Archive for the ‘nosce te ipsum’ Category
In disparte (o in periferia)
Un dì incappai incidentalmente nell’idea di BlogTour, e la trovai molto carina.
Subito applicai l’idea a me, ché sono un egocentrico. E altrettanto subito mi apparve chiaro che non mi si addiceva. Ne scaturì anche una riflessione sui blog in generale, la rete, i caratteri umani, i rapporti interpersonali, il senso della vita, la costipazione.
Intanto, la maggior parte degli amici (o quasi tali xD) da me conosciuti online non sono nemmeno blogger (o li ho conosciuti prima che lo diventassero, o quando ancora lo erano – così mettiamo a posto il post per la posterità xD). Ma questa è una finezza, e del resto nemmeno io mi definisco un blogger – mi fregio invece dell’onorifico titolo di blog-dotato u_u.
Sono ormai 9 anni che bazzico la rete, in un modo o nell’altro. E mi sono fatto l’idea che forse non per tutti, ma almeno per me non c’è differenza tra il mio modo di essere dal vivo e il mio modo di essere online. Sono un po’ un cazzone in entrambi gli ambiti, quando sono a mio agio, ma come impostazione predefinita tengo la riservatezza. E così capita che spadroneggi in forum e commenti di blog, così come dal vivo non lesino mai battutone una tantum, ma poi stringi stringi parlo liberamente senza imbarazzo con, e ritengo amiche, un numero ridottissimo di persone. Online e non. E la differenza dal vivo vi assicuro che ha del comico, a volte (tipo che dico più in 10 minuti con la persona X che in 4 ore con la persona Y).
Poi ci sono le persone che ritengo interessanti, con cui vorrei scambiare più di due parole, ma il cui carisma o altre ragioni mi bloccano. Essì. O magari sono imbarazzato a parlare, pur senza secondi fini, con ragazze d’altri. Eggià. Oppure mi sento di stare vestendo i panni del rompicoglioni per i più svariati motivi. Che gran materiale per psicologi, abbiamo qui :].
Per dire che ormai sto accettando il fatto che il lavoro mi porterà in ogni (ogni) angolo d’Italia; e in qualche angolo ci sarà un blogger che leggo volentieri, a un tiro di schioppo; e tuttavia in un ristrettissimo sottoinsieme dei viaggi in questi angoli cercherò l’incontro col beniamino per chiedere l’autografo (da farsi rigorosamente sul monitor), non solo per motivi di mancanza di tempo libero. Ecco. Insomma sono un fottuto asociale, sappiatelo, non è che non vi stimi o non vi voglia bene :].
(intanto però ci sono almeno due persone che sicuramente voglio incontrare, e che spero di incontrare presto :) – oltre ai magnifici colleghi di Ars Ludica, dico)
(questo post è un esempio mancato di spaghetti writing, per non dire esplicitamente che a volte la struttura logica dei miei post è a maje desnude)
(viva la revoluciòn)
Cerco di vincere la repulsione ad essere Soggetto
Il viaggio di Capitan Fracassa
Il cinema italiano è ancora una miniera dalla quale non capisco perché la televisione pubblica non attinga a piene mani. Forse costano di più i diritti dei buoni film italiani rispetto a quelli dei passabili e mediocri film americani?
Il Morandini parzialmente lo cassa: “girato interamente in studio, il film di E. Scola non si discosta da una barocca dimensione scenografica: tutto qui è teatro. Bello, ma senza cuore. Elegante, ma senza energia e, in fondo, senza una vera ragion d’essere”. Ed è ben giusto che si cassi il Fracassa, appropriato eccome.
