Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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Vulgaris

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Il pulcino Stranzo era triste. Becchettava svogliatamente per l’aia giusto per non perdere il suo peso-forma di 7,2 kg, ma era evidentemente triste. La sua carriera nel mondo del bowling era avviata e promettente, e aveva ormai fatto il callo ai doloretti anali post-partita, oltre che alla lieve emicrania: ogni sport richiede qualche sacrificio, e Stranzo riteneva più che accettabili quelli che si trovava a fare. Da quel lato, Stranzo aveva solo da gioire.

In effetti un sacco di gente al mondo gioisce quando si prende qualcosa nel culo.

No, la tristezza di Stranzo aveva radici profonde nel suo animo, nella sua storia personale e familiare, nella sua vita quotidiana e futura, nelle sue speranze, nei suoi sogni, nelle luci e nelle ombre dei risvolti del suo essere: il suo autore gli aveva trovato un nome un po’ troppo del cazzo.

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June 26th, 2006 at 12:45 am

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Printomne

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Sotto un filare sospeso di vite
vitigni di ferro
sorreggevano grappoli umani

Sotto un sorriso spento di ragazza
la morte in un cuore
traboccante di vita

Sotto un sole incerto d’autunno
un’altalena

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May 15th, 2006 at 10:03 pm

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Il viaggio di ritorno del signor Agave

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Il signor Agave è stanco; ha avuto una settimana dura, stressante, e ormai l’una è passata da un pezzo. Questa serata tra amici ci voleva proprio, ora è appagato e rilassato, e si potrà fare una dormita come ormai sognava da giorni. La strada è sgombra, e nulla lo distrae dal pensiero del letto che lo aspetta festoso e scodinzolante a casa… dormire… non c’è abbraccio di amante che sia più dolce.

Scollinando verso il suo paese, il signor Agave incontra un’improvviso banco di fitta nebbia; cosa in effetti normale, per la quale anzi il suo paese è fatto spesso oggetto di scherno – “Solo la nebbia! C’avete solo la nebbia…”. Inconsciamente il signor Agave ha rallentato, a causa della visibilità ridotta; quando, dopo qualche istante, ha riflettuto come la presenza della nebbia avrebbe dovuto indurlo a diminuire la velocità, ha potuto compiacersi di averlo già fatto… gran congegno, il cervello.

La nebbia è l’anticamera del sogno. Ma il signor Agave non ha il tempo di rifletterci, perché se ne trova all’improvviso fuori, risvegliato dallo stordimento che si stava impossessando di lui. In fondo devo guidare e dormirò a casa, ragiona, ma che bella sensazione era… ricordi d’infanzia e d’ovatta.

Il signor Agave lancia uno sguardo allo specchietto retrovisore, per identificare la forma del batuffolo di acqua condensata che l’aveva nascosto fino a poco prima; ma l’attenzione del signor Agave viene catturata una piccola figura scura, appena uscita anche lei dal banco di nebbia, e avanzante stancamente sulla strada. Non ha il tempo di identificarla, il signor Agave, perché si ritrova senza accorgersene di nuovo circondato da una coltre bianca di acqua buia. Ritorna il pensiero al meritato riposo, ai sogni, a quegli abbracci affettuosi che nessuna donna sa fare bene come le coperte.

Non dura molto nemmeno questa volta, il bianco; il signor Agave è presto di nuovo fuori, prima ancora di potersi infatuare di questo nuovo amore spezzato. Non manca molto per arrivare a casa, anche se forse non ha bene presente dove si trovi esattamente… tutta questa nebbia…

Nello specchietto retrovisore intravede nuovamente la figura scura che aveva visto uscire dal banco di nebbia precedente, e di cui s’era già dimenticato. Più vicina di prima, strano. Ma no, non è strano: nella nebbia il signor Agave è costretto ad andare piano, e molti animali in corsa possono raggiungere velocità piuttosto elevate. Chissà perché si è messo a correre, però.

Il signor Agave capisce di avere smesso di pensare al suo letto. Capisce anche che, non si sa mai, forse dovrebbe indagare un po’ su cosa sia quella cosa scura che lo insegue. Lo insegue, sì, e guadagna terreno. Ma forse non è il caso di stare a pensare. Accelerare è una scelta molto più saggia, nebbia o non nebbia. Il signor Agave crede di riconoscere un cane, o un lupo, nella figura che lo insegue; ma la sua galoppata gli sembra proprio strana, troppo decisa, addirittura disperata: come la corsa di un’anima dannata alla ricerca di un corpo, prima che la sua natura eterea la faccia dissolvere.

