Archive for the ‘informazione e TV’ Category
Unga bunga. [trad: Nella mia caverna il segnale non prende, e nella vostra?]
Viviamo indubbiamente in un periodo storico di eccessive libertà. E’ chiaro. Facciamo schifo da quanto siamo liberi, e perciò ci dobbiamo mortificare un pochino, ecco. Avanti, coraggio, abbiate un po’ di paura di vivere, piantatela di guardare al futuro con fiducia, sentite pressante il bisogno di vivere in un mondo triste. Sù.
Ad ogni fatto più o meno eufemisticamente increscioso che accade, c’è sempre qualcuno che salta su a fare casino e a cercare poi di portar via il bottino mentre tutti si chiedono cosa cacchio stia succedendo.
S’è colta la palla al balzo con quegli aerei dirottati, per cancellare in modo solo apparentemente circostanziato diritti umani obsoleti come l’habeas corpus, fare qualche passo verso l’autoritarismo (le intercettazioni sono il minimo), rendere impossibili i viaggi aerei (mi raccomando non fate esplodere la vostra bottiglietta di naturale), imbrigliare nella paura e controllare le coscienze di milioni di individui. Tra l’altro mi vien da ridere: quanto ci vorrebbe ad infiltrarsi nelle nostre catene di produzione alimentare, avvelenare migliaia di persone alla volta e mettere in ginocchio la nostra economia col terrore casa per casa (ommamma ho dato un’idea)? Che facciamo, andiamo al lavoro, al supermercato, in treno passando attraverso metal-detector e perquisizione corporale ogni volta? Oppure vogliamo decidere di vivere?
Ma fin qui siamo su un terreno noto, codificato, maturo: il gran casino è il mondo 2.0, cioè il mondo interconnesso e numerico, la Rete.
Perché gran casino? Perché di legislazione ha bisogno, siamo d’accordo, ma tale legislazione è lasciata nelle mani di uomini di Neanderthal che non distinguono un sito da un indirizzo e.mail e entrambi da una patata; perché chi vive internet ora non potrà mai adeguarsi a quello che grandi corporation delle telecomunicazioni e dei contenuti vorrebbero diventasse, e si stanno adoperando con grande influenza lobbyistica perché lo diventi; perché la stupidità su scala ridotta e che rimarrebbe confinata lì viene sempre presa in consegna da qualcuno che si adopera perché diventi stupidità su larga scala.
L’ultimo caso (nota: non sono informatissimo in materia, almeno lo dico), quello del ragazzino affetto da sindrome di Down maltrattato dai compagni di scuola; compagni di scuola geniali, nel farsi sgamare – quasi una autodenuncia. Il discorso “video col cellulare” sta acquisendo una dimensione abnorme e incontrollabile sia a livello normativo che socio-culturale: la possibilità di “pubblicarsi” con estrema facilità, ora anche in video (e quindi col massimo di capacità di espressione che le tecnologie riescono oggi a dare al nostro corpo), ha generato una nuova forma mentis che strizza l’occhio al narcisismo e superficialità dei prodotti televisivi, ma li sorpassa, invischiati come sono nei loro vuoti reality show “costruiti”, canto del cigno di una televisione in decadenza in un momento in cui il pubblico ha fame di vita vera, in presa diretta. Per una fotografia del fenomeno dei filmati col telefonino, prima vera estensione digitale del corpo nella storia umana, consiglio la lettura di PI: Sed Lex/ Dal camera-phone al pedoporno per avere spunti di riflessione impensati.
Tornando ai fatti di cronaca e ai trogloditi, dice bene, o meglio fa capire bene Mantellini in questo stringato ma efficacissimo post (importante il titolo, mi raccomando) quale possa essere lo scoramento degli addetti ai lavori: gli atti di bullismo vanno puniti e prevenuti perquisendo gli uffici di Google, certo.
Il caso ora si va allargando, e sinceramente spero che sia solo il solito fumo negli occhi del circo giornalistico (uno fa la voce grossa per avere un po’ di visibilità, e la massa belante subito dietro col microfono); in ogni caso, oggi ci possiamo gustare lo specialone su Punto Informatico sul caso Google Video il Bullo vs i Buoni, in cui si paventano le solite normative neanderthaliane che tanto ci fanno ridere prima di farci piangere (io alla Urbani non ho voluto credere fino all’ultimo, sembrava carnevale). La solita gente stracolma di responsabilità civica, dispostissima a fare leggi restrittive e severe, sì, ma per ciò che non li riguarda; i soliti rappresentanti delle minoranze, dei deboli (anche quando magari deboli non lo sono più), che per troppa paranoia perdono di vista la loro missione e partono per una tangente che li porta a fare la pipì in terre inesplorate, e chissenefrega se il loro acido urico causerà l’estinzione di una rarissima specie di fiori.
Su altri fronti, uomini con la clava continuano a svegliarsi da un giorno all’altro additando i videogiochi come il male assoluto, e non c’è da dubitarne che ad ogni occasione proveranno ad usarli come pretesto per limitare la libertà d’espressione, così, tanto per gradire. Tra l’altro qui non capisco mai dove stia l’uovo e dove la gallina, se l’uno sia il marketing dei distributori che gradisce pubblicità gratuita e getta esche ai boccaloni (ma guardatelo Mastella se non sembra qualcuno con una gran voglia di abboccare), o se davvero qualche Tarzan che ha appena imparato a parlare ha del tempo per scandalizzarsi per cose che non conosce.
Mi sto facendo crescere i capelli per potermici mettere meglio le mani dentro, ecco il senso di tutto ciò.
La bea pibblizitò d’ina vota
La pubblicità è lo specchio della società. Lo è anche il cinema, lo è anche la televisione in generale, ma lo sono indirettamente, di riflesso. Anzi. Alle volte è la società ad essere l’immagine riflessa. Togliamo “alle volte”.
Dietro alla pubblicità ci sono persone che la società l’hanno studiata a fondo; sanno quello che la gente vuole, quello di cui la gente ha paura, quello di cui ha bisogno e quello di cui si può convincerla ad avere bisogno; e se non ne ha proprio bisogno, si può convincere la gente a non sentirsi in colpa per aver ceduto a qualche frivola lusinga. In un certo senso, ogni tanto la pubblicità ripara danni sovrastrutturali creati dalla società. Creandone altri, ma almeno si può scegliere, no?
Pensavo alla pubblicità che vedevo in televisione quando ero piccolino. Intendo di età, ché d’altezza…
A parte quella del materasso talmente comodo che si inglobava la tipa che ci dormiva sopra, con tanto di mano che fuoriusciva e la tirava dentro strillante, e che una sera mi ha scioccato alle lacrime… e spero che chi l’ha inventata sia stato ucciso nel sonno da un acaro bulimico…
Dicevo, a parte casi di pubblicità eccessiva che oggi non sarebbe nemmeno concepibile (soprattutto in Italia), ricordo come la maggior parte degli spot fossero a misura d’uomo, semplici, a contatto con la vita di tutti i giorni, anche domestici (televisione come madre); credo fossero i primi vagiti della pubblicità a spot italiana (ricordiamo l’ascesa – illegale ma rivoluzionaria – delle reti Fininvest) e, se vi si può trovare un difetto, avevano giusto quello di vendere cliché.
L’uomo (inteso come essere umano, care le mie lettrici :*) di oggi non ha voglia di essere rinchiuso in un cliché; e non ha voglia di rivedere ANCHE in televisione la propria vita di tutti i giorni. L’uomo di oggi non vuole suggerimenti, vuole dimostrare di poter scegliere autonomamente e di poter vivere in pieno la propria vita senza rimpianti. E la pubblicità lo accontenta. La pubblicità, oggi, vende sogni.
Sogni tipici sono le donne testimonial delle compagnie di telefonia mobile: Megan Gale, Kasia Smutniak (peccato che è durata poco :’( ), Adriana Lima… donne bellissime, desiderabili, irraggiungibili come la luna (ma, come la luna, a volte sembra di poterle toccare… non *palpare*, cari i miei lettori :-/). Addio bella ragazza della porta accanto, tutta acqua e sapone (dove l’acqua e il sapone NON le scivolano languidamente addosso mentre si fa la doccia).
Controindicazione di vendere sogni, il fatto che qualcuno può volerli comprare – o, peggio, averli gratis e senza sforzo. Il sogno è una delle droghe rimaste legali nel nostro paese. E quando si parla di droghe, i rischi dietro l’angolo abbondano.
Riferimenti: spot80, I persuasori occulti di Vance Packard (che ho già citato in questo blog).
Per informarmi che è tutto sbagliato: be’, dite la vostra nei commenti :)
11 apostoli alla vendemmia (e il dodicesimo dov’è?)
L’11 settembre 2001 era il giorno dell’esame di Tecniche e Linguaggi di Programmazione (TLP per chi ormai l’aveva dato 2-3 volte, per me era la prima – negli altri appelli ero stato impegnato a fallire altri esami). Perché “linguaggi” fosse al plurale, visto che si faceva solo il c, è oscuro.
Il tema d’esame era fattibile, dopotutto: dato un elenco di parole, trovare quali di esse sono costituite da sigle automobilistiche (esempio: TANARO, Taranto Napoli Rovigo – credo). C’era una postilla: minimizzare l’utilizzo di memoria. Era sottinteso: non caricate tutto il file delle parole in memoria, perché potrebbe essere molto lungo. Io ho letto: non tenete in memoria nemmeno le sigle automobilistiche, sia mai che quei 190 byte intasino tutto.
E così il mio listato leggeva le sigle da file senza metterle in memoria: il che vuol dire che ad ogni parola si leggeva quel file N volte, dove N era il numero di coppie di lettere contenute nella parola. “Eh, è un po’ poco performante, si preferisce evitarlo in genere”, mi aveva poi fatto bonariamente osservare l’esercitatrice, alla discussione dell’elaborato. Ehm, già.
