Giochi più olistici che olimpici
StM - Saturday, 9 August 2008, 12:16 - fotografismi, pensieri, pindaroLe regole sono ciò che rende bello un gioco. Giocare a calcio è bello perché a palla in gioco solo due giocatori in tutto il campo, e in aree delimitate, possono prenderla con le mani. Giocare a pallacanestro è bello perché per muoversi con la palla occorre palleggiare.
Alcuni giochi hanno più bisogno di altri di un arbitro per rendere bella l’esperienza. Il baseball mi pare divertente, ma non mi figuro come si possano fare partite con gli amichetti se non si trova un pio arbitro super partes che si metta lì a dire se un lancio è uno strike o un ball. Anche tennis e pallavolo non disdegnano un supervisore che dica se era dentro o era fuori, se la rete è stata toccata o no. C’è anche il fuorigioco nel calcio, ma in genere con gli amichetti giochi a sette e quindi non vale.
Altri giochi si “regolano” da soli senza troppa fatica. O almeno credo. Certo, puoi mettere la pallina già in buca, nel golf, e poi sparare la tua in orbita (com’era? 12000 iarde al secondo*?), ma in generale direi che è un gioco auto-regolato - così come molti giochi di carte - c’è magari il mazziere, il quale però non è il supervisore ma un giocatore a tutti gli effetti.
[*=Avrei potuto fare una porzione di vacanza a tema Jules Verne (qui mi riferisco a Dalla Terra alla Luna, forse il mio preferito insieme a Viaggio al centro della Terra), essendo passato da Amiens; ma per entrare nel museo a lui dedicato era tardi; e il cimitero con la tomba del Grandissimo era troppo lontano; ho compensato vedendone un accenno seminascosto nel Science Museum di Londra, sezione viaggi nello spazio.]
Dicevamo delle regole nei giochi. A me piace seguirle. Mi piace seguirle nei giochi, come nella vita civile, come nei rapporti con le altre persone. Nei giochi sono un po’ rompicoglioni perché se le regole non sono chiare non mi diverto. Nel vivere civile mi piace seguire le regole di cui comprendo (magari perché mi viene spiegata) l’utilità; sono cresciuto con un forte rispetto per le regole in generale (anche quelle che non comprendo), ma va sempre più affermandosi un certo mio atteggiamento di libera infrazione fino alla notifica della medesima (questo corroborato anche dalla constatazione che cartelli e regolamenti vengono ignorati in Italia come in Francia come in Inghilterra, e dico dagli autoctoni).
Nei rapporti con le altre persone spesso mi vedo “stare al gioco”. In un gioco in cui ci si spiegano vicendevolmente le regole per l’interazione, “a me piace questo e non mi piace quest’altro”, la menzogna cosciente rappresenta una quantità infinitesima, ma quella non cosciente è spesso preponderante. Perciò io mi definisco sempre “persona grigia”, nel senso di tonalità delle posizioni: non mi va di dire che “questo non mi piace”, se in realtà solo una volta ho avuto l’impressione che non mi fosse piaciuto; e non mi pare un buon modo di conoscersi reciprocamente, quello di porsi dei paletti e dei confini entro cui è possibile muoversi liberamente e oltre i quali si va nello spiacevole: la conoscenza passa anche attraverso le facciate contro il muro, i litigi, gli errori, i mea culpa e i perdoni. Purtroppo.
Sostanzialmente sto dicendo che porsi delle regole in un rapporto con un’altra persona vizia irrimediabilmente questo rapporto; ma è anche vero che i rapporti senza regole E che funzionino sono rari come le fragole sugli alberi di noce. E aggiungo che, anche con questa visione negativa, mi ritrovo spesso a seguire tali regole autocreate e autoimposte, perché sono una sfida e perché ingenuamente credo che anche il seguirle pedissequamente serva a dimostrarne la fallacia; per poi scoprire che al primo che passa sotto al nastro che delimita la fila, dieci posizioni avanti alla mia, più che prendersi qualche sbuffo dai presenti non succede.
Ma fiducioso vado avanti aspettando il giorno in cui scoprirò che talune regole autoimposte hanno anche base reale, e che la coerenza non è solo un concetto astratto.