Mentre si maledice per essersi abbandonato a pensieri inquietanti e privi di fondamento, il signor Agave si ritrova di nuovo nella nebbia. Questa volta il cervello prende il sopravvento escludendo l’inconscio, e forza il piede destro a rimanere ben premuto contro l’acceleratore. In fondo queste strade le conosce, il signor Agave, e adesso l’adrenalina lo rende molto reattivo. Sto rischiando la mia vita per un cane che insegue le automobili come fanno migliaia di altri cani al mondo, cerca di ironizzare con sé stesso il signor Agave; per non parlare dei bulldog, che hanno il muso schiacciato perché inseguono le macchine ferme. Non ride alla battuta, il signor Agave… forse perché la conosceva già.

L’automobile esce dal banco di nebbia; è un attimo, e rientra in un altro. Il signor Agave in quel lasso di tempo non riesce a vedere il suo inseguitore, potrebbe anche averlo seminato. Ma l’ipotesi dura il tempo di sentire crescere dietro di lui il suono di un respiro affannoso e indemoniato. L’inseguitore è vicino, molto vicino. Il signor Agave si scopre a chiudere con la sicura la portiera della sua automobile, come se servisse a qualcosa. Non si sa mai, già.

Il signor Agave ha paura. Il respiro che lo insegue si fa sempre più forte, innaturalmente forte; il signor Agave vorrebbe turarsi le orecchie con le mani, ma sono poi gli occhi a dargli il dispiacere maggiore: uscito dal banco di nebbia, vede la sua paura riflessa nello specchietto retrovisore. Non è un cane, e non è un lupo. E’ quel che sembrava fin dall’inizio, una figura scura; non ha altre caratteristiche, è solo paura allo stato puro. Paura. E fame. Ma fame di cosa, il signor Agave non lo sa.

Ancora un banco di nebbia. L’ultimo, pensa il signor Agave. Quella cosa che lo insegue è ormai a pochi metri da lui, e nel giro di qualche secondo lo raggiungerà. Il respiro della figura scura ormai sovrasta il rumore del motore dell’automobile, e il signor Agave ha finalmente identificato il rumore del suo scalpiccìo sull’asfalto… deve avere quattro zampe, dopotutto.

Poi il silenzio. E, uscito dal banco di nebbia, il signor Agave non trova più l’animale nello specchietto retrovisore. Ma sì, era solo un cane che insegue le automobili, che si è reso conto di essersi allontanato troppo da casa e si è fermato per tornare indietro.

Però è proprio strano. E se si fosse aggrappato all’automobile in qualche modo? Il sangue si gela nelle vene del signor Agave. Non potrebbe mai saperlo con certezza; o meglio, lo saprebbe solo una volta fermatosi e parcheggiata l’automobile: la bestia attenderebbe la sua discesa dall’auto per aggredirlo. Forse la cosa migliore sarebbe parcheggiare in un luogo frequentato; la bestia potrebbe scappare, oppure aggredire prima qualcun altro. Pensieri egoisti, ma il signor Agave non si sente in colpa nemmeno un po’. Poi riflette su quello che sta pensando e ritorna a considerare l’ipotesi realista del cane senza una vita sociale ammalato di questo tipo di autismo. Questa volta sorride, il signor Agave. Ma sì, che andava a pensare. E’ stanco, ha visto male e probabilmente ha confuso il rumore del motore con qualcos’altro. Casa sua è alla fine del rettilineo che comincia dopo la prossima curva; arrivato in casa si farà una tazza di camomilla, e poi finalmente potrà affondare sotto le lenzuola ad archiviare questa serata tra le (poche) cose curiose che gli sono capitate nella sua vita.

Non ha tempo di provare di nuovo paura, il signor Agave. Non capisce cosa sia quell’ombra che gli oscura all’improvviso la visuale: se sia fuori, dentro, da dove venga. Non ha tempo di sentire dolore, il signor Agave: riesce a malapena a riconoscere, in pochi istanti, un’enorme bocca spalancata.

