Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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Venerdì 27 agosto 2009 a Villanova d’Albenga

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Poi sembra che io passo il tempo a criticare le iniziative culturali del territorio, ma forse ce ne sarebbe bisogno. Lasciando stare gli spettacoli obbrobriosi spinti dalle amministrazioni locali che vengono rappresentati secchiate di volte dal capoluogo fino agli estremi margini della provincia senza che nessuno si alzi a dire “scusate, ma fa schifo”, come pure il viceversa delle piccole gemme che nessuno va a vedere semplicemente perché non sono stati stampati manifestini fighi; probabilmente fare i critici in provincia non è possibile, perché basta poco a fare del danno sensibile in caso di stroncature, e quindi me ne sto.

Quando però i manifestini, anche se non fighi, ci sono (e tappezzano tutta Villanova d’Albenga); quando gli annunci su buona parte dei “siti che contano” della provincia sono stati fatti; quando sia manifestini che annunci, però, riportano come data “Venerdì 27 agosto 2009″ (oggi, per vostra informazione, è domenica 30 agosto); quando tutto ciò avviene, i fan della Rowling sentono un pizzicorino sotto il naso e vanno in estasi; alle altre persone invece girano i coglioni.

Lo spettacolo 'Non sparate sul postino' sarà Venerdì 27 agosto 2009...

Probabilmente i villanovesi non volevano gente da fuori. Hanno il loro calendario nazionale che è sfasato di un giorno rispetto a quello del resto del mondo cristiano, e tra loro parlano in codice. L’annuncio è stato riportato così com’era su tutti i siti provinciali perché i villanovesi all’estero (tipo, a Savona, o ad Alassio) lo sapessero e potessero ritornare per l’occasione. Ma che gli stranieri si attaccassero, corpo di bacco.

Ora, il povero singolo cittadino straniero (tipo, di Altare) ha certamente una possibilità, e cioè quella di chiamare in comune a Villanova e farsi rivelare da qualche delatore (che sarà poi purtroppo fucilato per alto tradimento dai suoi connazionali) *quando* sarebbe venerdì 27 agosto nel calendario cristiano; purtroppo può venirgli in mente troppo tardi e sentirsi rispondere dal fax. Ma lo straniero ha visto su uno dei tanti siti che si parla di “venerdì 28 agosto”… avranno chiamato loro, pensa lo straniero, e hanno corretto! Bravi, grande prova di giornalismo investigativo!

Così vai a Villanova, tanto non c’eri mai stato e così vedi un po’ com’è (ehi, è carina!), e ti dicono che “stasera non so, ma ieri sera il teatro c’era perché l’ho visto passando in piazza”.

Sigh.

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August 30th, 2009 at 10:58 am

Il divo sorrentinino

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“Il divo” di Paolo Sorrentino è uno di quei film che ti illude con i primi 20 minuti di fuoco e fiamme, o per meglio dire di immagini e musica che solleticano i sensi e l’intelletto; già gongolavo sulla scena surreale a cui faceva da sfondo “il gardellino” di Vivaldi… e poi invece niente, il tutto è tornato sui binari tranquilli di un collage di eventi politici e personali raccontati con dialoghi ben costruiti, massime memorabili (anche se magari un po’ troppo aforistiche, ma va dato atto del tentativo di non svuotarle di significato), e straordinaria capacità di caratterizzazione (principalmente di Toni Servillo e della sua carismatica voce).

Il ritratto che si fa di Andreotti non è quello negativo che vi aspettereste (principalmente dai trailer e dalla varia pubblicità); così come per l’Italia: di Andreotti viene fatto un ritratto molto umano, e dell’Italia è rimembrato e riproposto il periodo in cui, ancora, avevamo una classe politica, pur corrotta e collusa; oggi abbiamo corrotti e collusi non-politici, come a dire: “così facciamo prima”.

