Archive for the ‘pensieri’ Category
‘nduma a v’ggièe
Dalle parole di mio padre:
Mio nonno è stato uno dei primi della zona a prendere una radio. Arriva a casa con lo scatolone, la appoggia su un ripiano, la accende e comincia a girare le manopole per sintonizzarla.
Si comincia a sentire qualcosa. Aggiusta la sintonia, e il qualcosa prende la forma di una messa. Gira nuovamente la manopola, si comincia a sentire qualcos’altro: una preghiera.
Al che mio nonno guarda mia nonna, mia nonna lo guarda di rimando, e lui fa: “Belìn, cosa g’avemo accattò, ‘na cassoetta piena di preiti?*”.
*=Belin, cosa abbiamo comprato, una scatola piena di preti? (audio simil-dialettale)
Una volta, mi dicono, in tempi pre-televisivi, c’era l’abitudine di “andare a vegliare”. Da queste parti, almeno. Alla sera ci si riuniva, vicini e amici (distinzione forse superflua, allora), tutti in una casa, e si passava il tempo insieme; tra le altre cose, parlando, raccontando aneddoti o storie del tutto inventate (e appassionanti). C’era spazio per la creatività e per il senso dello spettacolo di ciascuno, senza per forza passare da un palcoscenico o da uno schermo televisivo.
Perché poi è venuta la televisione. Che all’inizio la si guardava nei locali pubblici, insieme agli altri, ed era fatta anche in funzione di questo. In seguito, ciascuna famiglia prima, e ciascuna persona poi, ha cominciato ad avere la propria televisione. Creatività imposta dall’alto, e soffocata o pilotata in basso (chi non ha degli amici che imitano benissimo quel personaggio della televisione?). Niente più veglie in compagnia alla luce di un lume a petrolio: tubo catodico per tutti.
Il blog (così come l’equivalente video, o audio, o quel che volete) è una cosa incatalogabile. Se in passato s’è provato a farlo, qui sopra, in realtà non si era serii. I blog sono figli della cultura televisiva; e di quella letteraria; e di quella della internet dei primi tempi; e della internet di oggi; e dei milioni di passioni degli esseri umani; e dell’onnipresente e inevitabile lavorìo degli ormoni. Di tanto in tanto, un blog ti racconta le cose come se fossimo lì, venti persone in una stanza, alla luce di un lume a petrolio, ad ascoltare in silenzio il racconto di qualcuno che di giorno è l’umile persona che è; ma, in quel momento, e fino alla fine del suo racconto, per noi rappresenta l’universo.
Cose
“A me non interessa avere delle cose, nella vita”, mi è stato detto un giorno. Suo il corsivo.
Le cose ti permettono di fare cose, le cose ti ricordano di persone, le cose possono rendere il mondo più bello. Non c’è nulla di male nelle cose.
Ma aveva ragione. Ha ragione. E quanto abbia ragione è lasciato come compito a casa per lo studente. Qui verrà presentata solo una traccia di spunto.
Che significato ha per me la “cipolla” che portava nel taschino mio nonno? Io nemmeno l’ho mai visto, mio nonno! Quella cipolla è un ricordo, per mia madre; per me è poco più di una reliquia di una religione a cui non appartengo (o che non mi appartiene, a seconda). Ha un senso forse ricordare e conservare le cose *fatte* dai nostri antenati; ma quale senso ha conservare le cose da loro *comprate*, a meno che non ne facciamo uso? Memoria? Di che? Che memoria avrà del trisnonno il bimbetto che scasserà il cipollone d’oro a 18 carati su un roccione aguzzo per farlo smettere di ticchettare fastidiosamente?
D’altra parte c’è il vedere le cose come una nostra estensione. Quelle che permettono di esprimere il nostro estro, il nostro genio, la nostra demenza. Quelle che se te ne separano ti senti amputato (a parte il caso dell’armonica, che se me ne separano mi sento più sano che se ce l’ho, visto che mi ricorda che ho la potenza di fiato di una grattugia). Di primo acchito sembra una devianza, ma a ben pensarci non c’è NESSUNA parte del nostro corpo che abbiamo la garanzia non ci abbandonerà mai. Nessuna. E non toccatevele, ché non sono garantite nemmeno quelle.
What do you want? What are you really thinking about?
