Archive for the ‘pindaro’ Category
Giochi più olistici che olimpici
Le regole sono ciò che rende bello un gioco. Giocare a calcio è bello perché a palla in gioco solo due giocatori in tutto il campo, e in aree delimitate, possono prenderla con le mani. Giocare a pallacanestro è bello perché per muoversi con la palla occorre palleggiare.
Alcuni giochi hanno più bisogno di altri di un arbitro per rendere bella l’esperienza. Il baseball mi pare divertente, ma non mi figuro come si possano fare partite con gli amichetti se non si trova un pio arbitro super partes che si metta lì a dire se un lancio è uno strike o un ball. Anche tennis e pallavolo non disdegnano un supervisore che dica se era dentro o era fuori, se la rete è stata toccata o no. C’è anche il fuorigioco nel calcio, ma in genere con gli amichetti giochi a sette e quindi non vale.
Altri giochi si “regolano” da soli senza troppa fatica. O almeno credo. Certo, puoi mettere la pallina già in buca, nel golf, e poi sparare la tua in orbita (com’era? 12000 iarde al secondo*?), ma in generale direi che è un gioco auto-regolato – così come molti giochi di carte – c’è magari il mazziere, il quale però non è il supervisore ma un giocatore a tutti gli effetti.
[*=Avrei potuto fare una porzione di vacanza a tema Jules Verne (qui mi riferisco a Dalla Terra alla Luna, forse il mio preferito insieme a Viaggio al centro della Terra), essendo passato da Amiens; ma per entrare nel museo a lui dedicato era tardi; e il cimitero con la tomba del Grandissimo era troppo lontano; ho compensato vedendone un accenno seminascosto nel Science Museum di Londra, sezione viaggi nello spazio.]
Dicevamo delle regole nei giochi. A me piace seguirle. Mi piace seguirle nei giochi, come nella vita civile, come nei rapporti con le altre persone. Nei giochi sono un po’ rompicoglioni perché se le regole non sono chiare non mi diverto. Nel vivere civile mi piace seguire le regole di cui comprendo (magari perché mi viene spiegata) l’utilità; sono cresciuto con un forte rispetto per le regole in generale (anche quelle che non comprendo), ma va sempre più affermandosi un certo mio atteggiamento di libera infrazione fino alla notifica della medesima (questo corroborato anche dalla constatazione che cartelli e regolamenti vengono ignorati in Italia come in Francia come in Inghilterra, e dico dagli autoctoni).
Nei rapporti con le altre persone spesso mi vedo “stare al gioco”. In un gioco in cui ci si spiegano vicendevolmente le regole per l’interazione, “a me piace questo e non mi piace quest’altro”, la menzogna cosciente rappresenta una quantità infinitesima, ma quella non cosciente è spesso preponderante. Perciò io mi definisco sempre “persona grigia”, nel senso di tonalità delle posizioni: non mi va di dire che “questo non mi piace”, se in realtà solo una volta ho avuto l’impressione che non mi fosse piaciuto; e non mi pare un buon modo di conoscersi reciprocamente, quello di porsi dei paletti e dei confini entro cui è possibile muoversi liberamente e oltre i quali si va nello spiacevole: la conoscenza passa anche attraverso le facciate contro il muro, i litigi, gli errori, i mea culpa e i perdoni. Purtroppo.
Sostanzialmente sto dicendo che porsi delle regole in un rapporto con un’altra persona vizia irrimediabilmente questo rapporto; ma è anche vero che i rapporti senza regole E che funzionino sono rari come le fragole sugli alberi di noce. E aggiungo che, anche con questa visione negativa, mi ritrovo spesso a seguire tali regole autocreate e autoimposte, perché sono una sfida e perché ingenuamente credo che anche il seguirle pedissequamente serva a dimostrarne la fallacia; per poi scoprire che al primo che passa sotto al nastro che delimita la fila, dieci posizioni avanti alla mia, più che prendersi qualche sbuffo dai presenti non succede.
Ma fiducioso vado avanti aspettando il giorno in cui scoprirò che talune regole autoimposte hanno anche base reale, e che la coerenza non è solo un concetto astratto.
Brandelli d’affetto (e affettati di brandello)
Oggi ho fatto conoscenza con una cagnolina bianca.
Io ero in un ristorante ad accelerare la mia corsa all’infarto, e lei era lì che zampettava in giro con discrezione. Alla fine del pasto, forse stufa di essere discreta, la cagnolina si avvicina e mi guarda; io, per educazione, restituisco lo sguardo e sorrido. Sempre più stufa di essere discreta, la cagnolina si avvicina ancora e mi guarda di nuovo; io, che non ho mai avuto molto a che fare con i cani, decido che tuttavia mi è simpatica e decido di accarezzarla un po’.