Sarà che io vado matto per qualsiasi cosa coinvolga Troisi, per una qualche affinità nascosta o che altro (c’è chi dice che a volte faccio pause da Celentano, ma gradirei maggiormente mi si paragonasse a Massimo, ecco); sarà che mi lascio affabulare dalla finzione così ostentata e retorica da apparire realtà; sarà che Emmanuelle Béart è sempre bellissima (non parliamo poi della Muti, eh); sarà che in qualche modo ho sentito per un po’ soddisfatto il mio mai domo desiderio di fiabesco (che vado a cercare col lumino parimenti tra fantasy da ragazzini, capolavori di Miyazaki, varie ed eventuali).
Io “Il viaggio di Capitan Fracassa” ve lo consiglio. Queste suggestive scenografie da studio, poi, di cui ci informa il Morandini, m’hanno riportato alla mente come figuravo fossero le Fiabe Italiane narrate da Calvino (sapete, quando vi si materializza ciò che leggete nella penombra generosamente offerta dal vostro abat-jour). Perciò se siete drogati di fiabe e ammiratori del teatro, fatelo vostro (nella maniera più pudica possibile, dico).
Perché potreste non volermi assumere
(caro lettore, sei malauguratamente capitato nel Mese del Risveglio Nerd. Abbi pazienza, prima o poi ritornerò a postare tette. Come dite? Non ho mai postato tette? Be’, ho fatto male.)
Io non faccio debug. Quasi mai. Il minimo, diciamo. Ci metto un fottìo di tempo (sono lento & perfezionista), ma alla fine il programma è finito. Senza averlo mai lanciato nemmeno una volta.
Poi i miei programmi… se li guardo li trovo eleganti. Ad una seconda occhiata, a dire il vero, quella in cui mi metto nei panni di uno che passa di lì per caso, mi viene da dire “Occazz’, che è ‘sta robba?”. Sono eleganti, sì, sintetici, sì, ma per capirci qualcosa bisogna sforzarsi un pochetto (raggiungo i 3 livelli di ereditarietà in un batter d’occhio). Non per nulla scrivo una marea di documentazione, eh, ma mi par di capire che nel mondo reale non la guardi mai nessuno, preferendo il buon vecchio “ehi, com’è che si fa questo?”.
Forse non sono bravo a lavorare in team. Se non altro perché sono molto geloso delle mie scelte di progettazione, e poco tollero sia il pressapochismo che l’ambizione esagerata (rispetto ai talenti disponibili). E poi credo di avere sempre ragione ma non ho mai voglia di impormi. Poi vabbe’, lo ammetto: le mie scelte di progettazione diventano tali al 30-50% del “tempo di sviluppo” – prima è sperimentazione; non posso mica tenere fermi tutti gli altri mentre decido il da farsi, no?
Poi magari divento bravo a raccogliere le specifiche in anticipo e a progettare con dovizia, non si può mai dire (basta che impari a fare interrogatori convincenti e che diventi un pozzo di conoscenza). In effetti non ho mai realizzato un progetto ideato da me. Ma il mio futuro è oscuro.
Sono un distratto cronico (con preferenza per le distrazioni GROSSE); questo come minimo dimezza la mia utilità in certi ambiti, ed è un peccato. Ho maggiore attitudine alla speculazione che ad azioni di immediata e concreta utilità.
Mi piace imparare – non sono molto da copia&incolla; ciò mi permette di farmi un bagaglio di conoscenze, ma mi rallenta.
Non sono bravo a spiegare, a fare quadri della situazione, a mettere le freccioline “voi siete qui” in modo chiaro e semplice. Questo sì che ha bisogno di debug. Alla terza funziona bene, ma ormai è troppo tardi. Tutto deriva dal fatto che sono ormai incastrato nel ruolo di “pensatore diverso”, quello che non sottolinea il soggetto in primo piano ma tutta una serie di dettagli dello sfondo. Tanto il soggetto è lampante, mi dico, ma forse se considerassi che a volte è l’unica cosa che importa al mio interlocutore…
Involuzione
C’è gente che va in giro a mangiare rane vive. Che poi dicono che gli saltano nello stomaco, specie quando incontrano certe persone. Animalisti insorgete. E se voleste prendervi cura anche della mia, di rana…
C’è una componente dell’amore che da un certo punto della mia vita in avanti ha cominciato a farmi compagnia mio malgrado, mi ha fatto mettere in dubbio quelle che credevo fossero le mie qualità nell’ambito, e non contenta, adesso che i dubbi si sono dipanati in negativo e sono in ritirata, trova sollazzevole continuare a vessarmi senza requie e reiteratamente (con l’aggiunta occasionale di altre gustose locuzioni avverbiali desuete). Niente a più che peggiorare la situazione della mia autostima è servita l’esperienza inedita di ferire un cuore corazzato di cartapesta.
