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Messaggi di stato (dementi) (13)
Ho un po’ smesso di ideare messaggi di stato splendidi su instant messaging, anche perché il social networking ha eroso ingenti quote di perdita di tempo all’umanità. Quindi è più probabile che troverete la mia arguzia su Facebook, Google+ (c’è anche il buzz), Tumblr (twitter invece non lo uso, ma ci finisce sopra qualcosa in automatico). A proposito, ho cominciato a riempire anche il mio Flickr, finché Flickr esiste e non viene fagocitato da Google+. E ovviamente continuo a dare il mio magro e sporadico contributo ad Ars Ludica.
Comunque ho ancora un certo archivio di messaggi di stato da postare, non proprio 4 anni ma un bel po’ (l’ultimo messaggio che posterò risale al 2/10/08). Perché continuare a postarli qui? Be’, solo perché su ciò che posto qui ho controllo completo. Li leggerà qualcuno? Pochissima gente. Pazienza. Ormai questo blog lo legge e commenta solo chi ha un sito da pubblicizzare e usa fare commenti a tema con link allegato, che non puoi trattare come spam ma sai che non sono poi così interessati. Così quelle cose che potrei scrivere non le scrivo perché alla fin fine non ho più un palcoscenico, per quanto piccolo, per scriverle. La dura legge del blog. Non fosse che per collaborare con un sito in genere viene richiesto un impegno costante (ma nooo, daaai, un articolo al mese, che ci vuole? Peccato che quello che ho in mente potrebbe richiedere 8 ore ad articolo – spezzettabile fino a un certo punto) collaborerei volentieri.
Enough.
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Sorridi, e il tuo dentista troverà del lavoro da fare.
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Lottonatica: chi se lo prenderà nel **?
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Problem Occurred: Check the details. >> Details: Error
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We have the highest profit margin in the entire industry
…
-Apparently I’m not supposed to tell that to customers
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Una cosa
piccola e preziosa
bella come una rosa
morbida come massa adiposa
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La vita è come una scatola di cioccolatini: piena di roba marrone (ma confezionata in sciccosissima carta stagnola).
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“Al mio segnale, accendete i fornelli”
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Ma che dico due? Molte, molte di più. Numerose e rotolanti.
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Volete dire basta! alle corna? Oggi c’è Cervet®, il cerotto a rilascio graduale. In farmacia.
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Nessuno tocchi i bambini. Uccideteli dalla distanza.
Il libro spiegato al mio amico marziano (provincia di Deimos)
Non so come fate voi marziani (di Deimos), ma qui sulla Terra si sono trovati i modi più strampalati per far sì che le memorie delle persone non sparissero con la loro morte.
Prima di tutto gli uomini capirono che i concetti era molto utile portarli in giro nello spazio. Se un cavernicolo avesse dovuto comunicare al suo vicino di caverna che giù al fiume c’erano degli interessantissimi saldi di amigdale, avrebbe fatto prima a portarcelo direttamente che a spiegarglielo a gesti; solo che a quel punto il vicino, che già aveva fatto tutti gli acquisti che gli servivano ma aveva dovuto comunque seguire il cavernicolo per capire cosa voleva, gli avrebbe piallato la fronte con una clava per la perdita di tempo.
Fu così, da una fronte piallata, che nacque la lingua parlata.
Alcuni cavernicoli che non sapevano andare a caccia, raccogliere frutti commestibili, badare ai neonati, o compilare il 740 del capo tribù, mentre attendevano di essere chiamati dal Centro per l’Impiego quella volta al mese in cui era considerato lecito deriderli per il loro spoglio cv, cominciarono a fare disegnetti sulle pareti delle caverne. Sulle prime vennero considerati vandali deturpatori e appesi per il naso su zanne di mammuth; poi grazie a un disegnatore particolarmente bravo
questa attività cominciò a diventare un mestiere apprezzato e diffuso. Si scoprì che le storie potevano sopravvivere per anni, generazioni, che i pronipoti potevano ridere delle avventure narrate dai trisnonni anche se questi avevano tirato le cuoia senza prendere una lira di royalties. Si scoprì che le storie potevano muoversi nel tempo. In avanti perlomeno.
Ci vollero ancora secoli prima che la capacità di comunicare concetti complessi oralmente si unisse alla capacità di mantenere immagini in una memoria indelebile. Quando successe, fu inventata la scrittura, e fortunatamente chi avrebbe potuto farci soldi brevettandola stava guardando da un’altra parte.