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April 2nd, 2006 at 3:39 pm

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La vera storia vera della vera Befana vera

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(liberamente ispirata alla leggenda, letta su wikipedia)

M – Buongiorno signora, saprebbe indicarci dove possiamo trovare il salvatore?
B – Salvatore il pizzaiolo? Nella pizzeria proprio di fronte. Si chiama anche “da Salvatore”… avete problemi di vista?
M – No, non Salvatore, ma IL salvatore. Abbiamo letto negli astri del suo arrivo, e gli astri ci hanno condotto qui.
B – Guardate, la prossima volta meglio che usate la guida Michelin.
M – Non sa per caso di un bambino nato da queste parti, di recente?
B – So di molti bambini nati di recente… ma forse voi intendete quello della stalla con coro e luminarie…
M – Prego?
B – Ma sì, quello con i pennuti effeminati che gorgheggiano da mane a sera e l’insegna al neon nel cielo che recita “O voi tre che indulgete alle vostre carenze oculistiche, cessate di girare a vuoto, son qui!”. La stalla in fondo alla seconda via a destra. Ricordate di prendere il numerino, che sennò arrivate in fondo e vi ricacciano indietro.
M – Lo faremo sicuramente. Mille grazie! …perché non viene anche lei? Quel bambino sarà il Re dei Re, un evento del genere non capita tutti i giorni!
B – Bella roba… vuol dire che sarà il più pirla di tutti i pirla? Ché non ho mai visto un re che non fosse tale.
M – Anche noi siamo re…
B – Il che non cambia di una virgola la mia dichiarazione.
M – Umpf. Allora non viene?
B – Ci mancherebbe altro. Buona giornata.
M – Addio.

B – …però glieli potevo offrire questi cioccolatini lassativi che mi hanno regalato per Natale. Vediamo un po’ se li ritrovo… loro e il loro re dei re…

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January 6th, 2006 at 3:26 pm

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Due sedie in mezzo al nulla

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Deserto. Due sedie. La differenza tra il vero nulla e il nulla che racconta una storia.

Non sappiamo perché le sedie siano lì, ma ci colpisce che siano lì, perché non dovrebbero esserci. Ci parlano di qualcosa che c’è stato, o deve ancora esserci; o che, invisibilmente, c’è.

L’altroieri, il più grande concerto di tutti i tempi. Ieri, la più grande operazione di pulizia di tutti i tempi. Oggi, qualcuno si è dimenticato due sedie, che sono ancora lì e ci rimarranno per anni. Perché nel frattempo saranno diventate ambiente, si perderà la memoria del loro primo arrivo e nessuno s’azzarderà a disfare qualcosa la cui ragione d’esistere è ignota.

Un uomo, solo, percorre 20 chilometri a piedi, sotto il sole cocente, con una sedia sulle spalle e una a traino. 20 chilometri di doppia striscia nella sabbia. Giunto in un punto apparentemente casuale, si ferma e poggia le due sedie, una di fianco all’altra; su una si siede, e l’altra la guarda, vuota com’è. Aspetta qualcuno? O una sedia vuota è meglio di nessuna sedia, per illudersi di non essere solo?

Le due sedie sono una filiale della Banca Mediolanum. Se aguzzate lo sguardo, su una di esse c’è un fogliettino, “torno subito”. Girate lo sguardo a destra e a sinistra… niente, per chilometri. “Torno subito”… v’inquieta.

Una mongolfiera si è liberata della zavorra. Le due sedie, che non si sa cosa ci facessero lassù, sono cadute in piedi per puro caso.

Stasera, su quelle due sedie, due pupari occulti si siederanno, si guarderanno e, ridendo sguaiatamente (inauditi per miglia), decideranno le sorti del mondo.

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December 20th, 2005 at 7:50 pm

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Non ci pensavo, ma questo è Omino Bufo (featuring k)

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Karo Babo Natalo,

Kome và? E un po di tenpo ke non ci setiamo, kuasi un ano in efeti, e inzoma volevo sapere kome và, ma te lo gia kiesto e kuindi niete, dimi kome va se ai tenpo o senò lasia pedere che va bene lo steso.

Ke poi sarebe belo che ti facesi un po vedre, che stai senpre in kasa, inzoma, e esii un po, svaggati, ke kosa fai tuto l’ano tra i giokatoli. Kosa mi dizi ke da te fa fredo, ke per usire devi metere la peliza, ma kisenefrega skusa, la meti e bon. E non e nemeno belo che no ti fai sentire, il teleffono lano inventato, se no ce lai metilo perke ce lano tuti, al giono dogi serve.