Tornando al film: ho perso diottrie a leggere le didascalie *piccole e rosso scuro* che ogni tanto apparivano di fianco ai personaggi (e che giustificano, a ripensarci, gli “effetti 3D” che sfilavano tra i credits e che inizialmente mi avevano lasciato perplesso), e ovviamente qua e là non ci ho capito molte fave (e salame) nell’intreccio storico.

La visione è consigliata senza riserve a chiunque venga anche vagamente solleticato dal soggetto, e con qualche riserva modesta agli appassionati di frasi celebri con taccuino appresso; sarei però curioso di sapere il parere di chi Andreotti non sa nemmeno chi, e l’Italia non sa nemmeno cosa, sia: lì forse il film mostra un po’ il fianco, ma non credo potesse essere diversamente, giacché non si tratta di un documentario.

P.S: io ero il maniaco che è rimasto nella sala vuota fino alla fine dei titoli di coda; non dovreste lasciarmi andare al cinema da solo tanto spesso, nossignori.

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June 17th, 2008 at 12:42 am

Per l’utilizzatore di telefonia cellulare (Nokia 6290, smart2go/Nokia Maps)

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Il Nokia 6290 è il tipico cellulare “fa tutto quello che fa il modello che costa il doppio, quindi dev’esserci la magagna”. In quasi un anno che lo possiedo di magagne non ne ho trovate tante, se non consideriamo la cover che perde i pezzi. Non la consideriamo, vero? E’ la maledizione del Siemens S55, quello che perdeva i tastini, e che tuttavia mi ha dato tante soddisfazioni. Vaaabbe’. Insomma, la prima cosa che volevo dirvi su questo telefono è che, a causa dei due “tappini” per i connettori di caricabatterie e mini-jack, prima o poi la cover si allenterà e/o si romperà.

La seconda cosa che volevo dirvi è che non è vero che il Nokia 6290 supporta le schede SDHC. Lo trovate scritto nei forum, ma nessuno si è mai preoccupato di provare. Bene. Io ho provato. Non le supporta. Ho inserito una schedina SDHC da 8GB, ed ero lì tutto gioioso che la riempivo di musica e cretinate, quando tutto a un tratto, superata la soglia dei 4GB… tac! Non si riempiva più. Provato sia su windows che su linux, l’effetto era identico: l’unità usb (che poi sarebbe il telefono attaccato con cavo) si disconnetteva. Quindi forse supporterà anche le schede SDHC, ma fino al massimo di 4GB (e quindi forse NO). Oh, be’. Non è che abbia poi così tante cretinate da metterci, dopotutto.

Passiamo a smart2go, altrimenti detto Nokia Maps. Lo vedete questo disegnino a lato che ha richiesto mezz’ora per essere cavato fuori da Pixel (indirizzo alternativo)? E’ tratto da una storia vera. Nokia Maps non è malvagio; ha la voce-guida un po’ floscia, è un po’ macchinoso, ama certi giri dell’oca, non ha mappe aggiornatissime, e ha *almeno un* bug fastidioso/pericoloso; ma no, non è male.

Voce Guida: diciamo, non ci andreste a letto; piuttosto, le consegnereste i compiti.

Macchinosità: bisogna *sempre* dire esplicitamente che il punto di partenza del viaggio è la posizione gps attuale; e bisogna *sempre* scegliere manualmente la modalità 3D per la mappa, ché di default c’è la 2D; non ho trovato un modo di avere un colpo d’occhio comprensibile dell’itinerario, quindi se vi fa passare da Beirut per arrivare dietro casa non potete saperlo.

Giri dell’oca: dopotutto, quale navigatore non ve li fa fare?

Mappe: scaricate due mesi fa, non erano presenti un sacco di rotonde.