Esco dall’aula verso le 16, se ben ricordo. Come al solito avevo lasciato nella penna giusto la parte essenziale del programma, anche se era ovvio come l’avrei implementata (seee). In corridoio incontro un certo coinquilino con il nome che comincia per F con cui dovevo fare uno scambio di chiavi, credo perché lui se le fosse dimenticate, ma sapete com’è la faccenda di Coppi, Bartali e la borraccia… queste cose sfumano e si dimenticano. Mi dice che l’America è stata attaccata, o qualcosa del genere – era una faccenda di adesivi, comunque. Non si sapeva ancora bene cosa fosse successo. Boh. Io dovevo prendere il treno, chissene. Prendo il treno, anche lì, boh vari sull’attacco all’America. Arrivo a casa, mi spupazzo la cena, mangio la tv, e guardo la mia rag… insomma che capisco che cosa è successo.
Credo fosse quella sera che la Annunziata è partita in quarta a paranoiare sulla Terza Guerra Mondiale. E’ la cosa che ricordo più nitidamente… spiacente Lucia. Comunque avevo un listato scritto a mano (e carta carbone, mioddio, ci facevano usare la carta carbone) da buttare sul calcolatore, un debug da fare, una relazione da scrivere per due giorni dopo; finito di buttare l’occhio alla tv che aveva sempre le stesse immagini a ciclo continuo, sono passato ai miei doveri.
E con che freddezza.
No, la televisione non avvicina per un piffero i luoghi lontani. Dà anzi l’illusione che non sia necessario andarci di persona. Li allontana.
E’ un po’ come la memoria: i ricordi sono cose che hai, sì, ma sono ombre di cose che hai perso.
Poi l’esame è stato un 21. Accettato istantaneamente (ero affamatissimo di crediti). Anche perché ho avuto il didietro notevole di non passare alla discussione con il docente, ché credo mi avrebbe tolto una ventina di punti, ma con l’esercitatrice, che caricaturalmente veniva dipinta come un talento incarnato nel farti passare l’esame anche con un foglio bianco; semplicemente persona preparata e giusta, dai, malvagioni.
Vi prego, silenzio
Era perfettamente inutile che ne parlassi nei giorni scorsi. E’ perfettamente inutile che commenti ora. Il risultato di queste elezioni fa un po’ schifo, e credo possa essere un giudizio bipartisan. Lasciatemi solo prendere per i fondelli chi si esaltava per la mega vittoria dell’Unionulivo quando erano stati scrutinati 9000 seggi su 60000, per la Camera. Gonzi.
Era perfettamente inutile che mi impegnassi qui sul brocco nel fare propaganda per il mio partitello preferito, perché è il partitello preferito da un sacco di gente in rete, gente generalmente fatta con lo stampino – un certo tipo di cultura, di idee, di atteggiamento verso la politica e la vita civile. Non si faceva altro che dirsi a vicenda quanto si fosse furbi e intelligenti, quanto fosse bello votare un partito che prendeva voti da tutta questa bella gente. Aha. Non contiamo un cazzo, bella gente. E per giunta passiamo per quelli che si sono aggregati alla spedizione punitiva mangiapreti, solo per essere kontro. Ci manca solo che cambino schieramento e siamo a posto; ma io ho messo in conto l’eventualità. Non so voi.
Già, è un risultato del menga perché basta mescolare le carte e – op-là! – cambia tutto. E’ perfettamente inutile che commenti, come ho detto, ma lasciatemelo fare lo stesso, perché ho qualche cazzata arretrata da dire di cui i miei fans sicuramente si sentivano orfani. Un po’ come io mi sento orfano di fans, quindi so cosa vuol dire quella sensazione di incompletezza che vi portate dentro.
Intanto volevo chiedere al mondo perché io non conosco nessuno che vota Forza Italia. Mioddìo, sono così fuori dal giro che conta? Che conta i soldi, dico. Perché quel 20% di italiani lì fa i propri interessi, il che mi riempie di gioia per la presenza di questa enorme massa di classe imprenditoriale che assicurerà un futuro luminoso al nostro paese. Un imprenditore per ogni 4 boccia! Altro che forbice marxista, qui gli imprenditori la classe operaia se la mangiano in quattro soli bocconi!
Ah, già, c’è chi non è andato a votare, quel 16% di paria a cui in fondo in fondo non si possono dare tutti i torti. Piuttosto che votare senza sapere, o voMItare, che non votino. Molto responsabile da parte loro. (Poi ci sono persone fortunelle a cui il voto è stato reso molto arduo).
La caxata magna che vi volevo dire però è che: la dovete piantare di far ruotare la politica italiana intorno a Berlusconi. Ogni squitta che fa diventa diarrea di elefante. Basta. La storia dei *coglioni* ha generato un moto spontaneo di orgoglio negli elettori di sinistra, forse ha anche spostato dei voti (ok, sono uno stupido illuso idealista, ne avrà spostati 2), ha in definitiva smosso qualche animo in una maniera che fa… tenerezza; gente che ha perso del tempo della sua vita a stampare magliette, a ostentare con orgoglio la propria fede politica. E’ apprezzabile tutto questo, davvero, ma ragazzi, stiamo perdendo di vista una cosa: questa non è politica. Guardate cosa state facendo, cazzo: state correndo dietro al bastone lanciato da qualcuno, per riportarglielo indietro e rimproverargli “per questa volta te l’ho riportato, ma non so mica se lo farò la prossima volta, stai in campana”.
A me per questo sono sempre piaciuti i Radicali. Perché nell’era della televisione, in cui (forse per fortuna) non compaiono quasi mai, ancora paiono credere in una politica dei contenuti, delle idee, soprattutto delle idee esposte, condivise. Sai che sono un po’ delle teste di minchia, ma lo sai, non te lo nascondono. Ti mandano il Cappato in televisione magari anche perché è un bell’uomo, ma soprattutto perché ha qualcosa da dire.
E adesso vi voglio mettere in guardia dalla propaganda mirata. Sempre di televisione si parla, quando si tratta di politica, e questo sarà valido ancora per molti anni. Come sta cambiando la televisione in questi anni? Bravi figlioli: sta morendo la televisione generalista e stanno fiorendo i canali tematici. Digitale terrestre, presente? Non so se il DTT prima o poi carburerà… io credo di sì, per i seguenti motivi; i primi due sono applicabili anche alla televisione satellitare, ma il terzo sarà peculiare di questa nuova tecnologia vecchia:
1) Ci sono interessi economici in ballo: decoder, schedine prepagate, abbonamenti. “No non faremo concorrenza a Sky” un paio di palle.
2) Ci sono interessi più o meno occulti per l’affermazione dei canali tematici e la cancellazione della televisione generalista. Perché? Divide et impera applicato alle tecniche pubblicitarie. La possibilità di delineare con una precisione mai vista prima il profilo dei telespettatori, nella veste di *consumatori* ma anche di *elettori*, ormai due aspetti sempre meno distinguibili.
3) Ulteriore selezione del telespettatore in base alla zona. Il DTT rispetto al satellite permette la creazione di canali su scala locale. No, non i canali locali generalisti di adesso, ma canali locali tematici. Questo crea un canale privilegiato di comunicazione, dove forse la politica (“politica”) può ritrovare un terreno fertile per blandire gli elettori, dando loro un’impressione di maggiore vicinanza rispetto agli austeri scranni di Roma Ladrona.
Ma ogni voto è buono, e se la televisione continua ad essere il mezzo privilegiato, bisogna riconoscere che ultimamente di blog ne son nati di belli e di buoni, eh? Per ora non mi illudo: specchietti per le allodole. Voi, cari colleghi navigatori, siete allodole. Finalmente la politica dei contenuti, eh? Certo, come no. Non che sia nuovo il fatto che i pensatori imbibinano il popolo mentre alle loro spalle qualcun altro “arraffa”, intendiamoci… ma appunto rendetevene conto, non illudetevi che la rete sia la ricetta per tutto.
E pur con tutto ciò.
Vi prego, continuate a credere nelle vostre idee, se ne avete. Qualcuno di voi riuscirà a fare qualcosa di straordinario, ne sono certo.
Perché non ho detto “noi”?
Perché io sto ancora lottando per fare qualcosa di ordinario. Sono molto, molto indietro. Mandatemi una cartolina, tutt’al più.
La sertivù
Non dico che siamo servi della televisione, ma lo dico (ahaha, che incipit del menga). Il Grande Fratello è solo la manifestazione più innocua di questa dipendenza: il “se non vai in televisione non sei nessuno” è solo un altro modo per distrarre chi comunque sarebbe banderuolabile a piacimento in mille altri modi. No, il vero problema sono ben altre cose, sottratte dai loro luoghi deputati e sparate al tiggì in prima serata.
Forse qualcuno credeva che la televisione avrebbe permesso un maggiore controllo sull’operato dei nostri politici? E invece no, ha solo aumentato la quota di politici inutili alle nostre dipendenze… quando vedete qualche cretino di eletto a dire banalità di inutile buon senso in televisione, smetterete di sorridere se pensate che quello è lì perché noi lo paghiamo con le nostre tasse. Già prima la politica vera si faceva nei corridoi, ma ora abbiamo la terza camera, “Palazzo Tivù”, che aggiunge un ulteriore livello di virtualizzazione, un’inutile ridondanza coriandolizzata della foglia di fico che era il nostro Parlamento.
Pensateci: un mezzo potente come la televisione com’è utilizzato? Come una vetrina, un catalogo. Tivù cumprà. Spesso non distinguiamo il linguaggio televisivo da quello commerciale, pubblicitario. Diamo per scontato troppo spesso che siano la stessa cosa, che sia normale andare in televisione a proporre prodotti, in qualsiasi forma questi si presentino – idee politiche, modelli di vita, le solite collanine di specchietti per consumatori, eccetera.