Komunkue, se no ti vedo prima di natalo, pasa un buon periodo, e mi rakomando a me la solita valiza piena di bakonote da veti euri, fin kuante ce ne stano.

Bela Babo, a risentirzi!

Il tuo amiko Giani

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November 18th, 2005 at 6:53 pm

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Un ballo

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Un incrocio di sguardi, un tentativo di ritirata, la presa di coscienza che è ormai troppo tardi. Sorrisi. Ciao,

ciao. Come va? Eh, be’, bene. A te? Bene. Sai, alla fine l’ho preso ‘sto pezzo di carta.

Oh, bene. Già, mi son tolto un peso. E tu? Oh, via, non ho niente di particolare da dire, mi va bene. Ok.

Non si capiva bene se in giro ci fosse tanta o poca gente. Se facesse freddo o meno. Se

Sei sempre bellissima col nasino rosso.

Probabilmente faceva freddo.

Ma dai, non è possibile, ci siamo incontrati da 5 minuti dopo 5 anni e già riattacchi? Ti sei dimenticato tutto?

Sì, ho deliberatamente deciso di dimenticare tutto per i prossimi venticinque minuti.

Mi concedi questo ballo?

Che ballo, cosa di

Il ballo delle foglie morte. Avanti, prima che que

ci? E poi tu odi ballare!

sta folata di vento si spenga e ci uccida una seconda volta. No, sta

Sei impazzito?

sera no, per i prossimi ventidue minuti sarò il ballerino più amante del ballo al mondo.

Ti ho vista, stai sorridendo.

Sì.

E’ un guaio, una foglia morta in genere non sorride. Cosa sono queste venature primaverili?

Credo di stare dimenticando anch’io.

Ottimo, allora i miei venti minuti di amnesia non andranno sprecati.

Oh, già solo venti?

Sì, non è saggio andare oltre.

Ma dopo cinque anni…

Sono gli stessi cinque anni di prima, eh, quelli di poco prima che mi dessi del pazzo.

Ma tu SEI pazzo! Solo…

…solo che non c’è niente di male, ne convengo.

Uffa, non rubarmi le parole di bocca.

Oh, invece sì. Te le ruberò tutte. E poi te le restituirò…

No, questo no. Piuttosto tienile.

Mi spiace, non voglio avere debiti.

Mi spiace, ma non voglio avere rimpianti.

Guastafeste.

Il vento è calato.

Guastafeste. Ma hai ragione. Il vento è calato. E quando il vento cala, una foglia morta ha da fare il suo mestiere,

ha da cadere.

Mi dispiace.

Già.

Già.

Senti, ci ho ripensato. Le mie parole, potrebbero servirmi, ancora. Me le

Per cosa mai potranno servirti, se non per ingannare?

ridaresti? Ti prego, non fare così. Hai dimenticato, ricordi? Oh, che sciocchezza… ricordarsi

di aver dimenticato, già. E’ vero, ci sono ancora 4 minuti. Sì,

Ma come fai a misurare il tempo così precisamente senza controllare l’orologio?

te le restituirò. Bellezza mia, nessuna magia, c’è l’orologio sul campanile, dietro di te.

Oh, che torda. Be’…

Sì, ora è tempo di saldare il debito. Quanti te ne devo?

Uno.

Uno??? Così tanti? Mi rovinerai!

Già fatto. No, non ci pensare, scusa, hai dimenticato, ora se non ti dispiace…

No che non mi dispiace. Non badare alle lacrime… tra un minuto, quando riaprirai gli occhi, non le vedrai più.

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November 14th, 2005 at 8:10 pm

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[satira] Le nuove, formidabili funzioni delle case del futuro

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http://attivissimo.blogspot.com/2005/07/ixt-repubblica-parla-di-longhorn-parte.html

Bisognerà aspettare fino al 2006, ma la nuova generazione di case è in dirittura d’arrivo. Noi giornalisti di “Dittatura” abbiamo ricevuto e entusiasticamente accettato l’invito di Mattonsoft a provarne una in anteprima (perché GIAMMAI scriveremmo un articolo per sentito dire o basandoci su press-kit, noi), e possiamo assicurarvi che senza rimpianto diremo tutti addio alle nostre baracche di legno monofamiliari coi tetti di ondulati di alluminio, plastica o ethernit.

