Sono momentaneamente assente, lasciate un messaggio dopo la bestemmia

StM - Monday, 2 June 2008, 22:21 - diario, estensioni digitali, fotografismi, opere altrui

Bip ^^

Qui va tutto abbastanza bene, non preoccupatevi per me. No, niente operazione umanitaria che raggranelli fondi e risorse dagli ignari cittadini medi dei paesi abbienti e li consegni ai già abbienti cittadini dei medi paesi disagiati: sto bene, davvero. Occhei, occhei, un bacetto dalle fan non si rifiuta mai, ma che sia uno, eh! Per ciascuna, s’intende.

E’ un po’ che spaccio l’incremento degli impegni di scrittura come la ragione per cui qua invece scrivo poco; be’, intendo perpetuare questa nuova tradizione: sto scrivendo poco qui perché sto scrivendo un mucchio altrove. Voi non avete idea. Non tutti, qualcuno di voi idea magari ce l’ha; ma non avete idea.

Ciò che focalizza maggiormente la mia attenzione in questo periodo è il motivo per cui Rete 4, sulla mia televisione, è stata sostituita da un canale nero e silenzioso. E dire che prendono tutti gli altri canali, Rete 4 sul digitale terrestre continua ad esistere, e che dopotutto non è illegale la sua permanenza nell’etere analogico (lo è solo probabilmente il fatto che Europa 7 non abbia, al contrario, alcuna frequenza a sua disposizione). Avrà preso iniziative la mia tv, notoriamente obbligata a visioni prolungate di Rai 3.

Oggi, visto che non avevo l’equivalente in massa di vestiario di una Rinascente a caso da stirare, né una valigia per un sacco di giorni da preparare, né uno stramaledetto server in crisi (QUESTO server) da monitorare, ho testato un po’ un ALTRO obiettivo che mi sono preso (e con questo basta, eh? Eh?) in giro per la casa… mi direte: cosa c’è di bello in giro per casa tua da fotografare? Qualcosa c’è, fidatevi.

(Copyright di Mammà)

L’obiettivo 28-75/2.8 della Tamron ha fatto anche troppo per quelle che erano le condizioni di ripresa, anche se mi sembra di notare un po’ in tutte le foto ombrose una sorta di dominante rossa (e non stavo usando filtri), quindi non so ancora se sono soddisfatto completamente o no. Ad ogni modo, su due piedi è un acquisto che mi sento di consigliarvi se volete un obiettivo un po’ tuttofare, non avete bisogno di grandi zoom né di grandangoli, e volete riuscire a cavarvela anche in scarse condizioni di luce (ma pagando il pegno di una sfocatura molto marcata fuori dall’area di messa a fuoco… anche questo con pro e contro): costa la metà dei 18-200, non ha la sua versatilità e non permette aggiustamenti manuali del fuoco senza disattivare completamente l’autofocus, ma è molto più luminoso. L’ho promosso a mio obiettivo ufficiale per gli interni e le riprese serali.

Altra cosa che mi sta tenendo occupato (non quanto Emack, ma abbastanza) sono alcune venture rivoluzioni su Ars Ludica… di cui voi ovviamente siete tutti avidi lettori, vero?

E per chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso, segnalo che ogni tanto mi sveglio e mando un nastrone alla Lucea… segnatevi questo link se li volete vedere (e in qualche caso ascoltare) tutti ;)

Ci risentiamo prima del 2009!

Le proprietà curative dei fratelli Marx

StM - Saturday, 20 October 2007, 18:57 - diario, opere altrui

C’è questa storia di un uomo che per una certa ragione decide di farla finita; ma non è un cuordileone e all’ultimo momento la canna si sposta, ferendo mortalmente uno specchio o qualcosa del genere (brutto mestiere quello degli specchi, nel cinema). Come in un sogno l’uomo si butta in strada e comincia a vagare per la città senza meta, fino a che non decide di entrare in un cinema, senza nemmeno sapere cosa stessero proiettando.