Le prime pietre incise, i primi papiri, le prime pergamene, non erano cose poi molto diverse dai libri di oggi. Forse c’erano un po’ più pecore schiacciate e un po’ meno amazzonie diboscate, ma c’erano dei segnetti riportati su carta che significavano qualcosa per chi ve li aveva riportati ma anche, e questo è l’incredibile, per chi poi li andava a leggere. Salvo quando chi andava a leggere fosse ormai escluso da quella catena di contatti che ci deve comunque essere tra scrittore e lettore, per determinare le basi di quella conoscenza comune, o comunque attingibile da entrambe le parti, che sono necessarie affinché avvenga comunicazione. Così come il parlatore ha la bocca e l’ascoltatore le orecchie, chi scrive deve usare un mezzo che il lettore può interpretare.
Ma qui veniamo ai libri, amico marziano (di Deimos). Vedi, la cosa strana dei libri è che spesso ci vuole tanto tempo a scriverli, e molto meno tempo a leggerli. Nella comunicazione orale, il tempo che si impiega a dire una cosa è lo stesso che si impiega ad ascoltarla; c’è sincronia, e non può essere altrimenti: si usa entrambi lo stesso tempo, anche se magari chi dei due è più bravo a fare più cose contemporaneamente mentre parla si stira anche qualche camicia (o pelle di tigre, se torniamo ai cavernicoli). Un libro è il modo che ha un uomo di sintetizzare una parte della sua conoscenza, o esperienza, o storia, in qualcosa che sia il più possibile puro e privo degli orpelli che, aggiunti, richiederebbero ad altri uomini di vivere la stessa identica esperienza dello scrittore, senza sconti di tempo: un giorno narrato nel libro, un giorno di vita del lettore; un ragionamento di anni per giungere a un teorema, anni di vita del lettore per giungere allo stesso risultato. A volte trovi gli scrittori birichini che ciò che (non) scrivono in un margine troppo stretto ha bisogno di molti anni di molti uomini per essere dimostrato; ma la regola è che comunque il contenuto di un libro è fatto per migliorare l’umanità; e se non è in grado di farlo, viene prima o poi dimenticato.
Un terrestre disse una volta che aveva smesso di leggere, perché lui era uno solo a leggere e gli altri erano milioni a scrivere, e non c’era modo di raggiungerli mai. Questa è un’altra cosa strana dei libri: per quanto leggerli sia in genere più rapido che scriverli, una vita umana non permette che la lettura di una infinitesima parte di tutto ciò che è stato scritto nel corso della Storia. E bisogna fare delle scelte. Fino a qualche anno fa, le menti dei terrestri erano scrigni sigillati e misteriosi, ciascuno con le proprie scelte riguardo alle persone da conoscere e le letture da fare (o non fare), riguardo alle cose da sapere (o non sapere), riguardo a ciò che avrebbe loro conferito una certa visione del mondo piuttosto che un’altra. La lettura di un libro, come la conoscenza di una persona, poteva determinare una rivoluzione nella vita di un uomo. Non c’era alternativa allo studiare se si voleva essere sapienti, non c’erano scorciatoie al cuore delle persone per conquistarne l’amicizia. Tuttora non esistono ricette più rapide per sapienza e amicizia, ma sta crescendo il dubbio che si tratti di due valori dopotutto non più così importanti, non più così essenziali per condurre una vita piena; o forse già abbastanza sconosciuti da non essere più rimpianti dai più.
Il sistema di conservazione della conoscenza sta cambiando aspetto, sta diventando qualcosa di meno organico e più fluido, così come dovranno adattarsi ad essere i rapporti umani. Chi persisterà nel leggere libri si ritroverà perennemente indietro, ancorato al passato, incapace di essere determinante in un mondo troppo proiettato al futuro. Chi sceglierà di non leggere più libri, intesi genericamente come tomi indivisibili di conoscenza, dovrà dimostrare che l’intelligenza umana è in grado di evolversi in una direzione mai affrontata prima, in cui la distinzione tra gli uomini si farà più debole che mai, e che tuttavia conserverà l’umanità di ciascuno di loro, pur con i momenti di disperazione che la storia ci ha più volte imposto (o forse, in qualche modo, permesso).
Non so come fate voi di Deimos per trasmettere la conoscenza. Così è più o meno come facciamo noi, anche se sono partito per qualche tangente che mi ha allontanato dal nocciolo del discorso. Fammi sapere nella tua risposta! :)
Matteo
[E' un periodo un po' così. Devo decidere se dedicare il mio tempo libero alla programmazione, alla fotografia, alla scrittura; e non sto leggendo quanto vorrei, per non parlare del fatto che il disegno è stato archiviato a tempo indeterminato. Eee uff.]