Vado da tempo ripetendo come un disco rotto il concetto che poche persone sono coscienti delle loro opinioni e dei loro desideri. Poi c’è chi riesce a condurre una vita piena e soddisfacente anche facendosi latore di opinioni altrui e soddisfacitore di desideri non avuti, e chi no. Ma rimaniamo alla prima idea.
Dustin Hoffman in Tootsie, travestito da donna, riceve la confidenza di una ragazza (parmi Geena Davis) che sostiene di non sopportare più la falsità degli uomini, che se la vogliono solo portare a letto ma fingono di essere interessati ad altro; un po’ più di sincerità sarebbe sicuramente maggiormente apprezzata, ecco, tagliassero corto e dicessero “voglio venire a letto con te”, che male ci sarebbe? Dustin mette alla prova tale dichiarazione, e si piglia del porco.
Se siete venditori, saprete sicuramente che se qualcuno vi entra nel negozio cercando una canna da pesca, sarà perfettamente normale che alla fine ne esca impugnando invece un fucile a pompa o un set da cucito.
Le opinioni si basano quasi sempre sull’ignoranza, più o meno volontaria, di porzioni più o meno cospicue dell’oggetto in esame; non di rado, più si conosce il problema e meno è facile costruirvi sopra opinioni. Inutile fare esempi nel campionario di opinioni cambiate radicalmente a causa della venuta a conoscenza di elementi prima incogniti: sono infiniti (“Non sono mai stato razzista, certo però che quel campo nomadi sotto casa mia…” “Ah, ma quindi non c’erano armi di sterminio di massa?”). Sarebbe invece da fare qualche esempio sulle opinioni circostanziate e a formulate a ragion veduta ma completamente folli, che schiettamente seguono il principio “people are idiots” estesamente esemplificato da Scott Adams nel suo “The Dilbert Principle” (che vi consiglio in audiobook); sarebbe, ma non lo farò, perché in fondo sono meno suscettibili di cambiamento radicale, assimilandosi alle questioni di (cieca) fede.
Veniamo al nocciolo. I rapporti interpersonali in massima parte funzionano perché sono imperniati sulla falsità, o almeno sull’omissione della verità. Cosciente o no, ma in buona parte direi non cosciente. Nessuno ha abbastanza intelligenza e tempo libero per poter essere conscio dei propri processi mentali; anche senza pensare alle “idee” che sono in realtà automatismi del cervelletto, molte idee presunte coscienti sono in realtà formulate in modo completamente irrazionale, e quel che è peggio in modo scarsamente correggibile: la vita, se non la mera sopravvivenza, ci richiede velocità decisionali che l’elaborazione approfondita delle informazioni non permetterebbe. “Istinto”, chiamiamo questo meccanismo di codifica dei processi decisionali inconsci, costruito in parte per genetica e in parte per apprendimento non volontario (è possibile anche influenzare l’istinto in modo volontario, ma per la maggioranza degli uomini questo non succede).
Quando dico che sono più inadatto alla vita della maggior parte delle persone, dico questo: il mio istinto, il mio agire involontario hanno enormi carenze; molto passa al vaglio del pensiero cosciente, impiegando un’eternità. L’unica cosa che mi salva è uno strano modo di gestire i pensieri e le attività concorrenti… rendo meglio a fare più cose insieme, sempre che non abbiano caratteristiche di contingenza.
Una domanda mi è sorta, riflettendo sulla mia ottimistica opinione che senza fiducia non vi possano essere né amore né amicizia (che poi sull’amore rivela di essere opinione fallace, data la scarsa razionalità del sentimento): su cosa si basa, la fiducia? Per forza di cose, finisce per basarsi su ciò che ci diciamo, perché a pochi capita che essa venga messa alla prova sul campo (e a una netta minoranza di questi capita che la fiducia si conservi, dopo la prova sul campo). Ma se quello che ci diciamo è fuffa? Anche senza raccontare palle per portarci le persone a letto finché possiamo; anche senza malizia; non sarà un po’ alto il rischio che quanto diciamo non corrisponda a verità? Tutti abbiamo presente quale comunemente è ritenuto un comportamento esemplare in talune situazioni, quindi in molti saremo disposti a dire che noi sì, proprio così ci comporteremmo. Ma poi? Faremmo davvero così? Non avremo dato eccessivo – e ottimistico – ascolto al superego (mi sfugge perché Eriadan lo usi nel senso opposto; ma Eriadan ha sempre ragione, ecco), che poi siamo sempre pronti a calceggiare nel culo appena nessuno è girato da questa parte?