Era un vecchio film dei fratelli Marx. L’uomo sulle prime si trova in quel posto come in qualsiasi altro, forse aveva deciso di entrare per stare al buio. Ma poi comincia a guardare il film. E dopo poco comincia a ridere.

(Hannah e le sue sorelle).

Per Woody Allen i “vecchi film dei fratelli Marx” sono davvero uno dei motivi per cui valga la pena di vivere (lo afferma anche in Manhattan, se la memoria non m’inganna). E non ha tutti i torti. Oggi ho attaccato a vedere Go West, e ho riso dall’inizio alla fine. Non sapete quanto ne avessi bisogno.

Come è giusto che sia, per qualcosa che nasce dal teatro, alcune cose si ripetono di film in film. Per esempio Chico ha sempre una gran voglia di suonare il piano (“Oh, meno male, temevo che non me lo avresti chiesto”), con quella sua buffa mossa della mano a pistola. Groucho ha l’abitudine di entrare a testa bassa, ad ampie falcate, con sigaro e baffi, nei momenti e luoghi meno opportuni; salvo poi comportarsi come se fossero gli altri a disturbare. Harpo è muto, dispettoso irriducibile, e tipicamente capita di vederlo inseguire qualche giovine donzella impaurita da un lato all’altro dello schermo; ah, e poi suona l’arpa, e sì, da questo deriva il nome d’arte.

Letture notturne

StM - Friday, 28 September 2007, 19:48 - diario, fotografismi, opere altrui

Reading Molly & Poo…

Le ultime pagine del quinto Pocket Book di Strangers in Paradise sono inaspettate, per chi si credesse di stare leggendo un fumetto. Nel corso di tutta la saga capitano qua e là sezioni integralmente rese in solo testo, per evidenti esigenze di descrittività introspettiva o dei dettagli, o per l’inutilità di rappresentare ogni singolo fotogramma di un lungo dialogo che ha luogo in un posto che non muta. Qui però si esagera, si tocca la sessantina di pagine. Ho detto si esagera? Scusate, volevo dire: ne voglio ancora! Se è sempre Terry Moore a scrivere, be’, ci fossero stati ancora dubbi sulla poliedricità del suo talento, ora non ci sarebbero più.

E intanto Amazon dice che mi ha spedito il sesto e ultimo volume. Presto saprò! :]

La foto qua sopra è real-life, a proposito. Sì, io alla sera leggo alla luce di una torcetta a led (le cui batterie risalgono a luglio 2005 :|). Trattasi tra l’altro di una delle foto facenti parte del mio primo rullino scattato con la Nikon FM (obiettivo 50mm 1:1.8). Eh, sì, perché, contro ogni logica, nell’era del digitale io di proposito scatto foto con una fotocamera del 1980 che come unico ausilio elettronico ha un esposimetro.

Ma che macchina, signori, questi erano gente che sapeva il fatto proprio! Quindi insomma che ho deciso di rovinarmi, negligendo il risparmioso digitale per la dispendiosa pellicola. Se non altro per ora non mi sbatterò a procurarmi reagenti, camere oscure e intossicazioni, depositando amorevolmente il rullino in qualche negozio apposito (che, già che mi fa il ciddì, potrebbe evitare di usarlo come sottobicchiere o freesbee prima di darmelo, e sorvoliamo sulla definizione della digitalizzazione, ma via, se la cavano).

Però ci dev’essere qualcosa di malato in qualcuno che, mentre sta leggendo a tarda notte poco prima di addormentarsi, balza fuori dal letto, prende la fotocamera, si rimette a letto, ha i suoi 10 minuti di panico per trovare la soluzione al dilemma dei tre oggetti da tenere con due mani, fa due scatti, esce dal letto per posare la fotocamera, ritorna allo stato iniziale. Che poi era solo una prova, mica questo gran capolavoro imperdibile -.-

Sparky

StM - Sunday, 19 August 2007, 12:46 - opere altrui

One of the nicest things about joining the NCS was getting the chance to meet and know my childhood hero, Charles M. Schulz. His friends called him Sparky. Sparky was everything you would want the creator of Peanuts to be. He would say that if you knew his strip you knew him. I can’t read his comic without hearing his distinctive Minnesota voice speaking for all the characters. His work and life continue to inspire me.

