciando frivolezze come l’antitrust riguardo all’inclusione di Internet Explorer 4 nel sistema operativo, che a posteriori ci ha “donato” la gratuità di tutti i browser ma anche qualche dubbio sull’efficacia dell’antitrust nel mercato dell’information technology). In uno scenario perennemente connesso il suo utilizzo è ormai impensabile, ma all’epoca aveva il suo perché. Windows 2000 univa la robustezza del kernel di Windows NT e la multimedialità del ramo iniziato da Windows 95: un sogno proibito diventava realtà. Pur con qualche passo indietro rispetto alla spartana fruibilità di Windows 2000, Windows XP si presentava, e col tempo è diventato, la migliore piattaforma possibile per il mondo windows per quel che riguarda l’utenza consumer. E lo devo dire, XP è oggettivamente un buon prodotto.
Nel 2007 Microsoft è saltata fuori con un’altra schifezza, Windows Vista. Intendiamoci, doveva farlo: l’ultimo sistema operativo consumer l’ha tirato fuori nel 2001, e non sei credibile sul mercato se non vendi alla gente cose di cui non ha bisogno (“ma ne avrà bisogno una volta che le avrà provate”). Windows Vista è un salto generazionale così come lo fu a suo tempo Windows 95, con tutti i possibili problemi di transizione del caso (hardware e software non supportati in primis). Il guaio è, questa volta, che non è più da solo. Windows 95 era virtualmente privo di concorrenza; Windows Vista di concorrenti ne ha almeno tre, e uno di questi è il suo stesso predecessore.
La Apple ha poi buon gioco a consigliare di lasciare perdere tutta la fatica di passare a Vista (è proprio una sua linea di campagna pubblicitaria): fate prima a passare a MacOS X, sistema operativo a prova di utonto ma al contempo pieno di potenzialità. Non le si può dar torto: l’os della Apple è il sistema operativo più trasparente che io abbia mai usato. C’è, ma per quanto ci siano chicche ed effettini grafici, non si vede. Perché ti ricordi del sistema operativo solo quando ti causa grane o ti infastidisce; ma con Mac OS X questo accade di rado. O almeno questo è ciò che capita a me quelle poche volte che lo uso su Buck (il mio ibook G3). Se poi siete dei videogiocatori, il passaggio di Apple all’architettura x86 non ha prodotto solo la conseguente installabilità di Windows, ma anche Cider, creato della TransGaming, che dovrebbe facilitare di molto la vita agli sviluppatori che vogliano produrre titoli multipiattaforma.
Infine c’è il mondo di Linux. Da quando qualcuno s’è inventato Xgl, qualcun altro aiglx, e tutti quanti ci si è messi a far ruotare cubi su compiz, beryl, o compiz-fusion (la reunion dei due progetti), l’esplosione di newbie famelici dell’ambìto effetto Minority Report è stata incontenibile. Mentre io continuavo a farmi gli affari miei in 2D, sicuro che prima o poi sarebbe saltata fuori una soluzione da minimo sbattimento (infatti… preconfigurazioni a parte, con gentoo: 10 minuti; con debian: 5 minuti), individui privi di scrupoli piallavano installazioni di windows e gridavano al cielo che da quel momento innanzi sarebbero stati [invasati] sacerdoti del Cubo Rotante. Le distribuzioni consumer-oriented hanno quindi strizzato l’occhietto ai devoti, probabilmente vendendo l’anima al diavolo per produrre release che permettessero il culto del nuovo idolo out-of-the-box.
E’ quasi tutta solo questione di stile, ma va riconosciuto a Suse prima (ora Novell) e a Ubuntu poi il merito di aver prodotto distribuzioni belle a vedersi (RedHat/Fedora hanno stile, ma hanno pur sempre mantenuto un certo look serioso), che non sfigurano dinanzi ai più o meno stilosi desktop di XP (ma per favore nuclearizzate il tema blu-cieco predefinito) e MacOS X. Io però sono un po’ bastardello e non mi abbandono alla riconoscenza, quindi se chiedete a me vi consiglio decisamente di lasciar perdere Ubuntu ed installare Debian, invece; parere formulato soprattutto dopo aver scoperto che in casa Ubuntu hanno abbandonato, per le nuove release, il supporto all’architettura powerpc (e quindi al mio povero Buck). Certo, mi direte, c’è la Dapper (Ubuntu 6.06) che ha il Long Term Support fino al 2009… grazie tante, proprio quello che mi serve un parco software immutato per altri 2 anni, se già mi serve aggiornare quello che ho ora.
