Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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Il libro spiegato al mio amico marziano (provincia di Deimos)

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Non so come fate voi marziani (di Deimos), ma qui sulla Terra si sono trovati i modi più strampalati per far sì che le memorie delle persone non sparissero con la loro morte.

Prima di tutto gli uomini capirono che i concetti era molto utile portarli in giro nello spazio. Se un cavernicolo avesse dovuto comunicare al suo vicino di caverna che giù al fiume c’erano degli interessantissimi saldi di amigdale, avrebbe fatto prima a portarcelo direttamente che a spiegarglielo a gesti; solo che a quel punto il vicino, che già aveva fatto tutti gli acquisti che gli servivano ma aveva dovuto comunque seguire il cavernicolo per capire cosa voleva, gli avrebbe piallato la fronte con una clava per la perdita di tempo.

Fu così, da una fronte piallata, che nacque la lingua parlata.

Alcuni cavernicoli che non sapevano andare a caccia, raccogliere frutti commestibili, badare ai neonati, o compilare il 740 del capo tribù, mentre attendevano di essere chiamati dal Centro per l’Impiego quella volta al mese in cui era considerato lecito deriderli per il loro spoglio cv, cominciarono a fare disegnetti sulle pareti delle caverne. Sulle prime vennero considerati vandali deturpatori e appesi per il naso su zanne di mammuth; poi grazie a un disegnatore particolarmente bravo

questa attività cominciò a diventare un mestiere apprezzato e diffuso. Si scoprì che le storie potevano sopravvivere per anni, generazioni, che i pronipoti potevano ridere delle avventure narrate dai trisnonni anche se questi avevano tirato le cuoia senza prendere una lira di royalties. Si scoprì che le storie potevano muoversi nel tempo. In avanti perlomeno.

Ci vollero ancora secoli prima che la capacità di comunicare concetti complessi oralmente si unisse alla capacità di mantenere immagini in una memoria indelebile. Quando successe, fu inventata la scrittura, e fortunatamente chi avrebbe potuto farci soldi brevettandola stava guardando da un’altra parte.

Le prime pietre incise, i primi papiri, le prime pergamene, non erano cose poi molto diverse dai libri di oggi. Forse c’erano un po’ più pecore schiacciate e un po’ meno amazzonie diboscate, ma c’erano dei segnetti riportati su carta che significavano qualcosa per chi ve li aveva riportati ma anche, e questo è l’incredibile, per chi poi li andava a leggere. Salvo quando chi andava a leggere fosse ormai escluso da quella catena di contatti che ci deve comunque essere tra scrittore e lettore, per determinare le basi di quella conoscenza comune, o comunque attingibile da entrambe le parti, che sono necessarie affinché avvenga comunicazione. Così come il parlatore ha la bocca e l’ascoltatore le orecchie, chi scrive deve usare un mezzo che il lettore può interpretare.

Ma qui veniamo ai libri, amico marziano (di Deimos). Vedi, la cosa strana dei libri è che spesso ci vuole tanto tempo a scriverli, e molto meno tempo a leggerli. Nella comunicazione orale, il tempo che si impiega a dire una cosa è lo stesso che si impiega ad ascoltarla; c’è sincronia, e non può essere altrimenti: si usa entrambi lo stesso tempo, anche se magari chi dei due è più bravo a fare più cose contemporaneamente mentre parla si stira anche qualche camicia (o pelle di tigre, se torniamo ai cavernicoli). Un libro è il modo che ha un uomo di sintetizzare una parte della sua conoscenza, o esperienza, o storia, in qualcosa che sia il più possibile puro e privo degli orpelli che, aggiunti, richiederebbero ad altri uomini di vivere la stessa identica esperienza dello scrittore, senza sconti di tempo: un giorno narrato nel libro, un giorno di vita del lettore; un ragionamento di anni per giungere a un teorema, anni di vita del lettore per giungere allo stesso risultato. A volte trovi gli scrittori birichini che ciò che (non) scrivono in un margine troppo stretto ha bisogno di molti anni di molti uomini per essere dimostrato; ma la regola è che comunque il contenuto di un libro è fatto per migliorare l’umanità; e se non è in grado di farlo, viene prima o poi dimenticato.