Nothing really prepares you for the demands of doing a daily comic strip. You wouldn’t think that something that looks so simple could be so hard. One of my first questions to Sparky after I had just started on Mutts was, “Does it get any easier?” He looked me straight in the eye and without hesitation stated an emphatic “No.” And then we laughed.

Tratto da Patrick McDonnell, 2003, The comic art of Patrick McDonnell, Harry N. Abrams, Incorporated, New York (consigliato tempo addietro da Balloons).

Strangers in Paradise. Avessi capito il titolo mi sentirei più completo.

StM - Sunday, 29 July 2007, 15:27 - opere altrui

francine_counselor.jpg

I’m kinda going berserk with english, ‘u know…

D’oh.

Sto approfittando delle ferie per leggere, un po’ di tutto, principalmente fumetti, principalmente in inglese (essendo la lingua originale). Tra le altre cose ho risolto il dilemma del formato in cui acquistare Strangers in Paradise: la pratica, economica, un po’ spartana ma completa, edizione Pocket Book, 6 volumi da trecento e rotti pagine ciascuno, di cui il sesto dovrebbe uscire il 27 settembre. Il formato è piccolo e la carta porosa, ma a dispetto di quello che crede il collezionista invasato medio di fumetti pare che sia possibile leggere e apprezzare la storia anche in queste condizioni. Di tutte le 1500 pagine da cui sono passato fino ad ora, ho avuto problemi di lettura solo su UNA (una poesia scritta su uno sfondo scuro, la cui decifrazione ho abbandonato; ma del resto ho abbandonato la decifrazione di diversi testi scritti in un corsivo leggibile ma incomprensibile, con le I che sembrano punti di domanda, “d” indistinguibili da “el”, “v” indistinguibili da “n” - tanto per dire che mi chiedevo chi diavolo fosse questo Daniel; io sapevo di un David, nella storia; oh, be’).

Ora mi chiederete: e a noi che cce…?

Voi dovreste leggere Strangers in Paradise. Perché? Perché lo dice Neil Gaiman:

What most people don’t know about love, sex, and relations with other human beings would fill a book. Strangers in Paradise is that book.

Mica male come referenza, no? Se non sapete chi è Gaiman vi lascio vivere solo perché fino a qualche tempo fa non lo sapevo neanch’io, ehe. Ora, non crediate che il tutto siano 2100 pagine di smielosità (ok, ok, un po’ ce n’è). S.i.P. è divertente: Terry Moore sprizza umorismo sia verbale che grafico, con un gran talento nella resa delle espressioni facciali (anche caricaturali, è vero, ma molto umane) e del dinamismo. S.i.P. è appassionante: uno dei filoni narrativi tiene col fiato sospeso nientemeno che con faccende di potenti organizzazioni criminali, FBI, assassini spietati. S.i.P. è elastico: nel corso della storia si assiste a decine di cambi di registro, che lo rendono una delle storie più emozionalmente complete che io abbia letto.

Come tutt’e cose, S.i.P. non è esente da difetti. Ci sono incongruenze, cose che non reggono, alcuni momenti fiacchi (giusto nel quarto volume sono incappato in una manciata di evoluzioni acrobatiche da scrittore che suggeriscono “ho esaurito la fantasia” oppure “ho sbagliato tutto”, ma poi si riprende), certe ridondanze che un cinico come me non può evitare di sorvolare per non rovinarsi il gusto della lettura. Pur considerato tutto questo, S.i.P. è una esperienza da farsi. E non accetto obiezioni.