Pareri personali a parte, è un fatto che grandi case produttrici di computer hanno cominciato, per ora solo negli Stati Uniti, a vendere PC con un sistema gnu/linux preinstallato. E non credo che sia una moda passeggera, perché in fondo sono anni che c’è gente che prova immotivatamente a mettere linux financo nei vibratori, e si sapeva che prima o poi sarebbe capitata la volta giusta; se sentite a me, probabilmente la volta giusta è questa (nel mentre linux sta provando a sbarcare, e a sdoganarsi, sui cellulari; forse ce la farà, forse no).
Tutto questo per dire che il successore di Vista, sono convinto, fra 3 anni sarà sicuramente un sistema operativo finalmente degno, come fu Windows 98 rispetto a Windows 95; ma a quel punto, temo, potrebbe essere troppo tardi.
Filastrocca del dinosauro digitale
Posso dare un senso al mio lavoro noioso
facendo qualcosa di non solo inutile ma dannoso?
Che male può fare, pongo ad esempio,
se io martello chiodi in questa panca?
Poi li tolgo, non ti preoccupare:
è solo che non so cosa fare.
Parimenti non credo
che se questo secchio svuoto e riempio
poi capiti proprio il caso che serva
e qualcuno dica che manca.
Neanche mi pare così sbagliato
massimamente avvantaggiarsi del mezzo digitale
facendo di fogli A4 scempio,
ordinando e riordinando scaffali finché non sono stanca.
Fiumi e montagne, mari di carta,
ed in funzione di questi farò in maniera
che nel database Silvano diventi Marta;
ché nel fatto non v’è senso alcuno,
che fra il trecentoventi e il trecentoventidue
io non trovi il trecentoventuno.
La scrittura, per quanto possa sgorgare
Da questo topic (che ovviamente non sono andato a pescarmi da solo ma l’ho pigramente visto nel villaggio di Greenwich, in un perverso turbine di autometaparacitazioni):
Chissà se ne ho già parlato qui… sicuramente sì. Uffa. Famo finta che non ne abbia già parlato e ne riparlo?
Parlare di che, scusa?
Ma di quanto mi sembri sciocca l’idea che la parola scritta debba essere per forza più riflessiva di quella orale. Lo sarà per chi scrive giusto la lista della spesa; lo sarà per chi trascorre online un’ora alla settimana; lo sarà per il giornalista “fresco” che scrive il suo primo timido articolo per il giornale. Ma per chi la scrittura è quotidianità, lavoro, principale contatto col mondo, la differenza tra detto e scritto tende a scomparire.
Io, ad esempio. Non dico che scrivo come parlo; ma parlo come scrivo. Sono lento. Rifletto. Costruisco la frase. Se non è corretta torno indietro. Sono sfinente. Non sono un oratore, diciamo. E come scrittore, vivo fortunatamente nell’era digitale – che me li ricordo i miei temi… belli, eh (coff coff), ma *pieni* di rigacce, aggiunte tra le righe, asterischi.
E mi verrete a dire allora che in ogni caso scrivere permette il “cheat” della rilettura, che devi sentirti responsabilizzato, eccetera. Certo. Certamente. Quando scriverò articoli per un giornale serio (non facciamo nomi, va’), magari rileggerò. Quando scriverò UNA cosa al giorno, rileggerò. Ma considerate il caso di scrivere 100 cose al giorno; fossero anche 100 articoli per giornali seri; a un certo punto sarà la vostra vita a pretendere da voi che abbiate piena fiducia in ciò che mettete nero su bianco, e che una volta scolpite le tavole della legge passiate ad altro, a cuor leggero; che altrimenti non se ne esce più.
Quel che mi fa più specie dell’obiezione riportata è il suo non considerare che viviamo ancora nell’era televisiva, che tra l’altro si sta rivelando “ottima” maestra per l’era videofoninica: poco importa quanto è scritto nero su bianco, poco importa quello che sta memorizzato carica elettrica su bobina; importa veramente solo quello che si ripete incessantemente, giorno dopo giorno, su ogni media capiti a tiro. Hai scritto una cazzata? Pazienza, la dimenticheranno. L’hai detta a reti unificate? Chissenefrega, ti fai intervistare due altre volte e risolvi. E se la situazione nel “vecchio mondo” di televisione e giornali è questa, come si può pretendere che gli scripta maneant nel mondo fluido e irrequieto dei blog?
