Smemoratezze dal sottosuolo

Un blog che è uno spettacolo anche quando è offline

Archive for the ‘segnalazioni’ Category

Bone - di Jeff Smith. No gnocche inside.

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Giugno 1996 - Il Vostro, nel 1996 lettore fedele di Lupo Alberto, un giorno nota, sulla terza o quarta copertina del giornaletto, una pubblicità che lo incuriosisce: “Bone - il più piccolo dei grandi eroi”, il cui primo numero sarebbe uscito di lì a poco, edito da Macchia Nera. Sempre il Vostro, che rastrellava l’edicola quasi tutti i giorni, balza sulla preda appena questa si azzarda ad abbeverarsi sugli scaffali dell’edicola, legge e ne rimane rapito. I volumetti costano 2800 lire, sono lunghi una cinquantina di pagine, e constano ciascuno di due capitoli della lunga saga creata da Jeff Smith; due capitoli al mese vuole dire che si viaggia a velocità doppia rispetto all’edizione americana, e come spesso succede in questi casi, l’editore dovrà in seguito pensare a una soluzione per adeguare ai palati italiani (che certo non sono abituati a pagare salati libretti da una trentina di pagine) quest’opera pur tanto affascinante… e potenzialmente remunerativa.

Dico remunerativa perché, certo sull’onda dell’ottimismo, nel gennaio 1997 comincia ad apparire, sulla quarta copertina del numero 8 e seguenti, la pubblicità del merchandising di Bone, con magliette, calendari, carte da gioco. Si è trovata una buona mucca da mungere?

L’apice dell’ottimismo si raggiunge all’annuncio del primo volume cartonato di Bone, che raccoglie i primi sei capitoli (la suddivisione in volumi e capitoli è dell’autore), nell’aprile 1997 (pubblicizzato sul numero 11): il Vostro, non vedendo un motivo valido nello spendere 18000 lire per avere qualcosa che già aveva, passa la mano.

Il numero 13 di Bone presenta due novità: slitta di un mese (luglio 1997) su richiesta dello stesso Jeff Smith, che ha voluto ridisegnare alcune tavole; e vi viene trovata la “soluzione” di cui parlavo poco sopra, sarebbe a dire che include un solo capitolo del Bone originale, riempendo lo spazio rimanente con le avventure di Pogo, il famoso opossum della palude di Okefenooke, disegnato da Walt Kelly. All’epoca non fui entusiasta della seconda novità; e ancora oggi, rileggendole, non trovo nulla di eccezionale nelle storie di Pogo che furono pubblicate nella serie di Bone. Ho dato una seconda possibilità a Pogo quando è stato pubblicato nella serie dei Classici del fumetto di Repubblica, nel 2004, e l’ho apprezzato maggiormente.

Nel numero 14 di Bone viene annunciato l’esaurimento delle scorte del materiale da merchandising; nel numero 17, pubblicato nel dicembre 1997, Francesco Artibani, curatore e traduttore dell’edizione italiana (nonché tra gli autori di Lupo Alberto), annuncia grandi novità per l’anno nuovo; ma tali novità sono fumose, molto fumose.

Di fatto, la pubblicazione in edicola di Bone, in Italia, termina con quel numero. Per anni, Fone Bone, Smiley Bone e Bartleby sono restati, per molti lettori, nelle grinfie di Rockjaw (ma lui afferma di chiamarsi Roque Ja), un enorme leone di montagna dai modi bizzarri e dalle intenzioni imperscrutabili.

I numeri 1-17 di Bone, distribuiti nelle edicole da Macchia Nera

forse Dicembre 2003 - Giunge voce al Vostro che la Panini Comics, in collaborazione con la Cartoon Books abbia intenzione di proseguire la pubblicazione dei volumi cartonati di Bone, con “Cerchi Fantasma”… il Vostro corre in fumetteria, dove accatta un “BONE vol.1″ della Cartoon Books, scoprendo tardi che non si tratta dell’esatta trasposizione del settimo volume dell’edizione originale (”Ghost circles”) ma è privo di due capitoli. Non mi è ancora chiaro se esista effettivamente un’edizione italiana di “Cerchi fantasma”, ma penso di sì e di essere quindi incappato in un fraintendimento editoriale, un doppione poco utile.

(Nel momento in cui scrivo, dovrebbe essere uscito o stare per uscire il secondo volume edito da Panini Comics+Cartoon Books)

I volumi dell'edizione cartonata italiana di Bone.

A parte questi dettagli, bene aveva fatto, allora, il Vostro, ad accattarsi nel frattempo, per crisi d’astinenza, tutti i 6 volumi cartonati precedentemente pubblicati da Macchia Nera (più il dimenticabile “Stupide, stupide code di ratto”)? Be’, forse sì… se non altro, alla fine del volume “La Caverna del Vecchio”, i suoi eroi si trovano in una situazione decisamente meno incerta, anche se non meno intrigante. Ma alla fine del volume appena acquistato, la situazione è di nuovo problematica. Ricordo che a questo punto sono passati 8 anni dacché avevo cominciato a leggere la saga. E’ la prima volta in vita mia che mi accade di dovere attendere così tanto per leggere una storia dall’inizio alla fine.

Novembre 2005 - Il Vostro si procura una carta di credito PostePay, con lo scopo dichiarato di comprare Bone - One Volume Edition direttamente negli Stati Uniti. Tale edizione è un volume di 1300 e rotti pagine con tutta la saga di Bone, dall’inizio alla fine: l’equivalente di nove libri, e tre trilogie (sic.). Approfittando di un’offerta di Amazon che non si può rifiutare, acquisto contestualmente anche il volume “Rose”. Attendo un paio di settimane, ed ecco arrivare la soluzione a tutti i miei problemi.

Bone - one volume edition, e Rose

Una bellissima storia, cari lettori. Di quelle da leggere prima di addormentarsi, sissignori. Di quelle che ti alzi alla mattina con le borse sotto gli occhi ma sei contento, perché sai che quelle borse sono un ben misero tributo per essere andato un altro po’ avanti nella storia. E un altro po’. Dai, ancora 10 pagine. Un capitolo. Voglio vedere cosa succede adesso, poi spengo e dormo.

Fino all’inevitabile finale. Dev’essere la prima volta che mi sono sentito svuotato e malinconico alla fine di un fumetto, ma è anche la prima volta che ne leggo uno così.

Per maggiori informazioni, c’è il sito www.boneville.com, dove potete osservare come sia in preparazione un’edizione a colori. Esiste addirittura un videogioco (link al primo capitolo) che parrebbe seguire abbastanza fedelmente la trama del fumetto; provando la demo da 10 minuti, non mi scappa più che un “senza infamia e senza lode”. Per lungo tempo è stato in cantiere (e Jeff Smith vi ha profuso molto impegno, anche sottraendolo alla stesura a fumetti) il progetto di un film d’animazione, ma questa news datata agosto 2001 e questa pagina non mi fanno ben sperare. Peccato, o per fortuna, ma quando le cose rimangono allo stato potenziale io dico sempre: peccato.

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December 18th, 2005 at 12:36 pm

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E’ ora di basta(***)

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Grazie a David_80, ho capito come ha fatto il Silvio a promettere una casa per tutti gli italiani: per avere maggiori informazioni, chiedete all’Impregilo, o all’Ingegner Cane. E’ l’uovo di colombo: invece di andare a vivere sotto i ponti, ci sarà IL ponte: bello, lungo, prestigioso. Bagnato. Dettagli.

Ma sapete che sto infilando errori di ortografia a raffica, ovunque? Sono curioso di scoprire dove mi porterà il decorso di questa malattia non rara né pericolosa (anzi è pericoloso il contrario, avere proprietà di linguaggio).

Questo post è fatto per raccogliere un po’ di link di cui da mesi non so bene cosa fare, ma che sono degni di nota. L’ordine è… non c’è ordine.