Anche la guerra è un prodotto, e così la pace. In Medio Oriente i ragazzini palestinesi lanciavano le pietre contro i carri armati israeliani non appena sapevano di essere inquadrati dalle telecamere; se queste si spegnevano, smettevano (vedere in AA. VV., 2002, L’informazione deviata, Zelig editore, l’articolo di Amedeo Ricucci, “Le pietre di Arafat, i carri armati di Sharon, i kamikaze, l’assedio e le telecamere”, pag. 48).
Le manifestazioni di piazza non sono importanti per sé stesse, ma per l’eco che hanno in televisione. E allora ciao ciao Gaber; la strada è l’unica salvezza, sì, ma non ci possiamo più contare.
E internet? La Rete è il luogo dove il Contenuto dovrebbe prevalere sull’Immagine e l’Apparenza, no? Mi spiace deludervi. La banda larga è un’arma a doppio taglio: vanno più veloci a contenuti, ma può veicolare “finalmente” tanta, tanta apparenza anche lei. La grande diffusione che l’accesso a banda larga sta presumibilmente avendo in Italia non è altro che l’ennesima rete (notare l’iniziale minuscola) accalappia-consumatori, pigri animali paffuti dai denti allenati che sempre mangiano e mai sono satolli.
Non esiste ancora una via per svincolare la nostra vita dall’influenza dei persuasori occulti; ma qualche battaglia che possiamo e dobbiamo combattere c’è sempre – prima fra tutte, la difesa di Internet come spazio pubblico; e allora, chissà, forse un giorno potremo considerarci in strada anche senza uscire di casa (o proprio non uscendo di casa); è una delle tante speranze possibili, Giorgio.
Un po’ di malavoglia (FPT)
(FPT: Frequently Posted Topic)
Stasera TG1 in forma ridotta. Il comunicato dei giornalisti, ‘ste cose a Parigi, queste dall’alltra parte. Poi la giornalista comincia a fare un discorso sui comunisti. Sapete, quando riportano il virgolettato (che è un virgolettato tra virgolette; lo so, è un casino) e poi alla fine, al culmine della suspence dicono chi ha pronunciato tali motti. Stasera niente suspence. Chi mai poteva essere? Eh.
La neolingua avanza (“k czz dc?”), il bispensiero attecchisce (“io ero contro la guerra” è vero, ma è vero anche il suo contrario), si combattono guerre solo per alimentare l’industria bellica e distrarre il popolino, che si accoccolerà sotto le protettive ali dei suoi bonari governanti. Che la storia venga riscritta non è una novità, “la storia la scrivono i vincitori”, oggi hanno solo qualche mezzo in più.
Ma lasciamo stare il discorso generale, parliamo di cose piccole. Perché il nostro Presidente Coniglio fa così? Perché dice stronzate?
Storia vecchia. C’è chi parla. E c’è chi agisce. Non fraintendete: lui agisce. Però parla anche, così mentre tutti si impuntano a dissezionare le sue parole può agire indisturbato. Non vi racconterò niente di nuovo, ve ne sarete già accorti da soli o ne avrete letto trattazioni dettagliate: prima notizia del tiggì la Stronzata™ del Premier, penultima notizia la leggina innocua che in Sudamerica farebbe gridare al golpe.
Ho mai detto che i giornalisti, scioperino pure, ma che prima facciano il loro lavoro?
Alle 20 va in onda TG Porcata
Oggi ho rivisto il TG LA7, dopo tanto tempo che non lo vedevo.
Da qui:
Tg La7
Informazione a cura della redazione del TG LA7
Tutti i giorni tre edizioni principali, alle 12.30, alle 20.00 e alle 00.30 ca, per offire una forte alternativa all’informazione tv. Velocità e flessibilità contraddistinguono il TG LA7, diretto da Giulio Giustiniani, che offre tempestivamente speciali su fatti e protagonisti della cronaca nazionale ed internazionale.
Puntata del 20/09/2005 20:00
Questa sera a partire, dalle 20.00, l’on. Rocco Buttiglione sarà ospite nello studio del Tg La7 e commenterà con Antonello Piroso le notizie del giorno. La nuova edizione del TG serale de La7, che ha debuttato ieri, propone una veste grafica rinnovata, un’impaginazione e un formato riveduti e corretti, più collegamenti, il televoto e la storia di copertina oltre all’ospite in studio. Alla conduzione del nuovo TG c’è Antonello Piroso, vicedirettore della testata giornalistica e moderatore del dibattito in Omnibus’, il contenitore del mattino
Impressioni
Il nuovo TG LA7 fa vomitare e Piroso sembrerebbe (edit rispetto al post originale…) un incapace. Potremmo anche chiudere qui… ma no, va’. Purtroppo non ho visto tutto il tg, mi sono perso i primi 5 minuti e dopo 10 minuti non ho più retto e sono passato a Blob. In fondo Studio Aperto non è così male.
Accendo la televisione e stanno intervistando Pannella, tra le altre cose parlano dell’intervento di Ruini sui Pacs, battuta su “Rutini”. L’intervista si conclude sullo squillo del cellulare di Pannella. In studio, Piroso dice grossomodo “come abbiamo sentito, suonava il cellulare di Pannella, probabilmente lo stava chiamando Ruini”.
E questo cosa mi rappresenta? Una battuta?
Ho pigliato proprio la puntata giusta, poi… chi hanno invitato per commentare i fatti del giorno? Sergio Romano? Matteo Molinari? No, Buttiglione. Non sto scherzando: Buttiglione. Mentre Piroso già da solo riusciva nell’intento di abbattere tutti i capisaldi dell’arcaico e ormai desueto genere del telegiornale prediligendo la farsa, si aggiungeva allo zibaldone il grottesco degli ammiccamenti al simpatico ospite della trasmissione (“vero signor Ministro?” [leccata]), a cui veniva dato uno spazio sostanzialmente paritario a quello del giornalista… pardon, “giornalista”.
Mi ha sconvolto, sinceramente, davvero, scoprire che sulle schede per le primarie Prodi figura SESTO nell’elenco… “uno si aspetterebbe che fosse in prima posizione, e invece in prima posizione vediamo Bertinotti, in seconda tizio, poi bla bla bla… Prodi sesto…”: cosa vorrà dire, cosa non vorrà dire, mah, boh, bu, MACHECCAZZOMENEFREGA NON LO VOGLIAMO DIRE? E mi devo anche sentire Buttiglione che si fa la sua propaganda, “se Prodi avrà largo consenso la sua leadership sarà forte, ma se non lo avrà? Eh? Eh?”.
Ridatemi il vecchio TG. SUBITO, ADESSO. Rivoglio la Fantoni in prima serata, il suo bel personalino (poi son gusti…), la sua deliziosa erre moscia. SVELTI, SCATTARE! E voglio il TG alle 19.45, così posso vedermi Blob a seguire. AVANTI, SU! E se poteste, per cortesia, rimettere i film un po’ prima… dormire non usa più, da voi?
Amenità non direttamente collegate ai fatti del giorno (ovvero “Viva Giulio Giustiniani”):
Arafat, un fantasma che fa paura alla TV
Note:
Lo ammetto, anch’io mi piego alla regola del virgolettato che non è virgolettato… quello che trovate virgolettato non sono le esatte parole che dicono le persone, ma come le ricordo. A mia discolpa, va detto che non sono un giornalista, IO…
Viaggio nel tempo – AIDS nel 1991
Disclaimer: non sono un medico. Sono un semplice curioso. Spero riusciate a distinguere le mie opinioni dalla cronaca e dalle opinioni di persone più esperte di me. Non ho effettuato alcun tipo di controllo di attendibilità sui siti che linko, e comunque non ne avrei le competenze. State sempre molto attenti a quello che leggete in rete, mettere insieme un articolo credibile agli occhi dei profani è facilissimo.
“Cara” Sindrome da Immuno-Deficenza Acquisita (in alcuni paesi si chiama appunto SIDA), non ti ricordavo così. Così famosa, così temuta. Eppure guarda che articoli che ti dedicavano, quanto si parlava di te, quanto poco eri conosciuta e quanto d’altro canto ti si voleva conoscere. Nei primi anni ti si chiamava addirittura “peste del ventesimo secolo”, tanto per fomentare l’isteria e la paranoia dilaganti (un succinto riassunto della genesi e storia della malattia).
Come possiamo leggere dagli articoli che riporto più sotto, i malati di AIDS correvano il rischio di ghettizzazione a tutti i livelli, addirittura a quelli istituzionali (a un malato di AIDS straniero a quanto pare non era permesso l’ingresso negli Stati Uniti). Per chi ha più o meno la mia età o più, c’è il ricordo nitido delle campagne informative passate alla televisione (quella dei “contorni viola”) o su altri mezzi di comunicazione: non ricordo bene in quale classe, mi avevano dato una storia a fumetti in un volume addirittura cartonato – e poi c’era il libretto di Lupo Alberto promosso dal Ministero della Sanità per sensibilizzare all’uso del preservativo. Sì, forse allora la lobby dei preservativi faceva grandi affari, ma meglio loro che non la lobby che va di moda oggi, quella dell’astinenza e della disinformazione (o noninformazione). Quella che, volendo buttarci tra le braccia delle grandi confessioni religiose, in realtà butta molti nelle mani degli stregoni del 2000. Fine divagazione.
