Archive for the ‘nosce te ipsum’ Category
“Cornuto!” “Per forza, è un toro!” “Non lui, tu!”
(blog tecnico, ghghgh)
Get thee to a nunnery
dice Amleto a Ofelia in uno dei suoi non realmente deliranti delirii. Il mio docente d’inglese, che teneva moltissimo alle teorie complottistiche alternative (con particolare preferenza per ciò che fosse il più possibile deviato), sosteneva che “nunnery” potesse essere inteso letteralmente, un convento, oppure in senso traslato e capovolto, un bordello. Poi questa teoria mi cadrebbe un pochino nel prosieguo:
: why wouldst thou be a breeder of sinners?
Ma se durante le cene coi vecchi compagni del liceo abbiamo ancora qualcosa da raccontarci, dopotutto, è anche grazie a quell’uomo (due palle, ma sempre meglio che rendersi conto che “ma io con questi non ho niente da spartire, si fottano”); che, pur con tutti i suoi difetti, e andando controcorrente, io in fondo apprezzavo. Di (letteratura) francese e inglese avevamo come il sole e la luna: dove era nozionistica e rigorosa l’insegnante di una materia, così era spannometrico e fantasista quello dell’altra. Vorrei mettere in chiaro che, a parte una somiglianza di mascella, non c’è alcun punto in comune tra costui e il Professor Keating: non è quel modo di essere fantasisti; però tra una teoria strampalata e l’altra qualche idea filtrava, e rimaneva. Come sanno i miei lettori più fedeli (io e il mio amico invisibile), poi, a me sono invise le spiegazioni lapalissiane, che lascio sempre per esercizio allo studente, mentre volentieri mi avvento su quelle avventurose (solo per dire che avventarsi e avventurarsi sembrano avere la stessa radice, e non me n’ero mai accorto).
Risalendo la catena dei pensieri, che a quanto scritto sopra mi ha portato, e non ne è invece scaturita, sono circondato di matrimonieggianti. Lo so, magari la connessione a voi sembra labile, ma vi assicuro che c’è – solo che non posso mica raccontare i fatti altrui in piazza, no? Sarebbero risate assicurate, ma c’è il vincolo che abbiate frequentato il mio liceo, mi spiace. Comunque, sempre parlando di liceo, ho pensato: ma possibile che dei miei ex compagni solo [tizia] si sia sposata? Tra l’altro scaturito in aneddotica spettacolare anche quel matrimonio (ma nun se pò). Tremo al pensiero di avere una risposta. Magari quelli si sposano e non ti avvisano. E fin qui va bene; ma non ti mandano nemmeno i confetti; e allora sono dei maledetti. (Aggettivo sostantivato? Se volete usarlo come aggettivo vero, aggiungendo un sostantivo a vostra scelta, ne avete facoltà).
Dove voglio arrivare?
Ovviamente al fatto che ho un problema con la metà meno maschile della uomosfera. C’è questa cosa tragica che il problema non sorge mai, be’, quasi mai, dall’unico (indeed) vero grande macroscopico terrificante difetto che ho, ovvero due quinti di egocentrismo e tre quinti di disadattamento. Io, con me stesso, non penserei nemmeno per un istante di progettare una vita insieme. Un inferno. Pensate che questo sia un problema? Figuriamoci. Credo di essere io il problema, frequento persone che credo normali, e poi si scopre che in realtà loro tengono le antennine e la coda.
…voi non ce le avete antennine e coda, eh?
E’ vero che non ho un campione statistico ampio, ed è anche vero che il detto campione non è nemmeno eterogeneo; e questo è già parte del problema. Regolarmente io m’interesso a, m’innamoro di, chi è indisponibile. Regolarmente non riesco a innamorarmi di persone che avrebbero da darmi, o mi hanno dato, più di chiunque altra, magari nel limitato spazio di qualche giorno, una notte (a fronte di mesi, anni). Regolarmente v’è incontro di interessi quando ogni logica darebbe responso negativo. Regolarmente, anche due volte al giorno, vado… niente, niente.