La bufala del paradosso francese (secondo cui il vino rimedierebbe all’eccesso di grassi della dieta francese)

Una lingua non biforcuta di Piergiorgio Odifreddi

Un esasperato e comicissimo post sull’opportunità di quotare nei newsgroup.

Emilio Giannelli: Ridere dei potenti

Intervista a Oscar Luigi Scalfaro (Sette - 6-05-2004)

A cosa porta la gratuità? (una interessante discussione nel forum Linux su TGMOnline a proposito della dilagante disponibilità di software gratuito, e come questo impatti sul mestiere di programmatore)

Ok, e adesso potete rilassarvi:

[image]

(non piegatevi alle regola di scrivere commenti di lode solo per amicizia, mi raccomando… sappiate che io non lo faccio mai :D - e soprattutto, date un’occhiata anche agli altri articoli, nonché mettete nei bookmark, pubblicizzate, mandate soldi e raccomandate al vostro zio editore - no, l’ultima no…)

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November 13th, 2005 at 2:56 am

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Due segnalazioni

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Numero uno. E’ già nella barra destra da un po’, ma non credo abbia fatto molta scena: è online la nuova e fiammante blogzine Ars Ludica. La qualità degli articoli vi farà scoppiare la testa, accorrete!

Ah, il layout è colpa mia, mentre l’header è merito di Karat45 :D

Dovrei scriverci, prima o poi, un paio di articoli (uno lo devo solo rivedere e postare, prima o poi), ma ve la consiglio soprattutto per l’opera dei miei esimi “colleghi” (me indegno…). Di cosa parla? Di videogiochi… ma non (solo) come un “bene di lusso”, una merce, una contropartita ludica a una manata di euro (o di bps…), bensì come opera dell’ingegno umano, come fenomeno culturale, come arte, come spunto per conoscere noi stessi. Ah, e poi ci imbottiamo di floppy da 5,25 pollici e ci facciamo esplodere da Giocheria, seminando il terrore e vecchie perle videoludiche del Commodore 64. Scherzo. Consideriamo anche lo Spectrum.

(insomma, dai, se lo visitate fate prima…)

Numero due. Appunto, OpenOffice 2.0. E’ uscita la versione definitiva. Doveva uscire il 13, in onore del quinto anniversario del progetto OpenOffice.org (pare che in quella data, nel 2000, la Sun abbia rilasciato il sorgente), ma per via di qualche bugfix necessario l’hanno fatta slittare ad oggi. Prime impressioni? Il look è diverso, questo già lo sapevamo: doveva scrollarsi di dosso quell’aspetto stantìo che aveva (a meno di usare build personalizzate, per esempio quelle che usavano le gtk), e adesso… sì, visivamente si integra *un po’* meglio con windows (ho scaricato solo questa versione, per ora), anche se in fin dei conti l’importante è il resto.

Com’è il resto? Boh? So solo che FINALMENTE l’installazione per sistemi multiutente si può fare per via grafica (senza digitare “setup -net”), OpenOffice Base mi intriga (mai apprezzato molto Access, vedremo se questo prenderà una via migliore), l’avvio di una qualsiasi applicazione non sembra causare agonia al processore *più di tanto* (ma il primo avvio è sempre esoso).

Al momento solo in lingua inglese (l’ultima release stabile in italiano è la 1.1.4).

Written by StM

October 20th, 2005 at 7:47 pm

Carta VS Rete

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Da una parte guardo la ventina di volumi dell’enciclopedia UTET che ho in casa; dall’altra guardo Wikipedia. La poderosa enciclopedia cartacea ha dalla sua una completezza e un’esaurienza a cui la controparte digitale non può fare altro che inchinarsi; d’altra parte, un’enciclopedia online è più “trasportabile”, più facilmente aggiornabile, più velocemente navigabile dei pesanti volumi cartacei, per non parlare del non indifferente aiuto che essa apporta a chi abbia solo una vaga idea di cosa cercare. La carta era un’estensione della memoria per chi sapeva; il formato digitale sempre più sta svolgendo funzione di estensione, o meglio, sostituzione della memoria per chi non sa. La memoria del nostro cervello, fuorché quella prettamente autobiografica, rischia di diventare cosa obsoleta. Ma qui mi fermo, per chi volesse approfondire le keywords sono “Star Trek, Borg”, “Nathan Never, Tecnodroidi”. Qualcuno ne parlava già tempo fa, quando Google era ancora di là da venire.

Penso alle riviste in edicola. Sono dinosauri. Maestosi, potenti, collaudati… dinosauri, destinati all’estinzione. Pare che il mercato spinga verso altri lidi, l’edicola non è più un luogo dove si comprino riviste ma è ormai il supermercato dell’allegato, il superfluo da marketing che diventa prodotto e il prodotto che diventa supporto materiale per far risaltare l’allegato più di quello dei concorrenti… cartoncini che svettano dietro all’ex prodotto mandando in panico l’edicolante che sente di dover rialzare gli scaffali, e mettendo a dura prova la mano chirurgica dell’acquirente cui spetta di indagare la flessibilità del malloppo onde estrarlo dai detti scaffali senza intaccarne l’integrità. C’è chi ci scherza sopra, ma la situazione, nella sua attuale forma cronica, è relativamente nuova e preoccupante per la misteriosità dei risvolti futuri*. Se penso alla mia colonnina di numeri arretrati da leggere di “Le Scienze”, mi dico: l’utilità di una rivista è che ti tiene aggiornato sulle ultime novità con la necessaria dose di approfondimento… l’effetto collaterale è che magari in un certo istante un certo argomento può non interessare; può servire fare skimmer-reading, per avere un’idea dei contenuti e ritrovare la rivista all’occorrenza, ma a quel tempo l’articolo potrebbe essere diventato obsoleto. Quando ho capito che avere tanta carta stampata in casa senza leggerla è completamente inutile, ho smesso di comprarla a quel ritmo folle che avevo un tempo. Addio riviste di scienze, addio riviste di hardware, Linux, videogiochi (con calma…), addio Linus, eccetera eccetera; non parliamo di giornali o settimanali, per carità; ancora resiste un manipolo di fumetti, di cui non manco mai di leggere anche le pagine scritte, spesso interessanti.

Mi sono accorto, gestendo il mio siterello zoppicante, di quanto sia necessario stare attenti per evitare che le informazioni invecchino, in rete. Una pagina web vecchia non è solo inutile, è anche dannosa - soprattutto se priva di datazione. Forse per questo i siti web stanno cedendo il passo ai webjournal, ai blog: ogni post, ogni opinione, ogni articolo è marchiato a bit di fuoco con un timestamp, è collocato in uno spazio contestuale e nel tempo, reclama la sua validità quasi legale in una rete che ha scoperto di non essere un enorme oceano ma bensì un enorme fiume in crescendo: come un fiume cambia di continuo, ma ha memoria; una memoria vorticosa, incostante e darwiniana. E tuttavia, la granulosità delle informazioni trasportate da questo fiume è troppo fine, l’ipertestualità può illudere ma non a lungo: google fornisce con efficenza e gratuitamente pillole di conoscenza, pronte ad un uso che sempre meno è il proprio arricchimento culturale e sempre più è il passaggio (quasi senza uscire dalla memoria a breve termine) di tali informazioni ad altri, come testo, come prestazione di lavoro o che altro.