A proposito di disinformazione. Per qualcuno l’HIV non esiste, e l’AIDS è provocata dai farmaci che dovrebbero curarla. Non sono un medico, sono un semplice curioso che ultimamente trova molte risposte su wikipedia. A me sembrano davvero risposte, senza bisogno di troppi commenti (così come a Emack che altrove ha segnalato il link):
http://it.wikipedia.org/wiki/HIV
Se proprio vogliamo, comunque, si ha un’ulteriore riprova di come le case farmaceutiche pensino prima agli affari e poi alla salute dei pazienti: per esempio hanno prodotto e venduto l’AZT (attenzione, contenuto su wikipedia “non verificato”, proviene dal sito di kontroinformazione che ho linkato prima) finché han potuto, come hanno sempre fatto per chissà quanti altri farmaci (chi ha detto Lipobay? Grillo, hai parlato?).
Abbastanza parole per ora. Dimenticate l’oscuro 2005, e mettete indietro gli orologi… (avviso: il secondo e il terzo articolo, che sono l’esposizione e l’epilogo della stessa storia, possono risultare un po’ troppo commoventi… se non vi sentite dell’umore, saltateli).
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS – Dal convegno fiorentino tre drammatiche storie di ordinaria malattia
VIVERE CON IL VIRUS
Firenze. Jeffrey Brooks l’americano e il suo compagno spagnolo, Don De Gagnè il canadese, Rosaria Jardino l’italiana, l’omosessuale sano, gli ammalati di Aids, la sieropositiva asintomatica hanno vissuto con frenesia e passione i giorni del VII congresso mondiale dell’Aids: in mezzo agli ottomila scienziati venuti dall’Uganda e dalla California, da Roma e da Budapest, da Amsterdam e da Calcutta, a qualche centinaio di attivisti italiani e stranieri, emofilici, politrasfusi, lesbiche, ex tossici, volontari, sacerdoti, omosessuali, prostitute, madri di famiglia e a qualche decina di piazzisti di preservativi profumati alla vaniglia, di farmaci in via di approvazione prodotti dalle grandi case, di radici e pozioni di erbe per ipotetiche guarigioni naturali, di pseudo vaccini che solo tra qualche anno potranno riverlarsi utili o no, di metodi per evitare il male, la meditazione, la levitazione, ia dieta vegetariana.
E per la prima volta, da quando sono nati questi giganteschi convegni, figli della paura crescente, delle previsioni apocalittiche, dei litigi tra scienziati, dell’annaspare della ricerca, della disperazione di chi è stato travolto dal male o ha visto i suoi cari, i suoi amici, morire inesorabilmente, si è spezzato ogni confine tra la scienza e la malattia: salivano, sulla pedana degli oratori, con la loro targhetta di delegati, i sieropositivi e gli ammalati, a raccontare e pretendere; e tra i ricercatori, i virologi, gli psicologi, i medici che portavano al congresso i loro studi, c’erano quelli che improvvisamente si rivelavano, come anche ha fatto pubblicamente gualche giornalista: «Anch’io sono sieropositivo, anch’io sono ammalato, anch’io non ho ormai che qualche mese ai vita, se non succede qualcosa…».
Jeffrey Brooks. Ha 34 anni, sognava di fare l’attore, frequentava una scuola importante, ma ha lasciato perdere: per poter stare vicino al suo compagno, che due anni e mezzo fa si è ammalato di Aids. Jeffrey è sano, non è neppure sieropositivo e si domanda come mai: «Ho sempre fatto in passato sesso non protetto, selvaggio: quasi tutti i miei amici si sono, ammalati, ne ho visto morire più di cento. Io continuo a stare bene, nessun medico sa darmene una ragione». Non può fare il nome del suo compagno, un uomo bruno e robusto di 32 anni, perché è un “alien”, uno straniero con diritto di residenza negli Stati Uniti: potrebbe chiedere ormai la cittadinanza ma non ne ha il coraggio. Ha l’Aids, potrebbero non solo non concedergliela, ma magari cacciarlo dal paese. «Per me sarebbe terribile: in California ho la mia vita, ho Jeffrey che è la mia famiglia, ho il mio dottore. Per quel tempo che mi resta, ed ormai è poco, non voglio perdere tutto ciò che mi ha dato felicità e sicurezza». Lo chiameremo Manolo perché è spagnolo: anche se è ammalato da tanto, sta bene, ha un bell’aspetto, un’aria molto serena. Mostra una serie di scatole che contengono la dose massiccia giornaliera di farmaci: AZT, vitamine, calcio, ferro: «Le cure me le sono inventate io, uso tutto quello che c’è in giro. Se ci fosse una nuova cura in Cina, Jeffrey andrebbe a prendermela». La malattia ha reso ancora più salda questa coppia: «Ho cambiato la mia vita per proteggerlo, mi sento con lui una madre che ha la responsabilità di un figlio ammalato», dice Jeffrey. «Parliamo spesso del fatto che lui non ha futuro. Ma sino alla fine io farò di tutto perché la sua vita, la nostra vita, sia la migliore possibile». Negli Stati Uniti torneranno separati, su aerei diversi: sarà Jeffrey a portare tutte le medicine di Ma-nolo perché se gliele trovano, considerino lui l’ammalato: poiché è cittadino americano non possono respingerlo. Ma se scoprissero che malato è Manolo, potrebbero impedirgli il ritorno a casa. Al VII congresso erano venuti con il combattivo gruppo Act up, composto da omosessuali, sieropositivi e ammalati di Aids, per lottare contro la legge discriminatoria che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai sieropositivi. Entro il 3 agosto il presidente Bush dovrà decidere se mantenerla o abrogarla.
Don De Gagnè. È il primo canadese ammalato di Aids che sia stato invitato a far parte di un comitato pubblico; è infatti il vicepresidente dell’associazione “Gente con l’Aids”, che dipende dal Ministero della sanità del suo paese e lavora per la prevenzione e l’assistenza degli ammalati. È un bel giovanotto dai modi dolci e entusiasti, vive a Vancouver, prima di ammalarsi era presentatore televisivo: adesso si dedica solo alla sua associazione. «Non credo alla medicina ufficiale, alla scienza che tuttora si arrabatta alla ricerca di un farmaco, di una soluzione per l’Aids. Mi curo solo con medicamenti naturali, di erbe cinesi e dopo tre anni sto ancora bene, sono attivo, pieno di speranza e di energia. Il mio compito principale è quello di far capire alla gente che l’Aids non è una sentenza di morte, che con l’Aids si può vivere, anche senza disperazione, con serenità». De Gagnè e la sua organizzazione si occupano di 800 malati, che assistono a domicilio: in più lui tiene corsi di prevenzione nelle fabbriche e nelle scuole, a partire dai ragazzi di 15 anni: «I giovani sono molto interessati, vogliono sapere come proteggersi, sono molto meno prevenuti degli adulti verso di noi. Io lavoro anche con le comunità etniche difficilmente raggiungibili perché non sanno l’inglese, come certi gruppi asiatici o africani». Negli ultimi mesi ho perso ben dodici amici, e ognuno di loro mi manca: ma non sono disperato, passivo, abbattuto, piuttosto molto arrabbiato, molto aggressivo, pieno di voglia di lottare. Questo congresso era intitolato “La scienza sfida l’Aids”: io penso che invece dovremmo farne uno intitolato “L’Aids sfida la scienza”: perché essa è ancora troppo lenta, troppo di parte, troppo poco coraggiosa, troppo avara: ragiona in termini di anni, mentre noi abbiamo pochi mesi di vita».
Rosaria Jardino. È una graziosa ragazza di 25 anni, di aspetto delicato e di carattere forte: si occupa di coordinamento lesbiche con Aids e delle associazioni italiane di sieropositiviti: al congresso è stata invitata come delegato a parlare nel giorno di chiusura, accanto a illustri scienziati, a Madre Teresa di Calcutta e al presidente del Consiglio Giulio An-dreotti: «Sono sieropositiva da sei anni, e sto bene: mi tengo sempre controllata, mi curo, esorcizzo con il lavoro la paura dell’Aids». Si occupa di prevenzione e come volontaria prende anche un piccolo stipendio, 500 mila lire al mese che le bastano per vivere. «Come sia diventata sieropositiva non lo so. È avvenuto quando avevo 19 anni ed ero in una comunità a disintossicarmi: mi facevo allora di droga, di donne, di uomini, ero scatenata, quindi non so a chi dare la responsabilità di quel che mi è capitato. Adesso la mia vita è un’altra: anche se di sesso ne faccio tanto, con le donne. Ma sono molto più responsabile verso di me e verso gli altri. Lo dico subito che sono sieropositiva, qualcuna scappa, altre mi vogliono anche più bene. Certo prendo precauzioni, evito ogni contatto quando ci sono di mezzo le mestruazioni: anche perché le ricerche sono scarse e incomplete su quel che riguarda l’Aids e le donne».
Il VII congresso mondiale dell’Aids, il primo in Italia e forse il meglio riuscito sino ad ora (merito dei due organizzatori, il virologo Giovanni Rossi dell’Istituto superiore di Sanità e l’oncologo Luigi Chieco-Bianchi dell’università di Padova) malgrado migliaia di interventi e di ricerche di scienziati, non ha portato nessuna grande novità né molte certezze. Passeranno ancora anni prima che si possa parlare di un vaccino che impedisca il male e sino ad allora potranno forse migliorare i farmaci, che allungano la vita dei pazienti senza però scongiurarne la morte. Resta il dubbio se anche i baci possano essere infetti, pericolo non provato ma che non tutti, neppure il celebre scopritore del virus, Luc Montagnier, si sente di escludere. Mentre è una pericolosa illazione quella che la pillola contraccettiva protegga anche dall’infezione.
