Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

Archive for the ‘opere altrui’ Category

Roberto Angelini Live @ Raindogs – 30/01/2010

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Roberto Angelini comincia il concerto in incognito, accucciato su qualche strano marchingegno, che gli si vede solo la nuca per 10 minuti buoni. E siccome la nuca non gliela si vede spesso, c’è voluto del bello e del buono per riconoscerlo. Per fortuna non c’era un’intera band di uomini accucciati ma era solo, ché sarebbe stato ancora più difficile sennò.

Un curioso one-man-show, sicuramente originale per un profano, piacevole da ascoltare nei momenti acustici e interessante nei virtuosismi nell’uso della strumentazione elettronica. Lo stesso Angelini che trovavate in un videoclip tirato a lucido di Gattomatto (canzone che mi divertì molto all’uscita e apprezzo tutt’ora), qui mostra il suo lato artigianale e la tempra del musicista che ha un rapporto intimo con la propria arte.

(il video è in mono, e interrotto a 5 minuti per un limite della fotocamera; non aspettatevi molto dalla visualizzazione a 720p, la ripresa è stata effettuata a 3200 ISO e c’è parecchio rumore).

Qui sotto le foto più passabili che ho scattato durante la serata. Scure come da mia abitudine di fotografo vampiro, ma senza flash il 50 e l’85mm han fatto quello che potevano.

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February 1st, 2010 at 11:59 pm

Spotorno Comics 2009, o gli affari degli altri

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E’ il secondo anno che vado a Spotorno Comics, e credo ci tornerò volentieri il prossimo anno.

La cosa decisamente interessante di questa manifestazione è che pochissimi sono gli spettatori (io tra questi): dei presenti, c’è ovviamente chi fa le vignette, caricature, ritratti; ma c’è anche, soprattutto, chi se li fa fare. Da un lato del tavolo i fumettisti e disegnatori; dall’altro lato il pubblico, spesso affezionato e ormai “di casa” (e conosciuto per nome dagli artisti), a dare il soffio vitale alla lunga notte delle vignette.

Perché se ti metti in fila perché vuoi una vignetta, quando è il tuo turno non dici semplicemente “dammi una vignetta!”. Racconterai un po’ chi sei, perché sei lì, per chi vuoi che sia fatta la vignetta. Come i ragazzi che l’anno scorso volevano dedicare una vignetta all’amico Fabio che si era comprato la Skoda Fabia praticamente solo per il nome, e Giannotti li aveva accontentati con una vignetta “D’estate a Spotorno, sull’Aurelia tutti in coda…”, con un personaggio che invece orgoglioso e tronfio dichiarava “Io in Skoda!”.

Chi cerca una vignetta si ritrova a raccontare la propria vita in una manciata di secondi, fino a qualche minuto: dove vive, che lavoro fa, se è sposato, se ha figli, per che squadra tifa; si ritrova a dire quello che in quel momento gli sembra più importante, più caratterizzante del proprio essere. Una cosa che a me fa quasi andare nel panico, uno dei motivi per cui non ho ancora deciso di affrontare la coda per prendere la mia, di vignetta. Avrei finito per dire che sono un programmatore, e con la fotocamera in mano sarebbe stato evidente che mi piace fare fotografie; non avrei potuto nascondere di essere innamorato (per via dei cuoricini che svolazzano tutto intorno)… e avrei ricevuto una vignetta geniale (come ne ho viste tante) che mi avrebbe colto in pieno anche a partire da quei tre dati su di me messi in croce. Quasi il timore di vedermi rubata l’anima.

