Archive for the ‘pensieri’ Category
Giochi più olistici che olimpici
Le regole sono ciò che rende bello un gioco. Giocare a calcio è bello perché a palla in gioco solo due giocatori in tutto il campo, e in aree delimitate, possono prenderla con le mani. Giocare a pallacanestro è bello perché per muoversi con la palla occorre palleggiare.
Alcuni giochi hanno più bisogno di altri di un arbitro per rendere bella l’esperienza. Il baseball mi pare divertente, ma non mi figuro come si possano fare partite con gli amichetti se non si trova un pio arbitro super partes che si metta lì a dire se un lancio è uno strike o un ball. Anche tennis e pallavolo non disdegnano un supervisore che dica se era dentro o era fuori, se la rete è stata toccata o no. C’è anche il fuorigioco nel calcio, ma in genere con gli amichetti giochi a sette e quindi non vale.
Altri giochi si “regolano” da soli senza troppa fatica. O almeno credo. Certo, puoi mettere la pallina già in buca, nel golf, e poi sparare la tua in orbita (com’era? 12000 iarde al secondo*?), ma in generale direi che è un gioco auto-regolato - così come molti giochi di carte - c’è magari il mazziere, il quale però non è il supervisore ma un giocatore a tutti gli effetti.
[*=Avrei potuto fare una porzione di vacanza a tema Jules Verne (qui mi riferisco a Dalla Terra alla Luna, forse il mio preferito insieme a Viaggio al centro della Terra), essendo passato da Amiens; ma per entrare nel museo a lui dedicato era tardi; e il cimitero con la tomba del Grandissimo era troppo lontano; ho compensato vedendone un accenno seminascosto nel Science Museum di Londra, sezione viaggi nello spazio.]
Dicevamo delle regole nei giochi. A me piace seguirle. Mi piace seguirle nei giochi, come nella vita civile, come nei rapporti con le altre persone. Nei giochi sono un po’ rompicoglioni perché se le regole non sono chiare non mi diverto. Nel vivere civile mi piace seguire le regole di cui comprendo (magari perché mi viene spiegata) l’utilità; sono cresciuto con un forte rispetto per le regole in generale (anche quelle che non comprendo), ma va sempre più affermandosi un certo mio atteggiamento di libera infrazione fino alla notifica della medesima (questo corroborato anche dalla constatazione che cartelli e regolamenti vengono ignorati in Italia come in Francia come in Inghilterra, e dico dagli autoctoni).
Nei rapporti con le altre persone spesso mi vedo “stare al gioco”. In un gioco in cui ci si spiegano vicendevolmente le regole per l’interazione, “a me piace questo e non mi piace quest’altro”, la menzogna cosciente rappresenta una quantità infinitesima, ma quella non cosciente è spesso preponderante. Perciò io mi definisco sempre “persona grigia”, nel senso di tonalità delle posizioni: non mi va di dire che “questo non mi piace”, se in realtà solo una volta ho avuto l’impressione che non mi fosse piaciuto; e non mi pare un buon modo di conoscersi reciprocamente, quello di porsi dei paletti e dei confini entro cui è possibile muoversi liberamente e oltre i quali si va nello spiacevole: la conoscenza passa anche attraverso le facciate contro il muro, i litigi, gli errori, i mea culpa e i perdoni. Purtroppo.
Sostanzialmente sto dicendo che porsi delle regole in un rapporto con un’altra persona vizia irrimediabilmente questo rapporto; ma è anche vero che i rapporti senza regole E che funzionino sono rari come le fragole sugli alberi di noce. E aggiungo che, anche con questa visione negativa, mi ritrovo spesso a seguire tali regole autocreate e autoimposte, perché sono una sfida e perché ingenuamente credo che anche il seguirle pedissequamente serva a dimostrarne la fallacia; per poi scoprire che al primo che passa sotto al nastro che delimita la fila, dieci posizioni avanti alla mia, più che prendersi qualche sbuffo dai presenti non succede.
Ma fiducioso vado avanti aspettando il giorno in cui scoprirò che talune regole autoimposte hanno anche base reale, e che la coerenza non è solo un concetto astratto.
Un po’ di FUD sul governo
Vediamo un po’ come si prospettano questi cinque anni di governo, date le premesse.
Il sistema giudiziario andrà a puttane
Oberato come sarà dal perseguire il reato di immigrazione clandestina (bravi, invece di depenalizzare reati minori o inesistenti, ne introduciamo di nuovi, per un effetto ancora più devastante di quello della prima-l’uovo-o-la-gallina Bossi-Fini), bloccato come sarà dal decreto che vuole vietare le intercettazioni fatti salvi i casi di criminalità organizzata e terrorismo, dalla cronica mancanza di fondi anche solo per mettere in regola l’agibilità degli edifici di tribunali e procure, dal tradizionale scoppiare delle carceri, e dall’auspicato (dalla Marcegaglia, buona quella) rinvio dell’applicabilità delle class action.