In tutto questo, voglio tuttavia portare un po’ di ottimismo. Wikipedia è la degna erede delle enciclopedie tradizionali, perché più “oceanica”, controllata, sebbene aggiornata di continuo e da contributi che possono arrivare da chiunque, in qualsiasi momento. A differenza delle enciclopedie tradizionali, il tempo le può fare solo bene; perciò diamole tempo, e forse un giorno smetterò di rimpiangere quei volumoni dell’enciclopedia pesanti come incudini e scritti in piccolo come “manabili” da esame. Un altro giorno ancora, forse il più grande archivio della conoscenza umana sarà finalmente digitale (credo che per ora le biblioteche cartacee e altri tipi di archivi, quali quelli televisivi, detengano il primato**), e allora sapremo se avere finalmente in rete la conoscenza “pura”, senza riduzioni più che bignamistiche, avrà gli effetti positivi che forse in molti sperano, o se invece questa si perderà nel mucchio, e verrà mietuta e raccolta al pari del resto, magari tramite nuove tecnologie che sapranno estrarre con efficenza gli “highlight” da ogni cosa.

L’uomo di oggi è un bambino che vuole tutto e subito. La tecnologia, innocentemente, glielo sta offrendo. Ma i bambini sono mai soddisfatti, quando ottengono quello che credono di volere?

Note:

*=Opinione di qualcuno è che, laddove il marketing strangolerà il prodotto da edicola nella morsa della banale ma spietata legge del mercato, fiorirà un mercato online di riviste underground. Date le avvisaglie odierne, parrebbe essere il caso *ad esempio* delle riviste di videogiochi, sempre più pilotate dalla ricerca del migliore gioco allegato e delle esclusive più “strillabili”, e dalla qualità dei contenuti sempre più a rischio. In effetti tutto quanto questo post ha cominciato a germogliare a partire da un dibattito dei ragazzi di Ars Ludica, non unica ma non ultima fra le webzine che si possono trovare in rete.

**=Il progetto di google per digitalizzare il contenuto dei libri di alcune biblioteche americane (Google Print) è attualmente sottoposta ad un’azione legale avviata della “gilda degli autori” (qualche altro parere a riguardo, scusate se non cerco informazioni dalla controparte), sebbene il suo scopo non sia di rendere disponibili i libri per il download ma renderne accessibile il contenuto solo a ricerche mirate (per, eventualmente, approfondire i risultati ottenuti procurandosi successivamente il libro).

Riguardo agli archivi televisivi, ho avuto l’occasione di visionare l’anno scorso “in anteprima”, al Centro Ricerche della RAI di Torino, un interessante sistema di archiviazione digitale di ogni trasmissione andata in onda, basata su riconoscimento del parlato per la creazione automatica di sbobinature sulle quali è poi possibile effettuare normali operazioni di ricerca per parole chiave; probabilmente qualcosa di simile è Google Video.

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September 24th, 2005 at 2:26 am

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Alle 20 va in onda TG Porcata

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Oggi ho rivisto il TG LA7, dopo tanto tempo che non lo vedevo.

Da qui:

Tg La7
Informazione a cura della redazione del TG LA7
Tutti i giorni tre edizioni principali, alle 12.30, alle 20.00 e alle 00.30 ca, per offire una forte alternativa all’informazione tv. Velocità e flessibilità contraddistinguono il TG LA7, diretto da Giulio Giustiniani, che offre tempestivamente speciali su fatti e protagonisti della cronaca nazionale ed internazionale.

Puntata del 20/09/2005 20:00
Questa sera a partire, dalle 20.00, l’on. Rocco Buttiglione sarà ospite nello studio del Tg La7 e commenterà con Antonello Piroso le notizie del giorno. La nuova edizione del TG serale de La7, che ha debuttato ieri, propone una veste grafica rinnovata, un’impaginazione e un formato riveduti e corretti, più collegamenti, il televoto e la storia di copertina oltre all’ospite in studio. Alla conduzione del nuovo TG c’è Antonello Piroso, vicedirettore della testata giornalistica e moderatore del dibattito in Omnibus’, il contenitore del mattino

Impressioni

Il nuovo TG LA7 fa vomitare e Piroso sembrerebbe (edit rispetto al post originale…) un incapace. Potremmo anche chiudere qui… ma no, va’. Purtroppo non ho visto tutto il tg, mi sono perso i primi 5 minuti e dopo 10 minuti non ho più retto e sono passato a Blob. In fondo Studio Aperto non è così male.

Accendo la televisione e stanno intervistando Pannella, tra le altre cose parlano dell’intervento di Ruini sui Pacs, battuta su “Rutini”. L’intervista si conclude sullo squillo del cellulare di Pannella. In studio, Piroso dice grossomodo “come abbiamo sentito, suonava il cellulare di Pannella, probabilmente lo stava chiamando Ruini”.

E questo cosa mi rappresenta? Una battuta?

Ho pigliato proprio la puntata giusta, poi… chi hanno invitato per commentare i fatti del giorno? Sergio Romano? Matteo Molinari? No, Buttiglione. Non sto scherzando: Buttiglione. Mentre Piroso già da solo riusciva nell’intento di abbattere tutti i capisaldi dell’arcaico e ormai desueto genere del telegiornale prediligendo la farsa, si aggiungeva allo zibaldone il grottesco degli ammiccamenti al simpatico ospite della trasmissione (”vero signor Ministro?” [leccata]), a cui veniva dato uno spazio sostanzialmente paritario a quello del giornalista… pardon, “giornalista”.

Mi ha sconvolto, sinceramente, davvero, scoprire che sulle schede per le primarie Prodi figura SESTO nell’elenco… “uno si aspetterebbe che fosse in prima posizione, e invece in prima posizione vediamo Bertinotti, in seconda tizio, poi bla bla bla… Prodi sesto…”: cosa vorrà dire, cosa non vorrà dire, mah, boh, bu, MACHECCAZZOMENEFREGA NON LO VOGLIAMO DIRE? E mi devo anche sentire Buttiglione che si fa la sua propaganda, “se Prodi avrà largo consenso la sua leadership sarà forte, ma se non lo avrà? Eh? Eh?”.

Ridatemi il vecchio TG. SUBITO, ADESSO. Rivoglio la Fantoni in prima serata, il suo bel personalino (poi son gusti…), la sua deliziosa erre moscia. SVELTI, SCATTARE! E voglio il TG alle 19.45, così posso vedermi Blob a seguire. AVANTI, SU! E se poteste, per cortesia, rimettere i film un po’ prima… dormire non usa più, da voi?

Amenità non direttamente collegate ai fatti del giorno (ovvero “Viva Giulio Giustiniani”):
Arafat, un fantasma che fa paura alla TV

Note:
Lo ammetto, anch’io mi piego alla regola del virgolettato che non è virgolettato… quello che trovate virgolettato non sono le esatte parole che dicono le persone, ma come le ricordo. A mia discolpa, va detto che non sono un giornalista, IO…

Written by StM

September 21st, 2005 at 1:14 am

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How lucky I am to be normal (Che bello essere normali)

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Quanto è consolante darsi un’occhiata al colore della pelle e scoprirlo chiaro. Poi ti dicono che sei bianco come il latte (o come la forfora, dipende dalla simpatia) e dovresti prendere un po’ di sole, ma insomma, è meglio così, no?

Approccio 1.

“Non siamo mica razzisti, questo no, a noi i neri (sarebbe più corretto negri, ma sembra spregiativo, sìssì) non danno alcun fastidio, nonnò. Però ecco, la vita è già difficile a essere persone normali, ci mancherebbe anche che avessimo un colore della pelle diverso dagli altri. Comunque io non mi faccio problemi a parlare con la gente nera, sono persone come tutti gli altri. Però non tutti sono come me… una volta non ho potuto assumere una ragazza nera, bravissima peraltro, sarebbe calzata proprio a pennello, ma voi capite, mi serviva una commessa per trattare con la clientela, e la gente ha ancora pregiudizi. In compenso però ho preso una colf, questo sì, l’ho cercata nera quasi apposta… è brava, sapete? Sembra che non sia nata per fare altro… e poi è pulita, checché ne dica la gente, non è vero che puzzano.”

Approccio 2.

