Archive for the ‘opere altrui’ Category
Fabrizio De André, consigli di ascolto, parte 2
Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luceL’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia dettaPrima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora
Tutti morimmo a stento, La ballata degli impiccati. Tra quelli che vi consiglio, l’album che richiede maggiore concentrazione e magari peggior umore (così, ehm, non ve lo rovina – ma sto scherzando). Ha una personalità innegabile, e io ho una certa qual passione per gli Album con la A maiuscola, quelli che non possono essere spezzettati canzone per canzone. Oserei etichettare come delizioso humor nero la canzone Girotondo.
Daltonici presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.
Non più ottico ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi sognare,
fuggire dall’orbita e non voler ritornare.
Non al denaro non all’amore né al cielo, Un ottico. Per quel che mi riguarda, il capolavoro di De André (pallidamente reinterpretato, mi si perdoni, anche da Morgan, ma ascolto interessante pure quello). E sì che la fonte di ispirazione è l’Antologia di Spoon River, e sì che si prende ad ispirazione anche Vivaldi, e sì che per le musiche ha fatto la sua parte Nicola Piovani… be’, e quindi sì. Contiene “un giudice” e “un medico”, due delle prime canzoni che tardivamente conobbi di De André (grazie all’intervento del mio amico Fabio), e che tanto mi colpirono. Di “un ottico” sono attualmente drogato, e non a caso visto quanto è psichedelica.
Ok, per ora abbiamo finito. La probabile utilità di questa breve panoramica di quelle che sono attualmente le mie preferenze riguardo alla produzione del cantautore genovese, mi si è formata come ipotesi dopo aver scoperto un ascoltatore di buon gusto che non conosceva Non al denaro non all’amore né al cielo, che è un po’ un ossimoro se permettete. E anche per combattere le sempre più energiche schiere degli spezzettatori di album e venditori di canzoni, in difesa di chi invece ascolta, vende, compra album. Io *amo* gli album. Non so se sono strano io ad avere una memoria che va un po’ oltre il breve termine; forse sono un po’ strano a rimanere sconcertato di fronte a chi usa spesso i tastini next e prev. Non so.
(Questi due post mi sono riusciti a metà, ché purtroppo mi ero preso appunti mentalmente ma poi ci ho dormito sopra, l’inchiostro neuronale s’è tutto sparso e non son più riuscito a rileggerci. Uff.)
Fabrizio De André, consigli di ascolto, parte 1
Imputato, ascolta. Noi ti abbiamo ascoltato. Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo piantata tra l’aorta e l’intenzione. Noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi più brevi dell’ultima emozione, quando uccidevi, favorendo il potere, i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione; e se tu la credevi vendetta, il fosforo di guardia segnalava la tua urgenza di potere, mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia.
Imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio, quello della mia è l’indice; eppure, anche tu hai giudicato: hai assolto e condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato, il potere ti è grato. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo, la legge. Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare: tu sei il potere, vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?
Storia di un impiegato, Sogno numero due. Un album di poesia al tempo stesso malinconica e cruda, senza pudore politico né morale, dal significato oscuro per la mente ma non per il cuore. Contiene La canzone del padre, forse la canzone di De André che più mi scuote le corde della tristezza. Le sonorità sono violente, a ben rendere quella violenza del potere che spesso è ben mascherata da grandi discorsi e sorridenti soprusi.
Ora se c’è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
ma di morte lenta.Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant’anni almeno.Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.
Canzoni, Morire per delle idee. L’album non presenta un tema di fondo, ma contiene… canzoni. Bellissime canzoni. La quasi commediodantesca (intesa come carrellata di personaggi) La città vecchia, l’arcinota Ballata dell’amore cieco (su cui Obi-Fran e la meowproductions hanno anche prodotto un corto), Giovanna D’Arco, e la mai assente malinconia cristallizzata ad esempio in Valzer per un amore.
Non temete: in nessuno dei quattro album che vi suggerisco saranno contenute le (splendide) Bocca di rosa e Via del campo.
FeRara

-Non c’è nesciuno.
-E dove sono?
-A FeRara, sono andati a FeRara!
-A Ferrara? Ah, ho capito… grazie, eh!