E potete ben notare di cosa NON ho parlato… tanto ormai le leggi ad-personam che servivano sono state fatte quasi tutte.
Le infrastrutture, l’ambiente e l’energia andranno a puttane
E’ veramente veramente utile il ponte sullo stretto; come è utile una dorsale da qualche gigabit che colleghi due linee dial-up. Posto che venga costruito e i soldi non spariscano nelle tasche di qualcuno.
Il problema dei rifiuti è stato risolto negando che possano essere dannosi, figuriamoci, anzi un programma governativo parlerà presto di adozione, un sacchetto per cittadino; e chi dice di no peste lo colga (ma coglierà anche e soprattutto chi dice di sì, temo); o al limite una bella denuncia per, uh, credo che il reato introdotto (essì, hanno introdotto UN ALTRO reato ancora) sia di “protesta contro il lecito pestaggio delle palle”; insomma, è normale che si possa fare una discarica in un posto in cui nessuno ha ancora detto che si può fare, no? Anche sorvolando sulle proteste dei cittadini che magari sono solo male informati, eh, non dico di no.
Poi sì, figata, riavremo le centrali nucleari! Comincerà la costruzione della prima tra 2 anni, comincerà la produzione di energia tra 10, e dopo 30 anni dalla sua messa in funzione comincerà a scarseggiare l’uranio. Mi pare davvero un investimento a lungo termine!
Il mercato del lavoro e l’economia andranno a puttane
Al convegno dei giovani imprenditori, Federica Guidi (e non è la sola) ha auspicato contratti che siano sempre meno nazionali e sempre più particolari (tailor-made). Giusto! Divide et impera! I lavoratori dovranno uno per uno contrattare il proprio trattamento e combattere per i propri diritti… vedo proprio un futuro luminoso per loro!
Chiaramente ciò che già va male, cioè i contratti a progetto e altre forme di schiavitù, non potrà essere che peggiorato.
L’Alitalia, bene che vada, verrà regalata ad Air France; male che vada fallirà ma noi dovremo comunque pagare le sanzioni all’Europa per il prestito-ponte, in quanto aiuto di stato.
Le puttane invece rimarranno dove sono
E be’.
Qualcosa di positivo?
Guardo speranzoso a Brunetta e alla sua intenzione di rendere più efficente la pubblica amministrazione (sebbene per ora mi sembrino parole); poi però mi spieghi anche cosa intenda fare dei “pelandroni”, che in qualche modo il pane a casa dovranno pur portarlo, e pure loro hanno il loro daffare per far “girare l’economia”. Ideona… li piazziamo tutti in un campo nomadi e poi facciamo girare la voce (falsa) che un rom ha violentato una ragazza italiana (inesistente)… problema risolto :]
L’inutile opinione del Dottor Iefotte sulla vileggiatura elettorale 2008
Egrimio Dottor Iefotte,
mi chiamo Gilberto e di lavoro faccio l’esemplare di Gilberto nel Museo dei nomi che non sembrano esistere veramente e poi scopri che invece sì di Pavia. Sono uno dei tanti lavoratori precari che vivono in questo Paese, sempre sul chi vive perché da un giorno all’altro qualche personaggio famoso potrebbe chiamarsi Gilberto (ne è passato di tempo da quello buonanima) e improvvisamente non ci sarebbe più bisogno di me; perciò il mio datore di lavoro mi ha assunto con un contratto a progetto, essendo il progetto “prevenire che cada polvere in una zona circoscritta [alle mie suole] del pavimento del museo”.
Le sto scrivendo per porle una domanda, per avere il suo parere di esperto su un dubbio che, con la mia scarsa cultura e, devo ammettere con vergogna, la mia scarsa propensione ad informarmi costantemente, giorno dopo giorno, su quel che accade nel mondo, non so risolvere da solo. Vede, io come tanti altri in questo paese non capisco mai se le cose stiano andando in meglio o in peggio, se un governo stia facendo bene o male, se le persone che abbiamo votato siano oneste o no, se da tutte le parole che si fanno poi esce effettivamente qualcosa. Da qualche anno non guardo più nemmeno il telegiornale, perché mi sembrava che quando finiva ne sapevo tanto come prima che iniziasse. In questo modo non ho mai un’opinione su nulla, perché nemmeno so che esiste, questo nulla; e quando parlo con qualcuno che invece il telegiornale lo guarda, e sento la sua opinione, magari mi viene voglia di farmi spiegare su che nulla è, questa opinione, perché io non lo conosco; e a quel punto vedo che nemmeno lui me lo sa spiegare, questo nulla, così rimane nulla, con la differenza che lui ci ha sopra un’opinione e io no.
