Archive for the ‘opere altrui’ Category
Dedicato a ogni blogger (sglapser, braurper) che si rispetti
(ovviamente da www.doonesbury.com)
Viaggio nel tempo – AIDS nel 1991
Disclaimer: non sono un medico. Sono un semplice curioso. Spero riusciate a distinguere le mie opinioni dalla cronaca e dalle opinioni di persone più esperte di me. Non ho effettuato alcun tipo di controllo di attendibilità sui siti che linko, e comunque non ne avrei le competenze. State sempre molto attenti a quello che leggete in rete, mettere insieme un articolo credibile agli occhi dei profani è facilissimo.
“Cara” Sindrome da Immuno-Deficenza Acquisita (in alcuni paesi si chiama appunto SIDA), non ti ricordavo così. Così famosa, così temuta. Eppure guarda che articoli che ti dedicavano, quanto si parlava di te, quanto poco eri conosciuta e quanto d’altro canto ti si voleva conoscere. Nei primi anni ti si chiamava addirittura “peste del ventesimo secolo”, tanto per fomentare l’isteria e la paranoia dilaganti (un succinto riassunto della genesi e storia della malattia).
Come possiamo leggere dagli articoli che riporto più sotto, i malati di AIDS correvano il rischio di ghettizzazione a tutti i livelli, addirittura a quelli istituzionali (a un malato di AIDS straniero a quanto pare non era permesso l’ingresso negli Stati Uniti). Per chi ha più o meno la mia età o più, c’è il ricordo nitido delle campagne informative passate alla televisione (quella dei “contorni viola”) o su altri mezzi di comunicazione: non ricordo bene in quale classe, mi avevano dato una storia a fumetti in un volume addirittura cartonato – e poi c’era il libretto di Lupo Alberto promosso dal Ministero della Sanità per sensibilizzare all’uso del preservativo. Sì, forse allora la lobby dei preservativi faceva grandi affari, ma meglio loro che non la lobby che va di moda oggi, quella dell’astinenza e della disinformazione (o noninformazione). Quella che, volendo buttarci tra le braccia delle grandi confessioni religiose, in realtà butta molti nelle mani degli stregoni del 2000. Fine divagazione.
A proposito di disinformazione. Per qualcuno l’HIV non esiste, e l’AIDS è provocata dai farmaci che dovrebbero curarla. Non sono un medico, sono un semplice curioso che ultimamente trova molte risposte su wikipedia. A me sembrano davvero risposte, senza bisogno di troppi commenti (così come a Emack che altrove ha segnalato il link):
http://it.wikipedia.org/wiki/HIV
Se proprio vogliamo, comunque, si ha un’ulteriore riprova di come le case farmaceutiche pensino prima agli affari e poi alla salute dei pazienti: per esempio hanno prodotto e venduto l’AZT (attenzione, contenuto su wikipedia “non verificato”, proviene dal sito di kontroinformazione che ho linkato prima) finché han potuto, come hanno sempre fatto per chissà quanti altri farmaci (chi ha detto Lipobay? Grillo, hai parlato?).
Abbastanza parole per ora. Dimenticate l’oscuro 2005, e mettete indietro gli orologi… (avviso: il secondo e il terzo articolo, che sono l’esposizione e l’epilogo della stessa storia, possono risultare un po’ troppo commoventi… se non vi sentite dell’umore, saltateli).
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS – Dal convegno fiorentino tre drammatiche storie di ordinaria malattia
VIVERE CON IL VIRUS
Firenze. Jeffrey Brooks l’americano e il suo compagno spagnolo, Don De Gagnè il canadese, Rosaria Jardino l’italiana, l’omosessuale sano, gli ammalati di Aids, la sieropositiva asintomatica hanno vissuto con frenesia e passione i giorni del VII congresso mondiale dell’Aids: in mezzo agli ottomila scienziati venuti dall’Uganda e dalla California, da Roma e da Budapest, da Amsterdam e da Calcutta, a qualche centinaio di attivisti italiani e stranieri, emofilici, politrasfusi, lesbiche, ex tossici, volontari, sacerdoti, omosessuali, prostitute, madri di famiglia e a qualche decina di piazzisti di preservativi profumati alla vaniglia, di farmaci in via di approvazione prodotti dalle grandi case, di radici e pozioni di erbe per ipotetiche guarigioni naturali, di pseudo vaccini che solo tra qualche anno potranno riverlarsi utili o no, di metodi per evitare il male, la meditazione, la levitazione, ia dieta vegetariana.
E per la prima volta, da quando sono nati questi giganteschi convegni, figli della paura crescente, delle previsioni apocalittiche, dei litigi tra scienziati, dell’annaspare della ricerca, della disperazione di chi è stato travolto dal male o ha visto i suoi cari, i suoi amici, morire inesorabilmente, si è spezzato ogni confine tra la scienza e la malattia: salivano, sulla pedana degli oratori, con la loro targhetta di delegati, i sieropositivi e gli ammalati, a raccontare e pretendere; e tra i ricercatori, i virologi, gli psicologi, i medici che portavano al congresso i loro studi, c’erano quelli che improvvisamente si rivelavano, come anche ha fatto pubblicamente gualche giornalista: «Anch’io sono sieropositivo, anch’io sono ammalato, anch’io non ho ormai che qualche mese ai vita, se non succede qualcosa…».
Jeffrey Brooks. Ha 34 anni, sognava di fare l’attore, frequentava una scuola importante, ma ha lasciato perdere: per poter stare vicino al suo compagno, che due anni e mezzo fa si è ammalato di Aids. Jeffrey è sano, non è neppure sieropositivo e si domanda come mai: «Ho sempre fatto in passato sesso non protetto, selvaggio: quasi tutti i miei amici si sono, ammalati, ne ho visto morire più di cento. Io continuo a stare bene, nessun medico sa darmene una ragione». Non può fare il nome del suo compagno, un uomo bruno e robusto di 32 anni, perché è un “alien”, uno straniero con diritto di residenza negli Stati Uniti: potrebbe chiedere ormai la cittadinanza ma non ne ha il coraggio. Ha l’Aids, potrebbero non solo non concedergliela, ma magari cacciarlo dal paese. «Per me sarebbe terribile: in California ho la mia vita, ho Jeffrey che è la mia famiglia, ho il mio dottore. Per quel tempo che mi resta, ed ormai è poco, non voglio perdere tutto ciò che mi ha dato felicità e sicurezza». Lo chiameremo Manolo perché è spagnolo: anche se è ammalato da tanto, sta bene, ha un bell’aspetto, un’aria molto serena. Mostra una serie di scatole che contengono la dose massiccia giornaliera di farmaci: AZT, vitamine, calcio, ferro: «Le cure me le sono inventate io, uso tutto quello che c’è in giro. Se ci fosse una nuova cura in Cina, Jeffrey andrebbe a prendermela». La malattia ha reso ancora più salda questa coppia: «Ho cambiato la mia vita per proteggerlo, mi sento con lui una madre che ha la responsabilità di un figlio ammalato», dice Jeffrey. «Parliamo spesso del fatto che lui non ha futuro. Ma sino alla fine io farò di tutto perché la sua vita, la nostra vita, sia la migliore possibile». Negli Stati Uniti torneranno separati, su aerei diversi: sarà Jeffrey a portare tutte le medicine di Ma-nolo perché se gliele trovano, considerino lui l’ammalato: poiché è cittadino americano non possono respingerlo. Ma se scoprissero che malato è Manolo, potrebbero impedirgli il ritorno a casa. Al VII congresso erano venuti con il combattivo gruppo Act up, composto da omosessuali, sieropositivi e ammalati di Aids, per lottare contro la legge discriminatoria che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai sieropositivi. Entro il 3 agosto il presidente Bush dovrà decidere se mantenerla o abrogarla.
Don De Gagnè. È il primo canadese ammalato di Aids che sia stato invitato a far parte di un comitato pubblico; è infatti il vicepresidente dell’associazione “Gente con l’Aids”, che dipende dal Ministero della sanità del suo paese e lavora per la prevenzione e l’assistenza degli ammalati. È un bel giovanotto dai modi dolci e entusiasti, vive a Vancouver, prima di ammalarsi era presentatore televisivo: adesso si dedica solo alla sua associazione. «Non credo alla medicina ufficiale, alla scienza che tuttora si arrabatta alla ricerca di un farmaco, di una soluzione per l’Aids. Mi curo solo con medicamenti naturali, di erbe cinesi e dopo tre anni sto ancora bene, sono attivo, pieno di speranza e di energia. Il mio compito principale è quello di far capire alla gente che l’Aids non è una sentenza di morte, che con l’Aids si può vivere, anche senza disperazione, con serenità». De Gagnè e la sua organizzazione si occupano di 800 malati, che assistono a domicilio: in più lui tiene corsi di prevenzione nelle fabbriche e nelle scuole, a partire dai ragazzi di 15 anni: «I giovani sono molto interessati, vogliono sapere come proteggersi, sono molto meno prevenuti degli adulti verso di noi. Io lavoro anche con le comunità etniche difficilmente raggiungibili perché non sanno l’inglese, come certi gruppi asiatici o africani». Negli ultimi mesi ho perso ben dodici amici, e ognuno di loro mi manca: ma non sono disperato, passivo, abbattuto, piuttosto molto arrabbiato, molto aggressivo, pieno di voglia di lottare. Questo congresso era intitolato “La scienza sfida l’Aids”: io penso che invece dovremmo farne uno intitolato “L’Aids sfida la scienza”: perché essa è ancora troppo lenta, troppo di parte, troppo poco coraggiosa, troppo avara: ragiona in termini di anni, mentre noi abbiamo pochi mesi di vita».