Chi ha bisogno di vedere riconfermata la propria normalità, in genere mentale. Allora procede a scegliere una vittima sacrificale, una persona EVIDENTEMENTE anormale o strana, e si adopera a precisare e sottolineare come tra sé stesso e costui passino secoli di evoluzione della specie. E dovreste vedere con quale sottigliezza esamina, per la miseria, e con quale dedizione divulga i risultati delle sue osservazioni!

Ma io mi chiedo… di cosa ha paura questa gente? E soprattutto, perché invece di farsi gli affari suoi rompe le balle?

Approccio 3.

La storia di Laura, 6 anni.

Note personali:
-il galantuomo che ha vaticinato un futuro da prostituta per la piccola protagonista, è sicuramente un esperto del ramo (probabilmente ha imparato dalla madre fin da piccino);
-i razzisti fatti e finiti non lo sanno, se lo sapessero si impiccherebbero per la disperazione, ma credo proprio che siano una fottuta minoranza;
-che schifo.

Approccio 4.

Poi ci sono quelli che passano dalle parole ai fatti. Cosa non fa la paura nelle menti deboli e poco dotate…

Ma allora.

Facile parlare da un tranquillo paesello di provincia, direte voi. Per l’approccio 2 avrei molta polvere da darvi, ma per il resto avete ragione. Ammetterete però che è facile anche dire fanfaronate come “bisognerebbe ammazzarli tutti”. Eh. Alla fin fine siamo pari.

Written by StM

September 16th, 2005 at 1:24 am

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Viaggio nel tempo - AIDS nel 1991

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Disclaimer: non sono un medico. Sono un semplice curioso. Spero riusciate a distinguere le mie opinioni dalla cronaca e dalle opinioni di persone più esperte di me. Non ho effettuato alcun tipo di controllo di attendibilità sui siti che linko, e comunque non ne avrei le competenze. State sempre molto attenti a quello che leggete in rete, mettere insieme un articolo credibile agli occhi dei profani è facilissimo.

“Cara” Sindrome da Immuno-Deficenza Acquisita (in alcuni paesi si chiama appunto SIDA), non ti ricordavo così. Così famosa, così temuta. Eppure guarda che articoli che ti dedicavano, quanto si parlava di te, quanto poco eri conosciuta e quanto d’altro canto ti si voleva conoscere. Nei primi anni ti si chiamava addirittura “peste del ventesimo secolo”, tanto per fomentare l’isteria e la paranoia dilaganti (un succinto riassunto della genesi e storia della malattia).

Come possiamo leggere dagli articoli che riporto più sotto, i malati di AIDS correvano il rischio di ghettizzazione a tutti i livelli, addirittura a quelli istituzionali (a un malato di AIDS straniero a quanto pare non era permesso l’ingresso negli Stati Uniti). Per chi ha più o meno la mia età o più, c’è il ricordo nitido delle campagne informative passate alla televisione (quella dei “contorni viola”) o su altri mezzi di comunicazione: non ricordo bene in quale classe, mi avevano dato una storia a fumetti in un volume addirittura cartonato - e poi c’era il libretto di Lupo Alberto promosso dal Ministero della Sanità per sensibilizzare all’uso del preservativo. Sì, forse allora la lobby dei preservativi faceva grandi affari, ma meglio loro che non la lobby che va di moda oggi, quella dell’astinenza e della disinformazione (o noninformazione). Quella che, volendo buttarci tra le braccia delle grandi confessioni religiose, in realtà butta molti nelle mani degli stregoni del 2000. Fine divagazione.

A proposito di disinformazione. Per qualcuno l’HIV non esiste, e l’AIDS è provocata dai farmaci che dovrebbero curarla. Non sono un medico, sono un semplice curioso che ultimamente trova molte risposte su wikipedia. A me sembrano davvero risposte, senza bisogno di troppi commenti (così come a Emack che altrove ha segnalato il link):
http://it.wikipedia.org/wiki/HIV

Se proprio vogliamo, comunque, si ha un’ulteriore riprova di come le case farmaceutiche pensino prima agli affari e poi alla salute dei pazienti: per esempio hanno prodotto e venduto l’AZT (attenzione, contenuto su wikipedia “non verificato”, proviene dal sito di kontroinformazione che ho linkato prima) finché han potuto, come hanno sempre fatto per chissà quanti altri farmaci (chi ha detto Lipobay? Grillo, hai parlato?).

Abbastanza parole per ora. Dimenticate l’oscuro 2005, e mettete indietro gli orologi… (avviso: il secondo e il terzo articolo, che sono l’esposizione e l’epilogo della stessa storia, possono risultare un po’ troppo commoventi… se non vi sentite dell’umore, saltateli).

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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.

AIDS - Dal convegno fiorentino tre drammatiche storie di ordinaria malattia

VIVERE CON IL VIRUS

Firenze. Jeffrey Brooks l’americano e il suo compagno spagnolo, Don De Gagnè il canadese, Rosaria Jardino l’italiana, l’omosessuale sano, gli ammalati di Aids, la sieropositiva asintomatica hanno vissuto con frenesia e passione i giorni del VII congresso mondiale dell’Aids: in mezzo agli ottomila scienziati venuti dall’Uganda e dalla California, da Roma e da Budapest, da Amsterdam e da Calcutta, a qualche centinaio di attivisti italiani e stranieri, emofilici, politrasfusi, lesbiche, ex tossici, volontari, sacerdoti, omosessuali, prostitute, madri di famiglia e a qualche decina di piazzisti di preservativi profumati alla vaniglia, di farmaci in via di approvazione prodotti dalle grandi case, di radici e pozioni di erbe per ipotetiche guarigioni naturali, di pseudo vaccini che solo tra qualche anno potranno riverlarsi utili o no, di metodi per evitare il male, la meditazione, la levitazione, ia dieta vegetariana.

E per la prima volta, da quando sono nati questi giganteschi convegni, figli della paura crescente, delle previsioni apocalittiche, dei litigi tra scienziati, dell’annaspare della ricerca, della disperazione di chi è stato travolto dal male o ha visto i suoi cari, i suoi amici, morire inesorabilmente, si è spezzato ogni confine tra la scienza e la malattia: salivano, sulla pedana degli oratori, con la loro targhetta di delegati, i sieropositivi e gli ammalati, a raccontare e pretendere; e tra i ricercatori, i virologi, gli psicologi, i medici che portavano al congresso i loro studi, c’erano quelli che improvvisamente si rivelavano, come anche ha fatto pubblicamente gualche giornalista: «Anch’io sono sieropositivo, anch’io sono ammalato, anch’io non ho ormai che qualche mese ai vita, se non succede qualcosa…».