Un trucco moralmente accettabile è svelare le cose poco alla volta. Generare hype. Non è che le cose non le dici, le dici al momento opportuno – o meno inopportuno. Ma i casi della vita spesso ti forniscono di materiale inconfessabile anche con l’Anima Gemella™, o con l’Amico del Quore™. Non parliamo della fase di corteggiamento, in cui da principe azzurro devi far passare il tuo triciclo come un valente destriero, per carità; ma dividendo la propria vita con una persona (coniuge o amico che sia), pur partendo coi migliori buoni propositi, finisci sempre, per un motivo o per l’altro, a occultarle sempre più della tua vita, in particolare tutto ciò che è collegato a quello che tale persona non ha mai mostrato di accettare appieno (se non quello che non le hai mai detto perché pensi non sarebbe per lei d’interesse o accettabile). A periodi, nella mia vita, ho considerato la “convivenza pluriennale con persone a tasso crescente di non conoscenza reciproca” come inevitabile, oppure no. Ora sono in un periodo “oppure no”, sebbene questo post sembrerebbe contraddirmi. In effetti credo che sia evitabile, ma non che sia una passeggiata evitarlo. Sapete, la faccenda delle persone giuste. Mi sto interrogando se io le conosco, queste persone giuste; se le persone che ritengo “giuste”, che credo non mi deluderanno mai, perlomeno in ciò che mi aspetto da loro, lo siano davvero; in fondo il mio “mai” tiene anche conto della non infallibilità umana, lezione appresa e pure ripassata più volte, ultimamente; quindi, magari, sarà proprio così (sebbene la mia capacità di comprensione dell’altro si sia dimostrata più volte deficitaria; magari, perché no, obnubilata da desideri più o meno nobili). Ma mi chiedo, anche: ha senso pretendere di vivere una vita così ideale? Non è, magari, il caso di accettare l’intersezione dei limiti propri e altrui, cogliendone le opportunità e dimenticando il resto?
Le famose smemoratezze
Tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati:
La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. E’ questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura accrescono, incorporando lineamenti estranei. Lo sanno bene i magistrati: non avviene quasi mai che due testimoni oculari dello stesso fatto lo descrivano allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente, e se nessuno dei due ha un interesse personale a deformarlo. Questa scarsa affidabilità dei nostri ricordi sarà spiegata in modo soddisfacente solo quando sapremo in quale linguaggio, in quale alfabeto essi sono scritti, su quale materiale, con quale penna: a tutt’oggi è questa una meta da cui siamo lontani. Si conoscono alcuni meccanismi che falsificano la memoria in condizioni particolari: i traumi, non solo quelli cerebrali; l’interferenza da parte di altri ricordi “concorrenziali”; stati abnormi della coscienza; repressioni; rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali è all’opera una lenta degradazione, un offuscamento dei contorni, un oblio per così dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono. E’ probabile che si possa riconoscere qui una delle grandi forze della natura, quella stessa che degrada l’ordine in disordine, la giovinezza in vecchiaia, e spegne la vita nella morte. E’ certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.
E, non per contraddire l’amore di Obi-Fran per le parole, il racconto dovrà forzatamente semplificare il ricordo per adeguarlo alla comunicazione verbale; salvo, forse, come si diceva, conoscendo “tutte le parole che servono per comunicare tutto ciò che si può comunicare”.
Poi ci sono pratiche che sono evidenti prostituzioni della memoria, e che però aiutano a vivere meglio. Una di queste è la razionalizzazione. Tale pratica, che è da vedersi in senso soggettivo e non oggettivo, e che andrebbe tradotta come “adeguamento del ricordo alla disposizione mentale del ricordante”, è attuabile da individui di qualsiasi levatura intellettuale. Molto spesso meccanismo di difesa, scatta per addolcire ricordi sgradevoli o che peserebbero sulla vostra vita come macigni.
Why is it that we don’t always recognize the moment when love begins but we always know when it ends?
Per quanto m’intenerisca la visione dell’amore ripresa da L. A. Story (“Pazzi a Beverly Hills”), non ho mai condiviso questa (pur suggestiva) affermazione. Non la ritengo generalmente valida, almeno.