Il mio consiglio poi è di leggerlo in lingua originale. Perché? Una risposta è nella vignetta lassù in cima (tratta dal quarto volume dell’edizione Pocket Book): come lo traducete quel gioco di parole, in italiano? Così come è a prova di Paolo Limiti “I don’t have issues, I’ve a complete library going on here”, o qualcosa del genere. Senza contare poi le acrobazie che devono fare i poveri traduttori con le poesie (molte abbastanza semplici, in realtà - e anche un po’ noiose, ehm) e le canzoni. E le scurrilità in inglese nella loro versione mascherata e pudica sono spassose (suppongo che “frikking” stia a “fucking” come “flettuto” sta a “fottuto” :D). E poi ci sono certe piccolezze, sfumature… a un certo punto Francine parla di Katchoo; dice che vivere con lei “is like being near a star“; quando l’avevo letto in italiano, era stato tradotto “è come essere vicino a una star” - ok, star del cinema, della musica, dello showbusiness; quando l’ho riletto in inglese, e ho letto star, ho pensato alla stella: la stella, una di quelle cosine luccicanti del cielo notturno; non quelle lampeggianti, le lucciole, quelle lassù in cima, uff, sveglia; e be’, è vero che il significato in entrambe le lingue è lo stesso, ma il contesto è completamente differente: sentire star in mezzo alle sue amichette parole inglesi invece che a ostili parole italiane, be’, lascia intendere molto più della banalizzazione della traduzione. Vivere vicino ad una stella. Ho trovato che fosse molto bello. Voglio dire, per quel femtosecondo in cui i milioni di gradi Kelvin non ti causano la sublimazione.

Quino

StM - Monday, 18 June 2007, 23:20 - opere altrui

quino_rotaie.jpg

Quino non è solo Mafalda. Lo dirò sinceramente: Mafalda mi lascia tiepido (ciò non toglie che ho letto comunque pacchi di strisce, eh…).

Nel catalogo BUR trovate un libriccino di 226 pagine, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, che raccoglie i due libri “Stai al tuo posto!” e “Fantasticherie”. Nel libriccino da 226 pagine trovate vignette singole e strip. Nelle vignette singole e nelle strip trovate mestiere; e genio. Tantissimi i “senza parole” in cui, davvero, le parole non saprebbero esprimere quello che vedete; divertentissimi virtuosismi dei balloon; umorismo contagioso, dal più basilare (”Io sono figlio del Sole”, dice il conquistador spagnolo; “*Tuo padre* rovinare estate scottando spalle”, risponde il nativo americano, assestandogli una mazzata) al più elaborato, ma sempre comprensibile; poesia allo stato grafico.

Sì, se ve lo stavate chiedendo: non è un libro nuovo. Ma io vivo ampiamente nel passato, per le mie letture; e perciò.

Unnecessary hint

StM - Tuesday, 5 June 2007, 19:48 - nosce te ipsum, opere altrui

Ora vi voglio raccontare, signori, che desideriate o no ascoltarlo, perché non sono riuscito a diventare nemmeno un insetto. Vi dirò solennemente che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma non mi sono meritato nemmeno questo. Vi giuro, signori, che l’eccesso di coscienza è una malattia, una vera e autentica malattia. Per un tran-tran umano sarebbe più che abbastanza una ordinaria coscienza umana, cioè una metà, un quarto in meno di quella dose che tocca in sorte a un uomo evoluto del nostro infelice XIX secolo e che ha, oltre a ciò, la particolare sfortuna di abitare a Pietroburgo, la più astratta e premeditata città di tutto il globo terrestre. (Le città possono essere premeditate e non premeditate). Sarebbe del tutto sufficiente, per esempio, quella coscienza con la quale vivono tutte le persone cosiddette immediate e d’azione. Scommetto pensate che scriva tutto ciò per bravata, per fare dello spirito sul conto degli uomini d’azione, e ancora per una bravata di cattivo gusto faccia chiasso con la sciabola, come il mio ufficiale. Ma chi mai può, signori, vantarsi delle proprie malattie, e in più farne motivo di bravata?