Segue quarto d’ora di affettuosità. Più e più volte ho provato a nascondere la mano, ma non la frego: mi ha visto che sono stato io; il suo sguardo inquisitore mi dissuade infine dal riprovarci. E giù coccole.
Era bella soffice, devo dire.
* * *
Mi hanno sempre spacciato che fossero gli uomini a disprezzare le coccole, ma credo sia solo una componente del ben più vasto problema che ci si assortisce sempre al fine di massimizzare il reciproco fastidio; esistono gli uomini a cui piacciono le coccole, solo che si mettono insieme alle donne acide e ciniche; esistono le donne dalla sessualità sana ed emancipata, solo che si mettono insieme agli uomini per cui uno scudetto è comunque meglio di qualsiasi orgasmo (o dell’eroina, cfr. Trainspotting).
Una notte nella mia vita è successo che qualcuno si lasciasse accarezzare come se fosse tutto ciò che era importante in quel momento; come se io non volessi altro che quello, come se lei non volesse altro che quello. In quel momento.
Era così. Nient’altro importava che quello. Quello, e il suo sguardo che non dimenticherò mai. Così bello, che il giorno prima non l’avresti detto; e il giorno dopo era lì, ma si nascondeva bene. Non l’avresti detto.
Una notte di quelle che segnano la tua vita ma non ne fanno parte, perché quello che vi è successo poteva succedere solo in quel momento, tra quelle persone, in quel luogo, in quel modo; senza preavviso e senza un seguito. Come quei sogni che al risveglio ti lasciano sull’orlo di un abisso di malinconia.
* * *
Ho imparato cosa volesse dire fare l’amore da una ragazza che non amavo; due mesi che ricordo come la mia occasione perduta, ma senza rimpianto. Non che avessi le idee confuse, prima, ma date le mie esperienze precedenti stavo abbandonando le speranze. Con la ragazza che amavo avevo sempre fatto sesso, mai l’amore. Tanto per farsi del male.
Poi non è colpa di nessuno; è proprio questione di approccio: non guardate me se volete il maschio denim che faccia violenza sui vostri 500 euro di completino alla moda per 15 minuti di sesso selvaggio, o il tranquillo maschio da riporto i cui ormoni trovano accettabile la copula di quel sabato sera in cui le vostre amiche hanno altri impegni, al cinema non c’è niente, e al videonoleggio avete già visto tutto; non potrei mai soddisfarvi, ecco, perciò non vi incaponite e girate lo sguardo altrove; non che fate i sorrisoni e spergiurate “ma no, sei carinissimo, mi piaci un sacco”, e poi nel cestino trovo i brandelli dei vostri 500 euro di completino e un giornale arrotolato sbavucciato. Eh.
* * *
Ho bisogno di essere salvato dal desiderio di farle coccole per ore. In alternativa, sapreste indicarmi un modo sicuro di distinguere preventivamente chi ama le coccole da chi invece no?
Amitié
Non li vedi e non li senti per mesi, anni, generazioni, ma nel tuo cuore continuano a soggiornare nella stanza degli amici. Come Pao, che si fa vedere solo d’inverno e neanche tutti gli anni, ma che quando mi viene a trovare è come se ci fossimo lasciati soltanto il giorno prima. Buon vecchio Pao.
La visita di Pao mi ha fatto pensare se io, sotto sotto, sia più un porto o più un vascello. Perché ci sono persone apparentemente senza radici, che girano sempre, che hanno “molte case”, che hanno amici ovunque; questi sono i vascelli. E poi ci sono le persone che si sono trovate un posto, e stanno lì, sai dove trovarle, sai che ci sono, e magari se sei un vascello hai degli amici che, appunto, sono porti. E mentre pensavo a queste metafore mi sono detto, opperbacco, ma se sei un porto come li conosci gli altri porti? Forse che devi sempre solo aspettare che un vascello ormeggi dalle tue parti? No, mi direte, la metafora qui fa acqua, si deve parlare di radici e quindi di una foresta, non più di porti. Vero. Ma non di rado la sensazione mia è stata proprio di essere un solingo porticciolo in disuso in una città disabitata, a cui per pura fortuna hanno ormeggiato a volte fragili barchette a vela per trovare pace o ripararsi da una tempesta; rare, intense e straordinarie, ma rare, frazioni di un attimo.
Un porticciolo così, diciamolo, non se ne accorge nessuno se un giorno incurva le assi del suo molo e si reinventa vascello; e così spesso ho fatto. Ma ondeggio, non mi risolvo. Ho timore che gradirei piantare una maestosa quercia su una novella arca di Noé, e dire che sì, ho radici profonde, ma me le porto in giro per il mondo insieme a me; e se proprio volessi strafare, potrei cercare Laputa lassù, da qualche parte (visto che, lo sappiamo, nelle videoteche non si trova più).