Primo, perché assume che tutti sappiano cosa sia l’amore. Non è così.
Secondo, perché assume che per tutti l’amore sia la stessa cosa. Non è così.
Terzo, e poi smettiamo che sennò diventiamo antipatici, ho prove empiriche per le quali l’istante in cui comincia l’amore è invece più o meno noto ai più (“ho capito di essere innamorato di lei/lui quando…”, e non dite che eravate innamorati da prima: è successo in QUEL momento), mentre quello in cui non siete più innamorati non è molto chiaro: potete stare mesi ad amore finito e rendervene conto solo una mattina a caso in cui il vostro primo pensiero va a lui/lei e il secondo pensiero recita più o meno “ma che cazzo vuole da me?”.
L’amore è una di quelle cose che più ha bisogno di appoggiarsi a ricordi non verbali, irriferibili, e quindi più a rischio di distorsione. Anche il famoso “istante in cui vi scoprite innamorati”, a volte, a causa delle circostanze, è tale solo a posteriori. Ed è solo il primo, di una lunga serie, ricordo tradito. Con valanghe di fango nel momento della fine: e allora vi eravate illusi prima, o state travisando tutto il trascorso per autodifesa, per mettere una pietra sopra, per non rimpiangere nulla e “pensare al futuro”?
Tu c’hai grossa crisi, oh
Ho passato varie fasi della mia vita in stato di pirlaggine. Una di queste fasi si verificò alle medie.
Sorvolando su tutte le manifestazioni della pirlaggine per quel che riguarda il comportamento, che ce ne sarebbero delle belle e delle incriminanti, alle suddette medie ebbi un guizzo di ambizione scrittoria che tuttavia si concretizzò soltanto in prolissità molesta e completa mancanza del senso del pudore. Riempii un quaderno intero con i geroglifici (la mia grafia) di un racconto fanta-storico ambientato in qualche luogo esotico intercambiabile, nelle intenzioni sullo stile de Le miniere di re Salomone di H. R. Haggard, per intenderci, ma probabilmente con contaminazioni di Topolino, Zapotek e la ghenga.
Tuttavia mi resi conto quasi subito che faceva cagare. Pirla sì, ma non cronico.
Ho sempre avuto un difetto, nella scrittura: l’assenza di linearità. Dato A, passando per B, ecco C. Tesi, antitesi, sintesi. Questo modo di ragionare non mi appartiene. Finché il pensiero rimane dentro di me, ok, nessun problema: se non sono d’accordo con me stesso, insomma, a voi che ve ne frega? Il problema è cristallizzare un turbinìo di sinapsi in un istante ben definito. Non dev’essere un caso che le foto di gruppo non mi riescano sistematicamente mai, perché anche con le sinapsi, insomma, becco sempre quella che teneva gli occhi chiusi, o quella che si è mossa.
Sono un discepolo del caos, dell’indefinito come mezzo di conoscenza, dell’indeterminazione come approccio al reale. Oltre che ateo mi professo sempre “del ramo agnostico”, e se vogliamo sono anche un po’ paraculo. Tengo a non giustificare, ma nemmeno a condannare, e in caso io riesca a comprendere difficilmente traggo conclusioni.
Nella vita reale, il Signor Dubbio è un individuo noioso che sa snocciolare a menadito tutti i possibili boh e mah. Nella vita scritta, il Signor Dubbio s’illude di avere più tempo per bohare e mahare a fondo; sarà anche vero, ma lo scritto non è un mezzo fluido a sufficienza per la materia che sta trattando. Acquistereste mai una lava lamp statica? Io no (nemmeno quella in movimento, ma non c’entra).
Il Signor Dubbio è convinto di essere in grado di non essere inutile; ma al momento non sa proprio come. E’ un po’ lusingato dal constatare di “pensare” in un modo un po’ originale, ma è moderatamente frustrato dal fare queste constatazioni come risultato dell’essere sistematicamente frainteso. Altri disegnano nelle sue fotografie soggetti che non ci sono, tagliano con l’accetta forme che sono appena accennate, vanno giù duro di Photoshop per cancellare (quelli che sono secondo loro) gli inestetismi.
