Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

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La realtà a piccole dosi (in progressivo aumento)

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Ho visto la pubblicità di una macchina per fare il pane di una qualche marca. La protagonista dello spot (tecnicamente la protagonista sarebbe la macchina stessa… diciamo “la sua padrona umana”, tanto per essere un po’ fantascientifici) ha voluto sottolineare, mentre altri rilevavano semplicemente la bontà del pane fatto in casa, il fatto che “così si risparmia”.

E’ vero, il pane costa come l’oro. Certo, per ammortizzare il costo di una macchina per il pane ci vorrà qualche mese, o anno, a seconda della dimensione del nucleo famigliare. Però si prende atto, finalmente anche nella pubblicità (come era un tempo), che c’è bisogno di risparmiare.

Mi inquieta che oggi le stesse persone che prima televendevano materassi oggi promuovono prestiti personali. Il sorriso e il tono di voce sono identici.

Vado di rado a fare la spesa perché purtroppo, se si ha da comprare qualcosa di deperibile come la verdura, non si può pretendere di trovarla fresca e integra se si va alle 6 di pomeriggio, o alla fine della settimana; e non credo che comprandola alla mattina poi le faccia bene stare 9 ore in ufficio (non fa bene a me, figuriamoci a lei!). L’ultima volta che ci sono andato però ho avuto modo di rallegrarmi un sacco, sentendo discorsi sul nostro benessere (non so quanto viziati dal fatto che fossi proprio in un negozietto) del tipo: “la gente non va più nei supermercati perché spende di più, finisce sempre per comprare qualcosa che non le serve; e non lo dico tanto per dire, a Tizia che fa la commessa al Supermercato X hanno ridotto le ore proprio perché di gente ce ne va di meno”.

In un telegiornale ho visto che è tornata di moda la pasta sfusa (per cui tra l’altro si segnala un incremento di prezzo del 32% a ottobre). Bene, accidenti, bene. Torniamo a TUTTO sfuso, torniamo alle persone che vanno a fare spese con le PROPRIE confezioni, lavate e riutilizzate la volta dopo. Non se ne può più degli sprechi ad alto impatto ambientale.

E’ tutto un proliferare di banchieri che rassicurano “da noi sì che i vostri risparmi sono al sicuro”. Ma immagino che tra di loro continuino a guardarsi in cagnesco.

Abbiamo avuto le nostre dosi di realtà anche in forma di spranghe. Ma ovviamente è realtà solo per noi della “sinistra antagonista”, qualunque cazzo di cosa voglia dire (probabilmente è un sinonimo per “quelli che non credono che fossero veri manifestanti”). Luttazzi ha usato il termine “golpe al rallentatore” già nella scorsa legislatura del Partito Nazista di Rinascita Democratica, rispetto a cui tuttavia questi non sono fatti nuovi – si veda il G8 del 2001 a Genova, in cui l’irruzione alla scuola Diaz è stato l’unico errore in un piano ben congegnato. E’ ovviamente inutile commentare l’inconcludente Veltroni, che ormai poverino non può più stare con Italia dei Valori perché non è per il dialogo… se vuole dialogare a sprangate anche lui, be’, che si accomodi. A questo punto le alternative sono ovviamente che i rappresentanti dell’opposizione siano o stupidi o collusi, tertium non datur.

Sul decreto Gelmini non entro nel merito, perché dopo aver visto in un servizio del TGR le immagini della scuola strafiga che hanno appena finito nel comune di Cosseria, un paesino di 1000 anime, qualche dubbio che i fondi per l’istruzione si possano spendere meglio mi è venuto. La Gelmini invece è il mio idolo per aver dichiarato che questo è un governo di sinistra perché ha a cuore le difficoltà del paese. Inarrivabile. (Ok, una dichiarazione del genere dovrebbere togliere tutti i dubbi, ma facciamo che semmai ci produco un altro post, eh?).