Nutty to lose
Oggi vi presento Nutty. Nutty è la mia personale Nocciola della Felicità. Sempre oggi, la uso come sinonimo di Nothing, visto che non esiste.
Devo parlare a un paio di persone. Forse qualcuna in più. Devo abbandonare per qualche ora la mia tipica trasparenza per ricordare che mi piace essere trasparente, sì, ma non inesistente. Sarà dura spiegare la differenza.
Non mi piace generare disturbi nella Forza, ed è per questo che in genere aspetto l’ultimo momento per alzare la manina. Ma poi la alzo. E dico la mia. In genere.
Ho solo paura di aver dimenticato come si fa.
La pappa
Un altro modo di manifestare affetto prende la via del cibo. Affetto, seduzione, dominio, tutte facce di una qualche misteriosa medaglia che ci teniamo dentro. Manifestare, ricevere, anche entrambe le cose contemporaneamente, quindi volerSI bene; o negarselo.
Trovo triste che a qualcuno il preparare pranzo e cena sia l’unico modo concesso, peraltro non riconosciuto, di dare affetto.
Di attività che di preferenza richiedono lubrificante ma su cui abbiamo poco controllo
Più che altro volevo dire: questo è un blog asincrono. Parlo delle cose prima, o molto dopo che accadono. O non ne parlo. Di rado qui si è sulla cresta dell’onda. Calate impietosi il vostro martelletto sul ginocchio, e tra un mese avrete il post. Forse.
(Più che altro, e fan due, potreste pensare di non abbondare nelle domande su ciò che scrivo, tanto spesso non sono che gli scarti di ciò che non scrivo)
[Ho voglia di disegnare. Bof, metterò la tavoletta in valigia, che per stasera mi sa non si riesce]
Buonanotte fiorellini
Il granturco nei campi è maturo
ed ho tanto bisogno di te,
la coperta è gelata, l’estate è finita.
Buonanotte questa notte è per te.
E’ molto dolce, non lo nego, addormentarsi con le parole della persona amata vicino al cuore, specie s’ella è altrove e ancor peggio distante. Ed è parimenti dolce pronunciarle, scriverle, crearle quelle parole, dar loro il soffio in poppa che le porti lontano, come piccioni viaggiatori deportati di peso dal loro luogo natìo e poi liberati perché vi tornino, portando seco tutto il nostro amore, affetto e speranza.
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E’ dolce, sì. Ma è un’inculata. Tutti i maledetti rituali standard dell’amore sono un’inculata. False rassicurazioni, fondamenta di polistirolo, fumo d’oppio per chi comunque ha già il problema del San Daniele da scostare dalla visuale. Non vi preoccupate, all’occorrenza ci ricascherò con tutte le scarpe, e mi piacerà, e non saprò farne a meno. Ma la vita di coppia basata sul metronomo mi spaventa, perché potete suonare in modo divino quanto volete, ma sapete che sempre si sentirà, dall’inizio alla fine, in sottofondo, il
tic-tac
Tic-tac. E se mancherà un tic, o un tac, e ancor peggio se mancheranno anche i successivi, sbaglierete. Fosse anche la vostra musica preferita, quella che avete suonato centinaia di volte, sbaglierete. Credevate di stare suonando in due, e invece vi accorgete che no, eravate in tre: tu; l’amore tuo; e il metronomo. E vi verrà anche il dubbio di chi degli altri due sarà l’amore vostro, “ora della fine” (cit.).
Non mi è chiaro se capiti mai che il metronomo venga identificato come problema. In genere la sua improvvisa messa a tacere è sintomo di un problema, come sublime culmine della perversione e dell’autolesionismo. Lo smacco è quando il tuo metronomo non ticchetta più ma ne senti ticchettare un altro poco lontano. Be’.
Tutto ciò mi porta a pensare che forse la dimensione orchestrale appropriata per amarsi è quella del jazz, e non parlo di orgioni da quattro elementi. Perché l’amore forse dev’essere jazz. Niente metronomo, ma non guasta un bassista in gamba così, a creare magia e a far palpitare cuori, senza che voi capiate di preciso di chi è la colpa se l’aere è carico di un non so che.
Si potrebbe dire perciò che non solo appoggio la campagna anti-inciabattamenti, ma sarei per una certa qual prevenzione, e ampliamento dell’allerta.