Un terrestre disse una volta che aveva smesso di leggere, perché lui era uno solo a leggere e gli altri erano milioni a scrivere, e non c’era modo di raggiungerli mai. Questa è un’altra cosa strana dei libri: per quanto leggerli sia in genere più rapido che scriverli, una vita umana non permette che la lettura di una infinitesima parte di tutto ciò che è stato scritto nel corso della Storia. E bisogna fare delle scelte. Fino a qualche anno fa, le menti dei terrestri erano scrigni sigillati e misteriosi, ciascuno con le proprie scelte riguardo alle persone da conoscere e le letture da fare (o non fare), riguardo alle cose da sapere (o non sapere), riguardo a ciò che avrebbe loro conferito una certa visione del mondo piuttosto che un’altra. La lettura di un libro, come la conoscenza di una persona, poteva determinare una rivoluzione nella vita di un uomo. Non c’era alternativa allo studiare se si voleva essere sapienti, non c’erano scorciatoie al cuore delle persone per conquistarne l’amicizia. Tuttora non esistono ricette più rapide per sapienza e amicizia, ma sta crescendo il dubbio che si tratti di due valori dopotutto non più così importanti, non più così essenziali per condurre una vita piena; o forse già abbastanza sconosciuti da non essere più rimpianti dai più.

Il sistema di conservazione della conoscenza sta cambiando aspetto, sta diventando qualcosa di meno organico e più fluido, così come dovranno adattarsi ad essere i rapporti umani. Chi persisterà nel leggere libri si ritroverà perennemente indietro, ancorato al passato, incapace di essere determinante in un mondo troppo proiettato al futuro. Chi sceglierà di non leggere più libri, intesi genericamente come tomi indivisibili di conoscenza, dovrà dimostrare che l’intelligenza umana è in grado di evolversi in una direzione mai affrontata prima, in cui la distinzione tra gli uomini si farà più debole che mai, e che tuttavia conserverà l’umanità di ciascuno di loro, pur con i momenti di disperazione che la storia ci ha più volte imposto (o forse, in qualche modo, permesso).

Non so come fate voi di Deimos per trasmettere la conoscenza. Così è più o meno come facciamo noi, anche se sono partito per qualche tangente che mi ha allontanato dal nocciolo del discorso. Fammi sapere nella tua risposta! :)

Matteo

[E' un periodo un po' così. Devo decidere se dedicare il mio tempo libero alla programmazione, alla fotografia, alla scrittura; e non sto leggendo quanto vorrei, per non parlare del fatto che il disegno è stato archiviato a tempo indeterminato. Eee uff.]

Written by StM

January 25th, 2011 at 12:50 am

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L’inutile opinione del Dottor Iefotte sulla vileggiatura elettorale 2008

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Egrimio Dottor Iefotte,

mi chiamo Gilberto e di lavoro faccio l’esemplare di Gilberto nel Museo dei nomi che non sembrano esistere veramente e poi scopri che invece sì di Pavia. Sono uno dei tanti lavoratori precari che vivono in questo Paese, sempre sul chi vive perché da un giorno all’altro qualche personaggio famoso potrebbe chiamarsi Gilberto (ne è passato di tempo da quello buonanima) e improvvisamente non ci sarebbe più bisogno di me; perciò il mio datore di lavoro mi ha assunto con un contratto a progetto, essendo il progetto “prevenire che cada polvere in una zona circoscritta [alle mie suole] del pavimento del museo”.

Le sto scrivendo per porle una domanda, per avere il suo parere di esperto su un dubbio che, con la mia scarsa cultura e, devo ammettere con vergogna, la mia scarsa propensione ad informarmi costantemente, giorno dopo giorno, su quel che accade nel mondo, non so risolvere da solo. Vede, io come tanti altri in questo paese non capisco mai se le cose stiano andando in meglio o in peggio, se un governo stia facendo bene o male, se le persone che abbiamo votato siano oneste o no, se da tutte le parole che si fanno poi esce effettivamente qualcosa. Da qualche anno non guardo più nemmeno il telegiornale, perché mi sembrava che quando finiva ne sapevo tanto come prima che iniziasse. In questo modo non ho mai un’opinione su nulla, perché nemmeno so che esiste, questo nulla; e quando parlo con qualcuno che invece il telegiornale lo guarda, e sento la sua opinione, magari mi viene voglia di farmi spiegare su che nulla è, questa opinione, perché io non lo conosco; e a quel punto vedo che nemmeno lui me lo sa spiegare, questo nulla, così rimane nulla, con la differenza che lui ci ha sopra un’opinione e io no.