Forse ricordo male, ma una volta Emilio Fede aveva un po’ più di dignità e mentiva un po’ meno (tra gli altri, i 2000 esuberi di Prodi/Air France per l’Alitalia diventano 7000 e i 5000 di Berlusconi/CAI diventano 3000).

Ha il suo buon gioco, Emilio, a far vedere le immagini dei bambini portati a manifestare, reggere cartelli e recitare slogan. C’è chi pensa che sia un cattivo modo di educare i propri figli, che sia uno *sfruttamento*, che sia plagio, che sia salcazzo. E lui ci marcia. Bene, a me non frega nulla di quello che pensano Fede o i figuranti di destra che parlano di strumentalizzazione degli innocenti. Io credo che il senso civico faccia parte dell’educazione di un bambino al pari della religione; quindi, così come lo mandi a catechismo, ogni tanto è bene che gli fai toccare con mano cosa significhi vivere in un paese democratico. Quando sarà grande sarà perfettamente in grado di decidere per sé, ma è meglio evitare il rischio che i nostri figli non siano più abituati o non sappiano più come fare sentire la propria voce. Portare dei bambini in piazza è questionabile quanto cazzo volete, specie se voi sapete quello che io non so e cioè che qualcuno a un certo punto tirerà fuori delle spranghe, ma mi pare estremamente naturale quando a rischio è il loro futuro. A tal proposito rimando al solito Persepolis di Marjane Satrapi, in cui si vede come è cresciuta bene una donna che da ragazzina andava a manifestare (e come i regimi non si instaurano necessariamente dall’oggi al domani ma possono crescere a piccoli passi).

Blob è stato spostato alle 20. Una volta si guardavano i primi servizi dei tg e poi alle 20.15 si girava su Rai 3, ora non si può più (la mia combo preferita era il TGLa7 alle 19.45 e poi Blob, ma i fetenti di La7 hanno voluto mettersi alle 20 anche loro). Ovviamente si guarda direttamente Blob, che tanto i tg sono inutili, però è un altro cattivo segnale.

Written by StM

November 2nd, 2008 at 5:53 pm

Temete che in Italia possano tornare forme di terrorismo?

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Questa la domanda del piffero che poneva ieri sera La7 ai suoi teledisperati; domanda a cui era possibile rispondere solo , oppure no. Che uno potrebbe pensare “che significato hanno la domanda, o la risposta, se non specifichi il colore, la matrice, il movente del detto terrorismo?”. Questo che si pone la domanda ovviamente è un ingenuo e non ha visto il calendario o non ha visto la copertina di La7, dedicata alla memoria di Aldo Moro (della cui morte ieri ricorreva l’anniversario): chiaramente si sta parlando preferibilmente di terrorismo rosso, visto che il verbo usato è “tornare”.

La mia opinione personale su quali forme di terrorismo possiamo ragionevolmente aspettarci per il futuro non interessa ai sondaggisti di La7: loro vogliono un , oppure un no. Al che io di no gliene ho rifilato qualcuno, diciamo una decina, qundicina; tanto da spostare l’ago della bilancia da 57% sì e 43% no a 52% sì e 48% no (possiamo quindi stimare che a questi sondaggi non rispondono più di 500 persone); purtroppo il responso finale è stato 58% sì e 42% no, perché devo aver dato un voto di troppo (dallo stesso indirizzo IP) e tutti i miei voti sono stati azzerati (li ho visti ritornare ai valori di partenza improvvisamente); oppure è un sondaggio falsato in partenza e impostato per oscillare solo in un certo range, ma non sono stato a verificare perché gli spaghetti mi diventavano molli.

Insomma diamo atto alla redazione di La7 di non contribuire affatto (AFFATTISSIMO) a ventilare quell’allarmismo che permette che gente come Bush faccia un po’ i cazzi che vuole con i soldi e ai danni dei contribuenti, con la scusa di doverli proteggere; dico Bush perché in Italia non abbiamo davvero bisogno della giustificazione di un pericolo imminente per comportarci come i coglioni decerebrati che siamo; a noi ci blandiscono anche in altre maniere. Davvero complimenti a La7. E poi è quell’essere un po’ televisione 2.0 che è importante… stare attenti all’opinione della gente, vedere se la gente preferisce dire di sì (ottimista) o se preferisce dire di no (disfattista).