Rosaria Jardino. È una graziosa ragazza di 25 anni, di aspetto delicato e di carattere forte: si occupa di coordinamento lesbiche con Aids e delle associazioni italiane di sieropositiviti: al congresso è stata invitata come delegato a parlare nel giorno di chiusura, accanto a illustri scienziati, a Madre Teresa di Calcutta e al presidente del Consiglio Giulio An-dreotti: «Sono sieropositiva da sei anni, e sto bene: mi tengo sempre controllata, mi curo, esorcizzo con il lavoro la paura dell’Aids». Si occupa di prevenzione e come volontaria prende anche un piccolo stipendio, 500 mila lire al mese che le bastano per vivere. «Come sia diventata sieropositiva non lo so. È avvenuto quando avevo 19 anni ed ero in una comunità a disintossicarmi: mi facevo allora di droga, di donne, di uomini, ero scatenata, quindi non so a chi dare la responsabilità di quel che mi è capitato. Adesso la mia vita è un’altra: anche se di sesso ne faccio tanto, con le donne. Ma sono molto più responsabile verso di me e verso gli altri. Lo dico subito che sono sieropositiva, qualcuna scappa, altre mi vogliono anche più bene. Certo prendo precauzioni, evito ogni contatto quando ci sono di mezzo le mestruazioni: anche perché le ricerche sono scarse e incomplete su quel che riguarda l’Aids e le donne».
Il VII congresso mondiale dell’Aids, il primo in Italia e forse il meglio riuscito sino ad ora (merito dei due organizzatori, il virologo Giovanni Rossi dell’Istituto superiore di Sanità e l’oncologo Luigi Chieco-Bianchi dell’università di Padova) malgrado migliaia di interventi e di ricerche di scienziati, non ha portato nessuna grande novità né molte certezze. Passeranno ancora anni prima che si possa parlare di un vaccino che impedisca il male e sino ad allora potranno forse migliorare i farmaci, che allungano la vita dei pazienti senza però scongiurarne la morte. Resta il dubbio se anche i baci possano essere infetti, pericolo non provato ma che non tutti, neppure il celebre scopritore del virus, Luc Montagnier, si sente di escludere. Mentre è una pericolosa illazione quella che la pillola contraccettiva protegga anche dall’infezione.
Intanto, mentre la scienza spende migliaia di miliardi, l’unico mezzo di prevenzione sicuro resta il vecchio, sprezzato preservativo, e questo il congresso ha ribadito in tutti i modi, anche con spot pornoedu-cativi che hanno scandalizzato i meno aperti dei partecipanti. Ed è stato confermato che sempre più donne sono esposte al rischio di infezione, che i paesi in via di sviluppo saranno colpiti in modo devastante dal male anche nella loro fragile economia, che l’amore non sarà più quello, definitivamente; passione-contagio, sesso-preservativo, sono due binomi che lo renderanno sempre più difficile e meno avventuroso, sempre più programmato e meno spontaneo. Ma 5 massimi profeti di sventura di questo congresso non hanno tralasciato niente: neppure la coppia monogama si salverà perché troppo sicura di sé e quindi indifferente a ogni precauzione. La passione forse ce la sogneremo vedendo i vecchi film, leggendo romanzi d’amore, sperando che prima o poi qualcuno ci liberi dall’incantesimo, dal maleficio che sta rendendo la vita sempre più plumbea.
Natalia Aspesi
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS – Ricky, quattordici anni, Wenonah, sedici: si sposeranno presto. Ma il loro è un amore impossibile?
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Ricky Ray e Wenonah Lindberg, i due giovanissimi futuri sposi, con i rispettivi genitori
Come Romeo e Giulietta
di Arturo Zampaglione
fotografie di Rod Millington/Silver Image
II nome di lui è Ricky, quello di lei Wenonah. Ma chiameteli pure Romeo e Giulietta, questi due ragazzini che si tengono per mano, si guardano negli occhi e si promettono un amore intenso e impossibile. Non siamo a Verona: questa è Sarasota, una allegra cittadina sulle coste della Florida, piena di sole, di barche, di ville. Qui non c’è traccia di Montecchi e Capuletì, né di altre famiglie in guerra. Anzi, i genitori dei due promessi sposi sono pronti a fare di tutto perché il 13 dicembre si celebri il matrimonio, a dispetto dei quattordici anni di Ricky Ray e dei sedici di Wenonah Lindberg. Ma la loro è una “love story” sfortunata e patetica. Lui è malato di Aids. Sa che la morte è dietro l’angolo, pure lei ne è cosciente, e così anche i familiari, i compagni di scuola, i vicini di casa e i milioni di americani che li hanno visti abbracciarsi in televisione e raccontare la loro vicenda. Ricky ama la ragazza che ha conosciuto sui banchi della scuola media, e vuole condividere con Wenonah i pochi giorni, mesi o anni, che gli restano. Intenzionato a bruciare ogni tappa, a rubare all’Aids un pezzo di vita, a confrontarsi subito con quella condizione di uomo adulto che gli verrà negata dal virus, il ragazzo paga il suo prezzo al conformismo e al puritanesimo americano: il vero amore è solo quello consacrato dal matrimonio.
L’annuncio delle nozze è stato dato tre settimane fa e in poche ore ha fatto il giro del mondo, per l’età della coppia, per la malattia di lui e soprattutto perché Ricky, per sua sventura, è un personaggio già noto: assieme alla sua famiglia, è stato vittima della nuova, odiosa forma di persecuzione dell’età dell’Aids. Fino al 1987, i Ray — padre guardia carceraria, madre casalinga, tre figli e una figlia — vivevano ad Arcadia, un paesotto della Florida. I tre maschi erano nati con l’emofilia, una malattia ereditaria che si manifesta con gravi difetti della coagulazione. Così, dovevano fare spesso ricorso a trasfusioni di sangue. Una volta fu utilizzato del sangue che conteneva il virus dell’Aids, e Ricky, assieme a Randy e Robert, divennero sieropositivi.
La notizia del contagio non piacque né ai compagni di scuola dei tre fratelli, né ai vicini dei Ray. I ragazzi furono espulsi dalla scuola pubblica della contea di De Soto. La loro casa venne data alle fiamme da chi li voleva allontanare da Arcadia. «In quell’incendio», ricorda Clifford Ray, il padre di Ricky, «è andata distrutta la casa dove avevo sempre vissuto con mia moglie, dove mio padre era morto e dove conservavo mille ricordi». I piromani ottennero il risultato sperato: i Ray furono costretti a cambiare città, a trasferirsi a Sarasota, senza però rinunciare a una causa per danni nei confronti della scuola, dalla quale hanno ottenuto un risarcimento di un miliardo e trecento milioni di lire.
Nella nuova cittadina, Ricky fu iscritto alla Gocio Elementary School, dove incontrò Wenonah. «Diventammo subito amici», racconta. Prima, qualche passeggiata insieme, qualche ora passata davanti alla televisione. Poi il rapporto si fece più stretto: «Cominciammo a telefonarci ogni giorno, a scambiarci visite». Intanto, la malattia faceva il suo corso.
A vederlo, magro, con i capelli biondissimi, ossigenati, un po’ alla punk, Ricky dimostra meno dei suoi quattordici anni. Ma basta incontrarlo, come abbiamo fatto, per capire che ogni giorno di Aids, per lui, è stato come un anno di vita. Sembra avere la saggezza di un adulto: «Con Wenonah, abbiamo già discusso dell’aspetto sessuale del nostro matrimonio. Non avremo rapporti veri e propri, è troppo rischioso a causa della mia malattia. Invece, con l’aiuto di un centro ad hoc, stiamo esaminando altre alternative, altri possibili giochi sessuali. In quanto ai figli, non è ancora il momento. Quando decideremo di averli, ricorreremo all’inseminazione artificiale».
Di una spanna più alta di lui, la fidanzata sembra più fragile, più incerta, spaventata. Ammette: «All’inizio, quando Ricky mi ha chiesto la mano, pensavo che scherzasse». Ma adesso l’idea del vestito bianco le piace ed è disposta ad andare fino in Texas, dove il limite d’età per il matrimonio è 14 anni. Nella nuova riscrittura del Romeo e Giulietta, c’è tutta l’America che trionfa, nelle sue tradizioni e nelle sue contraddizioni.