Il Signor D. pensa allora che forse sta sbagliando, come faceva al liceo, quando scriveva tante chiacchiere inutili, quando sperimentava, annegato com’era nell’equivoco che un tema potesse avere valore al di fuori del significato didattico. Il Signor D. pensa che magari dovrebbe avere più rispetto per il lettore, cercare di fargli capire quel che voleva dire senza farlo troppo faticare. Solo che il Signor D. non lo sa nemmeno lui cosa vuole dire. Perché non vuole dire proprio nulla. E non si sa se prevale il non volere, o il non dire.
C’è una cosa di cui il Signor D. è certo, ed è che gli farebbe piacere sentirsi ogni tanto un po’ più normale.
(non ricordo di preciso quando le velleità scrittorie sono morte; ma certo non risorgeranno, se non riprenderò a leggere con maggiore regolarità)
Buonanotte fiorellini
Il granturco nei campi è maturo
ed ho tanto bisogno di te,
la coperta è gelata, l’estate è finita.
Buonanotte questa notte è per te.
E’ molto dolce, non lo nego, addormentarsi con le parole della persona amata vicino al cuore, specie s’ella è altrove e ancor peggio distante. Ed è parimenti dolce pronunciarle, scriverle, crearle quelle parole, dar loro il soffio in poppa che le porti lontano, come piccioni viaggiatori deportati di peso dal loro luogo natìo e poi liberati perché vi tornino, portando seco tutto il nostro amore, affetto e speranza.
.
E’ dolce, sì. Ma è un’inculata. Tutti i maledetti rituali standard dell’amore sono un’inculata. False rassicurazioni, fondamenta di polistirolo, fumo d’oppio per chi comunque ha già il problema del San Daniele da scostare dalla visuale. Non vi preoccupate, all’occorrenza ci ricascherò con tutte le scarpe, e mi piacerà, e non saprò farne a meno. Ma la vita di coppia basata sul metronomo mi spaventa, perché potete suonare in modo divino quanto volete, ma sapete che sempre si sentirà, dall’inizio alla fine, in sottofondo, il
tic-tac
Tic-tac. E se mancherà un tic, o un tac, e ancor peggio se mancheranno anche i successivi, sbaglierete. Fosse anche la vostra musica preferita, quella che avete suonato centinaia di volte, sbaglierete. Credevate di stare suonando in due, e invece vi accorgete che no, eravate in tre: tu; l’amore tuo; e il metronomo. E vi verrà anche il dubbio di chi degli altri due sarà l’amore vostro, “ora della fine” (cit.).
Non mi è chiaro se capiti mai che il metronomo venga identificato come problema. In genere la sua improvvisa messa a tacere è sintomo di un problema, come sublime culmine della perversione e dell’autolesionismo. Lo smacco è quando il tuo metronomo non ticchetta più ma ne senti ticchettare un altro poco lontano. Be’.
Tutto ciò mi porta a pensare che forse la dimensione orchestrale appropriata per amarsi è quella del jazz, e non parlo di orgioni da quattro elementi. Perché l’amore forse dev’essere jazz. Niente metronomo, ma non guasta un bassista in gamba così, a creare magia e a far palpitare cuori, senza che voi capiate di preciso di chi è la colpa se l’aere è carico di un non so che.
Si potrebbe dire perciò che non solo appoggio la campagna anti-inciabattamenti, ma sarei per una certa qual prevenzione, e ampliamento dell’allerta.
.
Si potrebbe. Ma insomma, queste sono pure tutte pippe (un grande ritorno su queste reti). Andate e amate come più vi garba. Oh. E buonanotte, piccoli e teneri fiorellini intirizziti dai capricci di questa pazza (ma anche un po’ *******) primavera. E’ mattina, dite? Prendetelo per un “buonanotte al secchio”, allora, dedicato a me.