Intanto, mentre la scienza spende migliaia di miliardi, l’unico mezzo di prevenzione sicuro resta il vecchio, sprezzato preservativo, e questo il congresso ha ribadito in tutti i modi, anche con spot pornoedu-cativi che hanno scandalizzato i meno aperti dei partecipanti. Ed è stato confermato che sempre più donne sono esposte al rischio di infezione, che i paesi in via di sviluppo saranno colpiti in modo devastante dal male anche nella loro fragile economia, che l’amore non sarà più quello, definitivamente; passione-contagio, sesso-preservativo, sono due binomi che lo renderanno sempre più difficile e meno avventuroso, sempre più programmato e meno spontaneo. Ma 5 massimi profeti di sventura di questo congresso non hanno tralasciato niente: neppure la coppia monogama si salverà perché troppo sicura di sé e quindi indifferente a ogni precauzione. La passione forse ce la sogneremo vedendo i vecchi film, leggendo romanzi d’amore, sperando che prima o poi qualcuno ci liberi dall’incantesimo, dal maleficio che sta rendendo la vita sempre più plumbea.
Natalia Aspesi
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS – Ricky, quattordici anni, Wenonah, sedici: si sposeranno presto. Ma il loro è un amore impossibile?
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Ricky Ray e Wenonah Lindberg, i due giovanissimi futuri sposi, con i rispettivi genitori
Come Romeo e Giulietta
di Arturo Zampaglione
fotografie di Rod Millington/Silver Image
II nome di lui è Ricky, quello di lei Wenonah. Ma chiameteli pure Romeo e Giulietta, questi due ragazzini che si tengono per mano, si guardano negli occhi e si promettono un amore intenso e impossibile. Non siamo a Verona: questa è Sarasota, una allegra cittadina sulle coste della Florida, piena di sole, di barche, di ville. Qui non c’è traccia di Montecchi e Capuletì, né di altre famiglie in guerra. Anzi, i genitori dei due promessi sposi sono pronti a fare di tutto perché il 13 dicembre si celebri il matrimonio, a dispetto dei quattordici anni di Ricky Ray e dei sedici di Wenonah Lindberg. Ma la loro è una “love story” sfortunata e patetica. Lui è malato di Aids. Sa che la morte è dietro l’angolo, pure lei ne è cosciente, e così anche i familiari, i compagni di scuola, i vicini di casa e i milioni di americani che li hanno visti abbracciarsi in televisione e raccontare la loro vicenda. Ricky ama la ragazza che ha conosciuto sui banchi della scuola media, e vuole condividere con Wenonah i pochi giorni, mesi o anni, che gli restano. Intenzionato a bruciare ogni tappa, a rubare all’Aids un pezzo di vita, a confrontarsi subito con quella condizione di uomo adulto che gli verrà negata dal virus, il ragazzo paga il suo prezzo al conformismo e al puritanesimo americano: il vero amore è solo quello consacrato dal matrimonio.
L’annuncio delle nozze è stato dato tre settimane fa e in poche ore ha fatto il giro del mondo, per l’età della coppia, per la malattia di lui e soprattutto perché Ricky, per sua sventura, è un personaggio già noto: assieme alla sua famiglia, è stato vittima della nuova, odiosa forma di persecuzione dell’età dell’Aids. Fino al 1987, i Ray — padre guardia carceraria, madre casalinga, tre figli e una figlia — vivevano ad Arcadia, un paesotto della Florida. I tre maschi erano nati con l’emofilia, una malattia ereditaria che si manifesta con gravi difetti della coagulazione. Così, dovevano fare spesso ricorso a trasfusioni di sangue. Una volta fu utilizzato del sangue che conteneva il virus dell’Aids, e Ricky, assieme a Randy e Robert, divennero sieropositivi.
La notizia del contagio non piacque né ai compagni di scuola dei tre fratelli, né ai vicini dei Ray. I ragazzi furono espulsi dalla scuola pubblica della contea di De Soto. La loro casa venne data alle fiamme da chi li voleva allontanare da Arcadia. «In quell’incendio», ricorda Clifford Ray, il padre di Ricky, «è andata distrutta la casa dove avevo sempre vissuto con mia moglie, dove mio padre era morto e dove conservavo mille ricordi». I piromani ottennero il risultato sperato: i Ray furono costretti a cambiare città, a trasferirsi a Sarasota, senza però rinunciare a una causa per danni nei confronti della scuola, dalla quale hanno ottenuto un risarcimento di un miliardo e trecento milioni di lire.
Nella nuova cittadina, Ricky fu iscritto alla Gocio Elementary School, dove incontrò Wenonah. «Diventammo subito amici», racconta. Prima, qualche passeggiata insieme, qualche ora passata davanti alla televisione. Poi il rapporto si fece più stretto: «Cominciammo a telefonarci ogni giorno, a scambiarci visite». Intanto, la malattia faceva il suo corso.
A vederlo, magro, con i capelli biondissimi, ossigenati, un po’ alla punk, Ricky dimostra meno dei suoi quattordici anni. Ma basta incontrarlo, come abbiamo fatto, per capire che ogni giorno di Aids, per lui, è stato come un anno di vita. Sembra avere la saggezza di un adulto: «Con Wenonah, abbiamo già discusso dell’aspetto sessuale del nostro matrimonio. Non avremo rapporti veri e propri, è troppo rischioso a causa della mia malattia. Invece, con l’aiuto di un centro ad hoc, stiamo esaminando altre alternative, altri possibili giochi sessuali. In quanto ai figli, non è ancora il momento. Quando decideremo di averli, ricorreremo all’inseminazione artificiale».
Di una spanna più alta di lui, la fidanzata sembra più fragile, più incerta, spaventata. Ammette: «All’inizio, quando Ricky mi ha chiesto la mano, pensavo che scherzasse». Ma adesso l’idea del vestito bianco le piace ed è disposta ad andare fino in Texas, dove il limite d’età per il matrimonio è 14 anni. Nella nuova riscrittura del Romeo e Giulietta, c’è tutta l’America che trionfa, nelle sue tradizioni e nelle sue contraddizioni.
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Ricky è morto il 13 dicembre 1992. Il progetto di matrimonio con Wenonah non è andato in porto.
(Il seguente articolo è stato reperito dalla cache di google, mentre il sito originale non risponde)
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Ricky Ray loses AIDS battle
Miami Herald – Monday, December 14, 1992
John Donnelly, Herald Staff Writer
AIDS-infected Florida teenager Ricky Ray, whose precocious wisdom in the face of hysterical persecution helped educate the nation about the disease, died peacefully Sunday at his Orlando home. He was 15.
He and his two younger brothers, Robert, 14, and Randy, 13, who also are infected with HIV, were at the center of a Florida and national controversy in 1986 when the Arcadia School Board barred them from school because they were infected with HIV, the virus that causes AIDS. “He died peacefully at home, in his sleep,” said his father, Clifford Ray, who was with the family at the boy’s bedside, along with Ricky’s friend and former fiance, Wenonah Lindberg.
“He went very quickly, and it was where he wanted to be,” said his mother, Louise. “He wanted to be at home; he wanted to be with his family.”
The teenager, who had been unable to eat solid food or sit up and needed an oxygen mask to help with his breathing, died about 3:45 a.m. Sunday of multiple organ failure, Dr. Jerry Barbosa said.
“Obviously, it was not unexpected, but it was sudden and quick,” said Judith Kavanaugh, the family’s attorney in Sarasota, where the Rays lived before moving to Orlando earlier this year. “He was conscious to the very end. The family had an opportunity to tell him how much they loved him.”
His family will continue his efforts to educate others about AIDS and fight for a cure, Louise Ray said.
Her son had “wanted people to understand AIDS is not just this word that happens to somebody else — it can happen to everybody,” said Louise Ray, who, along with her husband, looked pale and haggard at a news conference later Sunday outside Kavanaugh’s office.
“Ricky has done what he wanted to do,” the boy’s father said. “He won his battle, and he’s gone to a better place.”
In his last days, Ray’s family had maintained a bedside vigil by the teenager, who recently had returned to his home for Thanksgiving after being hospitalized for a month at All Children’s Hospital in St. Petersburg.
The family said the boy’s funeral will be Friday morning in Sarasota, where he also will be buried.
Last month, President-elect Clinton telephoned the boy in the hospital to offer his support.
It is uncertain whether Clinton will attend services for Ray, spokesman Jeff Eller said in Little Rock, Ark. Clinton, who was unable to reach the family Sunday morning, sent his condolences.
Ray had said before the hospital call that he hoped Clinton “does what he says about AIDS. . . . I know he’s a very busy man right now because he’s got to run the United States now, but . . . I want to tell him that I want help for AIDS.”
He had hoped to live long enough to attend Clinton’s inauguration and progressed to the point that he was able to walk in for out-patient care early this month, “surprising everyone,” said Barbosa. But his condition then rapidly deteriorated, Barbosa said.
Ricky again made national headlines in June 1991 when he and his Sarasota neighbor, 16-year-old Lindberg, announced plans to wed.
Although the young couple’s decision was supported by their parents, the engagement drew mixed public reaction. Illness eventually forced Ricky to put the wedding plans on hold. The pair later broke up, but remained close friends.
“They were best friends, always best friends — even now that he’s gone,” Lindberg’s mother, Debbie, said Sunday.
The three Ray boys are believed to have contracted the AIDS virus six years ago through tainted blood products taken for their hemophilia. They were the first Florida children to receive the AIDS drug AZT.
Ray’s impact on AIDS education already has been felt.
“Things changed so much for us around the country after the Ray family. People saw that education is really an imperative in dealing with AIDS,” said Alan Brownstein, executive director of the National Hemophilia Foundation in New York. “They went through hell, but their hell has helped others.”
Robert was diagnosed with acquired immune deficiency syndrome in February 1990 but shows little sign of physical problems. Ricky was diagnosed with AIDS in March 1991.
Randy, like his brothers, tested positive for the human immunodeficiency virus in 1986, but he has not developed any symptoms of advanced stages of the incurable disease.
Barbosa said Sunday that the younger brothers are “the picture of health” and are not yet showing outward signs of the ravaging disease.
During the ordeal, the family endured the miseries of a small Central Florida town barring their children from school, and an arsonist torched their home in 1987.