Jeffrey Brooks. Ha 34 anni, sognava di fare l’attore, frequentava una scuola importante, ma ha lasciato perdere: per poter stare vicino al suo compagno, che due anni e mezzo fa si è ammalato di Aids. Jeffrey è sano, non è neppure sieropositivo e si domanda come mai: «Ho sempre fatto in passato sesso non protetto, selvaggio: quasi tutti i miei amici si sono, ammalati, ne ho visto morire più di cento. Io continuo a stare bene, nessun medico sa darmene una ragione». Non può fare il nome del suo compagno, un uomo bruno e robusto di 32 anni, perché è un “alien”, uno straniero con diritto di residenza negli Stati Uniti: potrebbe chiedere ormai la cittadinanza ma non ne ha il coraggio. Ha l’Aids, potrebbero non solo non concedergliela, ma magari cacciarlo dal paese. «Per me sarebbe terribile: in California ho la mia vita, ho Jeffrey che è la mia famiglia, ho il mio dottore. Per quel tempo che mi resta, ed ormai è poco, non voglio perdere tutto ciò che mi ha dato felicità e sicurezza». Lo chiameremo Manolo perché è spagnolo: anche se è ammalato da tanto, sta bene, ha un bell’aspetto, un’aria molto serena. Mostra una serie di scatole che contengono la dose massiccia giornaliera di farmaci: AZT, vitamine, calcio, ferro: «Le cure me le sono inventate io, uso tutto quello che c’è in giro. Se ci fosse una nuova cura in Cina, Jeffrey andrebbe a prendermela». La malattia ha reso ancora più salda questa coppia: «Ho cambiato la mia vita per proteggerlo, mi sento con lui una madre che ha la responsabilità di un figlio ammalato», dice Jeffrey. «Parliamo spesso del fatto che lui non ha futuro. Ma sino alla fine io farò di tutto perché la sua vita, la nostra vita, sia la migliore possibile». Negli Stati Uniti torneranno separati, su aerei diversi: sarà Jeffrey a portare tutte le medicine di Ma-nolo perché se gliele trovano, considerino lui l’ammalato: poiché è cittadino americano non possono respingerlo. Ma se scoprissero che malato è Manolo, potrebbero impedirgli il ritorno a casa. Al VII congresso erano venuti con il combattivo gruppo Act up, composto da omosessuali, sieropositivi e ammalati di Aids, per lottare contro la legge discriminatoria che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai sieropositivi. Entro il 3 agosto il presidente Bush dovrà decidere se mantenerla o abrogarla.

Don De Gagnè. È il primo canadese ammalato di Aids che sia stato invitato a far parte di un comitato pubblico; è infatti il vicepresidente dell’associazione “Gente con l’Aids”, che dipende dal Ministero della sanità del suo paese e lavora per la prevenzione e l’assistenza degli ammalati. È un bel giovanotto dai modi dolci e entusiasti, vive a Vancouver, prima di ammalarsi era presentatore televisivo: adesso si dedica solo alla sua associazione. «Non credo alla medicina ufficiale, alla scienza che tuttora si arrabatta alla ricerca di un farmaco, di una soluzione per l’Aids. Mi curo solo con medicamenti naturali, di erbe cinesi e dopo tre anni sto ancora bene, sono attivo, pieno di speranza e di energia. Il mio compito principale è quello di far capire alla gente che l’Aids non è una sentenza di morte, che con l’Aids si può vivere, anche senza disperazione, con serenità». De Gagnè e la sua organizzazione si occupano di 800 malati, che assistono a domicilio: in più lui tiene corsi di prevenzione nelle fabbriche e nelle scuole, a partire dai ragazzi di 15 anni: «I giovani sono molto interessati, vogliono sapere come proteggersi, sono molto meno prevenuti degli adulti verso di noi. Io lavoro anche con le comunità etniche difficilmente raggiungibili perché non sanno l’inglese, come certi gruppi asiatici o africani». Negli ultimi mesi ho perso ben dodici amici, e ognuno di loro mi manca: ma non sono disperato, passivo, abbattuto, piuttosto molto arrabbiato, molto aggressivo, pieno di voglia di lottare. Questo congresso era intitolato “La scienza sfida l’Aids”: io penso che invece dovremmo farne uno intitolato “L’Aids sfida la scienza”: perché essa è ancora troppo lenta, troppo di parte, troppo poco coraggiosa, troppo avara: ragiona in termini di anni, mentre noi abbiamo pochi mesi di vita».

Rosaria Jardino. È una graziosa ragazza di 25 anni, di aspetto delicato e di carattere forte: si occupa di coordinamento lesbiche con Aids e delle associazioni italiane di sieropositiviti: al congresso è stata invitata come delegato a parlare nel giorno di chiusura, accanto a illustri scienziati, a Madre Teresa di Calcutta e al presidente del Consiglio Giulio An-dreotti: «Sono sieropositiva da sei anni, e sto bene: mi tengo sempre controllata, mi curo, esorcizzo con il lavoro la paura dell’Aids». Si occupa di prevenzione e come volontaria prende anche un piccolo stipendio, 500 mila lire al mese che le bastano per vivere. «Come sia diventata sieropositiva non lo so. È avvenuto quando avevo 19 anni ed ero in una comunità a disintossicarmi: mi facevo allora di droga, di donne, di uomini, ero scatenata, quindi non so a chi dare la responsabilità di quel che mi è capitato. Adesso la mia vita è un’altra: anche se di sesso ne faccio tanto, con le donne. Ma sono molto più responsabile verso di me e verso gli altri. Lo dico subito che sono sieropositiva, qualcuna scappa, altre mi vogliono anche più bene. Certo prendo precauzioni, evito ogni contatto quando ci sono di mezzo le mestruazioni: anche perché le ricerche sono scarse e incomplete su quel che riguarda l’Aids e le donne».

Il VII congresso mondiale dell’Aids, il primo in Italia e forse il meglio riuscito sino ad ora (merito dei due organizzatori, il virologo Giovanni Rossi dell’Istituto superiore di Sanità e l’oncologo Luigi Chieco-Bianchi dell’università di Padova) malgrado migliaia di interventi e di ricerche di scienziati, non ha portato nessuna grande novità né molte certezze. Passeranno ancora anni prima che si possa parlare di un vaccino che impedisca il male e sino ad allora potranno forse migliorare i farmaci, che allungano la vita dei pazienti senza però scongiurarne la morte. Resta il dubbio se anche i baci possano essere infetti, pericolo non provato ma che non tutti, neppure il celebre scopritore del virus, Luc Montagnier, si sente di escludere. Mentre è una pericolosa illazione quella che la pillola contraccettiva protegga anche dall’infezione.

Intanto, mentre la scienza spende migliaia di miliardi, l’unico mezzo di prevenzione sicuro resta il vecchio, sprezzato preservativo, e questo il congresso ha ribadito in tutti i modi, anche con spot pornoedu-cativi che hanno scandalizzato i meno aperti dei partecipanti. Ed è stato confermato che sempre più donne sono esposte al rischio di infezione, che i paesi in via di sviluppo saranno colpiti in modo devastante dal male anche nella loro fragile economia, che l’amore non sarà più quello, definitivamente; passione-contagio, sesso-preservativo, sono due binomi che lo renderanno sempre più difficile e meno avventuroso, sempre più programmato e meno spontaneo. Ma 5 massimi profeti di sventura di questo congresso non hanno tralasciato niente: neppure la coppia monogama si salverà perché troppo sicura di sé e quindi indifferente a ogni precauzione. La passione forse ce la sogneremo vedendo i vecchi film, leggendo romanzi d’amore, sperando che prima o poi qualcuno ci liberi dall’incantesimo, dal maleficio che sta rendendo la vita sempre più plumbea.

Natalia Aspesi

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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.

AIDS - Ricky, quattordici anni, Wenonah, sedici: si sposeranno presto. Ma il loro è un amore impossibile?

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Ricky Ray e Wenonah Lindberg, i due giovanissimi futuri sposi, con i rispettivi genitori

Come Romeo e Giulietta

di Arturo Zampaglione
fotografie di Rod Millington/Silver Image

II nome di lui è Ricky, quello di lei Wenonah. Ma chiameteli pure Romeo e Giulietta, questi due ragazzini che si tengono per mano, si guardano negli occhi e si promettono un amore intenso e impossibile. Non siamo a Verona: questa è Sarasota, una allegra cittadina sulle coste della Florida, piena di sole, di barche, di ville. Qui non c’è traccia di Montecchi e Capuletì, né di altre famiglie in guerra. Anzi, i genitori dei due promessi sposi sono pronti a fare di tutto perché il 13 dicembre si celebri il matrimonio, a dispetto dei quattordici anni di Ricky Ray e dei sedici di Wenonah Lindberg. Ma la loro è una “love story” sfortunata e patetica. Lui è malato di Aids. Sa che la morte è dietro l’angolo, pure lei ne è cosciente, e così anche i familiari, i compagni di scuola, i vicini di casa e i milioni di americani che li hanno visti abbracciarsi in televisione e raccontare la loro vicenda. Ricky ama la ragazza che ha conosciuto sui banchi della scuola media, e vuole condividere con Wenonah i pochi giorni, mesi o anni, che gli restano. Intenzionato a bruciare ogni tappa, a rubare all’Aids un pezzo di vita, a confrontarsi subito con quella condizione di uomo adulto che gli verrà negata dal virus, il ragazzo paga il suo prezzo al conformismo e al puritanesimo americano: il vero amore è solo quello consacrato dal matrimonio.