Però con queste elezioni ho deciso di riaccenderla ogni tanto la televisione, per vedermi i telegiornali, almeno quelli, che lo so che sarebbero meglio i giornali, ma io i giornali li associo alle uova, ché se le vai a comprare li usano per incarterle, e io alle uova sono allergico. Anche se ho guardato un po’ di telegiornali non ho capito, Dottore, una cosa: ma io secondo lei chi dovrei votare? Le spiego. Della mia posizione lavorativa le ho già detto: ho superato la soglia dei trent’anni e non ho ancora trovato la stabilità economica sufficiente a pensare di farmi una casa e una famiglia per conto mio. Io non so cosa succede là fuori, ma vedo che i miei colleghi (Elide, Gervasio, Gildo, che saluto… questi sono quelli che conosco di più, perché siamo sistemati in ordine alfabetico) sono nella mia stessa situazione; e se lo sono loro penso che almeno qualcun altro in Italia ci sarà, che ha di questi problemi. E allora mi chiedo: non sono problemi che si possono risolvere andando al governo?
Ma sì, penso di sì. Solo che non sembra. Sono giorni che accendo la televisione e vedo che parlano di aborto. In un paese che sta rapidamente esaurendo le sue possibilità di avere dei genitori in grado di badare ai propri figli, c’è qualcuno che pensa sia necessario discutere i cavilli di una legge di trent’anni fa. C’è questo signore, Giuliano Ferrara, che addirittura ci ha fatto la lista sopra; io ad essere sincero non so a cosa possa servire, ma mi ricorda tanto gli uccellatori che dispongono le reti e poi fanno alzare all’improvviso uno straccio con una cordicina, così gli uccelli scappano spaventati dallo straccio, ma finiscono dritti dentro la rete che sta dall’altra parte. Io non capisco, Dottor Iefotte, ma per fare andare avanti un paese come si fa? Com’è che si è sempre fatto? Si fanno documenti di programmazione abortiva e missionidipacista tutti gli anni? Ma non era una economia in salute la chiave di volta del benessere, come ci diceva un mio professore a ragioneria?
Sono nelle sue mani, Dottore. Io più mi arrabatto e meno capisco se c’è qualcuno che abbia almeno la volontà di risolvere i problemi del Paese. Lei può darmi qualche suggerimento? Forse ho scritto troppo, ma si senta libero di tagliare, giacché in fondo è per avere una sua risposta, e non per rileggere la mia lettera, che le ho scritto.
In fede,
Gilberto Ogivi
Risposta:
Caro Gilberto, la sua lettera è una manna dal cielo! Riempie alla perfezione lo spazio della mia rubrica, senza richiedere da parte mia niente più che un paragrafo di risposta, visto che francamente non ce n’ho per il cazzo neanche questa settimana. Si senta libero di scrivere ancora!
Dott. Casimiro Iefotte, dissapienzologo.
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Online ho sempre conosciuto persone interessanti. E ho sempre pensato che è bello conoscere persone con cui hai interessi in comune, e che trovi simpatiche dopo un po’ di “frequentazione” digitale. Perciò mi arrovellavo su come funzionassero questi “siti di incontri”, cosa che esula più di qualunque altra dai concetti decodificabili dalla mia mente talebanamente asociale: vai lì per conoscere gente; ok; ma in base a cosa? “Che hobby hai?” “Frequentare siti di incontri.” “Ma dai, ma veramente? Anch’io!”. Perciò ho voluto sciogliermi il dubbio e provare con mano.
Be2.it promette di farvi accoppiare (selvaggiamente) con persone psicologicamente affini. Mitico, proviamo. Vi ciucciate un test lungo e stressante (consigliato il supporto dello psicanalista), ma sicuramente ne varrà la pena. No? Ecco l’elenco dei tuoi partner raccomandati: uhm… un elenco di nick, un numerino, e la residenza. Il numerino è il “be2 index”, ovvero il risultato di complessi calcoli matematici e una briscola tra il test che hai fatto tu e quello che hanno fatto i “partner”, che indica il grado di affinità. Non è dato sapere quale sia il fondoscala, ma ho visto valori tra il -1 e il 112 o giù di lì. Immagino che -1 voglia dire “infinito, sposala subito”, oppure “scusate, conserviamo il valore in un signed char ed è andato in overflow a 128″.
A questo punto arriva il primo tocco di genio di be2. Per contattare i partner raccomandati devi mandare un messaggio. Semplice. Il messaggio però è obbligatoriamente preconfezionato. Non lo potete scrivere voi, ma sarà scelto a caso da un pool di messaggi ideati da qualche fuoriuscito dal manicomio con la schedina di raccolta dei bollini elettroshock piena (il centesimo elettroshock è gratuito): “Ciao, io mi sento bene, e spero che anche tu ti senta bene, e spero che anche tutto il cazzo di mondo si senta bene, e che sia presto primavera e che finiscano le guerre e che domani al risveglio la diarrea mi sia passata.”. Santa polenta. Il partner raccomandato, se non sarà impossibilitato dal rigurgito che avrà nel frattempo proiettato sulla tastiera leggendo il vostro messaggio, potrà rispondere (unicamente) con un altro messaggio predefinito: “sìiii, corriamo nei campi stringendoci mano nella mano e copuliamo allegri urtando nel mentre il primo termitaio che troviamo”.