Delle cause e degli effetti (buon primo maggio)
E poi vado a vergognarmi in giro di fare acquisti solo quelle 2-3 volte all’anno che impediscono alla Decenza di comparirmi in sogno come l’angelo a Giuseppe. La volta che mi muovo, sfidando un traffico stolto e immotivato, zac!, trovo tutto chiuso. Non che non sia un problema ignoto, a Savona: più gente c’è in giro, più esercizi, commerciali e non, sono chiusi. Non per nulla quando i croceristi passano di lì alla domenica vengono abdotti e trascinati al magnifico Centro Commerciale, che è come dire: Qui Non Teniamo Un Cazzo Di Interessante. Non esiste la Collezione d’arte Pertini, opere che furono donate da vari artisti (Vedova, Sassu, Mirò, Guttuso, De Chirico) al compianto presidente, poi rigirate dalla moglie alla municipalità; non esiste la graziosa piazza Chabrol con le migliori focaccette con la panizza (occhio che le fanno in due posti, e solo nel vicoletto stretto che incrocia Via Pia sono le originali) e il miglior frappé (nella latteria, non nei bar) della provincia; esiste in effetti la fortezza del Priamar (qui una vista dalla sua terrazza più alta sul litorale di Savona e qui una vista su mare e, ehm, tre barchette belle, bianche le vele, vaporose e snelle), perché è giusto lì a due passi dall’attracco ed è abbastanza grande da tenere impegnato il crocerista per un’oretta buona scarpinando a zonzo. Che sia io a dire che si dovrebbe valorizzare un po’ di più quel che si ha però è comico.
Così ieri, che tanto al Centro Commerciale ci dovevo passare, ho finito per prenderci una maglietta (ehi, Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi comprava i suoi vestiti ai grandi magazzini, non fate quella faccia schifata). Affrontando anche, in quei cinque minuti, un non indifferente dilemma etico-economico. Alla nostra destra, la maglietta presunta made in Italy, 27 euro (gh); alla nostra sinistra, la maglietta made in Pakistan, da qualcuno che afferma di lottare per il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei minori, 7 euro. Ora, diciamolo subito: il dilemma etico-economico si è risolto da solo visto che la maglietta da 7 euro faceva un po’ schifo e quella da 27, anche se fra 3 mesi sarà sicuramente piena di buchi e sarà diventata rosa, era passabile; ma io quei 27 euro (ghgh) li ho spesi anche come atto di rigore e solidarietà civile. Il punto è che non possiamo pretendere di mantenere un livello di vita come il nostro se nei nostri acquisti diamo la preferenza ai prodotti di un livello di vita peggiore. Le leggi di mercato non vanno applicate ciecamente (è vero, non sono un liberista): non basta acquistare quel che ci serve da chi ce lo offre a meno, ma costui deve anche darci garanzie che la sua azione non ci si ritorcerà contro.
Ma so bene che, da un lato, già vedere la punta del proprio naso è difficile, e dall’altro, chi cerca di fare le cose per bene viene regolarmente messo da parte o (economicamente) soppresso. E così come dare addosso a chi, prima per fare più soldi e poi per sopravvivere, piglia e delocalizza le proprie aziende? Se già preferisci assumere uno sfruttabile neolaureato piuttosto che un competente ma costoso “veterano”, tanto vale che rastrelli le nuove leve nei paesi dell’est, o nel terzo mondo. No? Poi potrai pentirti quando nessuno nel tuo paese avrà un reddito sufficiente ad acquistare i tuoi prodotti perché il tasso di disoccupazione sarà alle stelle, o il reddito pro capite sarà diminuito drasticamente per altri motivi, ma via, per fasciarsi la testa c’è sempre tempo. E poi tu i soldi ce li hai, non è un problema tuo. Se poi devi licenziare qualcuno, basta che qualche tempo prima gli fai vedere en-passant Cacciatore di teste di Costa-Gavras, così potrà sfogare suoi eventuali istinti omicidi sulle persone giuste e non su di te. Problema risolto.
(per la puntata anti-protezionismo vedremo in futuro)
La scrittura, per quanto possa sgorgare
Da questo topic (che ovviamente non sono andato a pescarmi da solo ma l’ho pigramente visto nel villaggio di Greenwich, in un perverso turbine di autometaparacitazioni):
Chissà se ne ho già parlato qui… sicuramente sì. Uffa. Famo finta che non ne abbia già parlato e ne riparlo?
Parlare di che, scusa?
Ma di quanto mi sembri sciocca l’idea che la parola scritta debba essere per forza più riflessiva di quella orale. Lo sarà per chi scrive giusto la lista della spesa; lo sarà per chi trascorre online un’ora alla settimana; lo sarà per il giornalista “fresco” che scrive il suo primo timido articolo per il giornale. Ma per chi la scrittura è quotidianità, lavoro, principale contatto col mondo, la differenza tra detto e scritto tende a scomparire.