(Don Camillo monsignore ma non troppo, 1961)
(In realtà, alla fine, a FeRara non ci vado… ma pareva brutto non utilizzarlo xD)
C’è di che esserne gorgoglianti
Le operaie
Le operaie formano la gran massa della popolazione dell’alveare e si dividono tra loro i lavori interni ed esterni. Ai lavori interni attendono le più giovani, agli esterni le adulte e le vecchie. I lavori interni consistono principalmente nel nutrire e tener calda la covata, nutrire la madre, costruire i favi, ordinare le provviste che portano le foraggiatrici, far pulizia, ecc. – ed a questo attendono le operaie nei primi 15-16 giorni dalla nascita. Salvo casi eccezionali, solo dopo questo termine cominciano ad andare al raccolto, e perciò non basta che un alveare sia popoloso al momento della grande fioritura, per dare un buon prodotto, ma bisogna pure che questa popolazione abbia una forte proporzione di api adulte. Tale proporzione si verifica negli alveari che entrano nell’inverno con popolazione sufficiente, con una regina giovane, con provviste abbondanti, con buoni favi a celle d’operaia, e che non sono contrariati dall’andamento della primavera. L’abbondanza delle provviste, però, ripara in parte all’avversità della stagione. Il momento più pericoloso per la vita dell’alveare è precisamente la primavera, perché mentre nell’inverno sono le sole api adulte a consumare le provviste, in primavera invece ci sono diecine di migliaia di larve da nutrire, con forte consumo giornaliero. Quando si succedono parecchie giornate e talora settimane di mal tempo in marzo, aprile e maggio – secondo le località – la ricchezza delle provviste assicura non solo il mantenimento dell’alveare, ma la prosecuzione dell’allevamento della covata. E la presenza stessa delle abbondanti provviste – anche se poi non dovranno essere consumate – incoraggia le api a spingere l’allevamento stesso.
(da G. Canestrini, V. Asprea, 1935, Apicoltura, 13^ edizione, Hoepli, Milano)
Mica male l’idea di djlàmu…
Sartre – Les mains sales
Hugo - Il Partito ha un programma: l’instaurazione di una economia socialista; e un mezzo: lo sfruttamento della lotta di classe. Voi intendete servirvene per fare una politica di collaborazione di classe nel quadro di un’economia capitalista. Per anni dovrete mentire, fingere, giocare d’astuzia, destreggiarvi, passare di compromesso in compromesso; dovrete difendere agli occhi dei vostri compagni misure reazionarie prese da un Governo di cui farete parte. Nessuno capirà: i duri ci lasceranno, gli altri perderanno la cultura politica che hanno acquistata. Saremo contaminati, rammorbiditi, disorientati; diverremo riformisti e nazionalisti; insomma, ai partiti borghesi non resterà che il disturbo di liquidarci. Hoederer! Questo Partito è il vostro, non potete esservi dimenticato degli sofrzi che avete sostenuto per foggiarlo, dei sacrifici che ha richiesto, della disciplina ch’è stato necessario imporre. Ve ne supplico: non sacrificatelo con le vostre mani.
Hoederer – Quante chiacchiere! se non vuoi correre rischi, non devi fare della politica.
Hugo - Io non voglio correre questo genere di rischi.
Hoederer - Benissimo: e come conservare il potere?
Hugo - Perché prenderlo?
Hoederer - Sei pazzo? Un esercito socialista sta per occupare il paese e tu lo lasceresti ripartire senza approfittare del suo aiuto? E’ un’occasione che non si ripeterà più: ti dico che non siamo abbastanza forti per fare la Rivoluzione da soli.
Hugo – A queste condizioni non si deve prendere il potere.
Hoederer – Che cosa vorresti fare del Partito? Una scuderia per cavalli da corsa? A che serve arrotare un coltello tutti i giorni, se non lo si usa mai per tagliare? Un Partito è sempre e solo un mezzo. Non c’è che un solo scopo: il potere.
Hugo – Non c’è che un solo scopo: far trionfare le nostre idee, tutte le nostre idee e soltanto le nostre idee.
Hoederer - E’ vero: hai delle idee, tu. Ti passerà.
[...]
Hugo – Non tutti i mezzi sono buoni.
Hoederer - Tutti i mezzi sono buoni quando siano efficaci.