E qui il secondo tocco di genio. Una volta fatto il primo scambio di messaggi, in teoria è possibile usare il trogloditico sistema di messaggistica (ricordate la webmail del vostro sito preferito nel ‘98? Ecco, ora scordatevela) per scambiarsi finalmente messaggi a testo libero. Però… se siete utenti paganti. Ora, il Vostro ha voluto fare la prova a 360°, e quindi era pagante. Solo che era l’unico di tutti gli iscritti, probabilmente. Peste se fosse riuscito a fare UNO scambio di messaggi. Ma niente, eh, zero proprio. Oddìo. Un paio sì, dai. Probabilmente bot. Spero.
Perché, già, una cosa che ho notato nell’unico scambio su be2, e che ho notato anche in più posti altrove, è una certa impermeabilità al test di Turing (che non ha niente a che vedere con le vacanze): non sai se ci sono o ci fanno. Siete avvertiti: se avete una personalità tendenzialmente riservata ma intellettualmente esuberante come la mia (u_u) siete tagliati fuori. Non verrete calcolati, o se qualcuno vi farà perdere dedicherà del tempo sarà solo per preoccuparsi del vostro umorismo, scambiandolo per un serio problema di approvvigionamento di lattuga dal vostro verduriere, o per una disamina sulla possibilità che in Groenlandia si giochi a beach volley.
La mia iscrizione a badoo, risalente a diverso tempo fa, credo sia durata 45 minuti. C’era questa accattivante linea d’approccio che faceva grossomodo così: “ciao, come va?”. E si arrivava, lì come altrove, al paradosso che fossi io, *IO* (ci conoscete, no, a me e alla mia verve ciceroniana nella retorica, quella del periodo in cui Cicerone era steso in una bara o contenitore equivalente), che neanche avevo cominciato le discussioni, a cercare di ravvivarle. Sempre per dire che mi ritengo un anormale ma scopro di non essere il migliore nemmeno in quello.
Chiudiamo la carrellata con meetic. Quasi suggeritomi da un’amica, notare il corsivo, trattasi di un luogo che, traboccando di donzelle ultratrentenni, semplicemente non ha spazio per coloro nella mia fascia di età. A dire il vero si trovano anche, stranamente, parecchie neonat… ehm, neomaggiorenni, che a parte complessi di Elettra molto pronunciati non pongono particolari vincoli di età; ma alla fin fine non ho tutto questo bisogno di parlare con qualcuno che mi dia sempre ragione, no? (”già so che ho ragione, tanto”)
La diagnosi, molto parziale dato il mio scarso impegno, è che be2 sia una truffa, badoo una cagata, e meetic qualcosa che può essere utile alle vostre pruriginosità a breve termine, a patto che vi dedichiate più tempo di quanto ne valga la pena.
Sottotitoli al fatto del giorno dopo
Spieghiamo perché io la “censura” a Decameron me l’aspettavo.
Come ho già avuto modo di commentare presso il sempre sulla cresta dell’onda Obi, io non credo che Daniele Luttazzi esageri, né che voglia per forza arrivare allo scontro come ipotizza qualcun altro; credo semplicemente che la sua censura sia una azione fisiologica, ed esercitata sempre per gli stessi motivi, con cammuffamenti diversi a seconda della stagione o della moda.

Quali motivi? Non so dirlo con certezza. Ma quando vidi “Z” di Costa-Gavras pensai che doveva essere insopportabile, vivere in un paese con una tale limitazione della libertà personale; dove le idee dovevano essere uccise finché nella testa dei loro creatori; dove la coscienza pubblica veniva tenuta a bada con l’ipocrisia e la menzogna. Pensai che non avrei potuto accettare di vivere in un paese del genere. A questo punto potrei dire “eppure ci vivo”. Non è così. E’ la televisione italiana ad essere l’incarnazione pizzammandolino della società totalitaria “dei generali”; la società italiana ne è invece uno sbiadito riflesso di nessun peso politico.
Io mi chiedo se Daniele fosse davvero convinto di essere finito nell’Eden Catodico. Sicuramente avrà avuto a che fare con persone professionali, serie, affidabili, che gli avranno infuso fiducia; sono quegli scudi umani di cui ogni azienda ha bisogno per iniettare umanità nel processo produttivo, giacché sfortunatamente gli esseri umani lavorano più volentieri se hanno altri esseri umani come partner. Questi scudi umani possono fare il loro lavoro egregio per la maggior parte del tempo, facendo contemporaneamente l’interesse di pubblico e burattinai.