Mi direte: si può pretendere eccome, aspetta che ti arrivi a casa una querela e vedrai come fili. Già, è vero che la legislazione è ancora quella che regolamentava le pitture rupestri. Ma quella lasciamola proprio perdere, e consideriamo il comune sentire: nel web 2.0 che si tira fuori quasi sempre a sproposito, ma che è un paradigma sia tecnologico che culturale che si fa (nel detto comune sentire, eh) paladino di una possibilità di espressione e comunicazione mai vista prima d’ora – dobbiamo per forza considerare ogni angolo della rete come una sacra cattedra che deve ambire all’infallibilità, o possiamo ammettere che, come in una normale discussione pubblica, possa scapparci la cazzata? E che questo sia fisiologico, naturale, accettabile? E che a volte il concetto di “cazzata”, in un mondo di 6 miliardi di individui, non sia necessariamente così oggettivo?
E’ molto semplice
Perché è diverso rubare un film da un negozio che scaricarne uno illecitamente?
A dispetto di quanto sosteneva il mio spot preferito, se rubi un dvd in un negozio stai danneggiando il negoziante, l’eventuale catena di distribuzione, e hai sottratto qualcosa la cui produzione ha avuto un costo materiale effettivo (supporto, custodia, trasporto, costi di magazzino, tasse). Se scarichi un film tutto questo non accade. Ed è tutto da dimostrare che se non scarichi allora compri.
Sempre a dirci cose nuove, eh?
(banalità suscitate da indagini banali)
Bittorrent sta diventando cattivo? Forse no.
Bittorrent al principio era solo un protocollo di condivisione di file un po’ diverso dagli altri, con la stranezza che per scaricare un file ne dovevi prima scaricare un altro. Non aveva un suo dominio e infatti il suo client stava un po’ defilato in una sottocartella di bitconjurer.org; eppure non ci volle molto perché venisse adottato entusiasticamente dalla comunità pirata (e fin qui ormai pare normale), e da comunità legali come quella di linux, che ne ha fatto presto uno dei mezzi preferenziali per scaricare diverse distribuzioni (e questo è stato forse inaspettato da parte dei più ciechi). Recentemente il supporto ai .torrent è stato addirittura inserito direttamente nel browser Opera.
Oggi bittorrent è diventato anche un portale (in senso lato) che strizza l’occhio (e forse è un eufemismo) alle major. I timori sui possibili sviluppi negativi si sprecano, ma qui si è in un periodo ottimista e dunque si dice: dopo YouTube/Google Video, bittorrent sarà una possibilità ulteriore per gli utenti di distribuire in modo poco costoso i prodotti della loro creatività e ingegno (che, mi auguro, esistano). Voi direte: non è già così? Che cosa cambia?
Forse l’idea non piacerà a tutti, ma se bittorrent si scrollerà di dosso la cattiva nomea di prodotto per pirati se ne avranno soprattutto benefici. Sapete come funziona il protocollo? In parole molto semplici (su wikipedia trovate anche la gif animata con sotto la spiegazione in inglese; oppure leggetevi la pagina italiana):
- mettete su un server il file che volete far scaricare
- avviate il tracker bittorrent, cioè il “server” centralizzato che lo distingue da altri protocolli p2p
- create un file .torrent che contiene informazioni sul file e su dovi si trovi il tracker, e lo mettete a disposizione del pubblico (per esempio su una pagina web)
- i primi utenti che faranno uso del .torrent useranno la vostra (costosa) banda per scaricare il file, giacché il tracker non troverà “seeder”, “seminatori”, utenti già in possesso di parte del file e dunque candidati a metterle in condivisione
- col tempo, sempre più utenti saranno in possesso di sempre maggiori porzioni del file, e quindi, idealmente, la banda direttamente demandata al vostro server sarà minore.