Però con queste elezioni ho deciso di riaccenderla ogni tanto la televisione, per vedermi i telegiornali, almeno quelli, che lo so che sarebbero meglio i giornali, ma io i giornali li associo alle uova, ché se le vai a comprare li usano per incarterle, e io alle uova sono allergico. Anche se ho guardato un po’ di telegiornali non ho capito, Dottore, una cosa: ma io secondo lei chi dovrei votare? Le spiego. Della mia posizione lavorativa le ho già detto: ho superato la soglia dei trent’anni e non ho ancora trovato la stabilità economica sufficiente a pensare di farmi una casa e una famiglia per conto mio. Io non so cosa succede là fuori, ma vedo che i miei colleghi (Elide, Gervasio, Gildo, che saluto… questi sono quelli che conosco di più, perché siamo sistemati in ordine alfabetico) sono nella mia stessa situazione; e se lo sono loro penso che almeno qualcun altro in Italia ci sarà, che ha di questi problemi. E allora mi chiedo: non sono problemi che si possono risolvere andando al governo?

Ma sì, penso di sì. Solo che non sembra. Sono giorni che accendo la televisione e vedo che parlano di aborto. In un paese che sta rapidamente esaurendo le sue possibilità di avere dei genitori in grado di badare ai propri figli, c’è qualcuno che pensa sia necessario discutere i cavilli di una legge di trent’anni fa. C’è questo signore, Giuliano Ferrara, che addirittura ci ha fatto la lista sopra; io ad essere sincero non so a cosa possa servire, ma mi ricorda tanto gli uccellatori che dispongono le reti e poi fanno alzare all’improvviso uno straccio con una cordicina, così gli uccelli scappano spaventati dallo straccio, ma finiscono dritti dentro la rete che sta dall’altra parte. Io non capisco, Dottor Iefotte, ma per fare andare avanti un paese come si fa? Com’è che si è sempre fatto? Si fanno documenti di programmazione abortiva e missionidipacista tutti gli anni? Ma non era una economia in salute la chiave di volta del benessere, come ci diceva un mio professore a ragioneria?

Sono nelle sue mani, Dottore. Io più mi arrabatto e meno capisco se c’è qualcuno che abbia almeno la volontà di risolvere i problemi del Paese. Lei può darmi qualche suggerimento? Forse ho scritto troppo, ma si senta libero di tagliare, giacché in fondo è per avere una sua risposta, e non per rileggere la mia lettera, che le ho scritto.

In fede,

Gilberto Ogivi

Risposta:

Caro Gilberto, la sua lettera è una manna dal cielo! Riempie alla perfezione lo spazio della mia rubrica, senza richiedere da parte mia niente più che un paragrafo di risposta, visto che francamente non ce n’ho per il cazzo neanche questa settimana. Si senta libero di scrivere ancora!

Dott. Casimiro Iefotte, dissapienzologo.

L’angolino su spazio curvo della sienza allegra

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Data astrale blblbl-h4 G61 secondo la datazione disecondammano. La nave interstellare Deadly Sluggish Dead Slug viaggia alla velocità della luce, verso una destinazione ignota o di cui comunque non ci fotte nulla.

Il capitano pensa che quel tizio strambo coi capelli ancora più strambi, all’inizio del 1900, era un pivello. Visto? Viaggiare alla velocità della luce si può, eccome!

Capitano: Signor primo ufficiale, intanto la informo che lei è così irrilevante per la vita dei lettori che per tutta la durata del post sarà chiamato solo “primo ufficiale”, senza nemmeno un nome di battesimo.

Primo ufficiale: Sono estremamente dolente, Capitano.

Il capitano finge di non accusare il colpo strangolando noncurante il secondo ufficiale, che passava di lì, ancora più inutile ai fini della storia.

Capitano: Ad ogni modo, signor primo ufficiale, se non diciamo qualche cazzata, piuttosto che starcene per i fatti nostri, poi credono che questo sia 2001: Odissea nello spazio e cambiano canale perché hanno un pessimo gusto in fatto di cinema. Mi dica, boh, che tempo fa fuori?