Darsi alla bottiglia (o alla pratica busta refill)
Qualcuno smette di scrivere quando tutte le proprie risorse comunicative vengono, più o meno improvvisamente, assorbite dalla propria vita quotidiana: nuove conoscenze, attività sfibranti, vite altrui piene di problemi. Non è semplicemente tempo che manca, ma è tempo dedicato al comunicare che è già stato speso; e se non si ama la ripetizione, al momento di lasciare qualcosa di scritto ai posteri ci si ritrova in braghe di tela, con tutto ciò che era da dire che è già stato detto.
Qualcuno smette di scrivere perché le cose gli vanno bene; perché in genere scrive per lamentarsi della propria condizione disperata, per frignare un po’ o per farsi coraggio, per lanciare messaggi nel comuniverso o per riflettere. E’ effettivamente più facile comunicare la propria disperazione rispetto alla propria gioia, ed è forse più indicato comunicare la prima e vivere la seconda, evitando il viceversa.
Qualcuno smette di scrivere se le cose gli vanno male. Tutto perde improvvisamente di senso, e scrivere di problemi che vanno solo affrontati sarebbe francamente stupido. Qualcuno torna a scrivere quando le cattive acque sono passate, altri scompaiono per sempre: scrivere ha bisogno di dedizione continua, e se smetti per troppo tempo è difficile ricominciare; oppure il senso della cosa non lo ritrovi mai più.
Qualcuno smette di scrivere perché improvvisamente si rende conto di saper scrivere solo cazzate. Perché non ha più buone idee, oppure perché ha davvero sempre scritto solo quelle, ma non se n’è mai accorto prima. O magari sono buone idee, ma il suo concetto di buona idea è cambiato radicalmente nel corso del tempo.
Qualcuno smette di scrivere perché gli basta usare google per trovare dieci persone che parlano di ciò di cui avrebbe parlato lui; qualcuno meglio, qualcuno peggio, qualcuno in modo simile, qualcuno in modo completamente diverso.
Qualcuno smette di scrivere perché ha smesso di leggere da troppo tempo, e non trova onesto pretendere da altri qualcosa che lui non fa.
Qualcuno non smette di scrivere, ma ha preso l’abitudine di cancellare subito dopo. Comunque smetterà non appena sarà tornato Ulisse.
Roberto Angelini Live @ Raindogs – 30/01/2010
Roberto Angelini comincia il concerto in incognito, accucciato su qualche strano marchingegno, che gli si vede solo la nuca per 10 minuti buoni. E siccome la nuca non gliela si vede spesso, c’è voluto del bello e del buono per riconoscerlo. Per fortuna non c’era un’intera band di uomini accucciati ma era solo, ché sarebbe stato ancora più difficile sennò.
Un curioso one-man-show, sicuramente originale per un profano, piacevole da ascoltare nei momenti acustici e interessante nei virtuosismi nell’uso della strumentazione elettronica. Lo stesso Angelini che trovavate in un videoclip tirato a lucido di Gattomatto (canzone che mi divertì molto all’uscita e apprezzo tutt’ora), qui mostra il suo lato artigianale e la tempra del musicista che ha un rapporto intimo con la propria arte.
(il video è in mono, e interrotto a 5 minuti per un limite della fotocamera; non aspettatevi molto dalla visualizzazione a 720p, la ripresa è stata effettuata a 3200 ISO e c’è parecchio rumore).
Qui sotto le foto più passabili che ho scattato durante la serata. Scure come da mia abitudine di fotografo vampiro, ma senza flash il 50 e l’85mm han fatto quello che potevano.
Inquietanza
In Google Reader ho una cartella “archivio cancellati”. Contiene i feed di quei blog che non sono più aggiornati da anni, o non esistono più. Perché sì, anche se il blog non esiste più la copia del suo feed rimane nella cache di Google.
Ogni tanto in quella cartella spunta un post non letto, per i più svariati motivi: risveglio del blogger, pastrocchi con la manutenzione di un blog; oggi il caso di un blog su splinder prima cancellato e poi aperto da un altro utente ignaro allo stesso indirizzo.
Figliolo, io ti auguro tanta fortuna ma… hai invaso i miei ricordi. Un po’ di rispetto.
Questo post è ovviamente vieppiù significativo in quanto fatto da un blog candidato a finire in “archivio cancellati” (ed è ovviamente per dare maggior pathos a questo post che non vedete aggiornamenti da tempo immemore, essì).