Hugo - Allora, con quale diritto condannate la politica del Reggente? Egli ha dichiarato guerra all’U.R.S.S. perché questo era il mezzo più efficace per salvare l’indipendenza nazionale.
Hoederer - E tu ti illudi ch’io la condanni? Non ho tanto tempo da perdere. Egli ha fatto ciò che chiunque della sua casta avrebbe fatto al suo posto. Non lottiamo né contro degli uomini né contro una politica, ma contro la classe che produce questa politica e questi uomini.
Hugo – E il mezzo migliore che abbiate trovato per lottare contro di essa è l’offrirle di dividere il potere con voi?
Hoederer - Proprio così. Oggi è il mezzo migliore. (Pausa). Come tieni alla tua purezza, ragazzo! Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non far nulla. Non far nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare guanti. Io, le mani, le ho sporche. Fino ai gomiti. Le ho affondate nella merda e nel sangue. E del resto? Credi proprio che si possa governare innocentemente?
Hugo – Un giorno, forse, ci si accorgerà che non ho paura del sangue.
Hoederer – Diavolo: dei guanti rossi, è elegante. E’ il resto che ti fa paura. Ciò che puzza per il tuo piccolo naso d’aristocratico.
(da Jean-Paul Sartre, 1948, Le mani sporche, sesto quadro, scena seconda)
Desertica distesa di palloni, fango e scale
Oggi ho visto un ragazzino correre. Uh che cosa straordinaria direte voi, perculando, ma quella corsa lì mi ha ricordato qualcosa.
Mi ha ricordato di quando *non esistevano* il freddo, il fango, la ghiaia, l’acqua del retano mangiapalloni, il sudore, il fiatone, la necessità di mostrarsi impeccabili (presentabili, va’). In effetti mi capita stupidamente di sentirmi già vecchio. Ma non meno felice. Anzi. anzi.
* * *
da Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari
Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare.
Eppure un giorno si è accorto che da parecchio tempo non andava più a cavalcare sulla spianata dietro alla Fortezza. Si è accorto anzi di non averne nessuna voglia e che negli ultimi mesi (chissà da quanto esattamente?) non faceva più le scale di corsa a due a due. Sciocchezze, ha pensato, fisicamente si sentiva sempre lo stesso, tutto stava a ricominciare, non c’era neppure dubbio; una prova sarebbe stata ridicolmente superflua.
No, fisicamente Drogo non è peggiorato, se riprendesse a cavalcare e a correre su per le scale sarebbe benissimo capace, ma non è questo che importa. Il grave è che lui non ne sente più voglia, che lui preferisce dopo colazione starsene a sonnecchiare al sole piuttosto che scorazzare su e giù per la spianata sassosa. E’ questo che conta, solo questo registra gli anni passati.
Oh, se ci avesse pensato, la prima sera che fece le scale a un gradino per volta! Si sentiva un po’ stanco, è vero, aveva un cerchio alla testa e nessun desiderio della solita partita a carte (anche in precedenza del resto aveva qualche volta rinunciato a salire le scale di corsa per via di malesseri occasionali). Non gli venne il più lontano dubbio che quella sera fosse molto triste per lui, che su quei giardini, in quell’ora precisa, terminasse la sua giovinezza, che il giorno dopo, per nessuna speciale ragione, non sarebbe più ritornato al vecchio sistema, e neppure dopodomani, né più tardi, né mai.
L’erba del giardino di Michael Jordan
Michael Jordan è un grande atleta: uno dei migliori giocatori di pallacanestro del mondo, dotato di una elevazione e di una mira migliori di quelle di chiunque altro. Molto probabilmente eccelle anche in altre attività: per esempio, il signor Jordan probabilmente riuscirebbe a falciare l’erba del proprio giardino più velocemente di chiunque altro. Ma il fatto che egli sia in grado di farlo, significa anche che dovrebbe farlo?
Per rispondere a questa domanda possiamo ricorrere ai concetti di costo-opportunità e di vantaggio comparato. Ipotizziamo che il signor Jordan sia in grado di falciare l’erba del suo prato in due ore e che, nelle stesse due ore, possa interpretare uno spot pubblicitario per una marca di scarpe e guadagnare 10 mila dollari. Jennifer, la figlia dei suoi vicini, riuscirebbe a tagliare l’erba del prato di casa Jordan in 4 ore, durante le quali potrebbe però lavorare da McDonald’s e guadagnare 20 dollari.