Un altro motivo per cui non mi sono ancora messo in coda per la mia vignetta è che ho trovato troppo interessante, e bello, farmi gli affari degli altri. Ascoltare le storie del pubblico, gli aneddoti dei disegnatori, cogliere nell’obiettivo attimi di concentrazione o di intimità. Essere spettatore anche nel momento in cui essere spettatore dovrebbe essere l’eccezione e non la norma. Ma forse è proprio questa mia inclinazione ad avermi fatto affezionare alla fotografia :)

Sono momentaneamente assente, lasciate un messaggio dopo la bestemmia

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Bip ^^

Qui va tutto abbastanza bene, non preoccupatevi per me. No, niente operazione umanitaria che raggranelli fondi e risorse dagli ignari cittadini medi dei paesi abbienti e li consegni ai già abbienti cittadini dei medi paesi disagiati: sto bene, davvero. Occhei, occhei, un bacetto dalle fan non si rifiuta mai, ma che sia uno, eh! Per ciascuna, s’intende.

E’ un po’ che spaccio l’incremento degli impegni di scrittura come la ragione per cui qua invece scrivo poco; be’, intendo perpetuare questa nuova tradizione: sto scrivendo poco qui perché sto scrivendo un mucchio altrove. Voi non avete idea. Non tutti, qualcuno di voi idea magari ce l’ha; ma non avete idea.

Ciò che focalizza maggiormente la mia attenzione in questo periodo è il motivo per cui Rete 4, sulla mia televisione, è stata sostituita da un canale nero e silenzioso. E dire che prendono tutti gli altri canali, Rete 4 sul digitale terrestre continua ad esistere, e che dopotutto non è illegale la sua permanenza nell’etere analogico (lo è solo probabilmente il fatto che Europa 7 non abbia, al contrario, alcuna frequenza a sua disposizione). Avrà preso iniziative la mia tv, notoriamente obbligata a visioni prolungate di Rai 3.

Oggi, visto che non avevo l’equivalente in massa di vestiario di una Rinascente a caso da stirare, né una valigia per un sacco di giorni da preparare, né uno stramaledetto server in crisi (QUESTO server) da monitorare, ho testato un po’ un ALTRO obiettivo che mi sono preso (e con questo basta, eh? Eh?) in giro per la casa… mi direte: cosa c’è di bello in giro per casa tua da fotografare? Qualcosa c’è, fidatevi.

(Copyright di Mammà)

L’obiettivo 28-75/2.8 della Tamron ha fatto anche troppo per quelle che erano le condizioni di ripresa, anche se mi sembra di notare un po’ in tutte le foto ombrose una sorta di dominante rossa (e non stavo usando filtri), quindi non so ancora se sono soddisfatto completamente o no. Ad ogni modo, su due piedi è un acquisto che mi sento di consigliarvi se volete un obiettivo un po’ tuttofare, non avete bisogno di grandi zoom né di grandangoli, e volete riuscire a cavarvela anche in scarse condizioni di luce (ma pagando il pegno di una sfocatura molto marcata fuori dall’area di messa a fuoco… anche questo con pro e contro): costa la metà dei 18-200, non ha la sua versatilità e non permette aggiustamenti manuali del fuoco senza disattivare completamente l’autofocus, ma è molto più luminoso. L’ho promosso a mio obiettivo ufficiale per gli interni e le riprese serali.

Altra cosa che mi sta tenendo occupato (non quanto Emack, ma abbastanza) sono alcune venture rivoluzioni su Ars Ludica… di cui voi ovviamente siete tutti avidi lettori, vero?

E per chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso, segnalo che ogni tanto mi sveglio e mando un nastrone alla Lucea… segnatevi questo link se li volete vedere (e in qualche caso ascoltare) tutti ;)

Ci risentiamo prima del 2009!

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June 2nd, 2008 at 10:21 pm

Le proprietà curative dei fratelli Marx

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C’è questa storia di un uomo che per una certa ragione decide di farla finita; ma non è un cuordileone e all’ultimo momento la canna si sposta, ferendo mortalmente uno specchio o qualcosa del genere (brutto mestiere quello degli specchi, nel cinema). Come in un sogno l’uomo si butta in strada e comincia a vagare per la città senza meta, fino a che non decide di entrare in un cinema, senza nemmeno sapere cosa stessero proiettando.