Bug: è capitato che non dicesse nulla in corrispondenza di alcune diramazioni, come se fosse logico che si stava proseguendo sempre sulla stessa strada (ma non era così). Ma questo è triviale. Il pezzo forte è questo: ogni tanto vi fa fare le gasse agli incroci. Spiego: se siete in una strada principale, con una corsia di uscita e una di entrata per una strada secondaria, invece di farvi proseguire su quella principale pretende che prendiate l’uscita, e poi facciate la curva a gomito per rientrare subito. Mi è successo due volte: una in una stradina provinciale deserta (e vabbe’), e c’ero praticamente cascato; l’altra in una superstrada, in cui sarebbe stato impossibile rientrare senza avere *almeno* un incidente. Non sarà un caso che vi assilla con i disclaimer…

Che dire quindi di smart2go/Nokia Maps? Che l’ho preferito a TomTom Navigator 6 semplicemente perché era possibile scaricarlo e non era obbligatorio farsi mandare a casa un inutile dvd… e poi costava meno (oh, sì, io i software li acquisto; scioccati?). Se viaggiare è il vostro lavoro, guardate altrove; se pensate che vi servirà giusto una volta ogni tanto, avete un cellulare symbian, e vi siete acquistati per sbaglio un ricevitore gps da 30 euro, non disdegnate l’ipotesi.

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April 18th, 2008 at 12:00 am

Strrrippit, Volto Nascosto, Lucca.

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Se seguite Balloons già sapete che è uscita Strrrippit. Se non lo seguite, allora sappiatelo, sapevàtelo: è uscita Strrrippit, una raccolta di strisce a fumetti di autori italiani. Io l’ho comprato qualche tempo fa su ndanet.it, negozio online alquanto artigianale (il carrello della spesa va riempito a parole, e si paga in contrassegno) ma a quanto pare più conveniente di altri negozioni blasonati, quindi fossi in voi ci farei un pensierino.

Cosa devo dire di Strrrippit? Che la qualità è più che soddisfacente, sia come carta e stampa, sia come cura dell’edizione e contenuto. Il messaggio che traspare è che le comic strip italiane siano in buona salute. Ma c’è un però. E il però è un blando effetto “vetrina”, per cui quando cominciate ad affezionarvi ad una striscia finiscono le pagine a sua disposizione, e ne comincia un’altra. Insomma, la lettura è piacevole ma non toglie nessuna voglia: niente a che vedere con le raccolte monografiche da 200 pagine, in cui alla fine siete felici ma pure sazi (quasi nauseati, olé), qui una puntina di voglia vi rimarrà. Vedrei secondario il fatto che potreste aver già letto online diverse delle strisce presentate. Sicuramente consigliato come regalo a chi apprezza le comic strip ma conosce solo le fondamentali, o è rimasto fermo a 20 anni fa.

Passiamo alla Bonelli. Dopo non avermi stuzzicato per nulla con Brad Barron e Demian, questa volta sembra aver fatto centro con Volto Nascosto, mini-serie di 14 numeri sceneggiata da Gianfranco Manfredi (già luminoso autore di uno dei 3 fumetti Bonelli che ancora leggo volentieri, Magico Vento – un unico appunto, Gianfranco: ma i nomi dei personaggi dopo quanti bicchieri te li inventi???) ambientata alla fine dell’ottocento tra Etiopia, Eritrea, e Roma. Il primo numero è interamente africano, e il personaggio del protagonista, capace, coraggioso, ma debole, tra le altre cose mi ha ricordato quello di Nicholas Garrigan ne L’ultimo re di Scozia (anche se, dati i tempi, di influenza non si può parlare, se non andando eventualmente a monte per entrambe le opere), film che ho molto apprezzato. Le premesse per qualcosa di originale e interessante, sia sulla carta (per via dell’ambientazione mai troppo sfruttata), che alla prova dei fatti del primo numero, ci sono tutte.

Della Bonelli ho comprato anche il “romanzo a fumetti” Gli occhi e il buio. Non ne posso dire ancora nulla (se non che l’introduzione sembra interessante, e chi osa dire che i fumetti sono per gli ignoranti CI mangio le orecchie, CI), ma dato il precedente di Dragonero (non originale, ma di qualità), sono ottimista.