In talune situazioni, tuttavia, le priorità potrebbero essere ben diverse da quelle dell’audience, del divertimento del pubblico, della conservazione di una buona impressione generale sul marchio, insomma della professionalità in tutti i suoi aspetti; in qualche caso estremo il proprietario di un network potrebbe auspicare l’affossamento del network stesso, e non dico involandosi per il Brasile con la cassa sotto braccio. “Il mercato è tutto” fino ad un certo punto - dopo il quale prende il sopravvento il potere. Ai soldi non si dice di no, ma al potere ci si inchina.
Ipotesi di lavoro sono quelle di un cartello e accordi sotterranei fra network: abbiamo sentito di quelli fra Rai e Mediaset; non vedeteli tanto come una cosa per favorire Mediaset, quanto per avere in pugno e suonare a piacimento entrambe le trombe. Chi? Non chiedete a me. E La7? L’indipendente La7?
Daniele parla di uomini che a nessun valido titolo sono entrati a spadroneggiare in sala montaggio. Niente di nuovo, se si pensa che qualcosa di analogo, anche se meno sfacciato, succede(va?) anche in RAI. Ricordo un Funari parlare di persone vestite di grigio che, all’occorrenza, senza essere conosciute da nessuno, arrivavano sui set di qualche programma RAI, davano istruzioni, venivano assecondate, e se ne andavano. Tra l’altro ve lo devo dire perché omai siete grandi: esiste qualcuno più potente dei direttori generali, bimbi miei; mi spiace dirvelo proprio così, sotto Natale, ma non c’è un momento in cui la scoperta faccia meno male che in un altro. Eee sì. Mi spiace.
Io mi ero fatto questa idea che lasciare trasmettere Luttazzi su La7 era per dimostrare, passo uno, che l’informazione in Italia è libera (e quindi tutti zitti chi parla di censure e regimi); poi, passo due, che è Luttazzi ad avere problemi con il mezzo pubblico, e non viceversa. Purtroppo i piani diabolici riescono bene solo nella finzione, e così alla fine si è dovuto ricorrere alla violenza, per fare il passo due.
Oggi Ferrara ha scritto una lettera a proposito di tutta la faccenda. Mi ha fatto sbadigliare tre volte, ed ero solo a “Caro Direttore”. La traduzione di tutto quanto è “Non aspettavo altro, ora Luttazzi è stato educato, perché cadere una volta fa male, ma cadere due fa ancora più male”. Pressappoco.
Il diritto alla memoria

Era da molto tempo che non andavo su dalla stradina che porta alla “fonte del lupo”: un duecento metri scarso, con un tubo di plastica sgorgante acqua alla fine. Quando ero ragazzino era una tappa periodica, così come lo erano decine di altri posti che magari distano uno sputo da casa mia, ma in cui non vado più da secoli; perché qua non è che ci sia mai stato molto da fare, ma di posti in cui arrivare per poi dire “Bene, e adesso?” ce n’è in sovrabbondanza. Orbene, dicevo, molto tempo. Se dico dieci anni probabilmente non esagero. E sono alquanto sicuro che l’ultima volta questa panchina non ci fosse.
La natura ha senso dell’umorismo. Un giorno di qualche anno fa, quest’albero si è lasciato piantare un chiodo nel sedere senza fare obiezioni; e adesso eccolo lì, che disarciona al ralenti gli incauti viandanti che si azzardano a cercare ristoro dalle loro fatiche. Ahr ahr ahr, sembra di sentirlo.
Non so come mi è venuto da collegare le due cose. Voglio dire, la panchina e quanto sto per dire. Mettiamo che sappiate per certo di avere da tirare le cuoia di lì a poco. Non dico proprio 24 ore, ma entro l’anno. La domanda non è tanto “cosa fate?”, ma “quanto responsabili vi sentite nei confronti degli altri?”. Quanto credete di aver diritto di influenzare la loro vita anche a cuoia tirate?
A proposito delle assicurazioni sulla vita, Vance Packard illustra un approccio perdente e uno vincente per quel che riguarda la loro promozione pubblicitaria. Perdente: i familiari del defunto assicurato se la spassano grazie, ma soprattutto alla faccia, sua. Vincente: i familiari saranno grati per tutta la vita al nobile, lungimirante tiralecuoia, che continua a vegliare su di loro magari da una fotografia poggiata gloriosamente su di un trumeau. E’ inutile girarci intorno: non ci arrendiamo con la morte del corpo, crediamo di avere diritto alla memoria eterna.
Pur nella mia modestia di grande genio incompreso (gh) che aborrisce i riflettori, ho questo dilemma, questo nodo inscioglibile (volevo solo vedere come veniva scritto, brr, inscioglibile, brr): mettiamo che ci sia una persona a cui volete bene, ma tanto bene, un botto di bene; e questa persona sa che le volete bene, ma non immagina quanto; orbene, non è forse peccato di vanità, concessione al desiderio di immortalità, cercare di farle capire, nel tempo che rimane, questo quanto? Non è forse meglio tenere la mano leggera e facilitare il corso della vita altrui, senza intromettersi?