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Ricky è morto il 13 dicembre 1992. Il progetto di matrimonio con Wenonah non è andato in porto.
(Il seguente articolo è stato reperito dalla cache di google, mentre il sito originale non risponde)
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Ricky Ray loses AIDS battle
Miami Herald – Monday, December 14, 1992
John Donnelly, Herald Staff Writer
AIDS-infected Florida teenager Ricky Ray, whose precocious wisdom in the face of hysterical persecution helped educate the nation about the disease, died peacefully Sunday at his Orlando home. He was 15.
He and his two younger brothers, Robert, 14, and Randy, 13, who also are infected with HIV, were at the center of a Florida and national controversy in 1986 when the Arcadia School Board barred them from school because they were infected with HIV, the virus that causes AIDS. “He died peacefully at home, in his sleep,” said his father, Clifford Ray, who was with the family at the boy’s bedside, along with Ricky’s friend and former fiance, Wenonah Lindberg.
“He went very quickly, and it was where he wanted to be,” said his mother, Louise. “He wanted to be at home; he wanted to be with his family.”
The teenager, who had been unable to eat solid food or sit up and needed an oxygen mask to help with his breathing, died about 3:45 a.m. Sunday of multiple organ failure, Dr. Jerry Barbosa said.
“Obviously, it was not unexpected, but it was sudden and quick,” said Judith Kavanaugh, the family’s attorney in Sarasota, where the Rays lived before moving to Orlando earlier this year. “He was conscious to the very end. The family had an opportunity to tell him how much they loved him.”
His family will continue his efforts to educate others about AIDS and fight for a cure, Louise Ray said.
Her son had “wanted people to understand AIDS is not just this word that happens to somebody else — it can happen to everybody,” said Louise Ray, who, along with her husband, looked pale and haggard at a news conference later Sunday outside Kavanaugh’s office.
“Ricky has done what he wanted to do,” the boy’s father said. “He won his battle, and he’s gone to a better place.”
In his last days, Ray’s family had maintained a bedside vigil by the teenager, who recently had returned to his home for Thanksgiving after being hospitalized for a month at All Children’s Hospital in St. Petersburg.
The family said the boy’s funeral will be Friday morning in Sarasota, where he also will be buried.
Last month, President-elect Clinton telephoned the boy in the hospital to offer his support.
It is uncertain whether Clinton will attend services for Ray, spokesman Jeff Eller said in Little Rock, Ark. Clinton, who was unable to reach the family Sunday morning, sent his condolences.
Ray had said before the hospital call that he hoped Clinton “does what he says about AIDS. . . . I know he’s a very busy man right now because he’s got to run the United States now, but . . . I want to tell him that I want help for AIDS.”
He had hoped to live long enough to attend Clinton’s inauguration and progressed to the point that he was able to walk in for out-patient care early this month, “surprising everyone,” said Barbosa. But his condition then rapidly deteriorated, Barbosa said.
Ricky again made national headlines in June 1991 when he and his Sarasota neighbor, 16-year-old Lindberg, announced plans to wed.
Although the young couple’s decision was supported by their parents, the engagement drew mixed public reaction. Illness eventually forced Ricky to put the wedding plans on hold. The pair later broke up, but remained close friends.
“They were best friends, always best friends — even now that he’s gone,” Lindberg’s mother, Debbie, said Sunday.
The three Ray boys are believed to have contracted the AIDS virus six years ago through tainted blood products taken for their hemophilia. They were the first Florida children to receive the AIDS drug AZT.
Ray’s impact on AIDS education already has been felt.
“Things changed so much for us around the country after the Ray family. People saw that education is really an imperative in dealing with AIDS,” said Alan Brownstein, executive director of the National Hemophilia Foundation in New York. “They went through hell, but their hell has helped others.”
Robert was diagnosed with acquired immune deficiency syndrome in February 1990 but shows little sign of physical problems. Ricky was diagnosed with AIDS in March 1991.
Randy, like his brothers, tested positive for the human immunodeficiency virus in 1986, but he has not developed any symptoms of advanced stages of the incurable disease.
Barbosa said Sunday that the younger brothers are “the picture of health” and are not yet showing outward signs of the ravaging disease.
During the ordeal, the family endured the miseries of a small Central Florida town barring their children from school, and an arsonist torched their home in 1987.
In some ways, Ricky Ray was a teenager like any other. In one month last year, he dyed his hair blond, got a spike cut and had his ears pierced. He loved going to the movies, eating at fast-food restaurants and hanging out with friends.
Yet, Ricky was clearly different — “like he was living on another place from the rest of us,” said Kavanaugh, the family lawyer who become the Rays’ confidante.
He was wise beyond his years, and one of his missions from the start was to speak bluntly about AIDS. When his family moved to Sarasota in 1988, after their house was burned down in Arcardia, Ricky talked about his disease to classmates. Use condoms, he said; if someone with HIV is bleeding, get them to a doctor.
When one friend’s mother expressed fears about exposure to someone with the HIV virus, Ricky spent hours with the woman, explaining the basics of the disease. She changed her mind.
And he spoke out to groups across the country, jetting with his family from talk show to talk show.
People had a hard time understanding how the teenager could speak so openly about death, or about how he worried not for himself, but for his brothers.
He did get depressed at times. One of his worst periods was the death of his friend Ryan White, 18, in 1990. Ryan was a hemophiliac, too, who contracted the disease through tainted blood transfusions.
The two used to talk often on the phone. About what? “Secrets,” Ricky said in an interview last year.
“I’ve learned since I have AIDS,” he said in a hearing last year in a lawsuit, “that every moment is supposed to be a special time because you don’t know how much time you have left.” The suit, against two blood-products companies, was settled out of court for $1 million.
But most of all over the last six years, he became the protective older brother to his sister and brothers.
In an interview with The Miami Herald last year, Ricky said he had, in his own way, prayed that he could save his brothers through his own sacrifice: “I thought about both of them dying. I thought about a way to take it off Robert and Randy and putting it on me.”
A public viewing of Ricky’s body was planned for Thursday night at Toale Brothers Funeral Home in Sarasota.
Ray’s funeral will be at 11 a.m. Friday at the First Baptist Church in Sarasota, with burial at Palms Memorial Park. In lieu of flowers, donations may be sent to Dr. Jerry Barbosa, chief of pediatrics, All Children’s Hospital, 801 Sixth St. South, St. Petersburg, Fla., 33701.
Ricky Ray is survived by his parents, Clifford and Louise Ray; his brothers, Robert and Randy; and a sister, Candy.
Herald wire services contributed to this story.
Una goccia nel mare della disinformazione (ancora e sempre 1994)
Come vediamo coi nostri occhi anche in questi giorni, certa gente non impara mai.
Un’opinione molto diffusa in Italia, per la precisione diffusa da chi ha interessi illeciti nel dare addosso alla magistratura (poiché comunque ve ne sono anche di leciti, nel criticarne alcuni difetti), è che il pool di Mani Pulite, politicizzato da far schifo, abbia notificato un avviso di garanzia (quando in realtà c’era anche un invito a comparire) all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre costui presiedeva la conferenza mondiale sulla criminalità (martedì 22 novembre 1994); non solo, ma la ributtante magistratura politicizzata avrebbe anche alimentato la fuga di notizie che avrebbe fatto in modo che il giornale “Il Corriere della Sera” potesse sapere della cosa in anteprima (prima del destinatario dell’invito!). Riporto qui le pagine del libro Mani Pulite – La vera storia che mettono la vicenda sotto una luce diversa (e sinistra, se vogliamo).
Tratto dal libro: Barbacetto G., Gomez P., Travaglio M., 2002, Mani Pulite. La vera storia, Editori Riuniti, pp. 281-287.
Di Pietro spinge il carrello
Di Pietro incrocia tutti gli elementi a carico del Cavaliere e li raccoglie, preceduti da un promemoria riassuntivo, in un unico faldone. Che, a colpi di fotocopiatrice, viene moltiplicato per cinque e consegnato ai colleghi interessati: Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Davigo e Greco. Di Pietro li chiama a uno a uno il 13 novembre: «Ci sono novità su Berlusconi, ora arrivo». E passa di ufficio in ufficio, spingendo il carrello e distribuendo le varie copie del dossier: «Siamo a una svolta, è tutto li dentro, studiate le carte e poi ditemi che ne pensate».
L’indomani, 14 novembre, si tiene una prima riunione. Ordine del giorno: l’eventuale iscrizione del presidente del Consiglio sul registro degli indagati. D’Ambrosio e Greco, sulle prime, temporeggiano, preoccupati dal calendario politico denso di appuntamenti cruciali: le elezioni amministrative del 20 novembre, la finanziaria, la riforma delle pensioni, le minacce di crisi lanciate da Bossi. Borrelli ascolta. Di Pietro è molto risoluto: «Berlusconi ce l’abbiamo in pugno. Il pass è la prova del nove che lui c’entra, che sapeva tutto, che le tangenti le autorizzava lui e poi, una volta scoperte, metteva il silenziatore a chi poteva parlare. Quando noi le scopriamo, Berruti va a parlarne con Silvio, mica con Paolo [...]. Voglio vederlo, all’interrogatorio, quando gli sbattiamo sotto il naso il pass. L’indagine è praticamente chiusa: lo interroghiamo, poi chiediamo il rinvio a giudizio. Con queste prove, il processo sarà una passeggiata. Non me lo voglio perdere».