Uomo-burletta sempre a disposizione, esagerato nell’autoironia e con scarse probabilità di essere preso sul serio, causa predilezione delle burle o delle gravi quistioni, e lo schifo di tutto quel popò di roba che alberga a mezza via; pochi eletti, per congiunture astraTTE e generalmente esulanti dalla volontà loro, hanno stretto la mano alla faccia in ombra del giullare muto: qui se ne rispetta l’ombrosità e se ne tacciono le caratteristiche.
Nessuno mai conobbe, invece, talune cose che non stanno né davanti né dietro, ma bensì dentro. Nessuno forse le conoscerà mai, salvo questo folle che trovò così sciaguratamente sensato guardarsi dentro prima di guardar fuori: avrei perlomeno potuto provare a dare Anatomia.
Disclaimer: niente a che fare con coltelli, mannaie, vanghe, profanazioni, violenze, perversioni, attività illegali in genere, terrorismo, visione in replica degli Almanacchi del giorno dopo delle annate ’86-’87, iscrizione a logge massoniche con scappellamento a destra, diarrea.
Aprimmo con un anfibio, chiudiamo con un rettile: il serpente si morde la coda. Che non è un modo originale per praticarsi sesso orale in autonomia, bensì un’auto-condanna cosciente e stupida al perpetuarsi del proprio supplizio (“Cosa fai stasera, esci?” “No, mi fan male i testicoli” “Ma dai, e cosa fai in casa?” “Mi martello i testicoli”).
E così ci si mette sempre il caso, a sistemare le cose. Io mi ostino, egli s’impunta. Vedremo chi l’avrà vinta.
(io intanto mi do una spuntatina ai capelli, così, tanto per non disturbare al cinema… no, giuro che non li taglio, solo una spuntatina)
Prendersi sul serio
Non so se rendersene conto è segno di maturità, ma mi sento come ancora ampiamente immaturo. Oppure affetto da tardiva sindrome di Peter Pan, come molti di coloro che ragazzini non lo sono stati mai o lo sono stati poco. Oppure mi sto lentamente adeguando al mondo esterno.
Io non mi prendo sul serio.
Non è che non mi prenda le mie responsabilità, o che non ascolti gli altri, o che sia un incapace di badare a me stesso… è che non mi va di fare tutto questo con uno spirito contrito. Il problema, tuttavia, è proprio che non mi accontento di fare tutto “col sorriso”… oh no… devo usare tutta una gamma di espressioni dementi -_-”’

(foto eseguita da AJ, in quel di un MuccDonald’s in quel di Roma)
E anche sul lavoro non succede niente di meno. Guardo i miei colleghi che dimostrano professionalità e savoir faire e mi dico che io, per come sono attualmente, mai e poi mai riuscirei a vendermi così bene; ho un pugnetto di competenze, qualcuna anche valida, ma ove possibile tendo a favorire la conoscenza di quelle che mi interessano, piuttosto che di quelle veramente spendibili, ad esempio, nel ramo informatico in cui attualmente mi aggiro; che è un po’ la politica che ho sempre seguito anche in ambito scolastico, e che mi ha impedito (senza rimpianto alcuno) di essere quel secchione che molti hanno sempre creduto io fossi.