Ora, se questo è già possibile oggi per chi amministra server o occasionalmente trasforma il proprio desktop in un server, in futuro potrebbe diventare una funzione talmente comune e ritenuta “sicura” da essere, magari, compresa in pacchetti di hosting a fianco degli ormai stradiffusi servizi apache, php, mysql, e permettere, per un modesto costo in termini di risorse di calcolo, di ridurre drasticamente le esigenze di banda (per chi non lo sapesse, la maggior parte dei webhoster seri pone e comunica un limite alla velocità di trasmissione di ciascun sito – non sempre questa è resa nota agli utenti -, e alla quantità di dati trasmissibili in un mese – per esempio Altervista dovrebbe avere un limite di 10 GB mensili e bluehost di 999).
I movimenti nel mondo della content delivery sono sempre guardati con sospetto dal punto di vista del *consumatore*, dimenticando che esiste tutto un mondo di “produttori “e “distributori” che non sono le major, le star, gente carica di soldi ma persone con talento e buone idee che hanno solo l’ostacolo della scarsità di risorse. Finora la Rete è riuscita ad essere sempre dalla loro parte, nonostante i numerosi, continui, reiterati tentativi di imbavagliamento; nostri compiti sono lo stare in guardia, far sì che nessuno ponga mai ostacoli illiberali tra chi ha qualcosa da dire e chi lo vuole ascoltare, e cercare contemporaneamente di cogliere le opportunità che ci si presentano.
Da consumarsi preferibilmente entro
Mentre rileggevo e cancellavo il 60% della mia pagina sulla telefonia (altre seguiranno), ragionavo su come sia seccante la caducità delle informazioni, e come effettivamente lo “stream infinito” abbia conquistato appieno il diritto di rappresentare oggidì buona parte della conoscenza, spodestando il tomo finito e immutabile. E tuttavia persisto nel voler pagine un po’ defilate, a margine del resto del blog, immutabili e autoconclusive per quanto concesso dai necessari aggiornamenti effettuati di tanto in tanto: aggiornare un post si può fare, ma tradisce le aspettative – in genere morto un post se ne fa un altro; e un sacco di post su un argomento non sono la stessa cosa di una pagina organica, a cui (incredibilmente) le informazioni invecchiate si possono anche sottrarre. Eggià, perché si può anche dare più informazione dandone meno. Da far scoppiare la testa.
Lo stream di informazioni (ma non solo di quelle, come ci insegnano iTunes e Luca Sofri che nel suo libro Playlist parla della disgregazione delle compilation nelle loro componenti, cioè le canzoni) soddisfa la nostra esigenza di… non essere mai senza, avere sempre qualcosa da sgranocchiare, ma non soddisfa quella che potrebbe essere la nostra esigenza di strutturare le informazioni, di avere contesti, di lasciare sedimentare.
Le possibilità sono tre: o ci renderemo conto di stare esagerando, o scopriremo inaspettate capacità del cervello umano, o ce ne sbatteremo rumorosamente i maroni. Chi oserà trovarne una quarta verrà sconnesso da internet per 5 anni, e con decorrenza immediata.
Anyone?
Democracy killers
Il documentario-denuncia di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio avrebbe potuto essere condensato in un’oretta invece che in un’ora e mezza, ma poi come lo giustificavi il dvd? Mantellini (ho preso a linkarlo spesso, spero sia solo una fase sennò lo devo assumere per scrivere direttamente qui) riporta un fotogramma che vale quella mezz’ora di fuffa in più.
Io intanto mi limito a rabbrividire nell’aver quasi certamente riconosciuto la piattaforma utilizzata per creare il programma truffa-elezioni… Visual Basic 6.0. Oltre al danno la beffa. Insomma, mi uccidi la democrazia e per giunta lo fai in un linguaggio orribile e abbandonato anche da chi l’ha creato? Che cosa triste… uno si figurava l’hacker genio, sregolatezza, cappello nero e gadget fighi, e invece…
Ma forse è indicativo anche questo di quanto le nostre libertà, che sempre più saranno influenzate dal mondo elettronico, siano in balìa di incompetenti – che siano in buona o in mala fede.
Unga bunga. [trad: Nella mia caverna il segnale non prende, e nella vostra?]
Viviamo indubbiamente in un periodo storico di eccessive libertà. E’ chiaro. Facciamo schifo da quanto siamo liberi, e perciò ci dobbiamo mortificare un pochino, ecco. Avanti, coraggio, abbiate un po’ di paura di vivere, piantatela di guardare al futuro con fiducia, sentite pressante il bisogno di vivere in un mondo triste. Sù.