Già che parliamo di giornalismo. Qualche giorno fa Grillo ha risposto piccatamente ad Eugenio Scalfari, cercando ogni appiglio possibile per denigrarlo. Personalmente credo che chi dica qualcosa come

“Grillo impersona, secondo me, meglio di molti altri personaggi, il peggio dell’Italiano. E’ l’arci-italiano del peggio.”

si commenti da solo; ma Grillo no, non ha resistito e si è abbassato agli stessi mezzucci utilizzati dal peggior giornalismo, quello alla Emilio Fede, quello per cui se fai l’elemosina a una zingarella sei un adescatore di minorenni, se sei andato all’asilo con uno che poi sarebbe diventato mafioso sei un mafioso, se hai cambiato la tua Fiat seicento vecchio modello con una Peugeot 106 di seconda mano chissà dove hai trovato i soldi.

Il punto in cui Grillo dice

Dopo una breve riflessione diventa socialista e consigliere comunale. Fa carriera. Diventa deputato e firmatario di un documento contro il commissario Luigi Calabresi.

cosa mi rappresenta? Se il lettore sa di cosa si sta parlando, o si preoccupa di informarsi (il link di Wikipedia NON è sufficiente), nessun problema; se però il lettore, come bene osservava la copertina di La7, non ha memoria storica, o semplicemente ti legge col prosciutto sugli occhi, il risultato non può essere che quello di caricare di connotazioni negative ANCHE la firma sotto quel documento (“un” documento, uno a caso, trovato per strada). Non ho alcun titolo né intenzione per rimettere in discussione il giudizio della magistratura sulla non colpevolezza di Calabresi e polizia nella morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ma qualche dubbio più generale sulla liceità dei suoi metodi mi viene; va certamente considerata la particolarità del periodo storico, di cui porto ad esempio il seguente cortometraggio, (per quel che ne so) ad opera di Elio Petri: la violenza di quanto ivi sostenuto non è paragonabile ad alcunché si senta pronunciare oggigiorno; il cortometraggio è palesemente, oserei dire al limite del vergognosamente, tendenzioso; ma è molto interessante, ed istruttivo; comunica rabbia, una rabbia che potrebbe avere ragione d’essere, e che certo chiarisce più di mille parole quale fosse il tono dello scontro, e il limite superiore della libertà di parola, negli anni di piombo.

Su youtube trovate i due spezzoni qui e qui. Interessante anche questo.

Suggerimento cinematografico conseguente: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

L’inutile opinione del Dottor Iefotte sulla vileggiatura elettorale 2008

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Egrimio Dottor Iefotte,

mi chiamo Gilberto e di lavoro faccio l’esemplare di Gilberto nel Museo dei nomi che non sembrano esistere veramente e poi scopri che invece sì di Pavia. Sono uno dei tanti lavoratori precari che vivono in questo Paese, sempre sul chi vive perché da un giorno all’altro qualche personaggio famoso potrebbe chiamarsi Gilberto (ne è passato di tempo da quello buonanima) e improvvisamente non ci sarebbe più bisogno di me; perciò il mio datore di lavoro mi ha assunto con un contratto a progetto, essendo il progetto “prevenire che cada polvere in una zona circoscritta [alle mie suole] del pavimento del museo”.