Primo ufficiale: Capitano, di tutte le cazzate poteva anche…

Capitano: Ok, ok, mi rendo conto che la capacità d’improvvisazione non sia il suo forte. Ma… cosa vedo sullo schermo, sulla nostra strada? Un carro di mugghioni interstellari? Gli faccia i fari per farlo spostare.

Il carro viene investito in pieno nello stesso istante in cui il capitano lo nota. I mugghioni scompaiono per sempre dall’esistenza in un’esplosione di energia.

Primo ufficiale: andiamo Capitano, lo sa anche lei, siamo a velocità luce… non possiamo illuminare nulla perché tanto andremmo alla stessa velocità della radiazione luminosa, e vediamo le cose nello stesso momento in cui ci vengono addosso, non prima.

Capitano: lo so, lo so, ma lei continua a non collaborare, porca miseria, non è stufo di stare qui a grattarsi le palle? Lei ci morirà su questa nave, ne è al corrente? E ci moriranno anche i suoi figli, e forse i figli dei suoi figli. La nostra meta, di cui al lettore comunque non fotte nulla, è così lontana da richiedere un viaggio di molte generazioni. Faccia come crede, ma fossi in lei proverei a godermelo, il viaggio.

Primo ufficiale: sono anche d’accordo, Capitano, ma la fisica è la fisica. Tra l’altro vorrei farle notare che stiamo parlando in un mezzo che si muove a velocità luce, e non mi spiego come le onde sonore possano propagarsi, visto che la velocità luce non è superabile e va considerata in sistemi di riferimento assoluti.

Capitano: Non spogli le sorprese al lettore, e piuttosto vada a prendermi una tazza di Pih-sio dal distributore in poppa, visto che è così noioso.

Primo ufficiale: d’accordo Capitano, ma dovrebbe trattare con più rispetto coloro che le devono portare dei liquidi in contenitori aperti.

Il primo ufficiale esce.

Passa diverso tempo e il primo ufficiale non si fa vedere, né sentire. Il Capitano, più assetato che preoccupato, si dirige a poppa, e trova il primo ufficiale seduto di fianco al distributore automatico.

Capitano: be’? E il mio Pih-sio?

Il Capitano nota una tazza di fianco al primo ufficiale, la prende e ne scola il contenuto.

Primo ufficiale: Capitano, quello era solo l’additivo, il Pih-sio ce lo dovevo ancora mettere.

Il Capitano finge di non aver sentito, anche perché la bevanda gli era piaciuta più del solito.

Capitano: perché non è tornato indietro?

Primo ufficiale: Capitano, lo può capire da sé. Provi a tornarci lei, indietro.

Il Capitano prova a fare qualche passo verso la prua, ma non riesce.

Primo ufficiale: visto? La Relatività speciale, Capitano… in quella direzione stiamo già andando a velocità luce; anche una camminata, sebbene in termini relativi sia poca cosa, in termini assoluti si aggiungerebbe alla velocità della nave e supererebbe la velocità luce; ma ciò non è fisicamente possibile.

Capitano: e non poteva avvisare? Ora come ci torno alla plancia di comando? Anzi, come farà CHIUNQUE a tornarci?

Primo ufficiale: Capitano, non che non abbia provato a chiamarla sul telefono quarkullare, ma era tutto inutile, anche le onde elettromagnetiche non possono…

Capitano: ok, ok, ho capito; ma ora che facciamo?

Primo ufficiale: le sembro uno che lo sa?

Il Capitano fissa con una nuova qualità di ribrezzo il suo sottoposto; poi si siede di fianco a lui.

Capitano: non ho visto nessuno del’equipaggio. Dove sono?

Primo ufficiale: in bagno, Capitano. Tutti quanti. Il bagno è l’ultima stanza in poppa, capisce…

Capitano: capisco. Siamo fottuti, signor primo ufficiale.

Primo ufficiale: per una volta siamo d’accordo, Capitano. E, se non le dispiace, vorrei che smettessimo di sfruttare questo paradosso per cui possiamo comunicare tra noi in dispregio dell’insuperabilità della velocità luce. Dopotutto, non è che mi sia mai molto fregato di sentire le sue stronzate, Capitano.