Ad ogni fatto più o meno eufemisticamente increscioso che accade, c’è sempre qualcuno che salta su a fare casino e a cercare poi di portar via il bottino mentre tutti si chiedono cosa cacchio stia succedendo.
S’è colta la palla al balzo con quegli aerei dirottati, per cancellare in modo solo apparentemente circostanziato diritti umani obsoleti come l’habeas corpus, fare qualche passo verso l’autoritarismo (le intercettazioni sono il minimo), rendere impossibili i viaggi aerei (mi raccomando non fate esplodere la vostra bottiglietta di naturale), imbrigliare nella paura e controllare le coscienze di milioni di individui. Tra l’altro mi vien da ridere: quanto ci vorrebbe ad infiltrarsi nelle nostre catene di produzione alimentare, avvelenare migliaia di persone alla volta e mettere in ginocchio la nostra economia col terrore casa per casa (ommamma ho dato un’idea)? Che facciamo, andiamo al lavoro, al supermercato, in treno passando attraverso metal-detector e perquisizione corporale ogni volta? Oppure vogliamo decidere di vivere?
Ma fin qui siamo su un terreno noto, codificato, maturo: il gran casino è il mondo 2.0, cioè il mondo interconnesso e numerico, la Rete.
Perché gran casino? Perché di legislazione ha bisogno, siamo d’accordo, ma tale legislazione è lasciata nelle mani di uomini di Neanderthal che non distinguono un sito da un indirizzo e.mail e entrambi da una patata; perché chi vive internet ora non potrà mai adeguarsi a quello che grandi corporation delle telecomunicazioni e dei contenuti vorrebbero diventasse, e si stanno adoperando con grande influenza lobbyistica perché lo diventi; perché la stupidità su scala ridotta e che rimarrebbe confinata lì viene sempre presa in consegna da qualcuno che si adopera perché diventi stupidità su larga scala.
L’ultimo caso (nota: non sono informatissimo in materia, almeno lo dico), quello del ragazzino affetto da sindrome di Down maltrattato dai compagni di scuola; compagni di scuola geniali, nel farsi sgamare – quasi una autodenuncia. Il discorso “video col cellulare” sta acquisendo una dimensione abnorme e incontrollabile sia a livello normativo che socio-culturale: la possibilità di “pubblicarsi” con estrema facilità, ora anche in video (e quindi col massimo di capacità di espressione che le tecnologie riescono oggi a dare al nostro corpo), ha generato una nuova forma mentis che strizza l’occhio al narcisismo e superficialità dei prodotti televisivi, ma li sorpassa, invischiati come sono nei loro vuoti reality show “costruiti”, canto del cigno di una televisione in decadenza in un momento in cui il pubblico ha fame di vita vera, in presa diretta. Per una fotografia del fenomeno dei filmati col telefonino, prima vera estensione digitale del corpo nella storia umana, consiglio la lettura di PI: Sed Lex/ Dal camera-phone al pedoporno per avere spunti di riflessione impensati.
Tornando ai fatti di cronaca e ai trogloditi, dice bene, o meglio fa capire bene Mantellini in questo stringato ma efficacissimo post (importante il titolo, mi raccomando) quale possa essere lo scoramento degli addetti ai lavori: gli atti di bullismo vanno puniti e prevenuti perquisendo gli uffici di Google, certo.
Il caso ora si va allargando, e sinceramente spero che sia solo il solito fumo negli occhi del circo giornalistico (uno fa la voce grossa per avere un po’ di visibilità, e la massa belante subito dietro col microfono); in ogni caso, oggi ci possiamo gustare lo specialone su Punto Informatico sul caso Google Video il Bullo vs i Buoni, in cui si paventano le solite normative neanderthaliane che tanto ci fanno ridere prima di farci piangere (io alla Urbani non ho voluto credere fino all’ultimo, sembrava carnevale). La solita gente stracolma di responsabilità civica, dispostissima a fare leggi restrittive e severe, sì, ma per ciò che non li riguarda; i soliti rappresentanti delle minoranze, dei deboli (anche quando magari deboli non lo sono più), che per troppa paranoia perdono di vista la loro missione e partono per una tangente che li porta a fare la pipì in terre inesplorate, e chissenefrega se il loro acido urico causerà l’estinzione di una rarissima specie di fiori.