Ok. E adesso passiamo a Lucca. Devo ancora decidere quando andare. Sarei propenso per i due giorni, con tanto di pernottamento, giacché le ferroviedellostato mi ci vogliono fare arrivare in non meno di 4 ore :|. Ovviamente non ho ancora chiesto agli albergatori della città se vogliano o meno elargirmi pernacchie in risposta alla mia richiesta di alloggio… speriamo bene ^_^

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October 29th, 2007 at 1:07 am

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Vite sognate e angeli

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Élodie Bouchez

Per solidarietà al clima e al mio umore, ecco un film in cui il sole non splende mai, se non nell’ostinato sorriso di Isa (Élodie Bouchez). Con La vie rêvée des anges (La vita sognata degli angeli) Erick Zonca ci narra con delicatezza la vita eterea, fragile, ma intensa come i morsi della fame di due ragazze che si incontrano per caso, e si aggrappano una all’altra come due naufraghi del sogno nel mare della realtà. Lungi però dall’avere la testa tra le nuvole o persa in progetti strampalati, Isa e Marie scavano nell’oggi, ciascuna a proprio modo ma sempre per quanto possibile insieme, senza fare molto concreto pensiero non dico al domani, ma al tra poco. L’adesso è sfuggevole, incontrollabile, e pur afferrato per la gola non assottiglia l’imprevedibilità del poi.

Natacha Régnier

Vidi questo film la prima volta alla sua uscita, otto anni fa, e mi sono rimaste impresse fino ad oggi le sensazioni che mi aveva dato, di nuvolosità e di vuoto allo stomaco. Rivedendolo ora, pur trovandomi riconfermate quelle sensazioni, mi sono accorto di aver dopotutto dimenticato diverse altre cose. In aggiunta, non avevo colto quanto fosse bella Natacha Régnier (Marie); il che è comprensibile, visto che Marie mostra al mondo la faccia sarcastica, rabbiosa o sofferente di chi non ha nemmeno un destino di cui essere padrone; ma imperdonabile. Arrivato approssimativamente al fotogramma un cui restringimento di campo è riportato qui a sinistra, ho messo in pausa la riproduzione e l’ho fissato per un po’, rapito (probabilmente sareste più rapiti anche voi se sapeste di che scena si tratta). Forse sto sviluppando a forza un senso della fotografia che mi fa apprezzare certe inquadrature che sono intensi ritratti in appena percepibile movimento, o le decorazioni e la resa degli interni con colori caldi e nitidi, o ancora le riprese con luce naturale (senza sole), un po’ scure ma cariche di atmosfera; il che è una buona notizia per il film, perché mi trova soddisfatto anche da questo punto di vista.

Per quanto lo sguardo sulle due ragazze sia delicato, comprensivo, intimo, La vita sognata degli angeli non risparmia loro e allo spettatore l’incursione nelle carni della lama affilata del dolore; e per quanto lo spettatore non sappia, indirettamente, cosa passi per la testa a Isa e Marie nel momento in cui la lama colpisce, proprio l’intimità dello sguardo gli permette tuttavia di vivere nei loro panni; ma, così come le visioni del mondo di Isa e Marie contrastano e generano reazioni diverse, anche lo spettatore potrà sentire dentro di sé la propria e portare avanti il proprio sogno reale di celluloide.

Eventuali difetti non saranno qui riportati perché non è tanto quello che il film è, che è importante, ma quello che suggerisce – e forse sarebbe un peggior suggeritore se fosse più perfetto. La vita sognata degli angeli non vi metterà di buon umore, di questo tenetene conto, anche se comunque a tratti vi farà sorridere. E’ un film francese, sì, ma anche se odiate i film francesi dategli una possibilità, perché è molto più concreto di quanto il titolo possa far supporre. Sarebbe stato meglio se avessi rimandato la visione ad un altro momento, ma, uhm, questo in effetti non vi interessa.