In questo esempio il costo-opportunità di rasare l’erba per Michael Jordan è di 10 mila dollari, mentre per Jennifer è di 20 dollari. Jordan ha un vantaggio assoluto nella rasatura del prato, visto che riuscirebbe a completarla in 2 ore, invece che in 4. Ma Jennifer ha un vantaggio comparato, dal momento che ha il costo-opportunità più basso.
Nel nostro esempio i benefici che si possono ricavare dallo scambio sono enormi: invece di curare il suo prato, Michael Jordan dovrebbe girare lo spot pubblicitario, e incaricare Jennifer di farlo al posto suo; se la paga una cifra compresa tra 21 e 9999 dollari, entrambi ci guadagnano.
(da N. Gregory Mankiw, 1999, Principi di Economia, Zanichelli)
(un testo che vi consiglio; nonostante sia un libro di testo universitario, spiega l’economia in modo semplice, affascinante e divertente… certo, almeno per un povero ingegneruccio informatico niubbo, come me)
Les sanglots longs des violons de l’automne…
Ero sempre a volermi sentire diverso. “Che cioccolato ti piace?” “Il fondente”. “A che squadra tieni” “A nessuna”. “Qual è la tua stagione preferita?”.
Ero indeciso. Tra l’autunno e l’inverno. Poi un giorno leggo che l’autunno è la stagione preferita di Dylan Dog (numero 39, “Il signore del silenzio”), e allora propendo per l’inverno. E vabbe’, si cresce anche con queste cretinate.
Ma davvero preferisco quelle due stagioni lì? Non lo so, non saprei dirlo, ma è probabile… non sono un patito della spiaggia, odio il caldo eccessivo, sono essenzialmente sedentario. Anche se l’ultima è solo una convenzione… datemi un motivo, o toglietemi un motivo-per-non (basta uno), e vi giro il globo in quattro e quattr’otto. Sì.
Non dico che le giornate buie e fredde non mi abbiano mai oppresso. Ma ricordarne alcune di molti anni fa mi fa come sentire di nuovo a casa. Ah, già, in effetti SONO a casa. Dopo 5 anni, sono di nuovo qui, presumibilmente in pianta stabile… per un po’. Per qualche mese mi sono trovato fuori posto, ora mi sto riambientando, o meglio, riappacificando. Brutta cosa non andare d’accordo con il luogo che ti ha preso in consegna fin da quando eri bambino… anche se forse c’è una cosa peggiore, cioè andarci d’accordissimo e doverlo lasciare.
Ma bandiamo le nostalgie. Volevo dirvi che Pennac è un furbastro. Oggi ero lì che sfidavo i conati di vomito, leggendo un po’ di “Comme un roman” sull’autobus, quando leggo:
personne n’a jamais le temps de lire
Cosa ciancio continuamente su questo blog e altrove? Che non ho tempo di leggere. E come me milioni di altri. “Vorrei, ma non ho tempo“. Balle, il tempo si trova.
Le temps de lire est toujours du temps volé.
Volé à quoi?
Disons, au devoir de vivre.
C’est sans doute la raison pour laquelle le métro -symbole rassis dudit devoir- se trouve ètre la plus grande bibliothèque du monde.
Chissà quante persone hanno letto quelle righe mentre ne stavano comprovando la veridicità, come me. Va bene, Pennac pensa a quei raccomandati dei parigini che hanno la metropolitana, ma stava parlando di coloro che leggono sui mezzi pubblici, per rubare o per meglio dire mordere quel tempo che altrimenti ci scivolerebbe addosso senza lasciare segni. E io ho letto questo proprio mentre stavo rubando la mia razione di lettura quotidiana, sull’autobus. Potere della letteratura.
Questo libro è un gioiello; è uno di quei libri che ti verrebbe da citare tutto dall’inizio alla fine. Mi dovrò trattenere, e fare una scelta difficile. Mi raccomando, se non lo sapete imparate il francese, ché vale la pena, anche solo per Le petit prince (ma anche qui) :’)
La lecture, acte de communication? Encore une jolie blague de commentateurs! Ce que nous lisons, nous le taisons. Le plaisir du livre lu, nous le gardons le plus souvent au secret de notre jalousie. Soit parce que nous n’y voyons pas matière à discours, soit parce que, avant d’en pouvoir dire un mot, il nous faut laisser le temps faire son délicieux travail de distillation. Ce silence-là est le garant de notre intimité. Le livre est lu mais nous y sommes encore. Sa seule évocation ouvre un refuge à nos refus. Il nous préserve du Grand Extérieur. Il nous offre un observatoire planté très au-dessus des paysages contingents. Nous avons lu et nous nous taisons. Nous nous taisons parce que nous avons lu.