Le sto scrivendo per porle una domanda, per avere il suo parere di esperto su un dubbio che, con la mia scarsa cultura e, devo ammettere con vergogna, la mia scarsa propensione ad informarmi costantemente, giorno dopo giorno, su quel che accade nel mondo, non so risolvere da solo. Vede, io come tanti altri in questo paese non capisco mai se le cose stiano andando in meglio o in peggio, se un governo stia facendo bene o male, se le persone che abbiamo votato siano oneste o no, se da tutte le parole che si fanno poi esce effettivamente qualcosa. Da qualche anno non guardo più nemmeno il telegiornale, perché mi sembrava che quando finiva ne sapevo tanto come prima che iniziasse. In questo modo non ho mai un’opinione su nulla, perché nemmeno so che esiste, questo nulla; e quando parlo con qualcuno che invece il telegiornale lo guarda, e sento la sua opinione, magari mi viene voglia di farmi spiegare su che nulla è, questa opinione, perché io non lo conosco; e a quel punto vedo che nemmeno lui me lo sa spiegare, questo nulla, così rimane nulla, con la differenza che lui ci ha sopra un’opinione e io no.

Però con queste elezioni ho deciso di riaccenderla ogni tanto la televisione, per vedermi i telegiornali, almeno quelli, che lo so che sarebbero meglio i giornali, ma io i giornali li associo alle uova, ché se le vai a comprare li usano per incarterle, e io alle uova sono allergico. Anche se ho guardato un po’ di telegiornali non ho capito, Dottore, una cosa: ma io secondo lei chi dovrei votare? Le spiego. Della mia posizione lavorativa le ho già detto: ho superato la soglia dei trent’anni e non ho ancora trovato la stabilità economica sufficiente a pensare di farmi una casa e una famiglia per conto mio. Io non so cosa succede là fuori, ma vedo che i miei colleghi (Elide, Gervasio, Gildo, che saluto… questi sono quelli che conosco di più, perché siamo sistemati in ordine alfabetico) sono nella mia stessa situazione; e se lo sono loro penso che almeno qualcun altro in Italia ci sarà, che ha di questi problemi. E allora mi chiedo: non sono problemi che si possono risolvere andando al governo?

Ma sì, penso di sì. Solo che non sembra. Sono giorni che accendo la televisione e vedo che parlano di aborto. In un paese che sta rapidamente esaurendo le sue possibilità di avere dei genitori in grado di badare ai propri figli, c’è qualcuno che pensa sia necessario discutere i cavilli di una legge di trent’anni fa. C’è questo signore, Giuliano Ferrara, che addirittura ci ha fatto la lista sopra; io ad essere sincero non so a cosa possa servire, ma mi ricorda tanto gli uccellatori che dispongono le reti e poi fanno alzare all’improvviso uno straccio con una cordicina, così gli uccelli scappano spaventati dallo straccio, ma finiscono dritti dentro la rete che sta dall’altra parte. Io non capisco, Dottor Iefotte, ma per fare andare avanti un paese come si fa? Com’è che si è sempre fatto? Si fanno documenti di programmazione abortiva e missionidipacista tutti gli anni? Ma non era una economia in salute la chiave di volta del benessere, come ci diceva un mio professore a ragioneria?

Sono nelle sue mani, Dottore. Io più mi arrabatto e meno capisco se c’è qualcuno che abbia almeno la volontà di risolvere i problemi del Paese. Lei può darmi qualche suggerimento? Forse ho scritto troppo, ma si senta libero di tagliare, giacché in fondo è per avere una sua risposta, e non per rileggere la mia lettera, che le ho scritto.

In fede,

Gilberto Ogivi

Risposta:

Caro Gilberto, la sua lettera è una manna dal cielo! Riempie alla perfezione lo spazio della mia rubrica, senza richiedere da parte mia niente più che un paragrafo di risposta, visto che francamente non ce n’ho per il cazzo neanche questa settimana. Si senta libero di scrivere ancora!

Dott. Casimiro Iefotte, dissapienzologo.

Sottotitoli al fatto del giorno dopo

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Spieghiamo perché io la “censura” a Decameron me l’aspettavo.

Come ho già avuto modo di commentare presso il sempre sulla cresta dell’onda Obi, io non credo che Daniele Luttazzi esageri, né che voglia per forza arrivare allo scontro come ipotizza qualcun altro; credo semplicemente che la sua censura sia una azione fisiologica, ed esercitata sempre per gli stessi motivi, con cammuffamenti diversi a seconda della stagione o della moda.