Parlando invece di blog vivi e vegeti, per chi non avesse avuto occasione segnalo che è online il restyling di Ars Ludica, di cui sono abbastanza soddisfatto (per quanto mi sia limitato a correggere in minima parte un tema già molto buono) e su cui riprenderò a lavorare non appena accetterò il fatto che già gli ho dedicato le mie ferie.
Non dire gatto se… sei circondato da topolini
“Vogliono fargli fare la fine di Craxi”, titolava Il Giornale. Mi piace alla mattina dare uno sguardo alla locale bacheca di Forza Italia (non ancora ribattezzata) mentre passo, senza fretta, per recarmi in ufficio: quella sottospecie di incarto per le uova (ci starebbe una citazione di Montanelli) pieno di segni di evidenziatore a prova di elettore del Fu partito mi mette sempre di buonumore.
E’ chiaro che si può parlare di ratti, topi e pantegane che stanno cercando di lasciare la nave prima che affondi; è ancor più chiaro che qualcuno sta addirittura allargando i buchi per essere maggiormente sicuro del naufragio; la cosa invece lampante è che gli unici veri pericoli per il nostro Mediaset Premier sul digitale terrestre vengono dalle sue stesse schiere, o quelle che ha creduto a lungo che fossero sue. E’ stato usato. Perfino un uomo potente come lui può essere usato. Del resto gli uomini passano, ma il potere, magari mutando, resta.
Certo è che non si può abbandonarsi a facili entusiasmi. Berlusconi non è Craxi, ma soprattutto l’Italia di oggi non è l’Italia di ieri. Quell’uomo è in grado di trascinare con sé nel baratro una gran parte del nostro futuro, se non verrà fermato politicamente. Da chi? Stavolta non avremo nemmeno l’illusione di consegnare l’Italia a un partito nuovo e senza macchia: dovremo accontentarci di qualche partito con macchiette qua e là, un po’ liso, un po’ birichino, un po’ meno peggio. Che non farà nulla per rimediare ai danni fatti da costui.
No, PD, non sto parlando di te. Tu tra i topolini sei quello che fu partorito dalla montagna: la tua base elettorale meriterebbe ben di meglio.
Stage non retribuito nel campo delle risorse umane
L’annuncio è lì perennemente e ti rassicura. Ti rassicura sul fatto che se vai a portare il tuo curriculum nel posto in cui lavora chi ha accettato quella forma di schiavismo, e casualmente costui ha un profilo professionale comparabile col (e soprattutto inferiore al) tuo, COL CACCHIO che ti segnala gli impieghi per cui LUI (a onor del vero, in genere LEI) manderà il cv.
Concorso fotografico a tema “Occhio al particolare”
Non si è vinto nulla, ma si è partecipato volentieri. La foto vincitrice del primo premio, così come diverse altre, erano proprio carine. Qua le foto di certi due partecipanti (linkerò la pagina dei risultati non appena spunterà).
Il corredo fotografico adatto – 1 – Scelta della fotocamera
Disclaimer: questo è il post di un principiante. Non è da prendere tutto per oro colato, ma è da leggere per evitare di fare errori basati su percezioni errate delle cose se siete ancora più principianti di me. Purtroppo la mia conoscenza di fotocamere reflex è limitata alle Nikon, quindi gli esempi fatti saranno Nikon-centrici. Non ho nessuna inimicizia nei confronti della Canon :)
Cominciamo col dire che non esiste un solo tipo di fotocamera e soprattutto non esiste un tipo di fotocamera che va bene per tutto. Una grossa reflex, una compatta e una fotocamera integrata nel cellulare hanno tutte la loro ragione di esistere, e sta a voi decidere quale usare in base al tipo di utilizzo che intendete farne (bla bla bla, solita pappa pronta). Io ad esempio ho tutti e tre i tipi di fotocamera: la Nikon D90 quando voglio massimizzare la probabilità di fare foto particolari o quando so per certo che nessun’altra fotocamera avrebbe una pur minima utilità (esempio di sera – io odio il flash); la Casio EX-V8 quando non voglio o non posso portarmi dietro casa per fare delle foto per cui mi è sufficiente una qualità discreta (e quando non voglio rischiare che succeda qualcosa di brutto alla ben più costosa reflex); il cellulare quando mi serve riprendere qualcosa al volo, magari per appunti (perché portarsi dietro un foglietto se lo puoi fotografare?) o per una galleria delle curiosità estemporanee.