Insomma, la vogliamo mollare questa cadrega, quando non ci spetta più?
‘nduma a v’ggièe
Dalle parole di mio padre:
Mio nonno è stato uno dei primi della zona a prendere una radio. Arriva a casa con lo scatolone, la appoggia su un ripiano, la accende e comincia a girare le manopole per sintonizzarla.
Si comincia a sentire qualcosa. Aggiusta la sintonia, e il qualcosa prende la forma di una messa. Gira nuovamente la manopola, si comincia a sentire qualcos’altro: una preghiera.
Al che mio nonno guarda mia nonna, mia nonna lo guarda di rimando, e lui fa: “Belìn, cosa g’avemo accattò, ‘na cassoetta piena di preiti?*”.
*=Belin, cosa abbiamo comprato, una scatola piena di preti? (audio simil-dialettale)
Una volta, mi dicono, in tempi pre-televisivi, c’era l’abitudine di “andare a vegliare”. Da queste parti, almeno. Alla sera ci si riuniva, vicini e amici (distinzione forse superflua, allora), tutti in una casa, e si passava il tempo insieme; tra le altre cose, parlando, raccontando aneddoti o storie del tutto inventate (e appassionanti). C’era spazio per la creatività e per il senso dello spettacolo di ciascuno, senza per forza passare da un palcoscenico o da uno schermo televisivo.
Perché poi è venuta la televisione. Che all’inizio la si guardava nei locali pubblici, insieme agli altri, ed era fatta anche in funzione di questo. In seguito, ciascuna famiglia prima, e ciascuna persona poi, ha cominciato ad avere la propria televisione. Creatività imposta dall’alto, e soffocata o pilotata in basso (chi non ha degli amici che imitano benissimo quel personaggio della televisione?). Niente più veglie in compagnia alla luce di un lume a petrolio: tubo catodico per tutti.
Il blog (così come l’equivalente video, o audio, o quel che volete) è una cosa incatalogabile. Se in passato s’è provato a farlo, qui sopra, in realtà non si era serii. I blog sono figli della cultura televisiva; e di quella letteraria; e di quella della internet dei primi tempi; e della internet di oggi; e dei milioni di passioni degli esseri umani; e dell’onnipresente e inevitabile lavorìo degli ormoni. Di tanto in tanto, un blog ti racconta le cose come se fossimo lì, venti persone in una stanza, alla luce di un lume a petrolio, ad ascoltare in silenzio il racconto di qualcuno che di giorno è l’umile persona che è; ma, in quel momento, e fino alla fine del suo racconto, per noi rappresenta l’universo.
Cose
“A me non interessa avere delle cose, nella vita”, mi è stato detto un giorno. Suo il corsivo.
Le cose ti permettono di fare cose, le cose ti ricordano di persone, le cose possono rendere il mondo più bello. Non c’è nulla di male nelle cose.
Ma aveva ragione. Ha ragione. E quanto abbia ragione è lasciato come compito a casa per lo studente. Qui verrà presentata solo una traccia di spunto.
Che significato ha per me la “cipolla” che portava nel taschino mio nonno? Io nemmeno l’ho mai visto, mio nonno! Quella cipolla è un ricordo, per mia madre; per me è poco più di una reliquia di una religione a cui non appartengo (o che non mi appartiene, a seconda). Ha un senso forse ricordare e conservare le cose *fatte* dai nostri antenati; ma quale senso ha conservare le cose da loro *comprate*, a meno che non ne facciamo uso? Memoria? Di che? Che memoria avrà del trisnonno il bimbetto che scasserà il cipollone d’oro a 18 carati su un roccione aguzzo per farlo smettere di ticchettare fastidiosamente?
D’altra parte c’è il vedere le cose come una nostra estensione. Quelle che permettono di esprimere il nostro estro, il nostro genio, la nostra demenza. Quelle che se te ne separano ti senti amputato (a parte il caso dell’armonica, che se me ne separano mi sento più sano che se ce l’ho, visto che mi ricorda che ho la potenza di fiato di una grattugia). Di primo acchito sembra una devianza, ma a ben pensarci non c’è NESSUNA parte del nostro corpo che abbiamo la garanzia non ci abbandonerà mai. Nessuna. E non toccatevele, ché non sono garantite nemmeno quelle.
What do you want? What are you really thinking about?
Vado da tempo ripetendo come un disco rotto il concetto che poche persone sono coscienti delle loro opinioni e dei loro desideri. Poi c’è chi riesce a condurre una vita piena e soddisfacente anche facendosi latore di opinioni altrui e soddisfacitore di desideri non avuti, e chi no. Ma rimaniamo alla prima idea.