In some ways, Ricky Ray was a teenager like any other. In one month last year, he dyed his hair blond, got a spike cut and had his ears pierced. He loved going to the movies, eating at fast-food restaurants and hanging out with friends.
Yet, Ricky was clearly different — “like he was living on another place from the rest of us,” said Kavanaugh, the family lawyer who become the Rays’ confidante.
He was wise beyond his years, and one of his missions from the start was to speak bluntly about AIDS. When his family moved to Sarasota in 1988, after their house was burned down in Arcardia, Ricky talked about his disease to classmates. Use condoms, he said; if someone with HIV is bleeding, get them to a doctor.
When one friend’s mother expressed fears about exposure to someone with the HIV virus, Ricky spent hours with the woman, explaining the basics of the disease. She changed her mind.
And he spoke out to groups across the country, jetting with his family from talk show to talk show.
People had a hard time understanding how the teenager could speak so openly about death, or about how he worried not for himself, but for his brothers.
He did get depressed at times. One of his worst periods was the death of his friend Ryan White, 18, in 1990. Ryan was a hemophiliac, too, who contracted the disease through tainted blood transfusions.
The two used to talk often on the phone. About what? “Secrets,” Ricky said in an interview last year.
“I’ve learned since I have AIDS,” he said in a hearing last year in a lawsuit, “that every moment is supposed to be a special time because you don’t know how much time you have left.” The suit, against two blood-products companies, was settled out of court for $1 million.
But most of all over the last six years, he became the protective older brother to his sister and brothers.
In an interview with The Miami Herald last year, Ricky said he had, in his own way, prayed that he could save his brothers through his own sacrifice: “I thought about both of them dying. I thought about a way to take it off Robert and Randy and putting it on me.”
A public viewing of Ricky’s body was planned for Thursday night at Toale Brothers Funeral Home in Sarasota.
Ray’s funeral will be at 11 a.m. Friday at the First Baptist Church in Sarasota, with burial at Palms Memorial Park. In lieu of flowers, donations may be sent to Dr. Jerry Barbosa, chief of pediatrics, All Children’s Hospital, 801 Sixth St. South, St. Petersburg, Fla., 33701.
Ricky Ray is survived by his parents, Clifford and Louise Ray; his brothers, Robert and Randy; and a sister, Candy.
Herald wire services contributed to this story.
Una goccia nel mare della disinformazione (ancora e sempre 1994)
Come vediamo coi nostri occhi anche in questi giorni, certa gente non impara mai.
Un’opinione molto diffusa in Italia, per la precisione diffusa da chi ha interessi illeciti nel dare addosso alla magistratura (poiché comunque ve ne sono anche di leciti, nel criticarne alcuni difetti), è che il pool di Mani Pulite, politicizzato da far schifo, abbia notificato un avviso di garanzia (quando in realtà c’era anche un invito a comparire) all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre costui presiedeva la conferenza mondiale sulla criminalità (martedì 22 novembre 1994); non solo, ma la ributtante magistratura politicizzata avrebbe anche alimentato la fuga di notizie che avrebbe fatto in modo che il giornale “Il Corriere della Sera” potesse sapere della cosa in anteprima (prima del destinatario dell’invito!). Riporto qui le pagine del libro Mani Pulite – La vera storia che mettono la vicenda sotto una luce diversa (e sinistra, se vogliamo).
Tratto dal libro: Barbacetto G., Gomez P., Travaglio M., 2002, Mani Pulite. La vera storia, Editori Riuniti, pp. 281-287.
Di Pietro spinge il carrello
Di Pietro incrocia tutti gli elementi a carico del Cavaliere e li raccoglie, preceduti da un promemoria riassuntivo, in un unico faldone. Che, a colpi di fotocopiatrice, viene moltiplicato per cinque e consegnato ai colleghi interessati: Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Davigo e Greco. Di Pietro li chiama a uno a uno il 13 novembre: «Ci sono novità su Berlusconi, ora arrivo». E passa di ufficio in ufficio, spingendo il carrello e distribuendo le varie copie del dossier: «Siamo a una svolta, è tutto li dentro, studiate le carte e poi ditemi che ne pensate».
L’indomani, 14 novembre, si tiene una prima riunione. Ordine del giorno: l’eventuale iscrizione del presidente del Consiglio sul registro degli indagati. D’Ambrosio e Greco, sulle prime, temporeggiano, preoccupati dal calendario politico denso di appuntamenti cruciali: le elezioni amministrative del 20 novembre, la finanziaria, la riforma delle pensioni, le minacce di crisi lanciate da Bossi. Borrelli ascolta. Di Pietro è molto risoluto: «Berlusconi ce l’abbiamo in pugno. Il pass è la prova del nove che lui c’entra, che sapeva tutto, che le tangenti le autorizzava lui e poi, una volta scoperte, metteva il silenziatore a chi poteva parlare. Quando noi le scopriamo, Berruti va a parlarne con Silvio, mica con Paolo [...]. Voglio vederlo, all’interrogatorio, quando gli sbattiamo sotto il naso il pass. L’indagine è praticamente chiusa: lo interroghiamo, poi chiediamo il rinvio a giudizio. Con queste prove, il processo sarà una passeggiata. Non me lo voglio perdere».
Colombo e Davigo concordano: «Di fronte a una simile notizia di reato», ricordano, «l’iscrizione è obbligatoria, un “atto dovuto”. Certo, quella fine d’anno era zeppa di appuntamenti politici importanti. Ma a dar retta alle obiezioni di Greco e D’Ambrosio avremmo dovuto attendere settimane, forse mesi. Invece l’interrogatorio era urgente. Era giusto trattare Berlusconi come tutti gli altri indagati. E lasciare che fossero i tempi processuali, e non quelli politici, a scandire il calendario dell’inchiesta. Era la regola che ci eravamo dati dopo i primi mesi di Mani pulite: non lasciarci condizionare, nei tempi, dalle scadenze “esterne”. E la seguimmo anche quella volta».
Cosi si decide l’iscrizione, contestuale all’invito a comparire. «Per tre ragioni», spiega Davigo. «Primo: c’era la necessità di interrogare al più presto Berlusconi e Berruti, separatamente ma contemporaneamente, prima che i due venissero a sapere che avevamo trovato il pass e potessero cosi concordare una versione di comodo su quello che per noi era un fatto importantissimo: il loro incontro a palazzo Chigi. Secondo: se avessimo iscritto Berlusconi senza “avvisarlo”, c’era il rischio che lo venisse a sapere dai giornali. Le fughe di notizie erano all’ordine del giorno, com’è purtroppo inevitabile quando una cosa la conoscono in tanti. Terzo: l’indagine ormai era chiusa». D’Ambrosio aggiunge un quarto motivo: «Se non avessimo iscritto Berlusconi, avrebbero potuto accusarci di violare i diritti di difesa. L’iscrizione è un obbligo previsto dal codice a tutela dell’indagato, perché a partire da quel momento decorrono i termini di scadenza delle indagini. E a Milano stavano arrivando gli ispettori ministeriali. Mettendo il naso nelle carte, avrebbero potuto chiederci: “E questo cos’è? Perché non avete iscritto questo signore nel registro?”. E sospettarci di voler indagare surrettiziamente sul presidente del Consiglio, per prolungare le investigazioni oltre il termine consentito».
Giovedì 18 novembre, seconda e ultima riunione sul tema Berlusconi. Tutto il pool è d’accordo sul da farsi: iscrizione e invito a comparire subito, intertogatorio il 26, richiesta di rinvio a giudizio entro l’anno («Ne avevo già preparata una bozza sul mio computer», rivela oggi Di Pietro) e processo-lampo, possibilmente nel 1995. «Sarà un Cusani-bis», annuncia Di Pietro ai colleghi. Stavolta, alla sbarra, siederà l’uomo simbolo della seconda Repubblica. E lui, ancora una volta, sul banco dell’accusa.
Domenica 20 ci sono le elezioni amministrative. Il primo giorno utile è lunedì 21, il più lontano dal ballottaggio (4 dicembre). I carabinieri, oltretutto, assicurano a Borrelli che, inaugurata al mattino la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli, quella sera il Cavaliere rientrerà a Roma per impegni di governo. «E poi», ricorda Davigo, «non bisogna dimenticare che la convocazione del premier doveva restare segreta, e se fosse dipeso da noi lo sarebbe rimasta. Dunque, semmai, la data che avrebbe potuto avere un impatto pubblico non era quella della consegna dell’invito, ma quella dell’interrogatorio: potevamo sperare di tenere segreto l’invito, ma non potevamo certo pensare che l’interrogatorio del presidente del Consiglio sarebbe passato inosservato. Lo fissammo per sabato 26, quando prevedevamo che Berlusconi fosse più libero da impegni istituzionali. Chi oggi ci rimprovera la coincidenza con la conferenza di Napoli, non considera che aspettare una settimana avrebbe significato andare con l’interrogatorio proprio alla vigilia del secondo turno amministrativo».
Le elezioni di domenica 20 si rivelano un mezzo disastro per Forza Italia: in difficoltà per la riforma delle pensioni, per i distinguo del Ccd e di An sulla politica sociale e per le bizze di Bossi, che ormai minaccia apertamente la crisi, il partito del premier perde fino a dieci punti.