Il segreto del sicuro successo di Mattonsoft parte dal loro più importante segreto industriale, una materia rigida, ignifuga e resistentissima: il suo nome in codice è “mattone”, da cui il nome dell’azienda. Grazie ai “mattoni”, abbiamo potuto toccare con mano come le case Mattonsoft siano infinitamente più sicure e vivibili, perché meno soggette alla furia degli elementi e ai capricci del clima. Pare che i “mattoni” da soli non siano sufficienti a garantire queste caratteristiche, tanto che abbiamo sentito parlare di un elemento additivo ancora più segreto, il cui nome in codice sarebbe “cimento”, ma si tratta di voci non confermate (ma già il nome può farci fantasticare sulle grandi battaglie progettuali combattute in Mattonsoft).

Le novità non si fermano qui. Al momento di entrare in casa, l’addetto alle pubbliche relazioni di Mattonsoft ci ha lasciati andare avanti, con un sorriso enigmatico sulle labbra. Da principio, notando sulla porta d’ingresso (innovazione Mattonsoft ormai acquisita già da tempo anche nelle nostre baracche) una “maniglia”, ho pensato che intendesse farsi beffe della nostra ignoranza, osservandoci mentre invano cercavamo di entrare: dovete sapere, infatti, che una porta chiusa con una “maniglia” della nuova generazione si può aprire solo girando la maniglia stessa, grazie a un meccanismo molto complicato ma veramente funzionale; dal canto mio, essendo (modestamente) esperto del ramo, intendevo stupire l’uomo Mattonsoft aprendo la porta senza battere ciglio. Ebbene, immaginate la mia sorpresa quando, girata la maniglia, non sono riuscito a far ruotare la porta sui suoi cardini! Di fronte al mio sconcerto, il sorriso dell’addetto si è fatto ancora più largo e mi è stato svelato l’arcano: le nuove porte Mattonsoft fanno uso di un dispositivo per il controllo degli accessi, chiamato “serratura”: senza possedere l’unica “chiave” che sblocca la “serratura”, è impossibile entrare! Quest’innovazione viene sicuramente in soccorso di quanti, nelle baraccopoli più grandi, iniziavano a temere per l’incolumità dei propri familiari e la sicurezza dei propri beni: il progresso ci ha portati a vivere a contatto diretto con sempre più persone, ed è ormai impossibile conoscere (e quindi fidarsi di) tutti; dall’altro lato, il progresso ci porta anche, grazie a Mattonsoft, la soluzione ai problemi che crea.

Entrati in casa, siamo stati investiti da una quantità di luce inaspettata, eppure non sentivamo un solo soffio d’aria: le finestre dovevano pure essere chiuse, ma con tutta quella luce non era possibile! L’addetto ci ha fatti allora avvicinare a quella che sembrava una finestra aperta, e ci ha stupiti un’altra volta rivelandoci che d’ora in poi le finestre saranno trasparenti! Grazie ad un nuovo materiale, il “vetro”, sarà possibile contemporaneamente proteggersi dagli spifferi e lasciare entrare la luce solare: addio persiane di legno, improbabili fogli di carta opaca e placebo di ogni genere, una volta provate le finestre trasparenti non vorrete più tornare indietro!

A questo punto, un collega ha domandato come mai la casa da fuori sembrasse molto alta, mentre all’interno lo spazio verticale pareva analogo a quello di una qualsiasi baracca. Una volta di più, l’addetto Mattonsoft ha avuto il piacere di stupirci, accompagnandoci a quelle che ha chiamato “scale”, un’altra loro idea semplice e geniale, un uovo di colombo: una serie di poggiapiedi adiacenti (“gradini”) dall’altezza che si eleva progressivamente, grazie ai quali si riesce a raggiungere l’altezza di due uomini senza fatica; ma ancora più geniale, il fatto che le “scale” conducessero ad un altro “piano”, cioè un’altra casa assolutamente identica alla prima, quella “al piano di sotto”. Dopo averci lasciato pensare agli enormi vantaggi derivanti dal poter mettere una casa sopra l’altra, l’addetto ci ha confidato come siano allo studio case che vadano molto oltre i due “piani”, che forse risolveranno finalmente l’annoso problema della sempre più difficile integrazione con la natura: non più distese e distese di baracche, erette ai danni di numerosi ettari di bosco, ma pochi e isolati “alveari” immersi nel verde.