In pratica finisce poi che io sono quello troppo buono, che non mi meritano. Capite? “Con le corna da stambecco non mi piaci più, però il fatto è che non ti merito”. “Guarda, non ne posso più che tutte le volte mi provochi orgasmi multipli che durano svariati minuti ciascuno, non ti merito” (ora non venite a dirmi che non è realistico). “No, basta, ho deciso che tu sei troppo serio per me, non ti merito; tieni, questo è l’invito per il mio matrimonio, mi sposo con mio cuggino che è pastore protestante”.
Ovviamente si tratta di esempi, e solo uno è tratto da un episodio reale che mi ha visto coinvolto (vi do un suggerimento: riguarda il sesso) (allora, queste mail di interessamento arrivano?). La realtà è molto più comica, come sempre. Almeno, io la vedo comica. E per dimostrarlo mi sono fatto col rasoio un taglio alle gote per allargarmi il sorriso. :). Visto? :))). Sono sorridentissimo.
:)))))
Amitié
Non li vedi e non li senti per mesi, anni, generazioni, ma nel tuo cuore continuano a soggiornare nella stanza degli amici. Come Pao, che si fa vedere solo d’inverno e neanche tutti gli anni, ma che quando mi viene a trovare è come se ci fossimo lasciati soltanto il giorno prima. Buon vecchio Pao.
La visita di Pao mi ha fatto pensare se io, sotto sotto, sia più un porto o più un vascello. Perché ci sono persone apparentemente senza radici, che girano sempre, che hanno “molte case”, che hanno amici ovunque; questi sono i vascelli. E poi ci sono le persone che si sono trovate un posto, e stanno lì, sai dove trovarle, sai che ci sono, e magari se sei un vascello hai degli amici che, appunto, sono porti. E mentre pensavo a queste metafore mi sono detto, opperbacco, ma se sei un porto come li conosci gli altri porti? Forse che devi sempre solo aspettare che un vascello ormeggi dalle tue parti? No, mi direte, la metafora qui fa acqua, si deve parlare di radici e quindi di una foresta, non più di porti. Vero. Ma non di rado la sensazione mia è stata proprio di essere un solingo porticciolo in disuso in una città disabitata, a cui per pura fortuna hanno ormeggiato a volte fragili barchette a vela per trovare pace o ripararsi da una tempesta; rare, intense e straordinarie, ma rare, frazioni di un attimo.
Un porticciolo così, diciamolo, non se ne accorge nessuno se un giorno incurva le assi del suo molo e si reinventa vascello; e così spesso ho fatto. Ma ondeggio, non mi risolvo. Ho timore che gradirei piantare una maestosa quercia su una novella arca di Noé, e dire che sì, ho radici profonde, ma me le porto in giro per il mondo insieme a me; e se proprio volessi strafare, potrei cercare Laputa lassù, da qualche parte (visto che, lo sappiamo, nelle videoteche non si trova più).
Cheveux
Ho scoperto una cosa. Ogni tanto mi capita, di scoprire queste cose fon-da-men-ta-li con un certo qual colpevole ritardo. Come quando ho scoperto la bellezza del sedere femminile, che non è stato nemmeno troppo tempo fa. Parbleu.
Ci sono tante cose che mi seducono, nelle donne. No, dai, siamo sinceri: non gli occhi. L’ultima volta che sono stato veramente rapito da un paio d’occhi, in fondo, è stato moltissimo tempo fa. La bocca decisamente sì, per un cestino di motivi e in un pagliaio di maniere. Le mani. A volte è bastato un incontro di mani per accendermi. Il naso. Sì, dai, non scherzo: è il naso che rende un viso particolare o meno, carino o meno (e io, ve lo debbo dire, sono un bacianasi olimpionico).
Mi sono sempre professato una persona che non bada all’estetica, ma disgraziatamente non mi sono mai innamorato di ragazze che non fossero carine; sono comunque convinto che si tratti unicamente di una coincidenza, ecco. Senonché, quel che ho capito tra ieri e oggi getta su tutto quanto una fosca luce d’intrigo.