Ho anche la sindrome del giullare. Dico cose serie infarcendole di, o cammuffandole da battute – cosicché probabilmente generalmente si crede che io non dica MAI cose serie, e non mi si sta a sentire. O quasi insomma. Eh, dura la vita di noi giullari incompresi.
Essenzialmente la cosa mi turba solo per l’aspetto “donne”, in cui seguo l’insegnamento “farle ridere” ma non seguo quello “non farle ridere troppo”; ma, ehi, giuro, mi cascassero le sopracciglia, so essere anche noioso ^_^
Ah, non è questo che si intende? ^_^”’
Je sais pas
(sottotitolo: Qui est-ce que je suis?)
Mi manca un po’ la voglia di scrivere. Non leggetelo come un testamento, o come uno dei tanti post “qui si chiude” che in genere vengono regolarmente disattesi. No. Magari troverò qualcosa che sia *obbligatorio* scrivere, anche domani stesso. Nessun tabù. Però sto passando il tempo a sopprimere idee. Non l’ho mai fatto prima d’ora (e ve ne sarete accorti tutti)… rientra nel mio percorso di sperimentazione caratteriale: cosa succede alle idee uccise nella culla? Non potrei rispondere se non mi sporcassi le mani. E allora via, che il momento è propizio.
Da molto tempo vado dicendo che sto cambiando, che forse sto diventando un’altra persona… non è vero, eppure è vero. Sono cambiati alcuni miei aspetti esterni senza che siano cambiati i motivi che li sottendono, e viceversa sono rimasti identici alcuni miei atteggiamenti pur con un quasi radicale sovvertimento alla base. Forse, nelle mie reminiscenze di Hermann Hesse (a rileggerlo ora non credo mi piacerebbe, ma mi è rimasto l’imprinting), sono allo stato “Siddharta”, nel momento di abbandono della vita ascetica. Con i dovuti distinguo, lungaggini e ridimensionamenti.
Non mi sono mai sentito così lontano dal timone del mio destino. E forse per questo, invece, non sono mai stato così vicino.
Non sono mai stato così avvolto nella nebbia delle possibilità. E forse per questo, chissà, saprò orientarmi nel mare delle opportunità.
In realtà non cambia, non cambierà, e non è cambiato nulla. Non perché sia tutto immobile, ma perché mi sono andate giù dallo sciacquone tutte le categorie per monitorare il cambiamento. Attendo fiducioso un’illuminazione.
E con questo fanno 5 post da malato mentale. Suvvìa, forse ci salverà Google Notebook o qualche mia impresa di installazione funambolica di sistemi operativi. Resistete. Tre volte.
So, what are your hobbies?
E, non da meno, “What do you do for a living?”. La lente anglosassone per conoscere e giudicare le persone: quello che esse fanno. Noi crediamo di imparare solo l’inglese, la lingua, ma ecco che ti entra dalla finestra anche il loro modo di pensare: tu sei quello che fai. Tra l’altro sono gli unici a cui sembra interessare che piffero fai nel tempo libero, quando devono decidere se assumerti. Mah.
In realtà, d’accordo, anche imparando altre lingue si capita nel discorso “hobby”, e mi sto solo facendo dei viaggi per sembrare arguto. Tanto non mi andava di approfondire.
La faccenda degli hobby come argomento di discussione, inglese o non inglese, mi ha sempre irritato. Sarà (è) che non sapevo mai che cosa dire. Che *cosa* potevo dire? Che mi piaceva… usare i computer? Tra l’altro senza produrre nulla di particolare, quindi senza nemmeno poter dare una parvenza di hobby. Cos’ho fatto io per anni? Sono stato impegnato ad essere, a diventare, ma vallo a spiegare.
Per un po’ ho potuto cavarmela tirando fuori che andavo in bicicletta, o che mi piaceva leggere… col tempo quel “leggere” è diventato quasi solo “leggere fumetti”, la cosa che leggo di più (e si vanno accumulando pure loro…), ma mi sono perlomeno sentito in diritto di aggiungere anche “guardare film e di tanto in tanto andare al cinema”; poi varie manifestazioni di Internet Addiction Disorder, che non ho mai provato a spacciare per hobby – anche se hanno per lungo tempo monopolizzato (e gratificato) la mia intelligenza e la mia creatività.