La visita è proseguita con la visione di alcune diapositive sui progetti futuri di Mattonsoft, che tra le altre cose includono il “riscaldamento” e l’”aria condizionata”, che dovrebbero permettere di avere caldo in casa anche d’inverno (a dire il vero non capiamo il vantaggio rispetto ad una semplice stufa a legna), e incredibilmente di avere fresco in casa anche d’estate. Il tutto pare coinvolga un progetto il cui nome in codice ci risulta essere “lettricità”, ma su cui gli uomini Mattonsoft non si sono voluti sbottonare. Possiamo solo ipotizzare, dato il nome, l’apporto dato al progetto da qualche saggia signora dedita ai consumi letterari.

In conclusione, grazie alle nuove case Mattonsoft, la nostra vita cambierà radicalmente (in meglio), e la migrazione diventerà prima o poi un passo obbligato per mettersi in pari con il progresso: perché aspettare?

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July 21st, 2005 at 5:08 pm

Chiardiluna

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Quanto ci sarebbe da dire, sugli infiniti modi possibili di vivere la notte…

C’è chi dorme e chi invece va a pescare; c’è chi ugualmente non piglia pesci, restando sveglio solo per illudersi che il giorno possa essere più lungo, e chi vorrebbe tanto affondare sotto le coperte, ma non può, o non riesce: un esame, un problema, un amore…

Anche il posto è importante: la notte a casa è diversa dalla notte in giro per la vostra città, che è diversa dalla notte in un locale, che è diversa dalla notte quando siete chiusi in un posto da tanto tempo che non sapete se fuori è notte o giorno.

Ma la notte più diversa di tutte è quella lontano da tutto e da tutti, da soli con sé stessi e le stelle, e magari la luna. A dire il vero, la luna cambia molto la situazione: se c’è un bel tondone luminoso in cielo, non ci crederete, ma si vede quasi come se fosse giorno e si può andare tranquillamente a spasso; se la luna non c’è, lo spettacolo celeste è sicuramente più avvolgente, vertiginoso, tra l’altro potete stare col naso all’insù che tanto non cambia nulla, la facciata prima o poi la date comunque… ecco, avete capito il problema.

Non è strano sentirsi piccoli e insignificanti, sotto il cielo stellato. Tenere la mano di qualcuno nella tua può aiutare, ma a volte non basta. Perché, per quanto in compagnia, senza il tetto azzurro sopra di noi che di giorno limita il vagabondaggio dei nostri pensieri siamo comunque soli di fronte all’ignoto, o alla ben troppo nota nostra coscienza, che da lassù ci guarda sorniona o corrucciata.

Diversi anni fa, parecchi invero, amavo passare buona parte dell’estate in solitudine nella mia cascina. Solitudine relativa, perché c’erano dei vicini (e avevo due amiche). Quando stavo lassù mi sentivo un ragazzo diverso… e quanto cambiava la giornata solo per il fatto di alzarsi alle 7.30 (senza impostare la sveglia) e fare una abbondante colazione a base di pane, burro e marmellata! Buona parte dei libri che oggi mi posso pavoneggiare di aver letto li ho letti in quelle estati, in cui la lettura era il mio svago (ma anche impegno) principale. Era il mio piccolo paradiso terrestre, una specie di età dell’oro, uno di quei bei periodi delle nostre vite che non ci sono più ma che ti rimarranno sempre.

Di quella cascina mi rimarrà anche il ricordo delle uniche albe fatte come si deve cui mi sia capitato di assistere. Boh, direte voi, che cosa c’è di speciale… ma niente, niente di speciale, succede tutti i giorni… ma voi quante volte siete stati lì a verificare che tutto fosse regolare, EH? Cosa ne sapete voi che il sole non si sveglia in ritardo e recupera il tempo perduto con un balzo? Non fidatevi di nessuno! Mai!

Succedeva così, senza pianificarlo. E credo non fosse colpa del gallo… semplicemente, verso le 5 mi svegliavo e non avevo voglia di tornare a dormire. Mi alzavo, mi lavavo (c’era un unico lavandino per tutto… be’, no, c’era anche il gabinetto, che credete?), mi vestivo, e uscivo di casa. Sedersi sull’erba intrisa di rugiada non era una cosa saggia, ma nessuno ha mai detto che si debbano fare solo cose sagge, a questo mondo. E se l’ha detto ha detto una *fanfalucca*.