Era un vecchio film dei fratelli Marx. L’uomo sulle prime si trova in quel posto come in qualsiasi altro, forse aveva deciso di entrare per stare al buio. Ma poi comincia a guardare il film. E dopo poco comincia a ridere.

(Hannah e le sue sorelle).

Per Woody Allen i “vecchi film dei fratelli Marx” sono davvero uno dei motivi per cui valga la pena di vivere (lo afferma anche in Manhattan, se la memoria non m’inganna). E non ha tutti i torti. Oggi ho attaccato a vedere Go West, e ho riso dall’inizio alla fine. Non sapete quanto ne avessi bisogno.

Come è giusto che sia, per qualcosa che nasce dal teatro, alcune cose si ripetono di film in film. Per esempio Chico ha sempre una gran voglia di suonare il piano (“Oh, meno male, temevo che non me lo avresti chiesto”), con quella sua buffa mossa della mano a pistola. Groucho ha l’abitudine di entrare a testa bassa, ad ampie falcate, con sigaro e baffi, nei momenti e luoghi meno opportuni; salvo poi comportarsi come se fossero gli altri a disturbare. Harpo è muto, dispettoso irriducibile, e tipicamente capita di vederlo inseguire qualche giovine donzella impaurita da un lato all’altro dello schermo; ah, e poi suona l’arpa, e sì, da questo deriva il nome d’arte.

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October 20th, 2007 at 6:57 pm

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Letture notturne

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Reading Molly & Poo…

Le ultime pagine del quinto Pocket Book di Strangers in Paradise sono inaspettate, per chi si credesse di stare leggendo un fumetto. Nel corso di tutta la saga capitano qua e là sezioni integralmente rese in solo testo, per evidenti esigenze di descrittività introspettiva o dei dettagli, o per l’inutilità di rappresentare ogni singolo fotogramma di un lungo dialogo che ha luogo in un posto che non muta. Qui però si esagera, si tocca la sessantina di pagine. Ho detto si esagera? Scusate, volevo dire: ne voglio ancora! Se è sempre Terry Moore a scrivere, be’, ci fossero stati ancora dubbi sulla poliedricità del suo talento, ora non ci sarebbero più.

E intanto Amazon dice che mi ha spedito il sesto e ultimo volume. Presto saprò! :]

La foto qua sopra è real-life, a proposito. Sì, io alla sera leggo alla luce di una torcetta a led (le cui batterie risalgono a luglio 2005 :|). Trattasi tra l’altro di una delle foto facenti parte del mio primo rullino scattato con la Nikon FM (obiettivo 50mm 1:1.8). Eh, sì, perché, contro ogni logica, nell’era del digitale io di proposito scatto foto con una fotocamera del 1980 che come unico ausilio elettronico ha un esposimetro.

Ma che macchina, signori, questi erano gente che sapeva il fatto proprio! Quindi insomma che ho deciso di rovinarmi, negligendo il risparmioso digitale per la dispendiosa pellicola. Se non altro per ora non mi sbatterò a procurarmi reagenti, camere oscure e intossicazioni, depositando amorevolmente il rullino in qualche negozio apposito (che, già che mi fa il ciddì, potrebbe evitare di usarlo come sottobicchiere o freesbee prima di darmelo, e sorvoliamo sulla definizione della digitalizzazione, ma via, se la cavano).

Però ci dev’essere qualcosa di malato in qualcuno che, mentre sta leggendo a tarda notte poco prima di addormentarsi, balza fuori dal letto, prende la fotocamera, si rimette a letto, ha i suoi 10 minuti di panico per trovare la soluzione al dilemma dei tre oggetti da tenere con due mani, fa due scatti, esce dal letto per posare la fotocamera, ritorna allo stato iniziale. Che poi era solo una prova, mica questo gran capolavoro imperdibile -.-

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September 28th, 2007 at 7:48 pm

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Sparky

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One of the nicest things about joining the NCS was getting the chance to meet and know my childhood hero, Charles M. Schulz. His friends called him Sparky. Sparky was everything you would want the creator of Peanuts to be. He would say that if you knew his strip you knew him. I can’t read his comic without hearing his distinctive Minnesota voice speaking for all the characters. His work and life continue to inspire me.