Colombo e Davigo concordano: «Di fronte a una simile notizia di reato», ricordano, «l’iscrizione è obbligatoria, un “atto dovuto”. Certo, quella fine d’anno era zeppa di appuntamenti politici importanti. Ma a dar retta alle obiezioni di Greco e D’Ambrosio avremmo dovuto attendere settimane, forse mesi. Invece l’interrogatorio era urgente. Era giusto trattare Berlusconi come tutti gli altri indagati. E lasciare che fossero i tempi processuali, e non quelli politici, a scandire il calendario dell’inchiesta. Era la regola che ci eravamo dati dopo i primi mesi di Mani pulite: non lasciarci condizionare, nei tempi, dalle scadenze “esterne”. E la seguimmo anche quella volta».
Cosi si decide l’iscrizione, contestuale all’invito a comparire. «Per tre ragioni», spiega Davigo. «Primo: c’era la necessità di interrogare al più presto Berlusconi e Berruti, separatamente ma contemporaneamente, prima che i due venissero a sapere che avevamo trovato il pass e potessero cosi concordare una versione di comodo su quello che per noi era un fatto importantissimo: il loro incontro a palazzo Chigi. Secondo: se avessimo iscritto Berlusconi senza “avvisarlo”, c’era il rischio che lo venisse a sapere dai giornali. Le fughe di notizie erano all’ordine del giorno, com’è purtroppo inevitabile quando una cosa la conoscono in tanti. Terzo: l’indagine ormai era chiusa». D’Ambrosio aggiunge un quarto motivo: «Se non avessimo iscritto Berlusconi, avrebbero potuto accusarci di violare i diritti di difesa. L’iscrizione è un obbligo previsto dal codice a tutela dell’indagato, perché a partire da quel momento decorrono i termini di scadenza delle indagini. E a Milano stavano arrivando gli ispettori ministeriali. Mettendo il naso nelle carte, avrebbero potuto chiederci: “E questo cos’è? Perché non avete iscritto questo signore nel registro?”. E sospettarci di voler indagare surrettiziamente sul presidente del Consiglio, per prolungare le investigazioni oltre il termine consentito».
Giovedì 18 novembre, seconda e ultima riunione sul tema Berlusconi. Tutto il pool è d’accordo sul da farsi: iscrizione e invito a comparire subito, intertogatorio il 26, richiesta di rinvio a giudizio entro l’anno («Ne avevo già preparata una bozza sul mio computer», rivela oggi Di Pietro) e processo-lampo, possibilmente nel 1995. «Sarà un Cusani-bis», annuncia Di Pietro ai colleghi. Stavolta, alla sbarra, siederà l’uomo simbolo della seconda Repubblica. E lui, ancora una volta, sul banco dell’accusa.
Domenica 20 ci sono le elezioni amministrative. Il primo giorno utile è lunedì 21, il più lontano dal ballottaggio (4 dicembre). I carabinieri, oltretutto, assicurano a Borrelli che, inaugurata al mattino la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli, quella sera il Cavaliere rientrerà a Roma per impegni di governo. «E poi», ricorda Davigo, «non bisogna dimenticare che la convocazione del premier doveva restare segreta, e se fosse dipeso da noi lo sarebbe rimasta. Dunque, semmai, la data che avrebbe potuto avere un impatto pubblico non era quella della consegna dell’invito, ma quella dell’interrogatorio: potevamo sperare di tenere segreto l’invito, ma non potevamo certo pensare che l’interrogatorio del presidente del Consiglio sarebbe passato inosservato. Lo fissammo per sabato 26, quando prevedevamo che Berlusconi fosse più libero da impegni istituzionali. Chi oggi ci rimprovera la coincidenza con la conferenza di Napoli, non considera che aspettare una settimana avrebbe significato andare con l’interrogatorio proprio alla vigilia del secondo turno amministrativo».
Le elezioni di domenica 20 si rivelano un mezzo disastro per Forza Italia: in difficoltà per la riforma delle pensioni, per i distinguo del Ccd e di An sulla politica sociale e per le bizze di Bossi, che ormai minaccia apertamente la crisi, il partito del premier perde fino a dieci punti.
Lunedì 21 mattina, i Carabinieri di Milano festeggiano la loro patrona, la Virgo Fidelis. Ma a mezzogiorno due alti ufficiali, il comandante regionale, generale Niccolo Bozzo, e il comandante provinciale, colonnello Sabino Battista, si allontanano dalla cerimonia. Li ha convocati Borrelli nel suo ufficio, per avvertirli che nel pomeriggio bisogna consegnare un invito a comparire al presidente del Consiglio. E quell’insolito viavai di uniformi di gala nell’ufficio del procuratore insospettisce i cronisti più smaliziati. Verso le 13, Davigo si chiude nella sua stanza con un ingegnere informatico. Tocca a lui – e non a Di Pietro, per dare meno nell’occhio – provvedere alle operazioni di iscrizione. L’ufficio ormai è deserto, l’assedio dei giornalisti è tolto, e cosi pure l’andirivieni della polizia giudiziaria. Davigo opera personalmente, sul suo computer, con una procedura «antiintruso» che richiede un’apposita modifica del programma informatico. Intanto, nel suo ufficio, Di Pietro compila il modulo dell’«invito a presentarsi nei confronti di persona sottoposta a indagini» intestato a «Berlusconi Silvio»: una pagina in tutto, alla quale viene allegato il capo d’imputazione, quasi interamente copiato da quello già contestato al fratello Paolo. Altre tre pagine: «Quale controllore di fatto delle società del gruppo Fininvest», il Cavaliere deve rispondere di tre tangenti alla Guardia di finanza (per le verifiche nelle società Videotime, Mediolanum e Mondadori). Nessun accenno all’arma segreta; il pass.
«Convocate il Cavaliere»
Di Pietro consegna i quattro fogli a Borrelli e parte per Parigi, dove è stato appena arrestato Mach di Palmstein. Borrelli affida la busta arancione a due ufficiali dell’Arma: il comandante del reparto operativo di Milano, tenente colonnello Emanuele Garelli, e quello del nucleo operativo, maggiore Paolo La Forgia (lo stesso che due anni prima aveva recapitato il primo avviso di garanzia a Craxi). Devono consegnarla personalmente a Berlusconi, nel tardo pomeriggio, a palazzo Chigi. I due partono per la capitale con l’auto di servizio. «Quel pomeriggio – spiega Borrelli – Berlusconi ci risultava già in viaggio da Napoli a Roma. Infatti mandai gli ufficiali a Roma, e non, come si è sempre voluto far credere, a Napoli».
Non sa che il Cavaliere ha deciso di restare a Napoli per presiedere la conferenza anche il martedì mattina. Quel che succede dopo verrà ricostruito, con qualche inevitabile approssimazione sugli orari, dagli ispettori ministeriali, dal Csm e da quattro inchieste penali aperte dalle Procure di Milano e di Brescia.
Alle 19,40, quando raggiungono palazzo Chigi, Garelli e La Forgia trovano soltanto il consigliere diplomatico Giampiero Massolo. Questi chiama il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, che avverte Berlusconi di quella visita inaspettata. Poco dopo le 20 Garelli chiama Borrelli (che sta rientrando a casa in auto dalla Procura) per comunicargli che lo scenario è cambiato e chiedere nuove istruzioni. Il procuratore, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza l’ufficiale a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli il contenuto dell’atto. Cosa che Garelli fa, con la mediazione di Massolo. Intanto Letta telefona a Cesare Previti, che come ministro della Difesa (responsabile anche sui carabinieri) potrà informarsi presso i vertici dell’Arma. Previti si trova in Spagna e, al telefono, chiede subito lumi al comandante generale Luigi Federici. Ma neppure lui sa nulla: lo saprà qualche minuto più tardi, dopo un giro di telefonate ai comandanti di Milano. Poco prima delle 21, Berlusconi chiama Garelli sul cellulare e gli chiede chiarimenti. L’ufficiale gli parla di un invito a comparire. Berlusconi, impaziente, gli dice di aprire la busta e di spiegarsi meglio. Garelli apre, da un’occhiata al documento, e dice: «Si parla di tangenti alla Guardia di finanza…». Ma il premier ha fretta: lo attende il palco reale del teatro San Carlo, per il concerto di gala di Luciano Pavarotti, fissato per le 21. Così, per i dettagli, da appuntamento all’ufficiale a due ore dopo.