L’annuncio delle nozze è stato dato tre settimane fa e in poche ore ha fatto il giro del mondo, per l’età della coppia, per la malattia di lui e soprattutto perché Ricky, per sua sventura, è un personaggio già noto: assieme alla sua famiglia, è stato vittima della nuova, odiosa forma di persecuzione dell’età dell’Aids. Fino al 1987, i Ray — padre guardia carceraria, madre casalinga, tre figli e una figlia — vivevano ad Arcadia, un paesotto della Florida. I tre maschi erano nati con l’emofilia, una malattia ereditaria che si manifesta con gravi difetti della coagulazione. Così, dovevano fare spesso ricorso a trasfusioni di sangue. Una volta fu utilizzato del sangue che conteneva il virus dell’Aids, e Ricky, assieme a Randy e Robert, divennero sieropositivi.

La notizia del contagio non piacque né ai compagni di scuola dei tre fratelli, né ai vicini dei Ray. I ragazzi furono espulsi dalla scuola pubblica della contea di De Soto. La loro casa venne data alle fiamme da chi li voleva allontanare da Arcadia. «In quell’incendio», ricorda Clifford Ray, il padre di Ricky, «è andata distrutta la casa dove avevo sempre vissuto con mia moglie, dove mio padre era morto e dove conservavo mille ricordi». I piromani ottennero il risultato sperato: i Ray furono costretti a cambiare città, a trasferirsi a Sarasota, senza però rinunciare a una causa per danni nei confronti della scuola, dalla quale hanno ottenuto un risarcimento di un miliardo e trecento milioni di lire.

Nella nuova cittadina, Ricky fu iscritto alla Gocio Elementary School, dove incontrò Wenonah. «Diventammo subito amici», racconta. Prima, qualche passeggiata insieme, qualche ora passata davanti alla televisione. Poi il rapporto si fece più stretto: «Cominciammo a telefonarci ogni giorno, a scambiarci visite». Intanto, la malattia faceva il suo corso.

A vederlo, magro, con i capelli biondissimi, ossigenati, un po’ alla punk, Ricky dimostra meno dei suoi quattordici anni. Ma basta incontrarlo, come abbiamo fatto, per capire che ogni giorno di Aids, per lui, è stato come un anno di vita. Sembra avere la saggezza di un adulto: «Con Wenonah, abbiamo già discusso dell’aspetto sessuale del nostro matrimonio. Non avremo rapporti veri e propri, è troppo rischioso a causa della mia malattia. Invece, con l’aiuto di un centro ad hoc, stiamo esaminando altre alternative, altri possibili giochi sessuali. In quanto ai figli, non è ancora il momento. Quando decideremo di averli, ricorreremo all’inseminazione artificiale».

Di una spanna più alta di lui, la fidanzata sembra più fragile, più incerta, spaventata. Ammette: «All’inizio, quando Ricky mi ha chiesto la mano, pensavo che scherzasse». Ma adesso l’idea del vestito bianco le piace ed è disposta ad andare fino in Texas, dove il limite d’età per il matrimonio è 14 anni. Nella nuova riscrittura del Romeo e Giulietta, c’è tutta l’America che trionfa, nelle sue tradizioni e nelle sue contraddizioni.

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Ricky è morto il 13 dicembre 1992. Il progetto di matrimonio con Wenonah non è andato in porto.

(Il seguente articolo è stato reperito dalla cache di google, mentre il sito originale non risponde)

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Ricky Ray loses AIDS battle

Miami Herald - Monday, December 14, 1992
John Donnelly, Herald Staff Writer

AIDS-infected Florida teenager Ricky Ray, whose precocious wisdom in the face of hysterical persecution helped educate the nation about the disease, died peacefully Sunday at his Orlando home. He was 15.

He and his two younger brothers, Robert, 14, and Randy, 13, who also are infected with HIV, were at the center of a Florida and national controversy in 1986 when the Arcadia School Board barred them from school because they were infected with HIV, the virus that causes AIDS. “He died peacefully at home, in his sleep,” said his father, Clifford Ray, who was with the family at the boy’s bedside, along with Ricky’s friend and former fiance, Wenonah Lindberg.

“He went very quickly, and it was where he wanted to be,” said his mother, Louise. “He wanted to be at home; he wanted to be with his family.”

The teenager, who had been unable to eat solid food or sit up and needed an oxygen mask to help with his breathing, died about 3:45 a.m. Sunday of multiple organ failure, Dr. Jerry Barbosa said.

“Obviously, it was not unexpected, but it was sudden and quick,” said Judith Kavanaugh, the family’s attorney in Sarasota, where the Rays lived before moving to Orlando earlier this year. “He was conscious to the very end. The family had an opportunity to tell him how much they loved him.”

His family will continue his efforts to educate others about AIDS and fight for a cure, Louise Ray said.

Her son had “wanted people to understand AIDS is not just this word that happens to somebody else — it can happen to everybody,” said Louise Ray, who, along with her husband, looked pale and haggard at a news conference later Sunday outside Kavanaugh’s office.

“Ricky has done what he wanted to do,” the boy’s father said. “He won his battle, and he’s gone to a better place.”

In his last days, Ray’s family had maintained a bedside vigil by the teenager, who recently had returned to his home for Thanksgiving after being hospitalized for a month at All Children’s Hospital in St. Petersburg.

The family said the boy’s funeral will be Friday morning in Sarasota, where he also will be buried.

Last month, President-elect Clinton telephoned the boy in the hospital to offer his support.

It is uncertain whether Clinton will attend services for Ray, spokesman Jeff Eller said in Little Rock, Ark. Clinton, who was unable to reach the family Sunday morning, sent his condolences.

Ray had said before the hospital call that he hoped Clinton “does what he says about AIDS. . . . I know he’s a very busy man right now because he’s got to run the United States now, but . . . I want to tell him that I want help for AIDS.”

He had hoped to live long enough to attend Clinton’s inauguration and progressed to the point that he was able to walk in for out-patient care early this month, “surprising everyone,” said Barbosa. But his condition then rapidly deteriorated, Barbosa said.

Ricky again made national headlines in June 1991 when he and his Sarasota neighbor, 16-year-old Lindberg, announced plans to wed.

Although the young couple’s decision was supported by their parents, the engagement drew mixed public reaction. Illness eventually forced Ricky to put the wedding plans on hold. The pair later broke up, but remained close friends.

“They were best friends, always best friends — even now that he’s gone,” Lindberg’s mother, Debbie, said Sunday.

The three Ray boys are believed to have contracted the AIDS virus six years ago through tainted blood products taken for their hemophilia. They were the first Florida children to receive the AIDS drug AZT.

Ray’s impact on AIDS education already has been felt.

“Things changed so much for us around the country after the Ray family. People saw that education is really an imperative in dealing with AIDS,” said Alan Brownstein, executive director of the National Hemophilia Foundation in New York. “They went through hell, but their hell has helped others.”

Robert was diagnosed with acquired immune deficiency syndrome in February 1990 but shows little sign of physical problems. Ricky was diagnosed with AIDS in March 1991.

Randy, like his brothers, tested positive for the human immunodeficiency virus in 1986, but he has not developed any symptoms of advanced stages of the incurable disease.

Barbosa said Sunday that the younger brothers are “the picture of health” and are not yet showing outward signs of the ravaging disease.