Lunedì 21 mattina, i Carabinieri di Milano festeggiano la loro patrona, la Virgo Fidelis. Ma a mezzogiorno due alti ufficiali, il comandante regionale, generale Niccolo Bozzo, e il comandante provinciale, colonnello Sabino Battista, si allontanano dalla cerimonia. Li ha convocati Borrelli nel suo ufficio, per avvertirli che nel pomeriggio bisogna consegnare un invito a comparire al presidente del Consiglio. E quell’insolito viavai di uniformi di gala nell’ufficio del procuratore insospettisce i cronisti più smaliziati. Verso le 13, Davigo si chiude nella sua stanza con un ingegnere informatico. Tocca a lui – e non a Di Pietro, per dare meno nell’occhio – provvedere alle operazioni di iscrizione. L’ufficio ormai è deserto, l’assedio dei giornalisti è tolto, e cosi pure l’andirivieni della polizia giudiziaria. Davigo opera personalmente, sul suo computer, con una procedura «antiintruso» che richiede un’apposita modifica del programma informatico. Intanto, nel suo ufficio, Di Pietro compila il modulo dell’«invito a presentarsi nei confronti di persona sottoposta a indagini» intestato a «Berlusconi Silvio»: una pagina in tutto, alla quale viene allegato il capo d’imputazione, quasi interamente copiato da quello già contestato al fratello Paolo. Altre tre pagine: «Quale controllore di fatto delle società del gruppo Fininvest», il Cavaliere deve rispondere di tre tangenti alla Guardia di finanza (per le verifiche nelle società Videotime, Mediolanum e Mondadori). Nessun accenno all’arma segreta; il pass.
«Convocate il Cavaliere»
Di Pietro consegna i quattro fogli a Borrelli e parte per Parigi, dove è stato appena arrestato Mach di Palmstein. Borrelli affida la busta arancione a due ufficiali dell’Arma: il comandante del reparto operativo di Milano, tenente colonnello Emanuele Garelli, e quello del nucleo operativo, maggiore Paolo La Forgia (lo stesso che due anni prima aveva recapitato il primo avviso di garanzia a Craxi). Devono consegnarla personalmente a Berlusconi, nel tardo pomeriggio, a palazzo Chigi. I due partono per la capitale con l’auto di servizio. «Quel pomeriggio – spiega Borrelli – Berlusconi ci risultava già in viaggio da Napoli a Roma. Infatti mandai gli ufficiali a Roma, e non, come si è sempre voluto far credere, a Napoli».
Non sa che il Cavaliere ha deciso di restare a Napoli per presiedere la conferenza anche il martedì mattina. Quel che succede dopo verrà ricostruito, con qualche inevitabile approssimazione sugli orari, dagli ispettori ministeriali, dal Csm e da quattro inchieste penali aperte dalle Procure di Milano e di Brescia.
Alle 19,40, quando raggiungono palazzo Chigi, Garelli e La Forgia trovano soltanto il consigliere diplomatico Giampiero Massolo. Questi chiama il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, che avverte Berlusconi di quella visita inaspettata. Poco dopo le 20 Garelli chiama Borrelli (che sta rientrando a casa in auto dalla Procura) per comunicargli che lo scenario è cambiato e chiedere nuove istruzioni. Il procuratore, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza l’ufficiale a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli il contenuto dell’atto. Cosa che Garelli fa, con la mediazione di Massolo. Intanto Letta telefona a Cesare Previti, che come ministro della Difesa (responsabile anche sui carabinieri) potrà informarsi presso i vertici dell’Arma. Previti si trova in Spagna e, al telefono, chiede subito lumi al comandante generale Luigi Federici. Ma neppure lui sa nulla: lo saprà qualche minuto più tardi, dopo un giro di telefonate ai comandanti di Milano. Poco prima delle 21, Berlusconi chiama Garelli sul cellulare e gli chiede chiarimenti. L’ufficiale gli parla di un invito a comparire. Berlusconi, impaziente, gli dice di aprire la busta e di spiegarsi meglio. Garelli apre, da un’occhiata al documento, e dice: «Si parla di tangenti alla Guardia di finanza…». Ma il premier ha fretta: lo attende il palco reale del teatro San Carlo, per il concerto di gala di Luciano Pavarotti, fissato per le 21. Così, per i dettagli, da appuntamento all’ufficiale a due ore dopo.
Sulla linea Milano-Roma s’incrociano altre telefonate eccellenti. Intorno alle 21, Garelli avverte Borrelli di aver informato Berlusconi. Intanto Borrelli riceve la telefonata del giornalista del Corriere Goffredo Buccini (rientrato precipitosamente da Roma a Milano nel tardo pomeriggio), a caccia di conferme alle voci che vogliono Berlusconi indagato. «Non ho nulla da dire – risponde — prendo atto di quanto lei mi sta riferendo». E mette giù. Poi avverte Scalfaro, spiegandogli che «l’invito a comparire è in corso di sommaria notificazione all’interessato da parte dei carabinieri». «Avvertii il capo dello Stato – spiegherà il procuratore – per considerazioni di geometria istituzionale e perché ritenni sconveniente che apprendesse da altre fonti un avvenimento giudiziario di quel rilievo. D’altronde non violavo alcun segreto investigativo: l’invito a comparire, come l’avviso di garanzia, non è segreto, perché destinato all’indagato. Il nuovo codice prevede il segreto solo per gli atti che non siano conoscibili dagli indagati. E io avvertii il presidente solo dopo che i carabinieri mi confermarono di avere notificato sommariamente l’invito a Berlusconi». Il presidente è turbato e irritato: «Ma come — domanda – proprio durante la conferenza sulla criminalità?». E Borrelli: «Un fatto nuovo ci ha imposto di procedere, l’iscrizione e la convocazione per l’interrogatorio non erano più rinviabili».
Intanto Buccini ci prova anche con Davigo. Con lo stesso risultato. «Ma le sembrano cose di cui parlare con un magistrato? – taglia corto il pm. – Non dico nulla su argomenti del genere». Clic.
Da dov’è uscita la notizia?
Tra le 22 e le 22,30 Buccini e il suo collega Gianluca Di Feo (che fin dal mattino, come alcuni altri giornalisti, ha iniziato a subodorare quel che sta accadendo, e insieme a Paolo Foschini del quotidiano Avvenire ha ricevuto una mezza «dritta» in tal senso) ottengono finalmente una misteriosa quanto «autorevole conferma», che induce il direttore Paolo Mieli a rompere gli indugi e a «smontare» la prima pagina per inserirvi, a sei colonne «di spalla», la notizia-bomba.
Dopo le 23, finito il concerto, Berlusconi richiama Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell’invito a comparire. Ma fa in tempo a citare soltanto i primi due capi d’imputazione, relativi alle mazzette di Mediolanum e Mondadori. Poi, mentre sta per leggere il terzo (Videotime), Berlusconi lo interrompe: «Va bene, ho capito, basta così». E mette giù, dopo avergli dato appuntamento per l’indomani alle 14, a palazzo Chigi, per la notifica. Guardacaso, il giorno dopo, il Corriere riporterà soltanto i primi due capi di imputazione. Titolo: «Milano, indagato Berlusconi». Occhiello: «L’iscrizione sul registro decisa dalla Procura per l’ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Nell’articolo si parla dei 130 milioni per la Mondadori e dei cento per la Mediolanum. Della terza accusa, 100 per Videotime, nessuna traccia. E questa straordinaria coincidenza fa sospettare agli uomini del pool — Borrelli e Davigo in testa — che la decisiva conferma al Corriere possa essere partita proprio dall’entourage del Cavaliere.
Prima dell’uscita del Corriere, comunque, oltre allo staff berlusconiano, un’ampia cerchia di persone è venuta a conoscenza della notizia: Scalfaro e i suoi consiglieri, almeno quattro ufficiali dei carabinieri di Milano e il loro comandante generale, alcuni dipendenti e consulenti della Procura di Milano, oltre ai magistrati del pool e ad alcuni uomini della polizia giudiziaria. «Noi – osserva oggi Davigo — eravamo gli ultimi ad avere interesse che la notizia uscisse in quei tempi e in quei modi, essendo facilmente prevedibile l’uso che si sarebbe fatto di quella sciagurata fuga di notizie. Io resto convinto che la conferma al Corriere l’abbia data qualcuno dell’entourage di Berlusconi». Borrelli è della stessa idea: «La mia intima convinzione è che la notizia sia uscita da lì, da ambienti della presidenza del Consiglio. I più interessati erano loro». Subito, infatti, lo scandalo del premier indagato per corruzione viene offuscato dallo scandalo dello scoop del Corriere.
Le successive inchieste ministeriali, disciplinari e penali escluderanno che la fonte fosse un magistrato del pool. Buccini e Di Feo, davanti alla Procura di Brescia, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Dai tabulati dei loro telefoni cellulari emergerà, fra l’altro, una chiamata alla «batteria» di palazzo Chigi intorno alle 21,30. Ma a chi abbia inoltrato la telefonata lo speciale centralino (in grado di rintracciare chiunque) resta un mistero. Paolo Mieli, intervistato da Panorama il 16 dicembre 1994, dirà di aver deciso la pubblicazione dopo che la notizia era stata confermata addirittura da «cinque fonti». Testimoniando poi in un processo per diffamazione, il 21 dicembre 2001, aggiungerà: «Non contattai il presidente del Consiglio né il suo entourage, né diedi disposizione perché altri lo facessero».
Nessuno sa dire se e come abbia dormito, quella notte, il presidente del Consiglio. Si sa però come si è svegliato l’indomani: verso le 6, con la telefonata di Gianni Letta, avvertito da Enrico Mentana, a sua volta buttato giù dal letto dalla collega della rassegna stampa mattutina del Tg5. Sulle prime, Berlusconi – come racconterà lui stesso — decide di rientrare a Roma, per evitare dì presiedere la seconda giornata della conferenza, che proprio quel martedì si occuperà anche di corruzione. Poi però, dopo un altro colloquio con Letta, cambia idea e rimane a Napoli almeno per la mattinata. Il che conferma che nulla lo obbligava a presiedere i lavori anche quel giorno. Come dirà Davigo ad America Oggi (in un’intervista che gli costerà un procedimento disciplinare davanti al Csm, promosso dal ministro ulivista Flick e chiuso con l’assoluzione), «un presidente del Consiglio che sa di essere indagato per corruzione non espone la sua immagine e quella del suo paese, presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità». Aggiunge oggi Davigo:
Ci siamo dimenticati che tutto ciò è accaduto perché la Fininvest, l’azienda del presidente del Consiglio, corrompeva la Guardia di finanza. Questo poteva screditare l’Italia agli occhi del mondo, non l’invito a comparire, che ne era soltanto una conseguenza. Berlusconi aveva appena avuto il fratello ricercato per due giorni, aveva diversi dirigenti e manager arrestati o indagati, era indagato lui stesso per corruzione, e discuteva con i partner internazionali su come combattere il crimine: di questo si parlerebbe in un paese normale, non dell’invito a comparire.