Nell’ultimo anno il miracolo: mi sono sentito improvvisamente giustificato a dire che mi piace scrivere, disegnare, nonché (senza pretese) fare foto. Improvvisamente, mentre compilavo il mio curriculum, ho scoperto di avere degli hobby e di poterne parlare senza sentirmi obbligato ad inventare frottole per blandire l’interlocutore (che, poverino, altrimenti si preoccupa e ti rompe le ba… e vuole rassicurarsi che tu abbia comunque dei buoni motivi per non tagliarti le vene dei polsi una volta terminata la conversazione con lui e dategli le spalle). Ho degli hobby e li ho scelti perché mi andava, non per avere qualcosa di cui parlare. Sono hobby a livello paurosamente dilettantistico ed embrionale? Chissenefrega, ci sono e sono qui per restare a lungo – ho tempo per farli diventare qualcosa di più.
A sproposito… devo fare un po’ di auto-analisi per capire se varrebbe la spesa pigliarmi una bicicletta nuova, e ricominciare anche a spedalacchiare. Una delle scuse per essere atletico come una lumaca spiaccicata e secca era questa, che la mia biciclettina presa quando ero dodicenne ormai non ce la fa più (e vorrei vedere). Credo di sì, che me ne farò regalare una per il mio -gulp!- venticinquesimo compleanno (è stata già data disponibilità). Evviva.
Ancora più a sproposito… volevo regalarmi un viaggio, per il mio compleanno. Sapete, son 3 anni che non mi schiodo da qui, se eccettuiamo alcune fugaci scappate qua e là. Eh, sì, forse scoprirò che mi piace anche viaggiare (in realtà è una cosa che ho sempre temuto… ho sempre temuto di essere affetto dalla sindrome di Knulp).
Più a sproposito di così si muore… in effetti non disdegno di innamorarmi, ogni tanto. Ma non lo scriverei, in un curriculum.
P.S: si ringrazia il DJ Lucea per aver consigliato la colonna sonora che ha accompagnato la stesura di questo post.
Siam proprio messi male
Se di tutte le cose al mondo che potrei pensare, mi viene da pensare a me medesimo, siam proprio messi male.
Pensavo in particolare al mio modo di presentarmi. In ogni occasione, sia nel mondo fisico che in quello digitale. Guardate il mio nick scialbo (StM), l’username incomprensibile che uso un po’ per tutti i servizi (stmsat), il layout spartano del mio sito (nonché l’url scarsamente memorizzabile), guardate con quale cocciuto mutismo riesco a manifestare la mia presenza di persona, con che imbarazzo mi rapporti alla maggioranza delle persone. Per la serie “salviamo le apparenze”… io ne sono l’episodio peggio riuscito, esatto.
Un mondo di persone come me sarebbe già morto da un pezzo. Non mi sono mai azzardato a credere che io possa fare a meno dell’esistenza di persone estroverse… quindi, persone estroverse, non crediate che il mio mutismo racchiuda disprezzo nei vostri confronti. Anzi, un po’ vi invidio (e magari ve lo aspettavate, stronzi xD); ma di quell’invidia di colui che è, dopotutto, molto affezionato a sé stesso, al proprio modo di essere, al principio secondo cui la diversità è ricchezza – non solo per chi è diverso, ma per tutti. E’ un principio darwiniano, se siete di quelli che vogliono mettere la scienza anche nel buon senso.
Ora, il punto fermo l’abbiamo detto: sono affezionato a come sono.
Veniamo all’altro punto fermo: non sono infallibile, e s’intende anche negli affetti. Sono troppo indulgente. Cioè, io mi voglio bene, ma magari appena mi volto le spalle sparlo di me e mi tratto da bastardo. Ecco, sono un’anima candida così, io. E allora forse dovrei chiedere di più, da me stesso.