Una linea di massa e lunghezza infinite si perde in silenzio nelle profondità dello spazio verso una destinazione di cui, comunque, al lettore non fotte nulla.

Written by StM

August 22nd, 2007 at 9:52 pm

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Filastrocca del dinosauro digitale

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Posso dare un senso al mio lavoro noioso
facendo qualcosa di non solo inutile ma dannoso?

Che male può fare, pongo ad esempio,
se io martello chiodi in questa panca?
Poi li tolgo, non ti preoccupare:
è solo che non so cosa fare.

Parimenti non credo
che se questo secchio svuoto e riempio
poi capiti proprio il caso che serva
e qualcuno dica che manca.

Neanche mi pare così sbagliato
massimamente avvantaggiarsi del mezzo digitale
facendo di fogli A4 scempio,
ordinando e riordinando scaffali finché non sono stanca.

Fiumi e montagne, mari di carta,
ed in funzione di questi farò in maniera
che nel database Silvano diventi Marta;
ché nel fatto non v’è senso alcuno,
che fra il trecentoventi e il trecentoventidue
io non trovi il trecentoventuno.

Written by StM

June 7th, 2007 at 10:56 am

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Io non so cosa dirti

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Graffiti graffiati

Io non so cosa dirti.

Non so come affrontare il tuo muro di sorrisi
la tua voglia di dare
i tuoi va tutto bene.

Non capisci che di dare ho bisogno anch’io
che di ricevere hai bisogno anche tu
che si può vivere in qualsiasi modo ma
non c’è motivo di non vivere meglio?

In quale inferno hai vissuto fino a ieri
che provi vergogna nel volere un abbraccio
che nemmeno sai più
di volerlo?

E proprio me
proprio me dovevi incontrare sulla tua strada
che nemmeno so più
che gli uomini
son fatti
di carne?

Written by StM

April 26th, 2007 at 9:25 pm

Tre vite rimanenti (e zero crediti)

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-…qualcosa non mi torna.

-Mmm, ah sì?

-Lo vedi quel tizio alto laggiù, capelli cortissimi, pizzetto, felpa antracite…

-Mmmmsì, embè?

-Non l’ho mai visto prima, non lo conosco, ma so che si chiama Cosimo, di cognome fa Sperandeo; è convinto di avere avuto due anni fa un figlio da una donna sposata; da cinque mesi non esce di casa se non per lavoro o per bisogno. Adesso sta andando al funerale di un suo amico più giovane, morto di overdose; la cosa l’ha scosso; stasera alzerà la cornetta di quel telefono che da un mese ormai non squilla nemmeno più…

-Cosa stai dicendo?

-Te l’ho detto, qualcosa non torna.

-Altro che non tornare, qui sei partito proprio.

-E la vedi quella ragazzina appoggiata al muro sotto quel balcone?

-Ma continui? Sì, la vedo.

-Ha un appuntamento alle tre, ma per l’impazienza è arrivata con molto anticipo; se n’è vergognata un po’, e per non far capire che non sta nella pelle ha deciso di ritornare per un tratto sui suoi passi, per ritornare poi sul luogo dell’appuntamento in orario; ora sta là sotto a cullarsi nel sole, e a tratti quasi dimentica perché è qui.

-Con chi ha appuntamento?

-Con il signor Cappellini, suo docente di filosofia. Una persona a modo, brillante, un ottimo docente; cercherà di baciarla e toccarla in un modo in cui un docente non dovrebbe; lei si spaventerà e scapperà a casa in lacrime, senza capire e senza voler capire.

-Ma già che ti inventi le cose, non puoi inventartele più divertenti?

-Non sto inventando nulla. Le cose sono come sono. L’hai visto quello che è passato adesso?

-…il biondo?

-Sì. Pensa che tu abbia delle labbra molto sensuali. E un bel culo, per dirla tutta.

-Sfacciato… ma veramente?

-Sì. …aspetta… dici se veramente è così o se veramente l’ha pensato?

-Tu cosa intendevi?

Written by StM

April 5th, 2007 at 11:07 pm

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Dal pufvangelo secondo Puffo

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In quel tempo, Puffo si trovava in Puffilea, in casa di Puffo. Alla quarta pufpinta, il Puffo che lui prediligeva gli domandò: “Pufmaestro, un pufdubbio mi affligge. Ma mi affligge meno della pufvescica piena.” E uscì.