During the ordeal, the family endured the miseries of a small Central Florida town barring their children from school, and an arsonist torched their home in 1987.

In some ways, Ricky Ray was a teenager like any other. In one month last year, he dyed his hair blond, got a spike cut and had his ears pierced. He loved going to the movies, eating at fast-food restaurants and hanging out with friends.

Yet, Ricky was clearly different — “like he was living on another place from the rest of us,” said Kavanaugh, the family lawyer who become the Rays’ confidante.

He was wise beyond his years, and one of his missions from the start was to speak bluntly about AIDS. When his family moved to Sarasota in 1988, after their house was burned down in Arcardia, Ricky talked about his disease to classmates. Use condoms, he said; if someone with HIV is bleeding, get them to a doctor.

When one friend’s mother expressed fears about exposure to someone with the HIV virus, Ricky spent hours with the woman, explaining the basics of the disease. She changed her mind.

And he spoke out to groups across the country, jetting with his family from talk show to talk show.

People had a hard time understanding how the teenager could speak so openly about death, or about how he worried not for himself, but for his brothers.

He did get depressed at times. One of his worst periods was the death of his friend Ryan White, 18, in 1990. Ryan was a hemophiliac, too, who contracted the disease through tainted blood transfusions.

The two used to talk often on the phone. About what? “Secrets,” Ricky said in an interview last year.

“I’ve learned since I have AIDS,” he said in a hearing last year in a lawsuit, “that every moment is supposed to be a special time because you don’t know how much time you have left.” The suit, against two blood-products companies, was settled out of court for $1 million.

But most of all over the last six years, he became the protective older brother to his sister and brothers.

In an interview with The Miami Herald last year, Ricky said he had, in his own way, prayed that he could save his brothers through his own sacrifice: “I thought about both of them dying. I thought about a way to take it off Robert and Randy and putting it on me.”

A public viewing of Ricky’s body was planned for Thursday night at Toale Brothers Funeral Home in Sarasota.

Ray’s funeral will be at 11 a.m. Friday at the First Baptist Church in Sarasota, with burial at Palms Memorial Park. In lieu of flowers, donations may be sent to Dr. Jerry Barbosa, chief of pediatrics, All Children’s Hospital, 801 Sixth St. South, St. Petersburg, Fla., 33701.

Ricky Ray is survived by his parents, Clifford and Louise Ray; his brothers, Robert and Randy; and a sister, Candy.

Herald wire services contributed to this story.

Written by StM

August 18th, 2005 at 3:25 pm

[satira] Le nuove, formidabili funzioni delle case del futuro

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http://attivissimo.blogspot.com/2005/07/ixt-repubblica-parla-di-longhorn-parte.html

Bisognerà aspettare fino al 2006, ma la nuova generazione di case è in dirittura d’arrivo. Noi giornalisti di “Dittatura” abbiamo ricevuto e entusiasticamente accettato l’invito di Mattonsoft a provarne una in anteprima (perché GIAMMAI scriveremmo un articolo per sentito dire o basandoci su press-kit, noi), e possiamo assicurarvi che senza rimpianto diremo tutti addio alle nostre baracche di legno monofamiliari coi tetti di ondulati di alluminio, plastica o ethernit.

Il segreto del sicuro successo di Mattonsoft parte dal loro più importante segreto industriale, una materia rigida, ignifuga e resistentissima: il suo nome in codice è “mattone”, da cui il nome dell’azienda. Grazie ai “mattoni”, abbiamo potuto toccare con mano come le case Mattonsoft siano infinitamente più sicure e vivibili, perché meno soggette alla furia degli elementi e ai capricci del clima. Pare che i “mattoni” da soli non siano sufficienti a garantire queste caratteristiche, tanto che abbiamo sentito parlare di un elemento additivo ancora più segreto, il cui nome in codice sarebbe “cimento”, ma si tratta di voci non confermate (ma già il nome può farci fantasticare sulle grandi battaglie progettuali combattute in Mattonsoft).

Le novità non si fermano qui. Al momento di entrare in casa, l’addetto alle pubbliche relazioni di Mattonsoft ci ha lasciati andare avanti, con un sorriso enigmatico sulle labbra. Da principio, notando sulla porta d’ingresso (innovazione Mattonsoft ormai acquisita già da tempo anche nelle nostre baracche) una “maniglia”, ho pensato che intendesse farsi beffe della nostra ignoranza, osservandoci mentre invano cercavamo di entrare: dovete sapere, infatti, che una porta chiusa con una “maniglia” della nuova generazione si può aprire solo girando la maniglia stessa, grazie a un meccanismo molto complicato ma veramente funzionale; dal canto mio, essendo (modestamente) esperto del ramo, intendevo stupire l’uomo Mattonsoft aprendo la porta senza battere ciglio. Ebbene, immaginate la mia sorpresa quando, girata la maniglia, non sono riuscito a far ruotare la porta sui suoi cardini! Di fronte al mio sconcerto, il sorriso dell’addetto si è fatto ancora più largo e mi è stato svelato l’arcano: le nuove porte Mattonsoft fanno uso di un dispositivo per il controllo degli accessi, chiamato “serratura”: senza possedere l’unica “chiave” che sblocca la “serratura”, è impossibile entrare! Quest’innovazione viene sicuramente in soccorso di quanti, nelle baraccopoli più grandi, iniziavano a temere per l’incolumità dei propri familiari e la sicurezza dei propri beni: il progresso ci ha portati a vivere a contatto diretto con sempre più persone, ed è ormai impossibile conoscere (e quindi fidarsi di) tutti; dall’altro lato, il progresso ci porta anche, grazie a Mattonsoft, la soluzione ai problemi che crea.

Entrati in casa, siamo stati investiti da una quantità di luce inaspettata, eppure non sentivamo un solo soffio d’aria: le finestre dovevano pure essere chiuse, ma con tutta quella luce non era possibile! L’addetto ci ha fatti allora avvicinare a quella che sembrava una finestra aperta, e ci ha stupiti un’altra volta rivelandoci che d’ora in poi le finestre saranno trasparenti! Grazie ad un nuovo materiale, il “vetro”, sarà possibile contemporaneamente proteggersi dagli spifferi e lasciare entrare la luce solare: addio persiane di legno, improbabili fogli di carta opaca e placebo di ogni genere, una volta provate le finestre trasparenti non vorrete più tornare indietro!

A questo punto, un collega ha domandato come mai la casa da fuori sembrasse molto alta, mentre all’interno lo spazio verticale pareva analogo a quello di una qualsiasi baracca. Una volta di più, l’addetto Mattonsoft ha avuto il piacere di stupirci, accompagnandoci a quelle che ha chiamato “scale”, un’altra loro idea semplice e geniale, un uovo di colombo: una serie di poggiapiedi adiacenti (”gradini”) dall’altezza che si eleva progressivamente, grazie ai quali si riesce a raggiungere l’altezza di due uomini senza fatica; ma ancora più geniale, il fatto che le “scale” conducessero ad un altro “piano”, cioè un’altra casa assolutamente identica alla prima, quella “al piano di sotto”. Dopo averci lasciato pensare agli enormi vantaggi derivanti dal poter mettere una casa sopra l’altra, l’addetto ci ha confidato come siano allo studio case che vadano molto oltre i due “piani”, che forse risolveranno finalmente l’annoso problema della sempre più difficile integrazione con la natura: non più distese e distese di baracche, erette ai danni di numerosi ettari di bosco, ma pochi e isolati “alveari” immersi nel verde.