Nothing really prepares you for the demands of doing a daily comic strip. You wouldn’t think that something that looks so simple could be so hard. One of my first questions to Sparky after I had just started on Mutts was, “Does it get any easier?” He looked me straight in the eye and without hesitation stated an emphatic “No.” And then we laughed.

Tratto da Patrick McDonnell, 2003, The comic art of Patrick McDonnell, Harry N. Abrams, Incorporated, New York (consigliato tempo addietro da Balloons).

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August 19th, 2007 at 12:46 pm

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Strangers in Paradise. Avessi capito il titolo mi sentirei più completo.

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francine_counselor.jpg

I’m kinda going berserk with english, ‘u know…

D’oh.

Sto approfittando delle ferie per leggere, un po’ di tutto, principalmente fumetti, principalmente in inglese (essendo la lingua originale). Tra le altre cose ho risolto il dilemma del formato in cui acquistare Strangers in Paradise: la pratica, economica, un po’ spartana ma completa, edizione Pocket Book, 6 volumi da trecento e rotti pagine ciascuno, di cui il sesto dovrebbe uscire il 27 settembre. Il formato è piccolo e la carta porosa, ma a dispetto di quello che crede il collezionista invasato medio di fumetti pare che sia possibile leggere e apprezzare la storia anche in queste condizioni. Di tutte le 1500 pagine da cui sono passato fino ad ora, ho avuto problemi di lettura solo su UNA (una poesia scritta su uno sfondo scuro, la cui decifrazione ho abbandonato; ma del resto ho abbandonato la decifrazione di diversi testi scritti in un corsivo leggibile ma incomprensibile, con le I che sembrano punti di domanda, “d” indistinguibili da “el”, “v” indistinguibili da “n” – tanto per dire che mi chiedevo chi diavolo fosse questo Daniel; io sapevo di un David, nella storia; oh, be’).

Ora mi chiederete: e a noi che cce…?

Voi dovreste leggere Strangers in Paradise. Perché? Perché lo dice Neil Gaiman:

What most people don’t know about love, sex, and relations with other human beings would fill a book. Strangers in Paradise is that book.

Mica male come referenza, no? Se non sapete chi è Gaiman vi lascio vivere solo perché fino a qualche tempo fa non lo sapevo neanch’io, ehe. Ora, non crediate che il tutto siano 2100 pagine di smielosità (ok, ok, un po’ ce n’è). S.i.P. è divertente: Terry Moore sprizza umorismo sia verbale che grafico, con un gran talento nella resa delle espressioni facciali (anche caricaturali, è vero, ma molto umane) e del dinamismo. S.i.P. è appassionante: uno dei filoni narrativi tiene col fiato sospeso nientemeno che con faccende di potenti organizzazioni criminali, FBI, assassini spietati. S.i.P. è elastico: nel corso della storia si assiste a decine di cambi di registro, che lo rendono una delle storie più emozionalmente complete che io abbia letto.

Come tutt’e cose, S.i.P. non è esente da difetti. Ci sono incongruenze, cose che non reggono, alcuni momenti fiacchi (giusto nel quarto volume sono incappato in una manciata di evoluzioni acrobatiche da scrittore che suggeriscono “ho esaurito la fantasia” oppure “ho sbagliato tutto”, ma poi si riprende), certe ridondanze che un cinico come me non può evitare di sorvolare per non rovinarsi il gusto della lettura. Pur considerato tutto questo, S.i.P. è una esperienza da farsi. E non accetto obiezioni.