Sulla linea Milano-Roma s’incrociano altre telefonate eccellenti. Intorno alle 21, Garelli avverte Borrelli di aver informato Berlusconi. Intanto Borrelli riceve la telefonata del giornalista del Corriere Goffredo Buccini (rientrato precipitosamente da Roma a Milano nel tardo pomeriggio), a caccia di conferme alle voci che vogliono Berlusconi indagato. «Non ho nulla da dire – risponde — prendo atto di quanto lei mi sta riferendo». E mette giù. Poi avverte Scalfaro, spiegandogli che «l’invito a comparire è in corso di sommaria notificazione all’interessato da parte dei carabinieri». «Avvertii il capo dello Stato – spiegherà il procuratore – per considerazioni di geometria istituzionale e perché ritenni sconveniente che apprendesse da altre fonti un avvenimento giudiziario di quel rilievo. D’altronde non violavo alcun segreto investigativo: l’invito a comparire, come l’avviso di garanzia, non è segreto, perché destinato all’indagato. Il nuovo codice prevede il segreto solo per gli atti che non siano conoscibili dagli indagati. E io avvertii il presidente solo dopo che i carabinieri mi confermarono di avere notificato sommariamente l’invito a Berlusconi». Il presidente è turbato e irritato: «Ma come — domanda – proprio durante la conferenza sulla criminalità?». E Borrelli: «Un fatto nuovo ci ha imposto di procedere, l’iscrizione e la convocazione per l’interrogatorio non erano più rinviabili».
Intanto Buccini ci prova anche con Davigo. Con lo stesso risultato. «Ma le sembrano cose di cui parlare con un magistrato? – taglia corto il pm. – Non dico nulla su argomenti del genere». Clic.
Da dov’è uscita la notizia?
Tra le 22 e le 22,30 Buccini e il suo collega Gianluca Di Feo (che fin dal mattino, come alcuni altri giornalisti, ha iniziato a subodorare quel che sta accadendo, e insieme a Paolo Foschini del quotidiano Avvenire ha ricevuto una mezza «dritta» in tal senso) ottengono finalmente una misteriosa quanto «autorevole conferma», che induce il direttore Paolo Mieli a rompere gli indugi e a «smontare» la prima pagina per inserirvi, a sei colonne «di spalla», la notizia-bomba.
Dopo le 23, finito il concerto, Berlusconi richiama Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell’invito a comparire. Ma fa in tempo a citare soltanto i primi due capi d’imputazione, relativi alle mazzette di Mediolanum e Mondadori. Poi, mentre sta per leggere il terzo (Videotime), Berlusconi lo interrompe: «Va bene, ho capito, basta così». E mette giù, dopo avergli dato appuntamento per l’indomani alle 14, a palazzo Chigi, per la notifica. Guardacaso, il giorno dopo, il Corriere riporterà soltanto i primi due capi di imputazione. Titolo: «Milano, indagato Berlusconi». Occhiello: «L’iscrizione sul registro decisa dalla Procura per l’ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Nell’articolo si parla dei 130 milioni per la Mondadori e dei cento per la Mediolanum. Della terza accusa, 100 per Videotime, nessuna traccia. E questa straordinaria coincidenza fa sospettare agli uomini del pool — Borrelli e Davigo in testa — che la decisiva conferma al Corriere possa essere partita proprio dall’entourage del Cavaliere.
Prima dell’uscita del Corriere, comunque, oltre allo staff berlusconiano, un’ampia cerchia di persone è venuta a conoscenza della notizia: Scalfaro e i suoi consiglieri, almeno quattro ufficiali dei carabinieri di Milano e il loro comandante generale, alcuni dipendenti e consulenti della Procura di Milano, oltre ai magistrati del pool e ad alcuni uomini della polizia giudiziaria. «Noi – osserva oggi Davigo — eravamo gli ultimi ad avere interesse che la notizia uscisse in quei tempi e in quei modi, essendo facilmente prevedibile l’uso che si sarebbe fatto di quella sciagurata fuga di notizie. Io resto convinto che la conferma al Corriere l’abbia data qualcuno dell’entourage di Berlusconi». Borrelli è della stessa idea: «La mia intima convinzione è che la notizia sia uscita da lì, da ambienti della presidenza del Consiglio. I più interessati erano loro». Subito, infatti, lo scandalo del premier indagato per corruzione viene offuscato dallo scandalo dello scoop del Corriere.
Le successive inchieste ministeriali, disciplinari e penali escluderanno che la fonte fosse un magistrato del pool. Buccini e Di Feo, davanti alla Procura di Brescia, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Dai tabulati dei loro telefoni cellulari emergerà, fra l’altro, una chiamata alla «batteria» di palazzo Chigi intorno alle 21,30. Ma a chi abbia inoltrato la telefonata lo speciale centralino (in grado di rintracciare chiunque) resta un mistero. Paolo Mieli, intervistato da Panorama il 16 dicembre 1994, dirà di aver deciso la pubblicazione dopo che la notizia era stata confermata addirittura da «cinque fonti». Testimoniando poi in un processo per diffamazione, il 21 dicembre 2001, aggiungerà: «Non contattai il presidente del Consiglio né il suo entourage, né diedi disposizione perché altri lo facessero».
Nessuno sa dire se e come abbia dormito, quella notte, il presidente del Consiglio. Si sa però come si è svegliato l’indomani: verso le 6, con la telefonata di Gianni Letta, avvertito da Enrico Mentana, a sua volta buttato giù dal letto dalla collega della rassegna stampa mattutina del Tg5. Sulle prime, Berlusconi – come racconterà lui stesso — decide di rientrare a Roma, per evitare dì presiedere la seconda giornata della conferenza, che proprio quel martedì si occuperà anche di corruzione. Poi però, dopo un altro colloquio con Letta, cambia idea e rimane a Napoli almeno per la mattinata. Il che conferma che nulla lo obbligava a presiedere i lavori anche quel giorno. Come dirà Davigo ad America Oggi (in un’intervista che gli costerà un procedimento disciplinare davanti al Csm, promosso dal ministro ulivista Flick e chiuso con l’assoluzione), «un presidente del Consiglio che sa di essere indagato per corruzione non espone la sua immagine e quella del suo paese, presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità». Aggiunge oggi Davigo:
Ci siamo dimenticati che tutto ciò è accaduto perché la Fininvest, l’azienda del presidente del Consiglio, corrompeva la Guardia di finanza. Questo poteva screditare l’Italia agli occhi del mondo, non l’invito a comparire, che ne era soltanto una conseguenza. Berlusconi aveva appena avuto il fratello ricercato per due giorni, aveva diversi dirigenti e manager arrestati o indagati, era indagato lui stesso per corruzione, e discuteva con i partner internazionali su come combattere il crimine: di questo si parlerebbe in un paese normale, non dell’invito a comparire.
Invece, in Italia, il 22 novembre 1994 si parla molto dell’invito a comparire e poco delle tangenti alle Fiamme gialle. La prima reazione ufficiale di palazzo Chigi è affidata, in mattinata, a un comunicato del nuovo, sfortunato portavoce, Jas Gawronski, insediato da pochissimi giorni. Gawronski esordisce con una bugia: «La notizia dell’invito a comparire è stata data direttamente al Corriere della sera anziché alla persona interessata». Non è vero: la persona interessata è stata la prima a saperla, la sera precedente.
Poi Berlusconi, nella conferenza stampa di mezzogiorno, affronta i giornalisti di tutto il mondo:
Questi signori della Procura di Milano hanno pensato di inviare un avviso di garanzia al presidente del Consiglio, e non direttamente: hanno dato la notizia prima a un suo avversario e al principale quotidiano italiano. E questo è un reato: violazione del segreto istruttorio [ma, come abbiamo visto, gli inviti a comparire non sono segreti per definizione] [...]. Giuro sulla testa dei miei figli che non so nulla di quanto mi viene contestato. Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo. Prendo atto che la notizia è stata data direttamente ai giornalisti anziché alla persona interessata.
Poi estrae il consueto asso dalla manica: «Ho deciso di vendere le mie aziende, che ho costruito in quarant’anni di lavoro». Si smentirà nel giro di due settimane: «Non posso vendere, se no i miei collaboratori si demotivano».
In serata il presidente del Consiglio invia un monologo in videocassetta a tutti i telegiornali. Un messaggio alla nazione dai toni drammatici:
Io non mi dimetto e non mi dimetterò [...]. Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia: deve governare chi ha i voti.
Il video si conclude con un’intimazione a Scalfaro di sostenerlo «senza tentennamenti né ambiguità».
Il capo dello Stato monta su tutte le furie e fa filtrare tramite i giornali tutta la sua irritazione. Poi telefona a Letta: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona? Se non parlo adesso è per senso di responsabilità, la situazione non lo consente…». E, al termine della chiamata, si fa il segno della croce. Il 24 novembre Berlusconi chiederà invano di essere ricevuto al Quirinale. Niente da fare. Scalfaro gli fa comunicare da una segretaria che è troppo impegnato: deve ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Il Polo, intanto, lo cannoneggia. Ferrara lo accusa apertamente di aver «tramato» con il pool per rovesciare Berlusconi. E persino un moderato come il vicepremier Tatarella sbotta: «Ma su, chi può accettare lezioni di morale da Scalfaro senza ricordare Salabè, l’architetto del caso-Sisde [amico di Marianna, la figlia del presidente]? Di questo passo troveremo scritto sui muri non più “Viva Borrelli”, ma “Viva Salabè”… Qui si tenta un’operazione antidemocratica, una truffa».