La visita è proseguita con la visione di alcune diapositive sui progetti futuri di Mattonsoft, che tra le altre cose includono il “riscaldamento” e l’”aria condizionata”, che dovrebbero permettere di avere caldo in casa anche d’inverno (a dire il vero non capiamo il vantaggio rispetto ad una semplice stufa a legna), e incredibilmente di avere fresco in casa anche d’estate. Il tutto pare coinvolga un progetto il cui nome in codice ci risulta essere “lettricità”, ma su cui gli uomini Mattonsoft non si sono voluti sbottonare. Possiamo solo ipotizzare, dato il nome, l’apporto dato al progetto da qualche saggia signora dedita ai consumi letterari.

In conclusione, grazie alle nuove case Mattonsoft, la nostra vita cambierà radicalmente (in meglio), e la migrazione diventerà prima o poi un passo obbligato per mettersi in pari con il progresso: perché aspettare?

Written by StM

July 21st, 2005 at 5:08 pm

A quel quarto di italiani che è andato a votare il 12-13 giugno

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A quanto pare l’astensione da una qualche scelta è proficua per la Chiesa Cattolica anche in altri campi…

Mi rivolgo a coloro che hanno redditi, e quindi devono fare la dichiarazione dei medesimi: c’è una crocettina da fare, riguardante un certo 8 per mille… vorrete mica che vada a un’organizzazione fondamentalista che ogni giorno di più minaccia la vostra libertà? Dare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, ormai è bene che ve ne rendiate conto, è come comprare eroina da chi finanzia i fondamentalisti islamici. Con la differenza che i fondamentalisti islamici, per ora, non vengono a mettere becco negli affari interni del *vostro* stato nazionale a fare il bello e il cattivo tempo.

Su anticlericale.net troverete un dossier completo sull’8 per mille, e in particolare: a questa pagina potete dare un’occhiata a come *dovrebbero* essere spesi i soldi, per ciascun soggetto destinatario dei fondi dell’8 per mille (varie comunità religiose e lo stato); a questa pagina trovate uno specchietto della ripartizione dei fondi; qui un articolo di sintesi, che ci ricorda la nozione fondamentale che se non firmi, il tuo 8 per mille va a finire lo stesso nelle tasche delle chiese, in proporzione alle preferenze espresse (e fa impressione sapere che il 64% degli italiani non esprime una scelta nella dichiarazione dei redditi); a questa pagina un’analisi ragionata del dilemma del soggetto per cui firmare, in cui a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare la preferenza di anticlericale.net va per la Chiesa Valdese (www.chiesavaldese.org); a questa pagina, infine, un memorandum con il succo di tutto il discorso e le scadenze (è abbastanza compresso da poter essere fatto circolare via mail, quindi se avete studiato da rompiballe sapete cosa fare - solo ricordatevi di citare la fonte, il sito www.anticlericale.net).

Giochiamo un po’ con la matematica. Se è vero che il 64% di coloro che fanno la dichiarazione dei redditi NON esprime la propria preferenza per l’8 per mille, allora il 36% degli italiani decide per tutti gli altri; di questo 36% di italiani, l’87% esprime la preferenza per la Chiesa Cattolica; ne consegue che il 31% degli italiani ha espresso la preferenza per la Chiesa Cattolica, e il 5% per altro. Ora, e qui mi riallaccio al titolo, non sarebbe una bella botta se quel 25% di italiani che è andato a votare si ricordasse improvvisamente di quanto è seria e meritevole la Chiesa Valdese? A voler giocare con le percentuali, si potrebbe verificare il caso che il 30% degli italiani dia una preferenza diversa dalla Chiesa Cattolica, pertanto ridimensionandole *di molto* il miliardino che si prende ogni anno dal vostro sudato IRPEF (sempre a fare giochi matematici, diventerebbe 570 milioni).

Non voglio spendere una parola che sia una sull’esito del referendum. E non voglio che per questo post mi si prenda per mangiapreti… io sono ateo, ma professo il “vivi e lascia vivere”; il problema sorge quando qualcun altro entra nella mia vita (a quelli che si sono astenuti perché non gliene fregava un cazzo probabilmente questa frase suonerà aliena e incomprensibile… quando mai una legge del MIO stato dovrebbe riguardare la MIA vita, eh?) e pretende che io la pensi come lui, per legge e senza nessuna ragione plausibile (l’etica per me deve avere dei riscontri concreti, altrimenti non ha valore; le “bestemmie contro dio” lasciano il tempo che trovano). Esistono sicuramente migliaia di sacerdoti, frati, anche alto-clericali degni di rispetto e ammirazione, e qualcuno ce l’ho anche presente, ma vorrei ricordare che non bastò al dio biblico la presenza di un solo uomo giusto per evitare la distruzione di Sodoma e Gomorra (anche se a Lot venne comunque dato il preavviso dello sfratto); soprattutto, vorrei ricordare che in genere il valore di un gruppo di persone non è dato dalla somma dei valori degli uomini che lo compongono, ma è molto, molto inferiore.

Probabilmente morirò quando l’Italia conterà a livello mondiale ancor meno del soldo bucato che conta adesso, e quando la Cina l’avrà superata anche come livello di democrazia; quando morirò, la Chiesa Cattolica o si sarà finalmente rinnovata per merito di un papa illuminato, o si sarà ormai rattrappita su sé stessa, rinunciando a qualsiasi forma di ecumenismo per rilanciare la sua sfida fondamentalista messa in un cassetto per secoli; comunque vada, quando morirò non sarò cattolico, e molto probabilmente nemmeno italiano.

Written by StM

June 15th, 2005 at 12:26 am

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Torno sui treni

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Già, almeno due volte a settimana. Peccato (meno male) che in futuro probabilmente diraderò molto la mia frequentazione. Ma, se riesco nell’intento di non avere MAI bisogno di un’automobile, chissà…

Perché poi il treno è bello, perché puoi fare incontri interessanti. O riempire il vagone vuoto con i tuoi amici immaginari, a seconda delle volte. O entrambe le cose. Tanto, finché un posto è libero un amico immaginario ci può anche stare. Ma non parlategli, che in presenza di estranei tendono a vergognarsi. Fate finta di non conoscerlo.

Poi ci sono le volte che gli amici immaginari li dovete lasciare a terra. Perché già non ci state voi e i vostri bagagli, figuriamoci loro. Ma da dove sarà saltato fuori, poi, quel ciccione con la proboscide…

Vi avevo già segnalato il blog Visioni Binarie di Alice Avallone… e da quel che ho visto, pare che ben UN visitatore di questo blog sia andato a visitare anche quello, cliccando sul link… mi sento molto orgoglioso di me, di te, di tutti. Anche stavolta recidivamente risegnalo, ma una iniziativa in particolare, che mi pare interessante: far ritornare il blog all’ovile, al tema ispiratore nella sua piena concretezza - in treno. Non più quindi pixel su uno schermo, consumati adagiandoci pigramente e in spregio della legge 626 sulla sedia girevole di casa nostra, ma carta viva e presente, ingombrante se vogliamo ma amichevole e soprattutto nel posto giusto, d’elezione, dove la vita scorre, viaggia, e dove tutto è nato.

Ora, *ehm*, vorrei dire a quelli che come me sono laptop-dipendenti… ecco, sì, *c’è* differenza tra un laptop e un foglio di carta, anche se si possono consultare in treno *entrambi*. Non lascereste mai il vostro laptop sul sedile, così i passeggeri successivi potranno leggerlo, vero? Ecco.

Se vi ho solleticato, e non nel senso delle vostre nocche pronte a censurarmi gli zigomi, non ho altro da aggiungere che non sia scritto nelle istruzioni per partecipare. Tra l’altro, consiglio la lettura di tali istruzioni anche a chi si fosse chiesto fino ad oggi se Alice Avallone fosse una perfida criminale ammazza-privacy dedita ad ogni genere di sotterfugi, o una persona come non ce ne sono quasi più, che si limita a *chiedere* con sincerità.

Ora mi duole comunicarvi che il treno è stato spostato di binario, quindi affrettatevi là. Buon viaggio!

Written by StM

June 10th, 2005 at 1:26 am