(Fedor Dostoevskij, 1894, Memorie dal sottosuolo)

Già, chi può?

Le famose smemoratezze

StM - Saturday, 26 May 2007, 15:23 - opere altrui, pensieri

Tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati:

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. E’ questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura accrescono, incorporando lineamenti estranei. Lo sanno bene i magistrati: non avviene quasi mai che due testimoni oculari dello stesso fatto lo descrivano allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente, e se nessuno dei due ha un interesse personale a deformarlo. Questa scarsa affidabilità dei nostri ricordi sarà spiegata in modo soddisfacente solo quando sapremo in quale linguaggio, in quale alfabeto essi sono scritti, su quale materiale, con quale penna: a tutt’oggi è questa una meta da cui siamo lontani. Si conoscono alcuni meccanismi che falsificano la memoria in condizioni particolari: i traumi, non solo quelli cerebrali; l’interferenza da parte di altri ricordi “concorrenziali”; stati abnormi della coscienza; repressioni; rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali è all’opera una lenta degradazione, un offuscamento dei contorni, un oblio per così dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono. E’ probabile che si possa riconoscere qui una delle grandi forze della natura, quella stessa che degrada l’ordine in disordine, la giovinezza in vecchiaia, e spegne la vita nella morte. E’ certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.

E, non per contraddire l’amore di Obi-Fran per le parole, il racconto dovrà forzatamente semplificare il ricordo per adeguarlo alla comunicazione verbale; salvo, forse, come si diceva, conoscendo “tutte le parole che servono per comunicare tutto ciò che si può comunicare”.

Poi ci sono pratiche che sono evidenti prostituzioni della memoria, e che però aiutano a vivere meglio. Una di queste è la razionalizzazione. Tale pratica, che è da vedersi in senso soggettivo e non oggettivo, e che andrebbe tradotta come “adeguamento del ricordo alla disposizione mentale del ricordante”, è attuabile da individui di qualsiasi levatura intellettuale. Molto spesso meccanismo di difesa, scatta per addolcire ricordi sgradevoli o che peserebbero sulla vostra vita come macigni.

Why is it that we don’t always recognize the moment when love begins but we always know when it ends?

Per quanto m’intenerisca la visione dell’amore ripresa da L. A. Story (”Pazzi a Beverly Hills”), non ho mai condiviso questa (pur suggestiva) affermazione. Non la ritengo generalmente valida, almeno.

Primo, perché assume che tutti sappiano cosa sia l’amore. Non è così.

Secondo, perché assume che per tutti l’amore sia la stessa cosa. Non è così.

Terzo, e poi smettiamo che sennò diventiamo antipatici, ho prove empiriche per le quali l’istante in cui comincia l’amore è invece più o meno noto ai più (”ho capito di essere innamorato di lei/lui quando…”, e non dite che eravate innamorati da prima: è successo in QUEL momento), mentre quello in cui non siete più innamorati non è molto chiaro: potete stare mesi ad amore finito e rendervene conto solo una mattina a caso in cui il vostro primo pensiero va a lui/lei e il secondo pensiero recita più o meno “ma che cazzo vuole da me?”.

L’amore è una di quelle cose che più ha bisogno di appoggiarsi a ricordi non verbali, irriferibili, e quindi più a rischio di distorsione. Anche il famoso “istante in cui vi scoprite innamorati”, a volte, a causa delle circostanze, è tale solo a posteriori. Ed è solo il primo, di una lunga serie, ricordo tradito. Con valanghe di fango nel momento della fine: e allora vi eravate illusi prima, o state travisando tutto il trascorso per autodifesa, per mettere una pietra sopra, per non rimpiangere nulla e “pensare al futuro”?