(riferimento: Daniel Pennac, Comme un roman, forse 1992)
Ken Parker – Sciopero
Dall’introduzione (“Le cronache di Lungo Fucile”) di Gianni di Pietro a Ken Parker Collection n° 29.
[...]
Il valore di questa scommessa di Giancarlo Berardi appare in tutto il suo significato se si pensa che in Italia la storia del movimento operaio era arrivata tardi, e quasi mai con piena dignità, nei libri scolastici, risultando quindi poco conosciuta, soprattutto al pubblico dei lettori dei fumetti da edicola. Essa, poi, conserva anche oggi una sua drammatica attualità, a vent’anni dalla prima pubblicazione, soprattutto nel nostro paese. La nostra abitudine ai diritti, tipica delle generazioni successive alla Seconda Guerra Mondiale e al boom economico, spesso tende a far dimenticare da dove essi sono venuti e quanto la loro conquista è costata a chi ci ha preceduto. In più, i guasti operati nel nostro paese dalla follia del terrorismo rosso hanno favorito la confusione, da sempre avallatta dalle classi dirigenti, fra lotta per le conquiste sociali e pratiche criminali. Infine, l’isterico richiamo al pericolo del comunismo come male assoluto in un mondo in cui i regimi comunisti non esistono più storicamente e come modelli realmente proponibili, ha finito per oscurare del tutto quello che anche un’enciclica pontificia ha riconosciuto come movimento nato dall’anelito a una società più giusta in condizioni di vita tremende. In questa operazione culturale tesa ainfluenzare la mentalità collettiva, ancora una volta un ruolo fondamentale ha avuto nel nostro paese un’informazione televisiva asservita e pronta a ogni espediente, anche il più grottesco, per nascondere la verità e non disturbare il manovratore. Come nella Boston del giornalino, quasi una metafora den nostro paese, qualche giornale ancora indipendente e qualche giornalista con la schiena dritta hanno permesso, almeno in certi casi e parzialmente, l’emergere della verità oltra la coltre delle menzogne.
[...]
* * *
Potete trovare questo numero 29 di KP Collection ancora in edicola, riconoscibilissimo dalla sua splendida copertina rifacentesi al famoso dipinto “Il quarto stato” (si nota infatti, in basso a sinistra, la quasi ironica firma “Milazzo + Pelizza da Volpedo”); nel volume sono presenti due storie ben riuscite e coinvolgenti, “Il sicario” e “Sciopero”. Nella seconda storia, a cui si riferiva lo stralcio di Gianni Di Pietro sopra riportato, si narra la vicenda (verosimile, in quanto ispirata ad eventi storici realmente accaduti) di un Ken Parker, detective della National Agency of Investigation, che si infiltra (facendosi assumere regolarmente) tra gli operai di un’industria tessile, con lo scopo di identificare il capo di un sindacato clandestino (nel contratto di assunzione gli operai devono sottoscrivere l’accordo di non iscriversi mai ad alcun sindacato). La coscienza di Ken lo preverrà dal portare a termine il lavoro per cui viene pagato, ma ciò non gli impedirà di essere travolto dagli eventi.
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Berardi sulla creatività
Carlo Rosselli – Gli Italiani e la libertà
Sempre in tema di fumetti in edicola in questo periodo, ho trovato splendido anche il n° 100 di Magico Vento. Non fatevi ingannare dal nome apparentemente sciocco, e non crediate che si tratti di un semplice “fumetto western”: Gianfranco Manfredi ha poco o nulla da invidiare a Giancarlo Berardi, ed entrambi hanno la fantasia brillante e la cura artigianale dei VERI scrittori. Sarà tutto effetto di quel Gian- che hanno davanti al nome. Ok, via, d’ora in poi chiamatemi GianStM, mi porterà bene.