Ho ripensato a tutte le volte in cui mi sono sentito morire per qualche aureolata fanciulla, e ho rilevato un comune denominatore: i capelli. Nei momenti in cui più morivo per loro, quel che mi colpiva erano i loro capelli. Quel ciuffetto che cadeva giù fino alla bocca, quel grazioso ondeggiare mentre Elle camminavano, il buffo scompiglio portato dal vento, il loro soffice e setoso abbraccio quando mi scivolavano addosso o tra le mani, il giocare ad arricciarseli tra le dita, quel taglio che giocosamente scopre appena un sensualissimo collo, la noncuranza nel portare a spasso una tale esplosione di bellezza, come se non fossero armi proibite da almeno tre convenzioni internazionali.
Probabilmente, in effetti, c’è un taglio di capelli che espone il mio cuore più di altri. Ma non vi rivelerò quale sia; sennò poi tutti, uomini e donne, ve li tagliate così solo per farmi dispetto. Ecco.
(Bentornati su questi schermi. Io sono appena uscito dagli 11 giorni più stressanti della mia vita. E voi?)
Nutty to lose
Oggi vi presento Nutty. Nutty è la mia personale Nocciola della Felicità. Sempre oggi, la uso come sinonimo di Nothing, visto che non esiste.
Devo parlare a un paio di persone. Forse qualcuna in più. Devo abbandonare per qualche ora la mia tipica trasparenza per ricordare che mi piace essere trasparente, sì, ma non inesistente. Sarà dura spiegare la differenza.
Non mi piace generare disturbi nella Forza, ed è per questo che in genere aspetto l’ultimo momento per alzare la manina. Ma poi la alzo. E dico la mia. In genere.
Ho solo paura di aver dimenticato come si fa.
Blogborne
Ormai è chiaro che copio. In realtà sto provando a far annullare il suo compito, ghghgh.
Come nasce un mio post? In vari modi.
Quando un post è ispirato, viene scritto di getto, magari neanche riletto, e buttato online. Quand’è che sono ispirato? Ma è chiaro, quando ho spento il monitor (non il computer), infilato il pigiama, spento la luce. E allora mi viene in mente il post; al che faccio il rollback delle operazioni (meno male che non ho spento il computer, eh?), mi piazzo a scrivere, tiro tardi e ipoteco il desiderio di morte al mattino seguente. Dovrei verificare se il lavaggio dei denti ha qualcosa a che fare in tutto questo.
Altre volte i miei sensi assumono qualcosa di cui sento di volervi fare partecipi (di spaccio di stupefacenti ne parliamo un’altra volta). Può essere che sia ispirato anche in questo caso, ma più facilmente mi scontro con l’ostacolo della mia scarsa capacità comunicativa e/o la mia mancanza di lessico adeguato, e perciò la creazione di un post diventa un po’ un lavoro di cesello. Mi illudo che scrivere questo genere di post sia un esercizio che darà qualche frutto (non è vero).
Succede che alcuni post siano un collage di pensieri distinti avuti in uno spazio di tempo anche molto divaricato, nella speranza che voi troviate affinità che a me sinceramente sfuggono (o che vi sfuggano affinità che per me sono tristemente palesi -.-). Oggidì alcuni di questi post potrebbero vedersi trasferiti nel neonato maccheroteutonico StuMblr, anche se per il momento il suo effetto è stato di farmi scrivere cose diverse dal solito (a proposito, vedete link e titolo degli ultimi cinque post nella barra laterale, qui, aggiornato da feed).
Poi ci sono i post piagnucoloni, quelli dei momenti in cui ti senti bisognoso d’affetto e rimpiangi di aver dato via tutti i peluche per due dosi della tua droga preferita; che se tiravi sul prezzo e te ne facevi dare tre, almeno sapevi cosa fare, invece di piagnucolare in un form di immissione testo. A volte il post piagnucolone si mimetizza comunque bene, a volte passa giustamente sotto silenzio. Da non confondere comunque con i post di Disperazione Nera™, dove Nera™ sta piuttosto per Sincera™ :) (e meno male che non abbondano).