Dustin Hoffman in Tootsie, travestito da donna, riceve la confidenza di una ragazza (parmi Geena Davis) che sostiene di non sopportare più la falsità degli uomini, che se la vogliono solo portare a letto ma fingono di essere interessati ad altro; un po’ più di sincerità sarebbe sicuramente maggiormente apprezzata, ecco, tagliassero corto e dicessero “voglio venire a letto con te”, che male ci sarebbe? Dustin mette alla prova tale dichiarazione, e si piglia del porco.
Se siete venditori, saprete sicuramente che se qualcuno vi entra nel negozio cercando una canna da pesca, sarà perfettamente normale che alla fine ne esca impugnando invece un fucile a pompa o un set da cucito.
Le opinioni si basano quasi sempre sull’ignoranza, più o meno volontaria, di porzioni più o meno cospicue dell’oggetto in esame; non di rado, più si conosce il problema e meno è facile costruirvi sopra opinioni. Inutile fare esempi nel campionario di opinioni cambiate radicalmente a causa della venuta a conoscenza di elementi prima incogniti: sono infiniti (”Non sono mai stato razzista, certo però che quel campo nomadi sotto casa mia…” “Ah, ma quindi non c’erano armi di sterminio di massa?”). Sarebbe invece da fare qualche esempio sulle opinioni circostanziate e a formulate a ragion veduta ma completamente folli, che schiettamente seguono il principio “people are idiots” estesamente esemplificato da Scott Adams nel suo “The Dilbert Principle” (che vi consiglio in audiobook); sarebbe, ma non lo farò, perché in fondo sono meno suscettibili di cambiamento radicale, assimilandosi alle questioni di (cieca) fede.
Veniamo al nocciolo. I rapporti interpersonali in massima parte funzionano perché sono imperniati sulla falsità, o almeno sull’omissione della verità. Cosciente o no, ma in buona parte direi non cosciente. Nessuno ha abbastanza intelligenza e tempo libero per poter essere conscio dei propri processi mentali; anche senza pensare alle “idee” che sono in realtà automatismi del cervelletto, molte idee presunte coscienti sono in realtà formulate in modo completamente irrazionale, e quel che è peggio in modo scarsamente correggibile: la vita, se non la mera sopravvivenza, ci richiede velocità decisionali che l’elaborazione approfondita delle informazioni non permetterebbe. “Istinto”, chiamiamo questo meccanismo di codifica dei processi decisionali inconsci, costruito in parte per genetica e in parte per apprendimento non volontario (è possibile anche influenzare l’istinto in modo volontario, ma per la maggioranza degli uomini questo non succede).
Quando dico che sono più inadatto alla vita della maggior parte delle persone, dico questo: il mio istinto, il mio agire involontario hanno enormi carenze; molto passa al vaglio del pensiero cosciente, impiegando un’eternità. L’unica cosa che mi salva è uno strano modo di gestire i pensieri e le attività concorrenti… rendo meglio a fare più cose insieme, sempre che non abbiano caratteristiche di contingenza.
Una domanda mi è sorta, riflettendo sulla mia ottimistica opinione che senza fiducia non vi possano essere né amore né amicizia (che poi sull’amore rivela di essere opinione fallace, data la scarsa razionalità del sentimento): su cosa si basa, la fiducia? Per forza di cose, finisce per basarsi su ciò che ci diciamo, perché a pochi capita che essa venga messa alla prova sul campo (e a una netta minoranza di questi capita che la fiducia si conservi, dopo la prova sul campo). Ma se quello che ci diciamo è fuffa? Anche senza raccontare palle per portarci le persone a letto finché possiamo; anche senza malizia; non sarà un po’ alto il rischio che quanto diciamo non corrisponda a verità? Tutti abbiamo presente quale comunemente è ritenuto un comportamento esemplare in talune situazioni, quindi in molti saremo disposti a dire che noi sì, proprio così ci comporteremmo. Ma poi? Faremmo davvero così? Non avremo dato eccessivo - e ottimistico - ascolto al superego (mi sfugge perché Eriadan lo usi nel senso opposto; ma Eriadan ha sempre ragione, ecco), che poi siamo sempre pronti a calceggiare nel culo appena nessuno è girato da questa parte?