Volete fare foto stupide in qualsiasi momento vi venga l’ispirazione? Prendetevi un cellulare a buon prezzo che abbia una buona fotocamera integrata: non farà miracoli, ma l’avrete sempre con voi e se vi leggete qualche recensione e individuate un modello che abbia una buona ottica (e un numero qualsiasi di megapixel, perché tanto non servono a un accidente su una fotocamera del genere) potreste rimanere più che soddisfatti.
Non avete mai avuto una fotocamera, né analogica né digitale, volete addentrarvi nel mondo della fotografia, e vi sembra che il vostro cellulare faccia foto schifide? Non state a comprarvi il cellulare da 700 euro, perché il miglioramento di qualità non sarà sensibile come lo sarà lo svuotamento del vostro portafoglio; e non compratevi nemmeno una super reflex da 1200 euro sulla fiducia: compratevi piuttosto una fotocamera compatta da 150 euro e vivete felici.
La vostra compatta digitale comincia a starvi stretta? Badate bene che spesso non svisceriamo a dovere tutte le funzionalità delle macchine che possediamo, ma se siete davvero convinti fate il salto di qualità, spendete questi 400 euro per comprarvi una reflex entry-level con un obiettivo incluso. Se son rose fioriranno, e vi troverete in men che non si dica a comprare fotocamere da 5000 euro.
Venite da una reflex a pellicola? Se avete intenzione di riutilizzare i vostri obiettivi anche sulla digitale (ove possibile), potete rimanere fedeli alla casa madre della vostra vecchia macchina, ma badate bene che il modello che scegliete oltre ad avere lo stesso innesto supporti effettivamente al 100% l’obiettivo (è il caso delle Nikon di fascia bassa, come le D40, D60 e D5000, che non supportano la misura dell’esposizione su obiettivi AI-S e precedenti).
Come decidere quale fotocamera fa per voi? Se siete un Precisini come me, vi succederà di stare a leggere recensioni e guide per giorni e giorni, e a imbestialirvi quando non trovate né l’una né l’altra cosa per un particolare modello. Di seguito alcuni siti dove potete cominciare le vostre ricerche (la maggior parte in inglese). KenRockwell.com, l’enciclopedico sito di Ken Rockwell, che sembra aver provato ogni fotocamera e ogni obiettivo esistenti al mondo; tende ad essere molto entusiasta un po’ di tutto, anche perché valuta le cose poco costose anche in funzione del loro prezzo (ma in fotografia è vero che un miglioramento invisibile agli occhi di un profano può quadruplicare il prezzo di un obiettivo); è comunque un buon posto dove cominciare per farsi passare malsane idee di mutui per comprare una fotocamera (ma riguardo agli obiettivi aspettate di sapere la mia opinione, che mi sono trovato in disaccordo con lui). dpreview.com e imaging-resource.com (in inglese) per recensioni dettagliate e imparziali e qualche guida interessante. Nikon Educational (italiano), per una serie di articoli interessanti sulle tecniche di fotografia (che possono essere per voi di ulteriore spunto per capire su quale macchina e attrezzatura orientarvi).
Per i miei acquisti di fotografia mi riferisco principalmente a due siti: granbazaar.it, e ilfotoamatore.it. Il primo (con sede a Roma) ha prezzi estremamente concorrenziali, spiegabili con il fatto che vende oggetti di importazione: tenetene conto, perché per la garanzia non potrete riferirvi direttamente al centro di assistenza della casa produttrice ma dovrete passare attraverso il negozio (cosa che io ho sperimentato per la mia Casio EX-V8 che aveva smesso di funzionare e che gli ho inviato per posta; ho purtroppo dovuto aspettare due mesi, ma non è un tempo anormale per una riparazione), e i tempi di spedizione possono essere un po’ lunghetti (anche tre settimane). Il secondo (con sedi a Lugano e qua e là in Toscana) è un ottimo negozio con un’ampia scelta di materiale (io ci compro le pellicole, non ho ancora finito di provarle tutte :P), e con qualche buona offerta ogni tanto. In questo periodo ad esempio (fino al 31/10/2009) c’è la possibilità di acquistare qualsiasi reflex e pagarla in 12 rate a tasso 0; non che io supporti l’indebidamento come sistema di pagamento sempre e comunque, ma qualche volta ci può stare. Un altro sito interessante può essere pixmania e sicuramente ce ne sono degli altri, ma non mi è ancora capitato di acquistarci nulla. Per gli acquisti di seconda mano c’è ovviamente ebay (tenete presente che potete acquistare una ancora dignitosa Nikon D70 a 250-300 euro).