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August 20th, 2007 at 1:52 pm

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Dylan Dog 250

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Forse le celebrazioni sono ormai troppe [1], ma, insomma, male non fanno[2]. Tanto più se vi offrono un capolavoro [3] come questo che state per leggere, dove Bruno Brindisi è alla vetta della sua arte (con Sclavi dietro le quinte, citiamo pure lui, va’, anche perché è vero che i dialoghi sono pochi [4], ma se non c’era il Tiziano a scrivere le scene grandiose, il Brindisi che cosa disegnava? [5]). Non possiamo poi davvero esimerci dal dedicare una menzione per lo splendido lavoro svolto a tutto lo staff dei coloristi (Cristina Toniolo, Chiara Fabbri Colabich, Claudia Boccato, Federico Toffano, Andres José Mossa, Micaela Tangorra, Oscar Celestini) capitanato con passione e pazienza infinite da Emanuele Tenderini [6].

[1] oltretutto non si capisce cosa sia rimasto da celebrare

[2] lo dite voi: io ho preso un Dylan Dog dopo tanto tempo, effettivamente attirato dalla splendida colorazione di ottimi disegni, e voi bruciate questa occasione di riconvincermi sbrodolando lì una non-storia che nemmeno in seconda media mi sarei osato di produrre? Lo stratagemma del sogno e dell’allucinazione? Ma scherziamo???

[3] un cosa?

[4] e fanno cagare… voi non vi immaginate la quantità di puntini di sospensione che ci sono

[5] per esempio poteva meglio impiegare le proprie energie a disegnare una sceneggiatura vera; scherzare sopra allo scarso impegno di Sclavi è un autogol

[6] davvero bravi

Non ho altro da aggiungere, vostro onore, se non passare la parola al sempre esaustivo Obi-Fran Kenobi: Ma Dylan Dog che fine ha fatto?

(io intanto ho deciso di far fuori la maggior parte della mia fumetteria Bonelli, fatta eccezione per Dampyr e Magico Vento, che al momento leggo ancora volentieri; se vi interessa una barcata di Dylan Dog, una barchetta di Nathan Never, una manciata di Napoleone, una manciatina di Legs, vari altri albi sparsi, chiedete pure…)

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June 30th, 2007 at 12:50 pm

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Casablanca

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Dire Casablanca è come dire Cinema. Fior di registi e autori in genere, in un certo momento o nell’altro della loro vita, hanno avuto l’accortezza (e ci mancherebbe) di guardarselo; e la sua forza ha avuto spesso una tale presa da illuminar loro la via, o da indurli a fargli addirittura omaggio di loro opere, in modo completo o parziale, in giochi di citazioni, rimandi e metacinema, o in veri e propri sacrifici votivi di celluloide.

Woody Allen costruì attorno a Casablanca, e in particolare al suo perfetto, memorabile finale, quasi un film nella sua interezza – a cominciare dal titolo: Provaci ancora, Sam. E se vi state chiedendo “ma che sta a ddì’?”, in realtà nel titolo originale la citazione è più esplicita: “Play It Again, Sam”, cioè il tormento… pardon, la celebre frase rivolta al pianista del Ricky’s Bar (o Rick’s Café), e riferita ad una canzone che è al tempo stesso una speranza e un ricordo.

As Time Goes By ci ricorda di come certe cose non cambino, non debbano e non possano cambiare, anche quando le vicende umane vengono vergate, giorno dopo giorno, di rosso sangue su pagine nere.

And when two lovers woo
They still say, “I love you.”
On that you can rely
No matter what the future brings
As time goes by.

Casablanca è un film del 1942, e parlava di guerra a guerra in corso, ma metteva i riflettori sulle influenze collaterali della guerra sulla vita di persone, che fossero comuni o straordinarie e che, pur stando in territorio neutro, dalla guerra non riuscivano a fuggire o star completamente lontane.