Infine, in questo guazzabuglio non esaustivo, piazzo i post-compitino, quelli di cui abusi per ragionare un po’ su di te. Esattamente come questo.
Selbstbildnis?

Vi è spesso disaccordo, tra il fotografo e il suo soggetto, sulla bellezza di uno scatto. Non vi dico le guerre con l’ortensia sotto casa.
Il problema è quando fotografo e soggetto sono la stessa persona. Me, ad esempio. Non è che sono in disaccordo con me. Anzi. Sono d’accordissimo. Sono d’accordissimo che non sono un soggetto fotografabile. Non esiste al mondo una mia foto bella, credo. Però ogni tanto me la vedo, allo specchio, un’espressione che non è male… irreplicabile davanti a una fotocamera.
Vi comunico insomma che sono alla caccia di un autoscatto decente. Oppure di qualche fotografo miracoloso che sappia trovare il bello sotto le (il) sopracciglia :D
Ok, sono meteoropatico anch’io
Un ferragosto che è stato un assaggio d’autunno; è vero che l’illusione è dovuta a maglietta e pantaloncini, altrimenti altro che fresco; ma sei lì che bruci delle cose nel caminetto e ti accorgi di godertelo, quel tepore. E ti ricordi anche dell’ultima volta che hai passato un inverno riscaldato da un calore che non fosse quello del fuoco: ormai molto, molto tempo fa. E l’ultimo calore invernale che ti rammenti è quello di un abbraccio scoppiato all’improvviso, in mezzo alla folla, in una di quelle giornate d’autunno in cui il fiato condensa e le mani, se non le tieni strette alle sue, sembrano non appartenerti più.
Vien da sorridere che io son tipo tutt’altro che freddoloso, ma proprio il calore è un modo di dire “ti voglio bene”, nel nostro mondo; e così mi è capitato di stare piacevolmente spaparanzato in un abbraccio, sotto coltri di coperte, con un sorrisone goduto, sudando. Cose che non senti in certune situazioni, a dire il vero: in inverno sotto serie di piumoni, così come in estate senza nemmeno le lenzuola ma abbrancati stretti stretti con 32 gradi nella stanza. Fa solo sorridere, ecco tutto: il corpo si scorda magicamente di avere caldo, e crede anzi che senza quel’altro corpo vicino morirebbe di freddo, di soffocamento, di sete.
Non conto più quante volte mi è capitato di individuare dormienti sparsi in tacito bisogno di coperte, e coprirli; è una piccola cosa, ma se avete mai dormito un sonno agitato per il freddo, sapete benissimo quanta differenza possa fare un piccolo gesto. Se ci penso, è una delle poche situazioni in cui mi sono sempre permesso in qualche modo di prendere decisioni per altri; e se ci penso un altro po’, mi scopro a sostenere che avrei potuto in ben altre situazioni prendere decisioni per altri meglio di quanto abbiano poi fatto loro stessi; ma qui divago, pur potendo rientrare dalla finestra tirando in ballo i vari perché io non sia qualcuno con cui sia praticabile passare l’inverno.
Insomma c’è questa malinconia nell’aria. Due anni fa era ben maggiore, rammento, ma ci pensarono ben tre amici a farmi in qualche modo sorridere. Quest’anno, chissà perché, ho purtroppo l’abitudine di tenere la finestra chiusa di notte, quindi dovrò pensarci da me :D
What do you want? What are you really thinking about?
Vado da tempo ripetendo come un disco rotto il concetto che poche persone sono coscienti delle loro opinioni e dei loro desideri. Poi c’è chi riesce a condurre una vita piena e soddisfacente anche facendosi latore di opinioni altrui e soddisfacitore di desideri non avuti, e chi no. Ma rimaniamo alla prima idea.