Berlusconi viene ricevuto solo il giorno 25 e Scalfaro, sulla porta, lo avverte: «Lei non può pretendere che io sia il primo partigiano del suo governo». Cosi il Cavaliere abbassa i toni, e ammette addirittura che «i magistrati hanno pieno diritto a indagare su chiunque, quale che sia la sua posizione sociale, civile e politica».
Turchia 2005
Amore. Sensualità.
Da Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno.
Sono belli i fiori, più belli sono gli uomini nel bel tempo di gioventù…
Così era Agathe, più bella dei fiori e tuttavia a loro affine. Dappertutto, in tutti i paesi, ci sono alcune bellezze di quel genere, ma non sono così frequenti, e mi ha sempre fatto bene vederne una. Sono bambine cresciute, ritrose e fiduciose al tempo stesso, e i loro occhi limpidi hanno lo sguardo ‘di una bella bestiola, o di una sorgente boschiva. Si guardano e si amano senza desiderarle; guardandole, fa male pensare che anche quei bei quadri di gioventù e di umanità in fiore dovranno, un giorno, invecchiare e perire.
Da Fred Uhlman, Un’anima non vile.
Mi ricordo di una volta che ero seduto sull’autobus di fronte a una donna piuttosto ordinaria, ma che mi eccitava sessualmente più di ogni altra donna che avessi mai conosciuto, e avevo conosciuto alcune delle donne più belle del mondo. Tutto quello che volevo era andare a letto con lei. Mi guardò appena, lei; oh, quelle labbra così sensuali, leggermente schiuse! Mi eccitai ed ebbi voglia di seguirla, quando scese, ma naturalmente non lo feci. Ero troppo educato! Ma mi perseguitò in sogno. Potevo vedere il suo splendido sedere sotto la gonna attillata. (Non c’era una dea greca “dal bellissimo sedere”?) Come si può “vedere” Elena di Troia? Non ho idea di come sia fatta. Quello che so è che morirono per lei a migliaia, dimenticando mogli e figli. Ma l’avrei trovata irresistibile se me la fossi trovata seduta di fronte in autobus? Avrei potuto trovarla bella, ma avrei voluto andare a letto con lei? Avrei sognato il suo sedere?
Una grande bellezza può essere anti-afrodisiaca. Ho conosciuto parecchie belle donne durante la mia breve vita, ma mi hanno lasciato indifferente. Il che significa che il mio cuore non ha accelerato i battiti, e non ho sentito il minimo desiderio di spogliarle.
Avevo persino una teoria -sto parlando del passato, adesso-: le sole belle donne erano quelle che uno voleva spogliare, a cui si voleva toccare il seno, il sedere, i capelli, che si volevano annusare, mangiare. Poteva essere una prostituta o anche una duchessa, non importava.
Carlo Rosselli – Gli Italiani e la libertà
da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII. La data si riferisce alla prima edizione in francese, mentre il frammento che trovate più sotto è stato ricavato dall’edizione eseguita da Edizioni di “Giustizia e Libertà” (questa edizione di Socialismo liberale era pronta a Milano in periodo clandestino, prima dell’insurrezione, stampata a cura della tipografia Luigi Memo. Ne esistono 520 copie, numerate dall’1 al 520. Le Edizioni “U” stampano a Firenze la prima edizione del testo definitivo di Socialismo liberale, con prefazione di Marion Rosselli, appendice e indice analitico). Tanto ci sarebbe da dire su Carlo Rosselli, ma l’umile ricopiatore (io) non ha cultura storico/politica bastante a dire qualcosa che non si possa già trovare in rete, o su testi più approfonditi. Mi limito a segnalare questo articolo, che racconta della vita travagliata del libro in oggetto, e che mi premuro di ricopiare qui, non si sa mai che la pagina cambi di posto…
E John, figlio di Carlo, ha scritto: «L’ Einaudi censurò mio padre»
di ENZO MARZO
Finalmente la polemica sulla «sfortuna» dell’opera di Carlo Rosselli può dirsi chiusa. La parola definitiva l’ha pronunciata il figlio di Carlo, John, nella prefazione scritta poco prima della sua morte al recente fondamentale volume di Stanislao Pugliese per Bollati Boringhieri su Rosselli. Peccato che finora non l’abbia notato nessuno. John qui ripercorre il rosario di date che segnano la sventura editoriale di Socialismo liberale e fotografa lo scandalo: il libro, scritto negli anni 1928-’29, a parte un’edizione quasi pirata del ’45, dovette aspettare ben 44 anni prima di venire alla luce. E addirittura cinquanta prima d’essere diffuso in un’edizione per il lettore comune. Quando nel ’95 denunciai questa stortura che tanto è costata alla sinistra democratica, ricevetti da Vittorio Foa un bacchettata: «Le ragioni per cui questo libro non è stato conosciuto sono molte, non nascono dalla sinistra». Mi dispiace, ma Foa, un padre della nostra democrazia, aveva torto. Ed è proprio John a certificarlo: «Cause furono la mia residenza in Inghilterra, che mi consentiva solo brevi viaggi in Italia, e l’evoluzione della politica italiana, rispecchiata in quella intellettuale della casa editrice Einaudi». E ancora, in più luoghi, è lo stesso John a sottolineare «il lancio ancora più inesistente» di tutte le edizioni da parte dell’editore.
Stendiamo un velo pietoso sulla scusa ridicola dei viaggi troppo brevi in Italia di chi, erede e gestore dei diritti d’autore, era convintissimo (come è noto a quanti conoscono le vicende della famiglia Rosselli), proprio perché ortodosso e settario come può esserlo solo un marxista all’inglese, che il libro del padre valesse pochissimo. Però registriamo la denuncia, anche se tardiva, contro la casa editrice Einaudi. La sua non fu sciatteria, ma segno d’un preciso disegno di politica culturale, sulla scorta dell’indirizzo togliattiano, di mettere la sordina a un pensiero politico che avrebbe contraddetto in modo radicale quel dogma del Migliore che non c’era e non ci poteva essere altra sinistra ideale se non quella comunista. Si poteva dare spazio a una revisione come quella rosselliana così drastica nei confronti del marxismo? Certo, no. La stroncatura di Giorgio Amendola ne è la riprova. Che poi la costruzione di un’altra sinistra venisse da un martire vero dell’antifascismo e soprattutto da un liberale ineccepibile era accettabile? Si poteva permettere la «fortuna» d’un liberalismo eterodosso rispetto all’immaginetta d’un liberalismo conservatore tutto italiano che all’epoca faceva così comodo soprattutto a sinistra? Ora la risposta definitiva ce l’ha data un testimone molto attendibile perché – diciamolo – di parte avversa. Ma il danno arrecato ormai è irreversibile.
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Gli Italiani e la libertà
da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII.
Il problema italiano è essenzialmente un problema di libertà: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nel campo individuale, e di organizzazione della libertà nel campo sociale, cioè nella costruzione dello stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi non è possibile avere uno stato libero. Senza coscienze emancipate non è possibile avere classi emancipate. Non è un circolo vizioso. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si realizza col trionfo di uno stato di liberi uguali nei diritti e nei doveri, uno stato in cui la libertà di ciascuno è la condizione e il limite della libertà di tutti.
Bisogna dirlo una buona volta, perché purtroppo è esatto che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione dell’individuo, cellula morale di base, è ancora in gran parte da fare. La miseria, l’indifferenza, una rinuncia secolare fan sì che nella maggioranza si deplora l’assenza di questo senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un asservimento che durò dei secoli ha fatto sì che la media degli italiani esiti ancora tra la rassegnazione dello schiavo e la rivolta anarchica. La concezione della vita come lotta o come missione, la nozione della libertà come un dovere morale, la coscienza dei limiti del loro diritto e di quello altrui, fanno difetto negli italiani.
Essi hanno più spesso l’orgoglio della loro persona nei rapporti esterni, che quello della loro personalità. La loro vita interiore, assai ricca, è tuttavia unilaterale: essa è assai ricca sopratutto nel campo sentimentale in cui assume forme istintive ed esasperate. La calma riflessione sui più vasti problemi dell’esistenza, quel tormento spirituale fecondo che crea lentamente tutto un mondo interno, che solo più conferire la coscienza di sé come unità distinta ed autonoma, tutto ciò manca a troppi italiani.