Fabrizio De André, consigli di ascolto, parte 2

StM - Wednesday, 18 April 2007, 23:43 - opere altrui
Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luce

L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora

Tutti morimmo a stento, La ballata degli impiccati. Tra quelli che vi consiglio, l’album che richiede maggiore concentrazione e magari peggior umore (così, ehm, non ve lo rovina - ma sto scherzando). Ha una personalità innegabile, e io ho una certa qual passione per gli Album con la A maiuscola, quelli che non possono essere spezzettati canzone per canzone. Oserei etichettare come delizioso humor nero la canzone Girotondo.

Daltonici presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.
Non più ottico ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi sognare,
fuggire dall’orbita e non voler ritornare.

Non al denaro non all’amore né al cielo, Un ottico. Per quel che mi riguarda, il capolavoro di De André (pallidamente reinterpretato, mi si perdoni, anche da Morgan, ma ascolto interessante pure quello). E sì che la fonte di ispirazione è l’Antologia di Spoon River, e sì che si prende ad ispirazione anche Vivaldi, e sì che per le musiche ha fatto la sua parte Nicola Piovani… be’, e quindi sì. Contiene “un giudice” e “un medico”, due delle prime canzoni che tardivamente conobbi di De André (grazie all’intervento del mio amico Fabio), e che tanto mi colpirono. Di “un ottico” sono attualmente drogato, e non a caso visto quanto è psichedelica.

Ok, per ora abbiamo finito. La probabile utilità di questa breve panoramica di quelle che sono attualmente le mie preferenze riguardo alla produzione del cantautore genovese, mi si è formata come ipotesi dopo aver scoperto un ascoltatore di buon gusto che non conosceva Non al denaro non all’amore né al cielo, che è un po’ un ossimoro se permettete. E anche per combattere le sempre più energiche schiere degli spezzettatori di album e venditori di canzoni, in difesa di chi invece ascolta, vende, compra album. Io *amo* gli album. Non so se sono strano io ad avere una memoria che va un po’ oltre il breve termine; forse sono un po’ strano a rimanere sconcertato di fronte a chi usa spesso i tastini next e prev. Non so.

(Questi due post mi sono riusciti a metà, ché purtroppo mi ero preso appunti mentalmente ma poi ci ho dormito sopra, l’inchiostro neuronale s’è tutto sparso e non son più riuscito a rileggerci. Uff.)

Fabrizio De André, consigli di ascolto, parte 1

StM - Tuesday, 17 April 2007, 22:30 - opere altrui
Imputato, ascolta. Noi ti abbiamo ascoltato. Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo piantata tra l’aorta e l’intenzione. Noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi più brevi dell’ultima emozione, quando uccidevi, favorendo il potere, i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione; e se tu la credevi vendetta, il fosforo di guardia segnalava la tua urgenza di potere, mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia.

Imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio, quello della mia è l’indice; eppure, anche tu hai giudicato: hai assolto e condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato, il potere ti è grato. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo, la legge. Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare: tu sei il potere, vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?

Storia di un impiegato, Sogno numero due. Un album di poesia al tempo stesso malinconica e cruda, senza pudore politico né morale, dal significato oscuro per la mente ma non per il cuore. Contiene La canzone del padre, forse la canzone di De André che più mi scuote le corde della tristezza. Le sonorità sono violente, a ben rendere quella violenza del potere che spesso è ben mascherata da grandi discorsi e sorridenti soprusi.

Ora se c’è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
ma di morte lenta.

Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant’anni almeno.

Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.

Canzoni, Morire per delle idee. L’album non presenta un tema di fondo, ma contiene… canzoni. Bellissime canzoni. La quasi commediodantesca (intesa come carrellata di personaggi) La città vecchia, l’arcinota Ballata dell’amore cieco (su cui Obi-Fran e la meowproductions hanno anche prodotto un corto), Giovanna D’Arco, e la mai assente malinconia cristallizzata ad esempio in Valzer per un amore.

Non temete: in nessuno dei quattro album che vi suggerisco saranno contenute le (splendide) Bocca di rosa e Via del campo.