In “Provaci ancora, Sam”, Woody Allen mette in campo una memorabile caricatura di Humphrey Bogart, e riesce a fondere senza forzature un’intera scena del film di Michael Curtiz nel suo; per il resto non è uno dei migliori film dell’autore newyorkese, e ammetto di provare una certa epidermica repulsione per l’eccessiva, caricaturale goffaggine del protagonista. Tuttavia ne consiglio la visione senza troppe riserve, perché non è privo di sparsa originalità ed è portatore di quell’umorismo alleniano di cui non credo esista in circolazione un erede (nemmeno nello stesso Allen, e non lo dico con rammarico).

Non solo la fantasia dei registi ha subito l’impatto del mito. Nel 1998, la Lucas Arts sfornò l’avventura grafica Grim Fandango, forse primo esempio di videogioco del genere che utilizzasse un motore tridimensionale (ABS ovviamente potrà smentire – altro che Google, è ABS la minaccia alla conservazione della memoria individuale), e forse uno dei videogiochi più “cinematografici” della storia del videoludo: le citazioni a generi e a film specifici si sprecavano, che fossero evidenti e coscienti o meno, partendo dal noir di fondo e arrivando, appunto, a omaggi quasi sfacciati al film del ’42 in questione.

Ancora nel 1998, Emir Kusturica dedicò a Casablanca una sorta di cammeo in Gatto nero, gatto bianco. E, anche lui, mostrò di essere stato particolarmente colpito da quel finale che credo qualsiasi regista sogna di filmare almeno una volta nella vita.

Come finale di un post invece non ce lo vedrei molto bene, quindi *evito*.

Written by StM

March 26th, 2007 at 10:56 pm

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Tre film, più uno

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Quello che li accomuna sono i pranzi, le riunioni di famiglia.

Il primo che vi butto là è Festen, di Thomas Vinterberg, che ha anche il gravoso compito, come film, di essere il primo “discepolo” di Dogma 95. Riesce perfettamente nel compito di non essere “di genere”, e l’immagine della telecamera a mano conferisce realismo, tenendo lontani le patinature e gli artifizi più o meno voluti del cinema tradizionale, che caricano le opere di sovrastrutture (estetiche) forse non necessarie alla mera trascrizione cronachistica dell’azione (il sacchetto per il vomito è sotto il sedile, le uscite di sicurezza invece sono qui, qui e qui). Avendolo guardato su schermo televisivo, non posso giudicare l’accettabilità dell’immagine su uno schermo cinematografico, decisamente affossata in questa interessante recensione; ma ricordo che alla visione di Idiots, di Lars Von Trier, il mi’ povero babbo era andato in bagno a sboccare, quindi quanto a effetti collaterali della camera a mano potrei avere anch’io qualcosa da dire.

Aldilà degli intellettualismi, la storia appassiona, per quanto poco nuova (specie nel cinema nordico), e non ci sono periodi morti, scene inutili, raccordi sbagliati; l’interesse è tenuto vivo da buone scelte di montaggio (comunque, credo, già effettuate in buona parte in fase di ripresa), e da un’ottima scelta e prova degli attori (se vogliamo c’è una piccola ostentazione di luoghi comuni, ma va benissimo per noi poverelli col cervello piccolo che altrimenti non distinguerebbero un attore sconosciuto da un altro).

Dalla Danimarca passiamo alla Francia, con Il pranzo di Natale, di Danièle Thompson. Film francese, film corale d’intrecci, quasi un compito in classe per ciascun attore, ma eseguito bene. Questi maledetti pranzi di famiglia sembra non facciano altro che portare alla luce attriti sconosciuti, risvegliare vecchi rancori, causare problemi di ogni sorta. Il ripieno di un tacchino può far scoppiare una famiglia. Uno di quei film che guardi e alla fine dici “bello”, ma se poi ci pensi non sai dirti esattamente perché. Magari molti di voi lo guarderanno e alla fine diranno “che due coglioni”. Oh, be’. Se avete qualcosa contro il cinema francese, comunque, ditelo subito. Eh.