Su altri fronti, uomini con la clava continuano a svegliarsi da un giorno all’altro additando i videogiochi come il male assoluto, e non c’è da dubitarne che ad ogni occasione proveranno ad usarli come pretesto per limitare la libertà d’espressione, così, tanto per gradire. Tra l’altro qui non capisco mai dove stia l’uovo e dove la gallina, se l’uno sia il marketing dei distributori che gradisce pubblicità gratuita e getta esche ai boccaloni (ma guardatelo Mastella se non sembra qualcuno con una gran voglia di abboccare), o se davvero qualche Tarzan che ha appena imparato a parlare ha del tempo per scandalizzarsi per cose che non conosce.
Mi sto facendo crescere i capelli per potermici mettere meglio le mani dentro, ecco il senso di tutto ciò.
Identità
Il problema dell’identità ha molti aspetti: giuridici, scientifici, filosofici, fino ad arrivare a quelli specificamente etici o religiosi, e oltre, verso l’infinito.
Chi sono io? Sono il mio dna? Sono la vita che ho vissuto? Sono uno spazio a N dimensioni, in cui N è il numero di persone con cui ho interagito (per non dire il solito pirandelliano “uno, nessuno e centomila”)? Sono il figlio dei miei genitori e il padre dei miei figli? Sono le azioni che ho compiuto?
Ha importanza?
Per la maggior parte del tempo (per fortuna?), affrontiamo il problema dell’identità unicamente sotto l’aspetto legale/giuridico/tecnico, per l’esigenza di sapere chi ha fatto che cosa come e quando (e dove, ma in tempi digitali ha importanza solo per il fuso orario – poi, be’, c’è il tempo UTC a dire il vero). Come si sa il “chi”, aldilà di ogni ragionevole dubbio? E’ un periodo in cui la questione mi torna alla mente spesso, e neanche a farlo apposta me lo ricordano Punto Informatico e Slashdot.
Su Punto Informatico di mercoledì 15 novembre, il signor Emiliano D. F. parla della “farsa del codice fiscale” in Italia, facendo sorgere il sospetto che forse non sia adeguato ad un eventuale (ma sempre più “necessario”) ruolo di identificativo univoco nell’era digitale: questo in quanto “parlante”, cioè contenente informazioni anagrafiche sul suo proprietario (vedere la relativa voce su Wikipedia per maggiori informazioni), ma anche in quanto univoco solo sulla carta: in caso di “collisioni”, cioè di due persone che avrebbero codice fiscale identico a partire dai loro dati anagrafici, il Ministero delle Finanze rilascia effettivamente due codici diversi, ma ciò non è garanzia che all’atto del riconoscimento del cittadino tali codici siano quelli che fanno testo (pare vi sia l’abitudine di ricalcolarseli a partire dai dati anagrafici).
Vi ricordate della Carta d’identità elettronica? Sì, quella che forse qualcuno in qualche paese d’Italia si sta gioiosamente sperimentando, e che doveva sostituire la versione cartacea a inizio di quest’anno. Ecco. Quando ne ho sentito parlare in un certo corso universitario, mi ha favorevolmente colpito il fatto che molti dati non fossero SULLA carta stessa, ma accessibili solo ATTRAVERSO la carta, e solo dalle persone autorizzate – che tra l’altro avrebbero avuto accesso solo al sottoinsieme di informazioni di loro competenza; questo grazie al funzionamento delle smartcard, che come ben sapete hanno la peculiarità di contenere una chiave che non esce mai dal chip (le informazioni entrano in chiaro ed escono criptate, o viceversa, direttamente nel chip), e il loro utilizzo per l’accesso a database centralizzati, fossero essi di volta in volta quello del Ministero delle Finanze, quello del Ministero della Sanità, e via dicendo. Tutto molto bello, ma poi mi viene da pensare a come, nonostante il decente codice della privacy che abbiamo (la famosa legge 196/2003), siano gestiti DAVVERO i nostri dati, anche da nomi altisonanti (le Poste mi risulta siano una Certification Authority, ma i loro server se ne stanno tranquillamente per dei giorni interi con certificati ssl scaduti – un esempio che non c’entra molto col discorso ma che rende forse l’idea del sommerso); e allora, come sempre quando si scontrano idee e realtà, non so davvero se desiderare di avere un’identità digitale del genere.