Dustin Hoffman in Tootsie, travestito da donna, riceve la confidenza di una ragazza (parmi Geena Davis) che sostiene di non sopportare più la falsità degli uomini, che se la vogliono solo portare a letto ma fingono di essere interessati ad altro; un po’ più di sincerità sarebbe sicuramente maggiormente apprezzata, ecco, tagliassero corto e dicessero “voglio venire a letto con te”, che male ci sarebbe? Dustin mette alla prova tale dichiarazione, e si piglia del porco.
Se siete venditori, saprete sicuramente che se qualcuno vi entra nel negozio cercando una canna da pesca, sarà perfettamente normale che alla fine ne esca impugnando invece un fucile a pompa o un set da cucito.
Le opinioni si basano quasi sempre sull’ignoranza, più o meno volontaria, di porzioni più o meno cospicue dell’oggetto in esame; non di rado, più si conosce il problema e meno è facile costruirvi sopra opinioni. Inutile fare esempi nel campionario di opinioni cambiate radicalmente a causa della venuta a conoscenza di elementi prima incogniti: sono infiniti (“Non sono mai stato razzista, certo però che quel campo nomadi sotto casa mia…” “Ah, ma quindi non c’erano armi di sterminio di massa?”). Sarebbe invece da fare qualche esempio sulle opinioni circostanziate e a formulate a ragion veduta ma completamente folli, che schiettamente seguono il principio “people are idiots” estesamente esemplificato da Scott Adams nel suo “The Dilbert Principle” (che vi consiglio in audiobook); sarebbe, ma non lo farò, perché in fondo sono meno suscettibili di cambiamento radicale, assimilandosi alle questioni di (cieca) fede.
Veniamo al nocciolo. I rapporti interpersonali in massima parte funzionano perché sono imperniati sulla falsità, o almeno sull’omissione della verità. Cosciente o no, ma in buona parte direi non cosciente. Nessuno ha abbastanza intelligenza e tempo libero per poter essere conscio dei propri processi mentali; anche senza pensare alle “idee” che sono in realtà automatismi del cervelletto, molte idee presunte coscienti sono in realtà formulate in modo completamente irrazionale, e quel che è peggio in modo scarsamente correggibile: la vita, se non la mera sopravvivenza, ci richiede velocità decisionali che l’elaborazione approfondita delle informazioni non permetterebbe. “Istinto”, chiamiamo questo meccanismo di codifica dei processi decisionali inconsci, costruito in parte per genetica e in parte per apprendimento non volontario (è possibile anche influenzare l’istinto in modo volontario, ma per la maggioranza degli uomini questo non succede).
Quando dico che sono più inadatto alla vita della maggior parte delle persone, dico questo: il mio istinto, il mio agire involontario hanno enormi carenze; molto passa al vaglio del pensiero cosciente, impiegando un’eternità. L’unica cosa che mi salva è uno strano modo di gestire i pensieri e le attività concorrenti… rendo meglio a fare più cose insieme, sempre che non abbiano caratteristiche di contingenza.
Una domanda mi è sorta, riflettendo sulla mia ottimistica opinione che senza fiducia non vi possano essere né amore né amicizia (che poi sull’amore rivela di essere opinione fallace, data la scarsa razionalità del sentimento): su cosa si basa, la fiducia? Per forza di cose, finisce per basarsi su ciò che ci diciamo, perché a pochi capita che essa venga messa alla prova sul campo (e a una netta minoranza di questi capita che la fiducia si conservi, dopo la prova sul campo). Ma se quello che ci diciamo è fuffa? Anche senza raccontare palle per portarci le persone a letto finché possiamo; anche senza malizia; non sarà un po’ alto il rischio che quanto diciamo non corrisponda a verità? Tutti abbiamo presente quale comunemente è ritenuto un comportamento esemplare in talune situazioni, quindi in molti saremo disposti a dire che noi sì, proprio così ci comporteremmo. Ma poi? Faremmo davvero così? Non avremo dato eccessivo – e ottimistico – ascolto al superego (mi sfugge perché Eriadan lo usi nel senso opposto; ma Eriadan ha sempre ragione, ecco), che poi siamo sempre pronti a calceggiare nel culo appena nessuno è girato da questa parte?