Il mio consiglio poi è di leggerlo in lingua originale. Perché? Una risposta è nella vignetta lassù in cima (tratta dal quarto volume dell’edizione Pocket Book): come lo traducete quel gioco di parole, in italiano? Così come è a prova di Paolo Limiti “I don’t have issues, I’ve a complete library going on here”, o qualcosa del genere. Senza contare poi le acrobazie che devono fare i poveri traduttori con le poesie (molte abbastanza semplici, in realtà – e anche un po’ noiose, ehm) e le canzoni. E le scurrilità in inglese nella loro versione mascherata e pudica sono spassose (suppongo che “frikking” stia a “fucking” come “flettuto” sta a “fottuto” :D). E poi ci sono certe piccolezze, sfumature… a un certo punto Francine parla di Katchoo; dice che vivere con lei “is like being near a star“; quando l’avevo letto in italiano, era stato tradotto “è come essere vicino a una star” – ok, star del cinema, della musica, dello showbusiness; quando l’ho riletto in inglese, e ho letto star, ho pensato alla stella: la stella, una di quelle cosine luccicanti del cielo notturno; non quelle lampeggianti, le lucciole, quelle lassù in cima, uff, sveglia; e be’, è vero che il significato in entrambe le lingue è lo stesso, ma il contesto è completamente differente: sentire star in mezzo alle sue amichette parole inglesi invece che a ostili parole italiane, be’, lascia intendere molto più della banalizzazione della traduzione. Vivere vicino ad una stella. Ho trovato che fosse molto bello. Voglio dire, per quel femtosecondo in cui i milioni di gradi Kelvin non ti causano la sublimazione.

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July 29th, 2007 at 3:27 pm

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Quino

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quino_rotaie.jpg

Quino non è solo Mafalda. Lo dirò sinceramente: Mafalda mi lascia tiepido (ciò non toglie che ho letto comunque pacchi di strisce, eh…).

Nel catalogo BUR trovate un libriccino di 226 pagine, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, che raccoglie i due libri “Stai al tuo posto!” e “Fantasticherie”. Nel libriccino da 226 pagine trovate vignette singole e strip. Nelle vignette singole e nelle strip trovate mestiere; e genio. Tantissimi i “senza parole” in cui, davvero, le parole non saprebbero esprimere quello che vedete; divertentissimi virtuosismi dei balloon; umorismo contagioso, dal più basilare (“Io sono figlio del Sole”, dice il conquistador spagnolo; “*Tuo padre* rovinare estate scottando spalle”, risponde il nativo americano, assestandogli una mazzata) al più elaborato, ma sempre comprensibile; poesia allo stato grafico.

Sì, se ve lo stavate chiedendo: non è un libro nuovo. Ma io vivo ampiamente nel passato, per le mie letture; e perciò.

Written by StM

June 18th, 2007 at 11:20 pm

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Unnecessary hint

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Ora vi voglio raccontare, signori, che desideriate o no ascoltarlo, perché non sono riuscito a diventare nemmeno un insetto. Vi dirò solennemente che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma non mi sono meritato nemmeno questo. Vi giuro, signori, che l’eccesso di coscienza è una malattia, una vera e autentica malattia. Per un tran-tran umano sarebbe più che abbastanza una ordinaria coscienza umana, cioè una metà, un quarto in meno di quella dose che tocca in sorte a un uomo evoluto del nostro infelice XIX secolo e che ha, oltre a ciò, la particolare sfortuna di abitare a Pietroburgo, la più astratta e premeditata città di tutto il globo terrestre. (Le città possono essere premeditate e non premeditate). Sarebbe del tutto sufficiente, per esempio, quella coscienza con la quale vivono tutte le persone cosiddette immediate e d’azione. Scommetto pensate che scriva tutto ciò per bravata, per fare dello spirito sul conto degli uomini d’azione, e ancora per una bravata di cattivo gusto faccia chiasso con la sciabola, come il mio ufficiale. Ma chi mai può, signori, vantarsi delle proprie malattie, e in più farne motivo di bravata?