Prese la parola allora Puffo: “Pufmaestro, riguardo alla tua pufparabola del puffo prodigo per il cui ritorno viene ucciso il pufscarafaggio grasso, e a quella del Gargamella che passa per la cruna dell’ago più facilmente di quanto il puffo ricco possa andare in paradiso…”.

“Sì?”

“…è disponibile del pufmerchandising? Mi sono molto piaciute, e tra l’altro aspetto con impazienza il terzo episodio.”

“In verità ti dico, Puffo, che tu l’anno scorso dicesti male di me.”

“…prego?”

“Tu dicesti male di me, e perciò ti mangerò.”

“Ma non è vero, o Puffo, l’anno scorso neppure ero nat… ma scusa un attimo…”

“Sì, scusa, hai ragione. Tuo padre disse male di me.”. E così il Puffo mangiò il Puffo. “Tanto padre o figlio che differenza fa? Noi Puffi siamo tutti uguali“.

Un bisbiglio serpeggiò nella stanza e s’alzarono per un istante pufbandiere e pufstendardi con visi di puffi noti (per quanto un puffo possa essere distinto da un altro, cioè per nulla), subito fatti sparire dai pufdiscepoli.*

“Pufmaestro, sei tu il Figlio del Puffo?”

“Tu l’hai detto.”

“Eh, questo lo so, grazie al ca…”

“Prego.”

In quella tornò il Puffo che lui prediligeva, che pose la sua pufdomanda: “Pufmaestro, ma se un puffo timorato e credente, che ha sempre osservato i pufcomandamenti, onorato i suoi pufdoveri di fronte a Puffo, esercitato la carità, insomma un puffo pio, un puffo che…”

Credo di aver capito, Puffo. Vieni al punto.”

“…ok. Questo puffo ha un figlio, pio al pari suo, sarebbe a dire che…”

“OCCHEI, vai avanti.”

“…sì. Se il pio Puffo immette in un’urna quindici pufpalline numerate da 1 a 15, e fa estrarre dall’urna alla mano pia del figlio, cinque pufpalline… qual’è la pufprobabilità che queste siano esattamente i numeri da 1 a 5?”

“Dipende, mio caro puffo. Con reimmissione della pufpallina ad ogni estrazione o no? E l’ordine di estrazione conta o no?”

“…pufmaestro, non capisco.”

“In verità ti dico, se provi a farmi fare i tuoi pufcompiti come l’altra volta, perché non hai studiato, e poi moltiplicarli per tutti i tuoi pufcompagni di classe, io ti caccio dal puftempio a pedate.”

“Perché proprio dal puftempio, Pufmaestro? Ora non siamo nel puftempio.”

“Impertinente. Prima ti ci porto, e poi ti ci caccio a pedate. Scacciare i puffi dal puftempio mi riesce bene. Fila a studiare.”

Allora il Figlio del Puffo si volse verso Puffo, e senza altro motivo apparente se non infilare quanti più cliché possibili in una boiata concentrata, gli disse: “Tu sei Puffo, e su questo puffo io costruirò la mia puffa.”

Puffo non fece in tempo a sbavare al pensiero di una puffa che gli sarebbe stata costruita sopra, che fu prontamente piallato da una ruspa.

[mi sa che non continua, eh, però non è finito]

[ed è tutta colpa di djlàmu]

*=vi ricordo il sempre gustoso I puffi: un kolchoz comunista?

Written by StM

March 21st, 2007 at 9:41 pm

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Elle dort

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Elle dort

Si tranquille maman

Si fragile maman

Elle a froid

Elle n’a pas d’amour

Elle pense trop – toujours

Elle ne pense pas – maintenant

Elle dort

Une couverture

Elle n’est pas suffisante

mais

un sourire

en donne l’illusion.