Una reflex è nulla senza un obiettivo
Non è questione di porseli, gli obiettivi, ma di montarli :). Qualcuno mi ha detto che un obiettivo è responsabile della maggior parte della bellezza di una foto: puoi avere anche una fotocamera da due kopeki, l’importante è avere un buon vetro davanti. Più che vero, salvo ovviamente che non abbiate esigenze particolari: se volete fotografare sport, chiaramente non potete usare una fotocamera che fa passare 2 secondi tra una foto e l’altra. Personalmente, ho notato che la Nikon D90 è stato un netto salto di qualità rispetto alla D70 a proposito di qualità dell’immagine alle sensibilità iso più alte: sulla D70 la sensibilità ISO1600 era utilizzabile a malapena, sulla D90 non fa rimpiangere più di tanto quelle più basse.
I buoni obiettivi costano tutti l’iradiddio? No, fortunatamente no. Anzi sono qui per ammonirvi di non abbandonarvi a spese folli. Nessun obiettivo fa miracoli, e forse non avete poi tutto questo bisogno di quell’obiettivo fighissimo che fa quelle foto straordinarie che avete visto su Flickr: la verità è che nessun obiettivo vi farà diventare istantaneamente bravi fotografi; di più: ci sono persone che fanno foto straordinarie con l’obiettivo, dignitoso ma non prestigioso, che hanno trovato incluso nel pacchetto della fotocamera. Non datevi tanto daffare con il portafoglio: datevi piuttosto da fare con la fotocamera!
Nel prossimo post (che non so quando sarà) cercherò di spiegarvi i perché e i percome del mio piccolo corredo di obiettivi. Nel frattempo, statemi bene :)
Spotorno Comics 2009, o gli affari degli altri
E’ il secondo anno che vado a Spotorno Comics, e credo ci tornerò volentieri il prossimo anno.
La cosa decisamente interessante di questa manifestazione è che pochissimi sono gli spettatori (io tra questi): dei presenti, c’è ovviamente chi fa le vignette, caricature, ritratti; ma c’è anche, soprattutto, chi se li fa fare. Da un lato del tavolo i fumettisti e disegnatori; dall’altro lato il pubblico, spesso affezionato e ormai “di casa” (e conosciuto per nome dagli artisti), a dare il soffio vitale alla lunga notte delle vignette.
Perché se ti metti in fila perché vuoi una vignetta, quando è il tuo turno non dici semplicemente “dammi una vignetta!”. Racconterai un po’ chi sei, perché sei lì, per chi vuoi che sia fatta la vignetta. Come i ragazzi che l’anno scorso volevano dedicare una vignetta all’amico Fabio che si era comprato la Skoda Fabia praticamente solo per il nome, e Giannotti li aveva accontentati con una vignetta “D’estate a Spotorno, sull’Aurelia tutti in coda…”, con un personaggio che invece orgoglioso e tronfio dichiarava “Io in Skoda!”.
Chi cerca una vignetta si ritrova a raccontare la propria vita in una manciata di secondi, fino a qualche minuto: dove vive, che lavoro fa, se è sposato, se ha figli, per che squadra tifa; si ritrova a dire quello che in quel momento gli sembra più importante, più caratterizzante del proprio essere. Una cosa che a me fa quasi andare nel panico, uno dei motivi per cui non ho ancora deciso di affrontare la coda per prendere la mia, di vignetta. Avrei finito per dire che sono un programmatore, e con la fotocamera in mano sarebbe stato evidente che mi piace fare fotografie; non avrei potuto nascondere di essere innamorato (per via dei cuoricini che svolazzano tutto intorno)… e avrei ricevuto una vignetta geniale (come ne ho viste tante) che mi avrebbe colto in pieno anche a partire da quei tre dati su di me messi in croce. Quasi il timore di vedermi rubata l’anima.
Un altro motivo per cui non mi sono ancora messo in coda per la mia vignetta è che ho trovato troppo interessante, e bello, farmi gli affari degli altri. Ascoltare le storie del pubblico, gli aneddoti dei disegnatori, cogliere nell’obiettivo attimi di concentrazione o di intimità. Essere spettatore anche nel momento in cui essere spettatore dovrebbe essere l’eccezione e non la norma. Ma forse è proprio questa mia inclinazione ad avermi fatto affezionare alla fotografia :)










