Un trucco moralmente accettabile è svelare le cose poco alla volta. Generare hype. Non è che le cose non le dici, le dici al momento opportuno – o meno inopportuno. Ma i casi della vita spesso ti forniscono di materiale inconfessabile anche con l’Anima Gemella™, o con l’Amico del Quore™. Non parliamo della fase di corteggiamento, in cui da principe azzurro devi far passare il tuo triciclo come un valente destriero, per carità; ma dividendo la propria vita con una persona (coniuge o amico che sia), pur partendo coi migliori buoni propositi, finisci sempre, per un motivo o per l’altro, a occultarle sempre più della tua vita, in particolare tutto ciò che è collegato a quello che tale persona non ha mai mostrato di accettare appieno (se non quello che non le hai mai detto perché pensi non sarebbe per lei d’interesse o accettabile). A periodi, nella mia vita, ho considerato la “convivenza pluriennale con persone a tasso crescente di non conoscenza reciproca” come inevitabile, oppure no. Ora sono in un periodo “oppure no”, sebbene questo post sembrerebbe contraddirmi. In effetti credo che sia evitabile, ma non che sia una passeggiata evitarlo. Sapete, la faccenda delle persone giuste. Mi sto interrogando se io le conosco, queste persone giuste; se le persone che ritengo “giuste”, che credo non mi deluderanno mai, perlomeno in ciò che mi aspetto da loro, lo siano davvero; in fondo il mio “mai” tiene anche conto della non infallibilità umana, lezione appresa e pure ripassata più volte, ultimamente; quindi, magari, sarà proprio così (sebbene la mia capacità di comprensione dell’altro si sia dimostrata più volte deficitaria; magari, perché no, obnubilata da desideri più o meno nobili). Ma mi chiedo, anche: ha senso pretendere di vivere una vita così ideale? Non è, magari, il caso di accettare l’intersezione dei limiti propri e altrui, cogliendone le opportunità e dimenticando il resto?
HOW-TO make StM malfunction with the aid of a bunch o’ words
Si tramandano antichi papiri di tecniche segrete ed efficacissime attraverso le quali è possibile, con pochissimo sforzo, farmi girare le balle (potreste anche lasciarmi senza parole, ma non vedreste la differenza con prima). Ve le rendo note adesso perché con il caldo le balle rotanti vengono utili (e siamo ancora in tempo perché tanto caldo non lo fa).
Deadlock
Io: “Posso dalle ore tot alle ore tot, dimmi tu quando vuoi che ci vediamo e dove – ho la macchina e non è un problema”. Voi: “Mi va bene qualsiasi ora e qualsiasi posto, dimmi tu”.
“Va bene, quattro di notte, Shangai, su un materasso chiodato da fachiro con un altoforno pieno di ghisa scoperchiato sotto”. Eccheccazzo.
Eventuale seguito: decidete all’ultimo momento che l’orario, o il posto, o entrambi, non vanno bene; anzi non vado bene nemmeno io.
Instantaneous Depression
Io: “…ecco, questa cosa mi ha proprio commosso”. Voi, tempo dopo: “[battuta che ironizza sulla mia commozione per quella cosa che ho raccontato solo a voi]“.
That’s friendship, then… to be mocked on selected topics by a selected elite group of people.
Utmost Disorientation
Io: [dico qualcosa]. Voi: [mi spiegate cos'è che in realtà volevo dire].
Grazie, non ci foste voi.
Big Boring Banality
Voi: “Allora, come va?”. Io: [messo all'angolo dalla vacuità della domanda, non posso che abbandonare ogni originalità e rispondere:] Bene, grazie”.
Se foste più specifici, e non voleste andarvene dopo 10 secondi, scommetto non avrei difficoltà a produrre l’infinito elenco di cose che vanno di merda, invece.