Poi in Gran Bretagna succedono cose buffe come questa dei “passaporti sicuri”, che probabilmente un ragazzo appena uscito da una High School qualsiasi avrebbe saputo realizzare meglio. Abbiamo della gente nei nostri parlamenti che probabilmente non distingue una .jpg con una firma scannerizzata da una firma digitale; e questi decideranno in che modo il nostro io sarà univocamente riconosciuto nello sterminato mondo dei dati e metadati. Siamo in ottime mani.
Da uno dei commenti della news di ./:
If my passport gets stolen, I report it. It gets cloned, I’ve no idea somebody is impersonating me, screwing up my life (and others).
Collegare l’identificazione elettronica a quella biologica? Controlli incrociati smartcard + database 1 + iride + database 2 + dna + database 3? Attenzione, signori. Questo otterrà effetti MOLTO più deleteri di quanto possiate desiderare; dovrete andare in giro facendo attenzione ai vostri campioni di codice genetico, e ai vostri occhi; non ne vale la pena.
Prevedo e auspico (sistemi operativi commerciali)
Oggi il tipico sistema operativo commerciale (aka Windows) usa sistemi di licenze buffe, del tipo “puoi installarlo solo su un computer, solo per il numero stabilito di processori (e il dual core così ti frega), non puoi trasferirlo ad altri computer nemmeno dopo che l’hai disinstallato, NON PUOI spostarlo su un altro computer se l’hardware di quello lì s’è fritto”, con derive oltretutto non solo di licenza ma anche tecniche, per alcune versioni, che arrivano fino al limite di processi o connessioni contemporanee (e lasciamo stare tutta la questione di Digital Rights Management, ché possiamo anche ammettere che si sia in rodaggio, e quella di trustworthy computing ancora di là da venire).
Un domani spero, auspico, che le licenze saranno al più per singolo utilizzatore, qualsiasi sia il computer che costui si trovi ad utilizzare. Sempre, ovviamente, restringendo il campo ai software commerciali, giacché i software gratuiti, liberi o che altro non avranno certo bisogno di limitare l’accesso da parte degli utenti; e tuttavia, potranno beneficiare del criterio di autenticazione centralizzata che sarà necessario per verificare le licenze nei software commerciali – più in generale, infatti, si farà profilazione dell’utente (metto in grassetto una parola che nemmeno so se esiste in italiano, ottima mossa).
Immaginatevi una specie di via di mezzo tra Steam, un account Google/Windows Live ID e un utente di dominio. Per quelli come me che sono cresciuti tra computer che erano entità indipendenti, la prospettiva può causare un certo dolore al cuore; ma già vedo come il mio modo di interagire con i calcolatori stia cambiando, vada “disperdendosi” piuttosto che perpetuando a concentrarsi su un computer singolo. Finora ho provveduto manualmente (trovando anche gusto nell’automatizzare la cosa) a migrare impostazioni e dati da un computer all’altro, ma già per molte cose è possibile farlo in modo centralizzato (solo che mi fido poco, ecco). Prima o poi sarà vita vera il sedersi ad un computer qualsiasi nel mondo, e magari indipendentemente dal sistema operativo o dal tipo di account (riusciranno a mettersi d’accordo? Speriamo in una virtualizzazione standardizzata che gestisca il login e il successivo caricamento delle cose giuste al posto giusto?) ritrovarsi davanti al “proprio” desktop.
A grandi linee: vi sedete davanti ad un computer (collegato alla rete, almeno per la prima volta che lo usate), e inserite il vostro Unique Stocasso Identifier; il login viene effettuato in un sistema di virtualizzazione figlio (illegittimo) degli odierni bios, che si preoccupa di verificare le vostre preferenze dal Stocasso Database, carica il sistema operativo (e chissà che forma avrà, quello che oggi chiamiamo così), i software e le impostazioni che volete (e/o per cui avete la licenza); non ci sono driver da installare perché, appunto, tutto è virtualizzato, una cosa tipo Java Virtual Machine (ma si spera meglio); fate le vostre cose e, al logout, viene tutto salvato sul server di qualcuno che, onestissimamente (forse non gratuitamente), conserva i vostri dati; e poi l’erba cresce, il vento soffia, e il cielo è blu.
Ok, fin qui la (una) teoria. Computer come una evoluzione di dumb terminal, browser e console. La pratica NON sarà così. Sarà ragionevolmente una porcata. Ma noi si spera sempre (soprattutto che la realtà superi la fantasia).