Una mattina, era quasi settembre, ho potuto vedere uno spettacolo che ho ancora stampato nelle pupille. Niente di speciale, certo, sempre solo il fatto che mai (o più) nessuno le sta a vedere, queste cose. C’era un cielo con la luna piena al culmine del suo tragitto… il sole sarebbe sorto di lì a un’ora, ma pareva già giorno; poco più in là, Orione che valorosamente pugnava per resistere alla famelica luce che si faceva sempre più invadente; e infine, per una manciata di attimi, ecco insieme nel cielo i due cacciatori e il Dio, reclamante il suo trono (leggendo una delle versioni del mito di Orione mi è venuto quasi da pensare che è esattamente quello che ho visto io…). E poi il giorno. Benedizione, o illusione quotidiana, come volete.

- – -

Due anni fa ho scritto questo racconto, ispirandomi alla “Notte stellata” di Van Gogh, come previsto dal “Backstage Contest” organizzato da Simone “Karat45″ Tagliaferri sul forum di TGMOnline. Al momento non trovo più traccia del documento in cui aveva raccolto tutte le opere in concorso, ma quando lo troverò ve lo linkerò, perché c’erano delle perle (al massimo ho il topic salvato in locale). Ne avrei di cose da dire su quello che ho scritto… ma preferisco lasciare tutto nel confuso mondo della fantasia.

- – -

Racconto di una notte stellata

[image]

Sono voluto tornare qui perché è questo l’ultimo posto a cui i miei occhi siano mai stati grati. Dopo aver lasciato questa collina, dopo aver respirato questo cielo, troppe ferite li hanno insanguinati: dapprincipio ferite condivise dal cuore, poi questa definitiva ferita che loro soli hanno dovuto sopportare.

Buio.

Per anni ho vissuto nel buio. I miei occhi non vedevano, e le mie orecchie non volevano sentire. Non potevano sentire, non avevano la forza di credere a quello che sentivano.

Poi venne Berenice.

Ed è strano ch’io incontrassi proprio il suo nome sulla mia strada. Il suo nome, il suo profumo di regina e i suoi capelli corti. Chissà che non li abbia tagliati perché io potessi tornare. Forse mi conosceva prima ancora che ci incontrassimo.

Mi aspettava.

Io, invece, non mi aspettavo lei. Avevo sentito troppo, il mio cuore era di ghiaccio e la mia umanità sembrava aver seguito la sorte delle mie lacrime, che non potevano più rigarmi il viso; l’odio aveva preso il sopravvento, ed aveva ereditato da me quel triste scherzo che il destino mi aveva giocato: era cieco.

L’amore di Berenice era più cieco del mio odio.

Non capii mai perché mi avesse scelto: poteva salvarne mille altri. Salvò me. Forse aveva potuto scrutare nel mio cuore perché non potevo difendermi dalla sua dolcezza. Mi avevano insegnato a rispondere violenza alla violenza, ma all’affetto non sapevo cosa rispondere.

Fui vinto.

Una sera mi chiese di fidarmi di lei. Mi abbandonai al silenzio che mi aveva prescritto, e mi feci condurre dalla sua mano per un tempo che mi sembrò tanto lungo quanto meraviglioso. I profumi mi raccontavano sempre più delle mie notti da ragazzino, quando mi svegliavo di soprassalto, troppo tardi per evitare di rimanere intriso di rugiada…

Berenice tolse il panno, e potei sentire di nuovo.

E sentii. E vidi. Rividi nei suoni quel cielo stellato che mi ricordavo: nel vento che dalla lontana oscurità mi sfiorava le gote, nel luccicare dei grilli, nel frusciare infinito di mille scintillii…

E nei silenziosi baci di Berenice.

Nel mio cielo stellato si diffuse la calda luce lunare di un corpo di donna. Lo baciai e ne fui baciato, la luce e l’ombra si abbracciarono. Lo possedei e ne fui posseduto, e le stelle trasudarono passione.

La protessi, e scoprii che mi protesse, facendomi rinascere a nuova vita.