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Si potrebbe. Ma insomma, queste sono pure tutte pippe (un grande ritorno su queste reti). Andate e amate come più vi garba. Oh. E buonanotte, piccoli e teneri fiorellini intirizziti dai capricci di questa pazza (ma anche un po’ *******) primavera. E’ mattina, dite? Prendetelo per un “buonanotte al secchio”, allora, dedicato a me.
Io non so cosa dirti
Io non so cosa dirti.
Non so come affrontare il tuo muro di sorrisi
la tua voglia di dare
i tuoi va tutto bene.
Non capisci che di dare ho bisogno anch’io
che di ricevere hai bisogno anche tu
che si può vivere in qualsiasi modo ma
non c’è motivo di non vivere meglio?
In quale inferno hai vissuto fino a ieri
che provi vergogna nel volere un abbraccio
che nemmeno sai più
di volerlo?
E proprio me
proprio me dovevi incontrare sulla tua strada
che nemmeno so più
che gli uomini
son fatti
di carne?
Camerieri
I miei cari amici Black Heart Procession hanno scritto finora cinque canzoni intitolate “The waiter”, seguito da un numero progressivo. Ma qui per qui non so se intendessero il cameriere o un più suggestivo “colui che aspetta”, magari un mostraccio lovecraftiano dormiente da secoli. E col cravattino. Ehm.
Sono un ammiratore del mestiere di cameriere, e derivati. Forse avrei dovuto farlo, in qualcuna delle mie giovanili estati di sciallo, ma mi sa che ormai è tardi.
Le persone più eleganti che ho incontrato in vita mia erano spesso camerieri. Ovviamente l’eleganza di cui dico non ha nulla a che vedere con l’abbigliamento: è un’eleganza interiore, che si manifesta esternamente in cortesia e movenze aggraziate. Una persona dotata di eleganza riesce a dirti qualsiasi cosa, a chiederti qualsiasi cosa, mantenendo il sorriso sul volto di entrambi, e senza artifizi quali la plastica facciale. Una persona dotata di eleganza non disturba mai, ma sa sempre capire quando hai bisogno di lei.
A volte mi scopro a fissarli, uomini, donne, ragazzi o ragazze che siano, mentre si muovono con leggerezza eterea da un capo all’altro della stanza, aprono le porte che sembrano telecinetici, tengono sulle braccia dieci piatti *pieni* alla volta e non li fanno cascare nemmeno se gli tiri addosso i cestini dei grissini (non che lo faccia, eh). Sgrano gli occhi quando una barista tiene a mente 10 ordinazioni alla volta, si ricorda chi ha preso cosa, e con 4 gesti fa 5 cose.
Poi, be’, delle cameriere mi capita ovviamente anche di innamorarmi istantaneamente. Amori fugaci, nati senza speranza, senza basi, senza futuro. E senza corrispondenza. Ohi me derelitto. Figure esili di cui ammiro l’inarrivabile grazia mentre traslano senza rumore in giro per il locale, agitando durante l’ispezione visiva della sala una giovane coda di cavallo che sembra raccolta in fretta, e che abbozza nell’aere figure uniche, irripetibili, che narrano storie bellissime e che non si fa tempo a leggere e immaginare. Qual tristezza, qual dolore.
Vabbe’.
Rimane giusto questo dubbietto, per quelli che tanto cortesemente riescono ad essere d’accordo con qualsiasi “me” su qualsiasi cosa: ma se poi mi trovate in giro per strada, fuori servizio, me la fate pagare per tutte le cazzate che vi ho obbligato a condividere?
Per loro due, spedire una letterina su dal camino aveva funzionato
Mary Poppins è uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia. Mi lasciava frastornato. Ho ancora i brividi a pensare all’effetto che aveva su di me la canzone della Cattedrale (sì, sapete, quella della vecchietta dei piccioni)… un magone che non vi dico.
Da bambino guardavo film, e poi da ragazzino leggevo libri, come se fossero veri e propri portali verso altri mondi. Avevo un legame con la realtà molto labile, cosa che negli anni ha solo mutato forma (cammuffandosi da umorismo); ma non mi capita più, ormai, di guardare un film, di aprire un libro, e perdermici.
Quante volte ho sentito la morte nel cuore perché la storia era finita? Quante volte ho desiderato un contatto quasi carnale con un personaggio, nei limiti che l’aggettivo può avere per un bimbetto poco più che in fasce?
Quanto era bello? E quanto mi manca?
Non mi manca molto, in verità. Le stesse identiche sensazioni le provo ora per storie vere, per persone in carne ed ossa. Mi ci perdo, sì.
E vorrei che non fosse così.
(soundtrack: “Dalle steppe dell’Asia centrale” di Aleksandr Borodin, che ancora riesce a catapultarmi il cuore altrove)