L’educazione cattolica -pagana nel culto e dogmatica nella sostanza- insieme ad una lunga serie di governi tutelari, hanno impedito per dei secoli agli italiani di pensare in prima persona. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona alla chiesa la propria indipendenza spirituale: ed attualmente lo stato, elevato al rango di scopo, lo costringe a separarsi anche dalla sua dignità di uomo ridotto allo stadio di semplice strumento.
Logica conclusione di un processo di rinunzia passiva.
Il “dolce far niente” degli italiani, -ingiuriosa leggenda nel campo materiale,- ha, bisogna dirlo, qualche fondamento nel campo morale. Gli italiani sono moralmente pigri. Vi è in essi un fondo di scetticismo e di opportunismo che li conduce facilmente a contaminare tutti i valori disprezzandoli, ed a trasformare in commedie le tragedie più cupe. Abituati a ragionare per mezzo di intermediari sui grandi problemi della coscienza -vera abdicazione dello spirito- è naturale che si rassegnino facilmente ad abbandonare anche il loro ruolo nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del “deus ex machina”, del duce, del domatore, -lo si chiami Papa, Re o Mussolini- risponde spesso in loro ad una necessità psicologica. Considerato sotto questo angolo visuale, il governo di Mussolini è tutt’altro che rivoluzionario; si riattacca anzi alla tradizione e continua sulla via del minimo sforzo.
Contro tutte le apparenze, il fascismo è il risultato più passivo della storia d’Italia, è un gigantesco ritorno ai secoli passati, un fenomeno abbietto di adattamento e di rinuncia. Mussolini ha trionfato grazie ad una diserzione quasi universale, attraverso una lunga tessitura di saggi compromessi. Solo faticosamente qualche minoranza di proletari e di intellettuali ha avuto il coraggio di affrontarlo con intransigenza radicale, dall’inizio. Mussolini fornisce tutta la misura della sua banalità quando considera il problema dell’autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani. Non, non è questo che bisogna insegnare agli italiani: da secoli essi si sono piegati a tutte le dominazioni, essi hanno servito tutti i tiranni.
Fin qui la nostra storia non offre nessuna vera rivoluzione popolare. In tutte le epoche il popolo italiano ha espresso dal suo seno individui assai elevati ma solitari e inaccessibili. Minoranze eroiche, caratteri di ferro. Ma non ha mai saputo realizzare sé stesso. L’Italia si è tenuta lontana dalle lotte religiose, lievito essenziale del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italiano, contaminato dalla curia romana così come dal conformismo passivo, doveva restare estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. In terra di monopolio, il cattolico non ha nulla di comune col cattolico in terra di concorrenza.
Per dei secoli noi abbiamo vissuto di luce riflessa nel mondo della politica. Le grandi ondate della vita europea ci sono giunte attenuate.
Non vi fu nulla, fino alla lotta per l’indipendenza, che non sia stato opera di una minoranza e non già la passione di un popolo. Soltanto un certo numero di centri urbani nel nordo parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel mezzogiorno d’Italia i Savoia, dopo un primo momento di entusiasmo, furono tosto l’equivalente dei Lorena e dei Borboni. La burocrazia piemontese serrò nelle sue spire tutta l’Italia paralizzando gli ultimi sussulti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica riuscì, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario dal mito libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi vinti del Risorgimento. La libertà politica stessa che si imporrà lentamente nel corso dei lustri che seguiranno, sarà figlia di transazioni e di concessioni tacite.
La conquista della libertà non si riattacca in Italia ad alcun movimento di massa capace di giocare un ruolo di mito o di avvisatore. La massa restava assente. Il proletariato non seppe conquistare le sue libertà specifiche di organizzazione, di sciopero, il suo diritto di voto al prezzo di sforzi e di sacrifici prolungati. Il suo tirocinio, intorno al 1900, fu troppo breve. Quanto al suffragio universale, esso apparve ciò che in realtà era, un allargamento calcolato nelle alte sfere. La regola secondo la quale si ama e si difende soltanto ciò per cui si è molto lottato e si son fatti dei sacrifici, ha avuto la sua prova più tipica nell’esperienza fascista. L’edificio liberale crollò come cosa morta al primo urto e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione dei valori ancora estranei alla loro coscienza.
Quando oggi Mussolini enumera le cifre dei suoi branchi e delle sue mute e si vanta dell’unanimità, del partito unico, della sparizione di ogni opposizione sostanziale, di ogni libera iniziativa di minoranza combattiva, in nome di una pretesa rivoluzione da carnevale non fa altro in realtà che ricominciare i fasti del borbonesimo.
Non ci lascia neppure la consolazione di vedere in lui uno straniero, un padrone in virtù di armate numerose.
In verità il suo spirito di romagnolo fazioso lo disporrebbe facilmente alla battaglia: ma una battaglia egli non sa concepirla che sotto la forma di una forza brutale. L’orgoglio dispotico del dittatore lo costringe a reprimere sistematicamente ogni ardore di opposizione e di lotta. Malgrado tutto, la sua intransigenza settaria serve alla causa della libertà. Col manganello e le manette, con le sue persecuzioni raffinate, Mussolini sta creando in decine di migliaia di italiani moderni i volontari della libertà. La logica formidabile degli strumenti di repressione furiosa di cui attualmente egli è prigioniero, sta per diventare la nostra migliore alleata.
Per la prima volta nella storia d’Italia, la rivendicazione dei diritti inalienabili della persona e del self-government si pone come il problema di un popolo e non più di una setta di iniziati. Non vi è italiano, per incolto e miserabile che sia, che possa ignorare il fascismo e i problemi di vita e di morte che esso solleva. L’ultimo degli operai del fondo della Calabria può oggi soffrire e sperare in virtù della medesima causa che fa soffrire e sperare l’intellettuale più raffinato e l’industriale moderno dell’Italia del nord. Attraverso tante miserie ed umiliazioni, la coscienza del valore della libertà sta per nascere in modo drammatico in vaste zone del popolo italiano.
Si potrebbe quasi dire che gli italiani sono psicologicamente più liberi oggi, in questa lotta disperata per la conquista delle autonomie essenziali, di quanto non lo fossero ieri col sedicente stato costituzionale di Giolitti e le migliaia di associazioni indipendenti. Giustamente qualcuno vede il problema attraverso la lente del suo interesse e del suo partito, ma il fuoco sta per avvolgere tutto e questo fuoco è la libertà. I comunisti stessi, malgrado tanta facile ironia si vedono costretti a spiegare la dittatura per mezzo della libertà; l’oppressione fascista prepara l’unità morale del popolo italiano.
Berardi sulla creatività
Da Ken Parker, “Storie di Soldati” (KP Collection numero 25).
Ambrose Bierce: In qualunque campo si operi, si è sempre “figli” di qualcuno. Specialmente quando si sconfina nelle cosiddette “attività artistiche”!
Ken Parker: Beh, ma allora la creatività dove va a finire?
AB: La creatività, nel suo significato di “fare dal nulla”, è un termine che si addice a dio, non all’uomo. Il tanto lodato “processo creativo” è in realtà una semplice associazione di idee, filtrata attraverso la propria sensibilità e la propria capacità espressiva.
KP: E le idee da dove vengono?
AB: Dalla conoscenza, che è l’elaborazione delle nostre esperienze, della nostra cultura… in altre parole, di ciò che leggiamo, vediamo, sentiamo e proviamo…
KP: Quindi, uno scrittore deve per forza basarsi su ciò che è stato prodotto precedentemente!
AB: Certo. L’originalità non sta nella materia che si tratta, ma nel “modo” in cui si tratta. Altrimenti, che senso avrebbe continuare a scrivere dopo le opere di Omero e la Bibbia? In realtà, noi continuiamo a riscrivere quelle storie, adattandole alla nostra sensibilità e a quella dei nostri tempi.
KP: Una tesi affascinante. Ora che ci penso, anche i grandi inventori non hanno fatto altro che mettere insieme tante piccole invenzioni precedenti, secondo una loro logica.
AB: E lo stesso è successo nella musica, nella pittura e in ogni altra espressione umana. Ma, naturalmente, il pubblico non deve saperlo, o si perderebbe quell’alone mitico creato – sì, nel senso di “fatto dal nulla” – per i soliti motivi commerciali.
KP: Creato da chi?
AB: Oh, un po’ da tutti. Agenti, editori, critici, mercanti d’arte…
KP: Credevo che questa gente fosse indispensabile per la conoscenza e la diffusione di un’opera.
AB: Lo è, maledizione, e ha il potere di imporre o di abbattere chi più gli aggrada! Per non parlare della divisione dei profitti…
[...]
AB (parlando dei giovani scrittori in erba): Il guaio è che appena partoriscono due righe, la critica li etichetta come geni, sottraendoli così a quel lento processo di maturazione necessario e trasformandoli in fuochi fatui. Il talento e la volontà, infatti, non bastano. In questo mestiere c’è una base tecnica, squisitamente artigianale, che va appresa con molta umiltà.