Un trucco moralmente accettabile è svelare le cose poco alla volta. Generare hype. Non è che le cose non le dici, le dici al momento opportuno - o meno inopportuno. Ma i casi della vita spesso ti forniscono di materiale inconfessabile anche con l’Anima Gemella™, o con l’Amico del Quore™. Non parliamo della fase di corteggiamento, in cui da principe azzurro devi far passare il tuo triciclo come un valente destriero, per carità; ma dividendo la propria vita con una persona (coniuge o amico che sia), pur partendo coi migliori buoni propositi, finisci sempre, per un motivo o per l’altro, a occultarle sempre più della tua vita, in particolare tutto ciò che è collegato a quello che tale persona non ha mai mostrato di accettare appieno (se non quello che non le hai mai detto perché pensi non sarebbe per lei d’interesse o accettabile). A periodi, nella mia vita, ho considerato la “convivenza pluriennale con persone a tasso crescente di non conoscenza reciproca” come inevitabile, oppure no. Ora sono in un periodo “oppure no”, sebbene questo post sembrerebbe contraddirmi. In effetti credo che sia evitabile, ma non che sia una passeggiata evitarlo. Sapete, la faccenda delle persone giuste. Mi sto interrogando se io le conosco, queste persone giuste; se le persone che ritengo “giuste”, che credo non mi deluderanno mai, perlomeno in ciò che mi aspetto da loro, lo siano davvero; in fondo il mio “mai” tiene anche conto della non infallibilità umana, lezione appresa e pure ripassata più volte, ultimamente; quindi, magari, sarà proprio così (sebbene la mia capacità di comprensione dell’altro si sia dimostrata più volte deficitaria; magari, perché no, obnubilata da desideri più o meno nobili). Ma mi chiedo, anche: ha senso pretendere di vivere una vita così ideale? Non è, magari, il caso di accettare l’intersezione dei limiti propri e altrui, cogliendone le opportunità e dimenticando il resto?
Le famose smemoratezze
Tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati:
La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. E’ questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura accrescono, incorporando lineamenti estranei. Lo sanno bene i magistrati: non avviene quasi mai che due testimoni oculari dello stesso fatto lo descrivano allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente, e se nessuno dei due ha un interesse personale a deformarlo. Questa scarsa affidabilità dei nostri ricordi sarà spiegata in modo soddisfacente solo quando sapremo in quale linguaggio, in quale alfabeto essi sono scritti, su quale materiale, con quale penna: a tutt’oggi è questa una meta da cui siamo lontani. Si conoscono alcuni meccanismi che falsificano la memoria in condizioni particolari: i traumi, non solo quelli cerebrali; l’interferenza da parte di altri ricordi “concorrenziali”; stati abnormi della coscienza; repressioni; rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali è all’opera una lenta degradazione, un offuscamento dei contorni, un oblio per così dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono. E’ probabile che si possa riconoscere qui una delle grandi forze della natura, quella stessa che degrada l’ordine in disordine, la giovinezza in vecchiaia, e spegne la vita nella morte. E’ certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.
E, non per contraddire l’amore di Obi-Fran per le parole, il racconto dovrà forzatamente semplificare il ricordo per adeguarlo alla comunicazione verbale; salvo, forse, come si diceva, conoscendo “tutte le parole che servono per comunicare tutto ciò che si può comunicare”.
Poi ci sono pratiche che sono evidenti prostituzioni della memoria, e che però aiutano a vivere meglio. Una di queste è la razionalizzazione. Tale pratica, che è da vedersi in senso soggettivo e non oggettivo, e che andrebbe tradotta come “adeguamento del ricordo alla disposizione mentale del ricordante”, è attuabile da individui di qualsiasi levatura intellettuale. Molto spesso meccanismo di difesa, scatta per addolcire ricordi sgradevoli o che peserebbero sulla vostra vita come macigni.
Why is it that we don’t always recognize the moment when love begins but we always know when it ends?
Per quanto m’intenerisca la visione dell’amore ripresa da L. A. Story (”Pazzi a Beverly Hills”), non ho mai condiviso questa (pur suggestiva) affermazione. Non la ritengo generalmente valida, almeno.
Primo, perché assume che tutti sappiano cosa sia l’amore. Non è così.
Secondo, perché assume che per tutti l’amore sia la stessa cosa. Non è così.
Terzo, e poi smettiamo che sennò diventiamo antipatici, ho prove empiriche per le quali l’istante in cui comincia l’amore è invece più o meno noto ai più (”ho capito di essere innamorato di lei/lui quando…”, e non dite che eravate innamorati da prima: è successo in QUEL momento), mentre quello in cui non siete più innamorati non è molto chiaro: potete stare mesi ad amore finito e rendervene conto solo una mattina a caso in cui il vostro primo pensiero va a lui/lei e il secondo pensiero recita più o meno “ma che cazzo vuole da me?”.
L’amore è una di quelle cose che più ha bisogno di appoggiarsi a ricordi non verbali, irriferibili, e quindi più a rischio di distorsione. Anche il famoso “istante in cui vi scoprite innamorati”, a volte, a causa delle circostanze, è tale solo a posteriori. Ed è solo il primo, di una lunga serie, ricordo tradito. Con valanghe di fango nel momento della fine: e allora vi eravate illusi prima, o state travisando tutto il trascorso per autodifesa, per mettere una pietra sopra, per non rimpiangere nulla e “pensare al futuro”?