Written by StM

January 16th, 2007 at 12:06 am

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Scala JKL di gravità dei bug

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(…dedicata a un collega…)

Grado Gravità del baco Effetti
I Nessun baco visibile, compilazione ed esecuzione perfette out-of-the-box. Sorriso a 32 denti.
II Qualche svista sintattica, niente che non si risolva in frazioni di secondo. Ampio sorriso.
III Il baco si lascia correggere solo dopo una breve riflessione. Fugace aggrottamento di ciglia.
IV Un accavallamento di bachi minori rende necessarie varie prove in sequenza. Si sbuffa e si borbotta.
V Un baco bastardo tiene impegnati per diversi minuti. Bestemmie sussurrate, minacce di violenze alle periferiche.
VI Un baco laido si annida in un posto dove non si era pensato di guardare. Si può raggiungere e superare l’ora di ricerca per neutralizzarlo. Le periferiche di interfaccia con l’umano cominciano a subire moderate violenze.
VII Dopo numerose ore di sviluppo, si scopre che il design era difettoso fin dal principio, e bisognerebbe rifare tutto da capo. La soluzione di ogni errore porta via tempi inumani. S’irraggia odio per il calcolatore. Chi staziona nei pressi assiste a quelli che appaiono come incontri di pugilato.
VIII Un baco bastardamente laido, difficile da risolvere di per sé, nel frattempo vi ha eliminato dati preziosi, magari altri sorgenti. Ostentando indifferenza introducete in ufficio un maglio da mezza tonnellata e punite il calcolatore per la sua sfrontatezza.
IX Il vostro progetto è pronto, terminato. Fate solo quell’ultima modifica e… e scompare tutto dal vostro hard disk, senza che capiate il perché; l’ultimo backup valido risale a un mese prima. I calendari si staccano dalle pareti e vanno a nascondersi negli angoli turandosi le orecchie per non sentire; le vibrazioni prodotte dall’incazzatura cominciano a essere misurabili in gradi della scala Richter.
X In seguito a un baco di grado inferiore, tirate una capocciata al monitor in preda alla disperazione; quando rinvenite, vi accorgete di aver perso la memoria, e che l’unico linguaggio di programmazione che vi ricordate è la guida TV. La tastiera viene proiettata fuori dalla finestra a velocità Mach 1.5; il bang sonico generato provoca l’esplosione del monitor. L’unità di elaborazione centrale viene assorbita in un buco nero.
XI Chiedete ai vostri compagni di sventura se possono farvi il piacere di testare il vostro software tutti in contemporanea. Sfortunatamente, le chiamate di sistema a basso livello che avete incluso nel software e un paio di stack overflow generano l’istantaneo azzeramento di tutti i dati su tutti i dischi di tutti i computer su cui era eseguito e relative reti locali. Emigrate e vi fate una plastica facciale, ma a causa delle macumbe morirete giovani, visualizzando una schermata blu poco prima di spegnervi.
XII Per qualche oscuro motivo mistico, il vostro software spalanca le porte dell’Inferno. Bestemmiate, ma solo per ingraziarvi i nuovi padroni della Terra.

(Trascinata di peso dalla sezione programmazione, giacché inizialmente doveva essere un post del blog, ma con lo script vecchio le tabelle venivano fuori da schifo)

Written by StM

October 24th, 2006 at 8:01 pm

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(In)seguire le lezioni

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(datato 24 maggio 2004)

Lo schema inizia ad avere senso. La freccia da qui a là, quella ritorna… quel blocco all’ingresso… ok.

Rapida spugnata, “scusate, ho sbagliato, questo qui non andava lì”.

birata birata birata

Vabbe’, via, lo schema è quasi uguale a prima. C’è solo questa frecciolina qui… che… sì, ma quel quadrato? Cribbio, l’ha inserito mentre guardavo sul foglio.

birata birata birata

spazientimento

Che è, una furia? Non riesco a stargli dietro… acc’, la linea… NO! L’ha cancellata, meno male che non l’ho ancora segnata. Ma vaff… ha cancellato anche questo. E qui cosa… e quel… niente, devo rifare

birata birata birata odio

Allora… quadrato, linea, croce, freccia, quadrato, commento (mmm… stiamo andando troppo a destra), blocco, “ah, tutta quella roba lassù la dovete incollare qui”

:|

birata birata birata (devo cominciare più a sinistra)

“ah, no, da quest’altra parte”

birata birata birata

“ma che sto dicendo, quello non c’entra nulla. Aspettate, aprite un attimo il libro a pagina 160, facciamo prima… questo schema tanto lo avete lì”

:””””(((((

Written by StM

September 10th, 2006 at 2:15 pm

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