Io, ad esempio. Non dico che scrivo come parlo; ma parlo come scrivo. Sono lento. Rifletto. Costruisco la frase. Se non è corretta torno indietro. Sono sfinente. Non sono un oratore, diciamo. E come scrittore, vivo fortunatamente nell’era digitale – che me li ricordo i miei temi… belli, eh (coff coff), ma *pieni* di rigacce, aggiunte tra le righe, asterischi.
E mi verrete a dire allora che in ogni caso scrivere permette il “cheat” della rilettura, che devi sentirti responsabilizzato, eccetera. Certo. Certamente. Quando scriverò articoli per un giornale serio (non facciamo nomi, va’), magari rileggerò. Quando scriverò UNA cosa al giorno, rileggerò. Ma considerate il caso di scrivere 100 cose al giorno; fossero anche 100 articoli per giornali seri; a un certo punto sarà la vostra vita a pretendere da voi che abbiate piena fiducia in ciò che mettete nero su bianco, e che una volta scolpite le tavole della legge passiate ad altro, a cuor leggero; che altrimenti non se ne esce più.
Quel che mi fa più specie dell’obiezione riportata è il suo non considerare che viviamo ancora nell’era televisiva, che tra l’altro si sta rivelando “ottima” maestra per l’era videofoninica: poco importa quanto è scritto nero su bianco, poco importa quello che sta memorizzato carica elettrica su bobina; importa veramente solo quello che si ripete incessantemente, giorno dopo giorno, su ogni media capiti a tiro. Hai scritto una cazzata? Pazienza, la dimenticheranno. L’hai detta a reti unificate? Chissenefrega, ti fai intervistare due altre volte e risolvi. E se la situazione nel “vecchio mondo” di televisione e giornali è questa, come si può pretendere che gli scripta maneant nel mondo fluido e irrequieto dei blog?
Mi direte: si può pretendere eccome, aspetta che ti arrivi a casa una querela e vedrai come fili. Già, è vero che la legislazione è ancora quella che regolamentava le pitture rupestri. Ma quella lasciamola proprio perdere, e consideriamo il comune sentire: nel web 2.0 che si tira fuori quasi sempre a sproposito, ma che è un paradigma sia tecnologico che culturale che si fa (nel detto comune sentire, eh) paladino di una possibilità di espressione e comunicazione mai vista prima d’ora – dobbiamo per forza considerare ogni angolo della rete come una sacra cattedra che deve ambire all’infallibilità, o possiamo ammettere che, come in una normale discussione pubblica, possa scapparci la cazzata? E che questo sia fisiologico, naturale, accettabile? E che a volte il concetto di “cazzata”, in un mondo di 6 miliardi di individui, non sia necessariamente così oggettivo?
Rinchiudete li arbori, che scappeno sennò
Io e il mio babbo ci siamo rimasti male, a scoprire che i boschi nel mio paesino non sono più agibili. Tu prendi una stradetta bello tranquillo, la percorri per un chilometrino, due, tre. E poi trovi un cancello, e un recinto, fin dove giunge l’occhio. Quella strada era aperta ancora 10 anni fa, era aperta da un secolo, anche tre in qualche caso. E ora qualcuno ha deciso che è terreno suo.
Io capisco che magari il bosco sopra e il bosco sotto sono davvero di questo qualcuno. Ma la strada, diamine, la strada non l’hai costruita tu, e nemmeno tuo padre o tuo nonno, e per usarla solo tu scommetto che non ti saresti nemmeno sbattuto, a farla. Mi rifiuto di pensare che quando hai comprato il terreno ti abbiano anche concesso l’uso esclusivo della strada. Quindi stai cercando di fare il furbo, secondo me.
C’era una storia di Lupo Alberto in cui tutti gli abitanti della fattorie McKenzie impazzivano e ciascuno recintava il proprio fazzoletto di terra, col risultato di rendere impossibile la vita comunitaria. Ecco. Io, ad andare avanti e indietro perché i signori Io-dentro-Voi-fuori hanno deciso di fare il loro oculato investimento, mi sono sentito sbattuto in un fumetto comico. Magari è per difendere il loro terreno dai cinghiali; magari è per tenere dentro le loro caprette; ma una volta, mi chiedo, come si faceva allora a vivere senza recinti, cancelli, porte?