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Questa storia di Giancarlo Berardi (disegnata da Ivo Milazzo, Renato Polese, Giorgio Trevisan, Carlo Ambrosini) fu pubblicata per la prima volta nell’agosto del 1982. Come molte altre storie di Ken Parker, è pienamente apprezzabile anche senza aver mai letto un solo numero della serie, e perciò vi consiglio, se ancora lo trovate, di comprarvi il numero 25 di Ken Parker Collection… 4 euro e 50 veramente ben spesi, perché è una delle storie singole a fumetti più belle che io abbia mai letto. Poi consiglierei anche di comprarvi tutta quanta la serie, perché sono belle (quasi) tutte le storie, divertentissimi gli editoriali di Berardi e interessanti le “Cronache di Lungo Fucile”, infarcite come sono di storia e aneddoti… ma mi astengo dal farlo, dopotutto è meglio che ciascuno scelga da sé il modo di rovinarsi economicamente.
Argon
Ci sono, nell’aria che respiriamo, i cosiddetti gas inerti. Portano curiosi nomi greci di derivazione dotta, che significano “il Nuovo”, “il Nascosto”, “l’Inoperoso”, “lo Straniero”. Sono, appunto, talmente inerti, talmente paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun altro elemento, e proprio per questo motivo sono passati inosservati per secoli: solo nel 1962 un chimico di buona volontà, dopo lunghi ed ingegnosi sforzi, è riuscito a costringere lo Straniero (lo xenon) a combinarsi fugacemente con l’avidissimo, vivacissimo fluoro, e l’impresa è apparsa talmente straordinaria che gli è stato conferito il Premio Nobel. Si chiamano anche gas nobili, e qui ci sarebbe da discutere se veramente tutti i nobili siano inerti e tutti gli inerti siano nobili; si chiamano infine anche gas rari, benché uno di loro, l’argon, l’Inoperoso, sia presente nell’aria nella rispettabile proporzione dell’1 per cento: cioè venti o trenta volte più abbondante dell’anidride carbonica, senza la quale non ci sarebbe traccia di vita su questo pianeta.
Il poco che so dei miei antenati li avvicina a questi gas. Non tutti erano materialmente inerti, perché ciò non era loro concesso: erano anzi, o dovevano essere, abbastanza attivi, per guadagnarsi da vivere e per una certa moralità dominante per cui “chi non lavora non mangia”; ma inerti erano senza dubbio nel loro intimo, portati alla speculazione disinteressata, al discorso arguto, alla discussione elegante, sofistica e gratuita. Non deve essere un caso se le vicende che loro vengono attribuite, per quanto assai varie, hanno in comune un qualcosa di statico, un atteggiamento di dignitosa astensione, di volontaria (o accettata) relegazione al margine del gran fiume della vita. Nobili, inerti e rari: la loro storia è assai povera rispetto a quella di altre illustri comunità ebraiche dell’Italia e dell’Europa. Pare siano giunti in Piemonte verso il 1500, dalla Spagna attraverso la Provenza, come sembrano dimostrare alcuni caratteristici cognomi-toponimi, quali Bedarida-Bédarrides, Momigliano-Montmélian, Segre (è un affluente dell’Ebro che bagna Lérida, nella Spagna nord-orientale), Foà-Foix, Cavaglion-Cavaillon, Migliau-Millau; il nome della cittadine di Lunel, presso le Bocche del Rodano, fra Montpellier e Nimes, è stato tradotto dall’ebraico Jaréakh (=luna), e di qui è derivato il cognome ebreo-piemontese Jarach.
da Primo Levi, Il Sistema Periodico, Einaudi.
Primo Levi non è l’autore di cui ho letto di più, ma di certo è il mio autore preferito. In pochi altri autori (guarda caso, tutti tecnici) ho potuto riscontrare uno stile così essenziale eppur ricco: né una parola di più né una di meno rispetto al necessario. Proprio per questa sua caratteristica Levi sa anche far ridere o sorridere con efficacia, giocando con le parole e sapendo suscitare con immediatezza immagini vivissime.
Insomma, un giorno spero di imparare.
(“I sommersi ed i salvati” è il libro più intelligente che io abbia mai letto; corto, denso e intelligente; leggetelo)
Jouons à cache-cache avec M.sieur le persuaseur
L’importanza della televisione nel processo di condizionamento dei minorenni per trasformarli in entusiasti sostenitori di un dato prodotto, siano essi o meno in età da poterlo consumare, divenne evidente fin dagli anni intorno al 1950. Un giovane tecnico pubblicitario di New York, durante una lezione tenuta in una Università locale, osservò tranquillamente che, grazie alla televisione, i bambini imparavano ormai a cantare le canzonette pubblicitarie prima dell’inno nazionale americano. L’Istituto di Studi sulla Gioventù affermò con soddisfazione, a quanto riferisce The Nation, che perfino i bambini di cinque anni cantano le canzonette pubblicitarie della birra “innumerevoli volte di seguito e con gran gusto”. E aggiunse che i piccoli non si limitano a cantare i meriti dei prodotti reclamizzati, ma lo fanno con un vigore degno del più entusiasta degli annunciatori, e dal mattino alla sera, “senza che la ditta debba spendere un soldo di più”. Né possono essere zittiti come si spegne un televisore. Quando, una decina di anni fa, la televisione era ancora agli inizi, un giornale commerciale pubblicò un annuncio nel quale si illustravano ai produttori le straordinarie possibilità che offriva il mezzo televisivo per imprimere messaggi nella mente dei giovani. “Quando mai -esclamava l’annuncio- è stato possibile fissare in modo così definitivo il nome della marca nelle menti dei marmocchi di quattro anni? [...] Che cosa rappresenta, in dollari, un fatto simile, per una ditta che può conquistarsi un pubblico di giovani e continuare a condizionarli un anno dopo l’altro, finché non avranno raggiunto la maturità e il rango definitivo di acquirenti? Oggi una simile operazione è realizzabile. Vi interessa?”
da Vance Packard, I persuasori occulti, Einaudi (titolo originale The Hidden Persuaders, 1957).
Proprio un peccato che molti marchi cambino col tempo…
Pico-passeriformi – Il rondone
(Cypsèlus àpus L.)
E’ questo uno dei più rapidi volatori fra i nostri uccelli; e si dimostra creatura aerea, nel più ampio senso della parola. Di notte, dedica al riposo poco più che 6 ore, e per tutto il rimanente della giornata rimane in aria volando. E’ capace di percorrere 300 km in un’ora, il che equivale a 90 m al secondo! Pochi altri uccelli possono, col massimo sforzo, e per breve tempo, raggiungere queste alte velocità; ma il Rondone è l’unico che possa, con tutta facilità, e per lungo tempo, volare così rapidamente. Se poi si tien conto della grande sicurezza con cui si abbandona alle più straordinarie evoluzioni, bisogna riconoscere che l’uomo, per quanto faccia per emularlo, è ancora ben lontano dal raggiungerlo. Il viaggio dal Sud-Africa, ove sverna, alla Germania, non è altro che una passeggiata, che si compie in un giorno e mezzo; e si può calcolare che il percorso dei suoi voli quotidiani ammonti a qualche migliaio di chilometri.
Alfred Edmund Brehm, 1940, Nel regno degli animali, Arnoldo Mondadori Editore. Opera originale: Der kleine Brehm (Il piccolo Brehm), pubblicato a Berlino nel 1924 dall’editore Karl Voegels; a sua volta, il Piccolo Brehm (2 volumi) era il riarrangiamento della seconda edizione (1876, 10 volumi) dell’opera di Alfred Edmund Brehm La vita degli animali (1863-69, pubblicato in 6 volumi).
Su Wikipedia: Alfred Brehm.
Forse sono io che al giorno d’oggi scelgo le fonti sbagliate. Ho in casa alcuni libri e riviste risalenti agli anni ’30, appartenenti a mio nonno materno; dopo averli consultati, non mi è mai più capitato di trovare letture culturali-scientifiche altrettanto coinvolgenti, interessanti, esaurienti. Sulle riviste, soprattutto. Saltando Focus a piè pari, devo però riconoscere che non mi risulta l’esistenza di una rivista scientifica divulgativa che sia almeno al livello di Conoscere (pubblicata negli anni ’30). Argomenti anche complessi, ma articoli chiari, a prova di terza elementare, senza prendere il lettore per un idiota (perché chi va in terza elementare non è necessariamente idiota, è solo quasi certamente ignorante).
A dire il vero, oltre a Focus (biasimo su di lui) conosco solo Le Scienze, quindi magari mi sono perso l’anello di congiunzione tra le boiate ammiccanti e le discettazioni un po’ cattedratiche. Resta tuttavia l’impressione che avevo già prima di vedere il film Le invasioni barbariche: la cultura, anche quella con la c minuscola, quella modesta della lettura di 20 minuti fatta prima di addormentarsi, sta andando giù dallo sciacquone.
Mi permetto di concludere con queste tre vignette, postate da Emack sul forum di tgmonline, tratte da Persepolis, che forse potrete trovare ancora in edicola o in fumetteria (I classici del fumetto di Repubblica – Serie oro).
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