Avevo dimenticato la violenza, e un piccolo cuore battente mi consolò di tutto quanto.

Da allora sono successe tante cose, ma più nessuna è riuscita a strapparmi l’amore che Berenice così dolcemente mi aveva donato. E ora sono di nuovo qui. Questo profumo di erba notturna fa ormai parte di me, arrivo a distinguere le stelle stelo per stelo. Che pace.

Finalmente, che pace.

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July 11th, 2005 at 7:56 pm

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Non si torna indietro (scrittura ex-tempore monodirezionale)

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-Sei sicuro di volere questo? Se vorrai tornare indietro sarà molto doloroso.
-Non tornerò indietro.
-Saresti l’eccezione. Tutti tornano indietro, sempre.
-Non tornerò indietro.
-Sei dunque disposto ad accettare che d’ora in poi la bellezza abbia i suoi capelli, l’amore il suo volto e il piacere il suo sapore?
-Non chiedo altro.
-Lo chiederai, lo fanno t…
-Io sono diverso, lo vuoi capire? La mia parola è un impegno, e il mio cuore è sincero.
-Cosa sai di lei?
-So quanto basta.
-…che sarebbe?
-So che la amo, e lei ama me.
-L’amore non dura in eterno.
-Vero. Perché si muta.
-A volte finisce.
-Perché si vuole farlo finire.
-E non credi che sia normale? Che possa succedere a tutti? Anche a te?
-Facciamola finita. Non ho bisogno del tuo permesso, sono deciso e nessuno potrà farmi cambiare idea.
-Lei sicuramente potrebbe.
-…sicuramente. Ma non vorrà mai.
-La cosa giusta da fare cambia in base alla situazione. Hai mai pensato a cosa questo comporti?
-…sì, ci ho pensato. Ci abbiamo pensato, insieme. Credo… SO che faremo la cosa giusta. Anche se questo dovesse significare… siamo d’accordo, su questo.
-Quindi in qualche caso…
-Sì. Non ne voglio parlare. Ci sono pur sempre cose più grandi di noi e di quello che proviamo.
-Finalmente, ho la prova che sei umano anche tu! Allora sì, voi due non avrete mai fine.
-…sei un tipo strano, tu. Che nome ti ha dato la tua famiglia?
-Non me l’ha dato, già l’avevo. Il mio nome è il mio corpo stesso, ma puoi chiamarmi Quercia, come fanno tutti.
-Per me va bene… tanto più che credo che il tuo vero nome possa pronunciarlo solo tu.
-Dici giusto, caro mio. Guarda, s’è fatto buio. Col tuo permesso vorrei rientrare, che già da tempo il mio nome s’è fatto come stonato, e di tanto in tanto si allunga con preghiere come “Vecchio scemo, se il Signore dei cieli avesse voluto che prendessi freddo e umidità ti avrebbe messo la pelliccia e le pinne!”.
-Ma certo, Quercia. Anzi, maledetta la mia testaccia che non pensa mai a queste cose.
-Via, via, la tua testa ha di meglio a cui pensare… così come la mia un tempo… quando tornerai, se vorrai, parleremo ancora.
-Tornare? Non ti ho detto che partirò!
-Ma lo farai, e stanotte per la precisione. Non chiedermi come lo so… sappi solo che io conosco il tuo vero nome. Ancor più di quanto lo conosca tu… perché io lo pronunciai già tanti anni fa. E ancora mi inebria il pensiero… oh, che diavolo di un ragazzino, lasciami tornare a casa che ora sto straparlando!
-No, credo di aver capito…
-E invece no! NON hai capito, e sai che io SO che non hai capito!
-Ma sapere questo non significherebbe che…
-Taci. Non devi sempre prendere per vero quello che ti si dice. Alle volte, per far capire bisogna dire il contrario di ciò che si intende.
-Allora non ho capito.
-Precisamente. Vedo che afferri le cose al volo. Buon viaggio, ragazzo.
-A proposito, mi chiamano…
-Lascia stare, per le parole non ho memoria. Bada solo che al ritorno la fiamma che hai negli occhi non sia spenta, e tanto mi basterà a riconoscerti.
-Grazie, Quercia. Arrivederci al mio ritorno.

-…che sarà anche il ritorno mio. Quando tornerai, capirai. Tutto.

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Written by StM

May 31st, 2005 at 11:55 pm

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