Solo una menzione, perché di diverso contesto rispetto agli altri, al “più uno” del titolo, che per unità di tempo e luogo è una riuscita opera teatrale filmata: La cena di Ettore Scola, tra l’altro una delle ultime occasioni per vedere all’opera Gassman sul grande schermo – sebbene non sia che uno dei tanti seduti al proprio banco per la verifica.

E veniamo a uno dei film più belli di tutti i tempi, quel Fanny e Alexander che non raramente viene considerato il capolavoro, la summa dell’opera di Ingmar Bergman. I convivii non lo compongono certo nella sua interezza, eppure lo permeano per tutta la sua durata. Avete ancora negli occhi la visione dell’esercito degli Ekdhal, di quel cuore pulsante che è la loro unione familiare, quando l’attenzione si trasferisce alle vicende dei due bambini e della loro madre nella casa del patrigno; e il vincolo familiare si dimostra forte e risolutivo anche per quell’interminabile periodo di angosciosa desolazione.

Di Fanny e Alexander mi è rimasto nel cuore il monologo di Oscar Ekdahl, il direttore del teatro. E’ un monologo semplice, fatto da una persona (un personaggio? No, non direi) semplice. Nessun proclama immortale, niente di preparato, eppure fatto col cuore; ed è perciò che nel mio cuore è rimasto, perché tra cuori ci si intende.

Oscar Ekdahl, direttore del Teatro di Upsala: (pensieroso)… La mia unica dote, sempre che nel mio caso si possa parlare di dote, è che io amo questo piccolo mondo dentro gli spessi muri di questo edificio, e poi voglio bene alla gente che lavora in questo piccolo mondo. Fuori di qui c’è il Grande Mondo e talvolta il piccolo mondo riesce per un secondo a rispecchiare il Grande Mondo, tanto che noi lo capiamo meglio oppure diamo alle persone che vengono qui una possibilità, per pochi momenti o secondi…

Osserva il bicchiere che regge con tutt’e due le mani. C’è un silenzio assoluto: la tempesta di neve turbina debolmente lassù nell’oscurità della soffitta. Quando solleva nuovamente lo sguardo, tutti notano che Oscar Ekdahl è insolitamente pallido e ha le lacrime agli occhi.

Oscar Ekdahl … per pochi momenti o secondi, di dimenticare il duro mondo là fuori. Il nostro Teatro è un piccolo… un piccolo spazio in cui c’è ordine, precisione, sollecitudine e amore. (…) Buon Natale!

(da qui, peccato ci siano i puntini puntini…).

Be’, mi spiace dirvelo lettori miei, ma vi tocca: Buon Natale anche a voi!

Written by StM

March 11th, 2007 at 10:42 pm

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Altri consigli musicali da uno che non se ne intende

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Mi è venuta la frenesia e ho ordinato una manciata di dischi dai vari play.com, amazon.co.uk, ibs.it. Dischi che, vorrei sottolineare, ascolto illecitamente da diverso tempo. Considerato che mi piacciono molto, mi è sembrato ragionevole comprarli (e poi il mio amplificatore da 40W RMS è vecchio, maltrattato, praticamente privo di equalizzatore, ma rulla sempre… che vuoi, ascoltarci gli emmepittrè?).

Il primo pacco è arrivato oggi, e ovviamente è quello dall’Italia. Per un tozzo di pane e nutella (incredibilmente, esistono cd sotto i 10 euro, in Italia), mi sono arrivati a casa “Radio Rebelde” (di cui già parlai) e Giubbe Rosse di Battiato; quest’ultimo è un live che consiglio di tutto cuore a tutti (…coloro che ancora non lo conoscono), e proprio in quanto live… da brivido in particolare Alexander Platz, Cuccurucucu (^_^), E ti vengo a cercare (:’|). Il leaflet di Radio Rebelde si svolge in un foglio A4 con i testi delle canzoni e qualche breve spiegazione dei loro contesti, mentre sotto alla sede del cd si vedono i faccioni dei Modena City Ramblers, che sono tutti valori aggiunti mica da poco, neh.