(Fedor Dostoevskij, 1894, Memorie dal sottosuolo)

Già, chi può?

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June 5th, 2007 at 7:48 pm

Le famose smemoratezze

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Tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati:

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. E’ questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura accrescono, incorporando lineamenti estranei. Lo sanno bene i magistrati: non avviene quasi mai che due testimoni oculari dello stesso fatto lo descrivano allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente, e se nessuno dei due ha un interesse personale a deformarlo. Questa scarsa affidabilità dei nostri ricordi sarà spiegata in modo soddisfacente solo quando sapremo in quale linguaggio, in quale alfabeto essi sono scritti, su quale materiale, con quale penna: a tutt’oggi è questa una meta da cui siamo lontani. Si conoscono alcuni meccanismi che falsificano la memoria in condizioni particolari: i traumi, non solo quelli cerebrali; l’interferenza da parte di altri ricordi “concorrenziali”; stati abnormi della coscienza; repressioni; rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali è all’opera una lenta degradazione, un offuscamento dei contorni, un oblio per così dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono. E’ probabile che si possa riconoscere qui una delle grandi forze della natura, quella stessa che degrada l’ordine in disordine, la giovinezza in vecchiaia, e spegne la vita nella morte. E’ certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.

E, non per contraddire l’amore di Obi-Fran per le parole, il racconto dovrà forzatamente semplificare il ricordo per adeguarlo alla comunicazione verbale; salvo, forse, come si diceva, conoscendo “tutte le parole che servono per comunicare tutto ciò che si può comunicare”.

Poi ci sono pratiche che sono evidenti prostituzioni della memoria, e che però aiutano a vivere meglio. Una di queste è la razionalizzazione. Tale pratica, che è da vedersi in senso soggettivo e non oggettivo, e che andrebbe tradotta come “adeguamento del ricordo alla disposizione mentale del ricordante”, è attuabile da individui di qualsiasi levatura intellettuale. Molto spesso meccanismo di difesa, scatta per addolcire ricordi sgradevoli o che peserebbero sulla vostra vita come macigni.

Why is it that we don’t always recognize the moment when love begins but we always know when it ends?

Per quanto m’intenerisca la visione dell’amore ripresa da L. A. Story (“Pazzi a Beverly Hills”), non ho mai condiviso questa (pur suggestiva) affermazione. Non la ritengo generalmente valida, almeno.

Primo, perché assume che tutti sappiano cosa sia l’amore. Non è così.

Secondo, perché assume che per tutti l’amore sia la stessa cosa. Non è così.

Terzo, e poi smettiamo che sennò diventiamo antipatici, ho prove empiriche per le quali l’istante in cui comincia l’amore è invece più o meno noto ai più (“ho capito di essere innamorato di lei/lui quando…”, e non dite che eravate innamorati da prima: è successo in QUEL momento), mentre quello in cui non siete più innamorati non è molto chiaro: potete stare mesi ad amore finito e rendervene conto solo una mattina a caso in cui il vostro primo pensiero va a lui/lei e il secondo pensiero recita più o meno “ma che cazzo vuole da me?”.

L’amore è una di quelle cose che più ha bisogno di appoggiarsi a ricordi non verbali, irriferibili, e quindi più a rischio di distorsione. Anche il famoso “istante in cui vi scoprite innamorati”, a volte, a causa delle circostanze, è tale solo a posteriori. Ed è solo il primo, di una lunga serie, ricordo tradito. Con valanghe di fango nel momento della fine: e allora vi eravate illusi prima, o state travisando tutto il trascorso per autodifesa, per mettere una pietra sopra, per non rimpiangere nulla e “pensare al futuro”?

Written by StM

May 26th, 2007 at 3:23 pm