Medicina e Mulini
Sono uno di quei tizi che guardano la medicina con sospetto. Di quelli che preferiscono che le malattie facciano il loro corso senza forzarle, che scoppiano di salute, che un giorno all’improvviso scoppiano e basta perché c’era giusto quel male nascosto che “ah se l’avesse preso in tempo, ma non si faceva vedere da un dottore da anni”.
(In effetti quanto prima dovrò andare dal mio medico; sarà comico dirgli “sa, mi succede questo da un paio d’anni, quest’altro s’è manifestato la prima volta volta tre anni fa, questo ormai sono 10 anni e ci ho fatto l’abitudine…”)
Mentre il frullato di banana qui a fianco mi guarda sconsolato da sotto il sottile strato di cacao sotto il qual… uhm… insomma, io e il mio amico frullato stavamo interrogandoci su quanto sia diverso rivolgersi a un cattivo idraulico piuttosto che ad un cattivo medico. Intendiamoci: non mi rivolgo ad un idraulico se sono incontinente, era per fare il parallelo dei mestieri.
Bene. Se ti rivolgi ad un cattivo idraulico male che vada rimani senz’acqua per il tempo necessario a chiamarne uno più capace (o lo stesso, se ami il rischio e puoi non pagarlo perché quello che è successo è senza dubbio colpa sua), ti ritrovi con i muri ad acquerello da ridipingere e con i vicini del piano di sotto alla porta con in mano l’ombrello dal manico nodoso. Giù soldi, giù sbattimenti, ma salvo il problema di trovare un idraulico disponibile, ce la si cava in poco tempo.
Nella mia famiglia e dintorni si è avuto a che fare con molti più medici che idraulici. E di cattivi medici se n’è avuto un discreto campionario (probabilmente sono in maggioranza ma solo perché li si cambiava subito, mentre quelli buoni ce li si tiene a lungo, no?).
Personalmente ho avuto qualche esperienza negativa solo in campo dentistico, con culmine nella croce dell’apparecchio correttivo mobile che la dentatura non me l’ha raddrizzata, ma in compenso ha la responsabilità dei miei tre denti più storti (“mamma, a me sembra che faccia più male che bene”, ma chi lo ascolta un diecenne o giù di lì?); non saprò mai se ero io in errore, perché al raggiungimento della massima stortura dei tre smisi di metterlo.
Qualcun altro un dì si fece un’operazione a un gomito, una sciocchezzuola, e il mese e mezzo successivo (FORTUNA che era fine LUGLIO così io ero a CASA e potevo AIUTARLO) lo passò ad andare e venire dall’ospedale perché l’avevano dimesso troppo alla svelta e s’era formato un ematoma. Credo sia stata la migliore estate della sua (e mia) vita, senza dubbio.
E poi be’, il campo psichiatrico è la manna del mugugnone. Pazzi furiosi che invece di starci davanti, alla scrivania del medico, ci stanno dietro e prescrivono farmaci. Gente in camice che ti dice con la massima naturalezza di impasticcarti con veleni che poi scopri essere usati nei centri “di salute mentale” (e allora ti viene il dubbio che, quelli che ci stanno dentro, prima di entrarci fossero in realtà persone normali), e che ti portano a un passo dalla morte per 3 volte nel giro della stessa giornata; persone senza scrupoli che preferiscono liberarsi dalle seccature prolungando le somministrazioni ben (BEN) oltre il consigliato, e chissenefrega se si crea un esercito di farmacodipendenti (con l’impatto che questo ha poi su tutto l’organismo, non solo a livello cerebrale); incompetenti che brancolano nel buio e procedono a tentoni a spese delle menti, e delle vite (“come ti cambio la personalità da così a così in 10 giorni”), dei loro assistiti.
Ma quel che è più seccante sono i medici di due campi “avversari” che tirano ciascuno acqua al proprio mulino. Per il chirurgo, l’unica è operare; per il fisiatra no, figuriamoci, non deve nemmeno vedere le lastre: basta la fisioterapia.
Nel mentre che l’amico frullato mi espone il suo punto di vista riguardo all’onestà professionale, sapreste dirmi qual è il termine medico per “presa per il culo”? Sono sicuro che esiste.