Già fatto. Arrivo sempre prima di tutti, anche prima di me, quando si tratta di chiedermi qualcosa. Quanto al rispondere… rispondo sempre, sì (non sono mai stato io a interrompere una corrispondenza epistolare, ad esempio… anche se casualmente per la prima volta proprio in questo periodo mi ritrovo alla frusta xD), ma sul tempo non garantisco mai. Non so quando mi darò quel “di più” che mi sono chiesto. Negli ultimi mesi, nell’ultimo anno, ho avuto l’impressione di cambiare tanto; mi guardo ora: sono cambiato così tanto che… che sono tornato indietro di 6 anni.
Se vogliamo assecondare la banale metafora della vita come una strada, tutta dritta, tutta a curve, o un po’ e un po’, almeno gettiamola in uno spazio di Riemann. Se invece vogliamo fare uno sforzo in più (ma fermandoci un attimo prima che i peli delle orecchie esplodano)… perché non la vita come orbitale elettronico? Puoi essere in infiniti luoghi diversi, ma tutti racchiusi in uno spazio limitato; grande per le tue dimensioni, ma limitato. Solo se ti danno un calcio nel tuo culo quantico abbastanza forte, puoi uscire da lì; ma non illuderti: se verrai ricatturato da un altro nucleo potresti non avere una seconda occasione di fuggire.
Cinque strane abitudini
(in cui escluderò i tick, sennò famo notte. E’ già notte… sennò famo mattina)
Stavolta mi presto perché è simpatico e me l’ha chiesto una donna con le poppe affòra. E siccome che io parlo il poppese, ho capito perfettamente quello che mi stavano dicendo ed eseguo alla lettera.
(Lasciatemi nel mio mondo fatato di draghi, cavalieri, dame e orge, grazie)
1. Al computer disegno per minuti interi rettangolini di selezione sul desktop o ovunque si possano fare, e mentre leggo seleziono compulsivamente tutto il testo che mi capita sotto il cursore. Sto cercando di smettere.
2. Se sono solo e la situazione lo richiede, a volte mi giro verso la telecamera e faccio una faccia da sit-com. No, se ve lo siete chiesto, la telecamera non c’è veramente.
3. Non sopporto le mie unghie se sono più lunghe di un tot. Se arrivano al tot, comincio a soffrire come un eschimese claustrofobico rinchiuso in un maglione a girocollo e abbandonato all’equatore a mezzogiorno dentro una botte fino ad allora adibita alla stagionatura delle aringhe. Finché una sana morsicata non rimette le cose in ordine, faccio pressione sulla punta dei polpastrelli, a turno, per liberarli un po’ dal giogo delle unghie. Lo so, non si è capito niente.
4. Anche se so già cosa devo dire, nel momento in cui dovrei cominciare a parlare ho il reset della memoria, e passano 5 interminabili secondi prima che possa dirlo. Più un disturbo che un’abitudine, ma le metamorfosi che possono subire le facce del tuo interlocutore in quei 5 secondi sono impagabili (in genere al quinto hanno la faccia da “è successo qualcosa a mia madre? L’hai uccisa?”).
5. Entro in edicola, guardo il settore fumetti, quello riviste piccì, quello film in dividì, poi un occhio ogni volta a un settore diverso. Poi saluto ed esco, in genere senza comprare nulla. Una volta ci stavo le ore, ora sono più efficente e sto sui 5-10 minuti, ma il pattern è sempre lo stesso. L’edicola è il mio riempitivo quando non so che cacchio fare per quell’ordine di grandezza di tempo.
A chi passo la men… il testic… testimone? A Eladar, ma senza pretendere che lo faccia davvero – è solo che ho notato che ha ripreso a scrivere e allora approfitto per vedere cosa combina.