Altrove, ora non ricordo se ho fatto il pieno della discografia dei Black Heart Procession, ma mi sa che ne è rimasto fuori qualcuno, per indisponibilità o esosità (con tutto che ho rischiato di cedere e prenderne anche qualcuno in vinile… “In the fishtank”, pur molto godibile, era tra tutti il più costoso, e ho rinunciato – sono 6 canzoni, perdiana… essì, in questo mondo senza scrupoli si fanno questi calcoli freddi e meschini, nel decidere se sottrarre i dischi dalle tristezze dei loro orfanotrofi).

Tra i dischi che attendo, figura anche “The Black Light” dei Calexico. Mi era stato suggerito qualcosa dalla solita nota, li vedevo sempre tra gli ascolti dei miei vicini su last.fm… e allora li ho accodati agli ascolti da fare. Giunto il loro turno vado a caso, comincio proprio da The Black Light, e vengo stregato. Bravini, i ragazzi. Mi ha impressionato in particolare “Old Man Waltz”, perché pur venendo dall’Arizona sembra parlare di Europa (e di Francia in particolare, complice la fisarmonica).

Ah, e poi già che c’ero ho pigliato qualcosa dei Muse, che non ho ancora cominciato ad ascoltare coscienziosamente ma mi piacicchiano… e tuttavia devo ammettere che il criterio è stato “ehi! Non costano una fava! Prendiamoli!”.

^_^”’

Written by StM

March 8th, 2007 at 9:32 pm

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La presenza scenica di un’anguria

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Il valore aggiunto di un film del genere sono gli spettatori che a metà proiezione si alzano e se ne vanno. Sto parlando di “Il gusto dell’anguria” di Tsai Ming-lian, regista di cui non so un piffero di niente e continuerò a non sapere un piffero di niente per ancora molto tempo. Il film dovrebbe essere il seguito di “Che ora è laggiù”, grazie tante.

Cosa racconta? Chissenefrega. Liberiamo un po’ il regista dal giogo della sceneggiatura, no? Perché ridurre il cinema a una mera rappresentazione di parole, quando tutti sappiamo che è una forma di comunicazione molto più completa?

Chiamatela arrampicata sugli specchi, perché lo so che non vi piacerà. Io però vi riporto comunque qualcosa che mi è piaciuto.

Tutto ciò che viene inquadrato esiste. E’ valorizzato, ha personalità, ha un motivo di essere lì. E comunica. Se questo “ciò” è un attore, gli viene spesso richiesto di sostenere inquadrature impegnative per attimi, o minuti, interminabili; ottima prova degli attori dunque, perché non hanno mai fatto passi falsi che mi svegliassero dal torpore da rapimento cinematografico.

Ottima anche la prova dell’anguria. Fa ridere. Lei sta lì tranquilla, tonda e inespressiva, ma fa ridere. Me, perlomeno. O sorridere, via. Qua dà un tocco di surrealismo, là un pretesto per esercizi di stile, più avanti ancora un’eroica manifestazione di spirito di sacrificio. Brava l’anguria.

A questo punto mi tocca dirlo: il film parla, parecchio, di erotismo. E di pornografia, va’, distinguiamo le due cose: erotismo e pornografia. E di filtri ce ne sono pochi, perlopiù invisibili (quindi evitate di portarci la vostra vecchia zia, potrebbe divertirsi più di voi). La pornografia viene, poverina, impietosamente e documentaristicamente caricaturata, ma forse non è che il contrappasso per essere essa stessa nient’altro che una caricatura. L’erotismo si scopre invece dove meno ve l’aspettereste, relegato, da chi del sesso ha fatto un mestiere, ben lontano da questo.

Spero di essere stato abbastanza criptico. In ogni caso, prima dell’uso consultate il medico.

Written by StM

January 18th, 2006 at 12:47 am

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