Invece, in Italia, il 22 novembre 1994 si parla molto dell’invito a comparire e poco delle tangenti alle Fiamme gialle. La prima reazione ufficiale di palazzo Chigi è affidata, in mattinata, a un comunicato del nuovo, sfortunato portavoce, Jas Gawronski, insediato da pochissimi giorni. Gawronski esordisce con una bugia: «La notizia dell’invito a comparire è stata data direttamente al Corriere della sera anziché alla persona interessata». Non è vero: la persona interessata è stata la prima a saperla, la sera precedente.
Poi Berlusconi, nella conferenza stampa di mezzogiorno, affronta i giornalisti di tutto il mondo:
Questi signori della Procura di Milano hanno pensato di inviare un avviso di garanzia al presidente del Consiglio, e non direttamente: hanno dato la notizia prima a un suo avversario e al principale quotidiano italiano. E questo è un reato: violazione del segreto istruttorio [ma, come abbiamo visto, gli inviti a comparire non sono segreti per definizione] [...]. Giuro sulla testa dei miei figli che non so nulla di quanto mi viene contestato. Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo. Prendo atto che la notizia è stata data direttamente ai giornalisti anziché alla persona interessata.
Poi estrae il consueto asso dalla manica: «Ho deciso di vendere le mie aziende, che ho costruito in quarant’anni di lavoro». Si smentirà nel giro di due settimane: «Non posso vendere, se no i miei collaboratori si demotivano».
In serata il presidente del Consiglio invia un monologo in videocassetta a tutti i telegiornali. Un messaggio alla nazione dai toni drammatici:
Io non mi dimetto e non mi dimetterò [...]. Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia: deve governare chi ha i voti.
Il video si conclude con un’intimazione a Scalfaro di sostenerlo «senza tentennamenti né ambiguità».
Il capo dello Stato monta su tutte le furie e fa filtrare tramite i giornali tutta la sua irritazione. Poi telefona a Letta: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona? Se non parlo adesso è per senso di responsabilità, la situazione non lo consente…». E, al termine della chiamata, si fa il segno della croce. Il 24 novembre Berlusconi chiederà invano di essere ricevuto al Quirinale. Niente da fare. Scalfaro gli fa comunicare da una segretaria che è troppo impegnato: deve ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Il Polo, intanto, lo cannoneggia. Ferrara lo accusa apertamente di aver «tramato» con il pool per rovesciare Berlusconi. E persino un moderato come il vicepremier Tatarella sbotta: «Ma su, chi può accettare lezioni di morale da Scalfaro senza ricordare Salabè, l’architetto del caso-Sisde [amico di Marianna, la figlia del presidente]? Di questo passo troveremo scritto sui muri non più “Viva Borrelli”, ma “Viva Salabè”… Qui si tenta un’operazione antidemocratica, una truffa».
Berlusconi viene ricevuto solo il giorno 25 e Scalfaro, sulla porta, lo avverte: «Lei non può pretendere che io sia il primo partigiano del suo governo». Cosi il Cavaliere abbassa i toni, e ammette addirittura che «i magistrati hanno pieno diritto a indagare su chiunque, quale che sia la sua posizione sociale, civile e politica».
[satira] Le nuove, formidabili funzioni delle case del futuro
http://attivissimo.blogspot.com/2005/07/ixt-repubblica-parla-di-longhorn-parte.html
Bisognerà aspettare fino al 2006, ma la nuova generazione di case è in dirittura d’arrivo. Noi giornalisti di “Dittatura” abbiamo ricevuto e entusiasticamente accettato l’invito di Mattonsoft a provarne una in anteprima (perché GIAMMAI scriveremmo un articolo per sentito dire o basandoci su press-kit, noi), e possiamo assicurarvi che senza rimpianto diremo tutti addio alle nostre baracche di legno monofamiliari coi tetti di ondulati di alluminio, plastica o ethernit.
Il segreto del sicuro successo di Mattonsoft parte dal loro più importante segreto industriale, una materia rigida, ignifuga e resistentissima: il suo nome in codice è “mattone”, da cui il nome dell’azienda. Grazie ai “mattoni”, abbiamo potuto toccare con mano come le case Mattonsoft siano infinitamente più sicure e vivibili, perché meno soggette alla furia degli elementi e ai capricci del clima. Pare che i “mattoni” da soli non siano sufficienti a garantire queste caratteristiche, tanto che abbiamo sentito parlare di un elemento additivo ancora più segreto, il cui nome in codice sarebbe “cimento”, ma si tratta di voci non confermate (ma già il nome può farci fantasticare sulle grandi battaglie progettuali combattute in Mattonsoft).
Le novità non si fermano qui. Al momento di entrare in casa, l’addetto alle pubbliche relazioni di Mattonsoft ci ha lasciati andare avanti, con un sorriso enigmatico sulle labbra. Da principio, notando sulla porta d’ingresso (innovazione Mattonsoft ormai acquisita già da tempo anche nelle nostre baracche) una “maniglia”, ho pensato che intendesse farsi beffe della nostra ignoranza, osservandoci mentre invano cercavamo di entrare: dovete sapere, infatti, che una porta chiusa con una “maniglia” della nuova generazione si può aprire solo girando la maniglia stessa, grazie a un meccanismo molto complicato ma veramente funzionale; dal canto mio, essendo (modestamente) esperto del ramo, intendevo stupire l’uomo Mattonsoft aprendo la porta senza battere ciglio. Ebbene, immaginate la mia sorpresa quando, girata la maniglia, non sono riuscito a far ruotare la porta sui suoi cardini! Di fronte al mio sconcerto, il sorriso dell’addetto si è fatto ancora più largo e mi è stato svelato l’arcano: le nuove porte Mattonsoft fanno uso di un dispositivo per il controllo degli accessi, chiamato “serratura”: senza possedere l’unica “chiave” che sblocca la “serratura”, è impossibile entrare! Quest’innovazione viene sicuramente in soccorso di quanti, nelle baraccopoli più grandi, iniziavano a temere per l’incolumità dei propri familiari e la sicurezza dei propri beni: il progresso ci ha portati a vivere a contatto diretto con sempre più persone, ed è ormai impossibile conoscere (e quindi fidarsi di) tutti; dall’altro lato, il progresso ci porta anche, grazie a Mattonsoft, la soluzione ai problemi che crea.
Entrati in casa, siamo stati investiti da una quantità di luce inaspettata, eppure non sentivamo un solo soffio d’aria: le finestre dovevano pure essere chiuse, ma con tutta quella luce non era possibile! L’addetto ci ha fatti allora avvicinare a quella che sembrava una finestra aperta, e ci ha stupiti un’altra volta rivelandoci che d’ora in poi le finestre saranno trasparenti! Grazie ad un nuovo materiale, il “vetro”, sarà possibile contemporaneamente proteggersi dagli spifferi e lasciare entrare la luce solare: addio persiane di legno, improbabili fogli di carta opaca e placebo di ogni genere, una volta provate le finestre trasparenti non vorrete più tornare indietro!
A questo punto, un collega ha domandato come mai la casa da fuori sembrasse molto alta, mentre all’interno lo spazio verticale pareva analogo a quello di una qualsiasi baracca. Una volta di più, l’addetto Mattonsoft ha avuto il piacere di stupirci, accompagnandoci a quelle che ha chiamato “scale”, un’altra loro idea semplice e geniale, un uovo di colombo: una serie di poggiapiedi adiacenti (“gradini”) dall’altezza che si eleva progressivamente, grazie ai quali si riesce a raggiungere l’altezza di due uomini senza fatica; ma ancora più geniale, il fatto che le “scale” conducessero ad un altro “piano”, cioè un’altra casa assolutamente identica alla prima, quella “al piano di sotto”. Dopo averci lasciato pensare agli enormi vantaggi derivanti dal poter mettere una casa sopra l’altra, l’addetto ci ha confidato come siano allo studio case che vadano molto oltre i due “piani”, che forse risolveranno finalmente l’annoso problema della sempre più difficile integrazione con la natura: non più distese e distese di baracche, erette ai danni di numerosi ettari di bosco, ma pochi e isolati “alveari” immersi nel verde.
La visita è proseguita con la visione di alcune diapositive sui progetti futuri di Mattonsoft, che tra le altre cose includono il “riscaldamento” e l’”aria condizionata”, che dovrebbero permettere di avere caldo in casa anche d’inverno (a dire il vero non capiamo il vantaggio rispetto ad una semplice stufa a legna), e incredibilmente di avere fresco in casa anche d’estate. Il tutto pare coinvolga un progetto il cui nome in codice ci risulta essere “lettricità”, ma su cui gli uomini Mattonsoft non si sono voluti sbottonare. Possiamo solo ipotizzare, dato il nome, l’apporto dato al progetto da qualche saggia signora dedita ai consumi letterari.
In conclusione, grazie alle nuove case Mattonsoft, la nostra vita cambierà radicalmente (in meglio), e la migrazione diventerà prima o poi un passo obbligato per mettersi in pari con il progresso: perché aspettare?