Twice on the wrong side
Io: “Ho un difetto: $difetto”. Voi: “Ma no, dai, non è vero”. Voi, tempo dopo: “Hai ‘sto cazzo di difetto: $difetto2 = $difetto^3 + $difetto^2 + $difetto. E credo l’Anticristo ti cederebbe lo scettro”.
Vie di mezzo no, eh?
Treacherous Duality
Voi, messaggio: “Appena ci vediamo facciamo [censura] con la [censura] e mi [censura] il [censura] con [censura, eccetera eccetera]“. Ci vediamo. Voi: “Senti, ti va di accompagnarmi a messa/a fare shopping/a buttarmi giù da un ponte?”.
Volentieri. L’ultima.
Concept drifting
Io: “[$concetto]“. Voi: “Sì sì, ho capito”. Voi, riferendo a terzi: “StM dice $concetto – $concetto + $concetto2completamentediverso”.
Magari sono io che non mi so spiegare. In caso di guerra datemi ai nemici come prigioniero, io rivelo loro tutti i nostri segreti e alla fine noi vinciamo perché avevano capito male (“They did not take me in the Army. I was, um, interestingly enough, I was, I was 4-P. Yes. In the, in the event of war, I’m a hostage.”).
* * *
Nota a margine (inferiore, il margine). Oggi sono incappato nel personaggio della cameriera che scrive storie sui propri avventori, nel Sandman di Neil Gaiman; lei osserva che se costoro sapessero che è una scrittrice, e non una “semplice cameriera”, se ne starebbero ben più zitti. Come si inquadra questo nello scenario odierno, in cui tutti hanno un blog o un account su youtube e una gran voglia di postarvi i cazzi (nel caso di youtube, letteralmente) propri e altrui? (notate una certa qual coda di paglia, mica?)
Connaissance de soi
C’è stato un tempo in cui scrivevo tantissimo ad amici di “penna digitale”, e parlavo loro di me, e loro parlavano a me di loro. E ci sembrava in quel modo di conoscerci, di saperci capire, prevedere. Non ci si tacevano i rispettivi difetti, ci si consigliava, all’occorrenza ci si sfogava.
Sono convinto che le persone che ho conosciuto in quel modo, in quel periodo, siano effettivamente in grado di dire chi io sia, cosa io possa fare. Nel bene e nel male.
Ora questo non sarebbe più possibile. Mi sono “bruciato” tutta la capacità di spiegarmi, di dire chi sono a partire dal primo giorno della creazione. Non mi piace ripetermi (perlomeno, rendermi conto di ripetermi), e quando è necessario farlo non ci metto probabilmente tutta la cura che ci vorrebbe.
Sarà questo, sarà la memoria che tradisce, sarà che da un anno non so cosa diavolo sto facendo. Grossomodo sto perdendo la conoscenza di me. Salvo per i particolari peggiori, che mi saltano agli occhi come sabbia. Un po’ come quando, nel momento in cui si rompe, bestemmiate contro un apparecchio che ha funzionato senza problemi per 12 anni. Non che io abbia funzionato sempre senza problemi. Ma tra le problematiche passate e l’impressione odierna c’è la stessa differenza che passa tra un veniale difetto di design che incide marginalmente sull’ergonomia, e un improvviso cambio tecnologico che rende obsoleto l’apparecchio nel suo insieme.
Mi scopro fastidiosamente umorale, mi diventa palese di come per soli pochissimi istanti nell’arco della giornata io sia partecipe nei rapporti con gli altri, sto chiarendo nuovi aspetti in cui si manifesta il mio egocentrismo, cresce a dismisura il mio senso di inferiorità nei confronti di un numero sempre maggiore di persone, mi trovo costantemente con la testa fra le nuvole, faccio propositi e progetti in base a certe premesse e mi sento colpevole di cambiarli, anche se sono le premesse che vengono a mancare.
E vedo correlazione tra tutto questo e il fatto che sto vendendo o gettando via pezzi della mia vita senza rimpianto alcuno. Ma forse questo è un aspetto positivo: le cose, nella vita, sono un peso.