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Quali motivi? Non so dirlo con certezza. Ma quando vidi “Z” di Costa-Gavras pensai che doveva essere insopportabile, vivere in un paese con una tale limitazione della libertà personale; dove le idee dovevano essere uccise finché nella testa dei loro creatori; dove la coscienza pubblica veniva tenuta a bada con l’ipocrisia e la menzogna. Pensai che non avrei potuto accettare di vivere in un paese del genere. A questo punto potrei dire “eppure ci vivo”. Non è così. E’ la televisione italiana ad essere l’incarnazione pizzammandolino della società totalitaria “dei generali”; la società italiana ne è invece uno sbiadito riflesso di nessun peso politico.

Io mi chiedo se Daniele fosse davvero convinto di essere finito nell’Eden Catodico. Sicuramente avrà avuto a che fare con persone professionali, serie, affidabili, che gli avranno infuso fiducia; sono quegli scudi umani di cui ogni azienda ha bisogno per iniettare umanità nel processo produttivo, giacché sfortunatamente gli esseri umani lavorano più volentieri se hanno altri esseri umani come partner. Questi scudi umani possono fare il loro lavoro egregio per la maggior parte del tempo, facendo contemporaneamente l’interesse di pubblico e burattinai.

In talune situazioni, tuttavia, le priorità potrebbero essere ben diverse da quelle dell’audience, del divertimento del pubblico, della conservazione di una buona impressione generale sul marchio, insomma della professionalità in tutti i suoi aspetti; in qualche caso estremo il proprietario di un network potrebbe auspicare l’affossamento del network stesso, e non dico involandosi per il Brasile con la cassa sotto braccio. “Il mercato è tutto” fino ad un certo punto – dopo il quale prende il sopravvento il potere. Ai soldi non si dice di no, ma al potere ci si inchina.

Ipotesi di lavoro sono quelle di un cartello e accordi sotterranei fra network: abbiamo sentito di quelli fra Rai e Mediaset; non vedeteli tanto come una cosa per favorire Mediaset, quanto per avere in pugno e suonare a piacimento entrambe le trombe. Chi? Non chiedete a me. E La7? L’indipendente La7?

Daniele parla di uomini che a nessun valido titolo sono entrati a spadroneggiare in sala montaggio. Niente di nuovo, se si pensa che qualcosa di analogo, anche se meno sfacciato, succede(va?) anche in RAI. Ricordo un Funari parlare di persone vestite di grigio che, all’occorrenza, senza essere conosciute da nessuno, arrivavano sui set di qualche programma RAI, davano istruzioni, venivano assecondate, e se ne andavano. Tra l’altro ve lo devo dire perché omai siete grandi: esiste qualcuno più potente dei direttori generali, bimbi miei; mi spiace dirvelo proprio così, sotto Natale, ma non c’è un momento in cui la scoperta faccia meno male che in un altro. Eee sì. Mi spiace.

Io mi ero fatto questa idea che lasciare trasmettere Luttazzi su La7 era per dimostrare, passo uno, che l’informazione in Italia è libera (e quindi tutti zitti chi parla di censure e regimi); poi, passo due, che è Luttazzi ad avere problemi con il mezzo pubblico, e non viceversa. Purtroppo i piani diabolici riescono bene solo nella finzione, e così alla fine si è dovuto ricorrere alla violenza, per fare il passo due.

Oggi Ferrara ha scritto una lettera a proposito di tutta la faccenda. Mi ha fatto sbadigliare tre volte, ed ero solo a “Caro Direttore”. La traduzione di tutto quanto è “Non aspettavo altro, ora Luttazzi è stato educato, perché cadere una volta fa male, ma cadere due fa ancora più male”. Pressappoco.

Written by StM

December 10th, 2007 at 11:41 pm

Nelle edicole non c’è più nulla

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Entravo nelle edicole come nel paese dei balocchi. Così tante cose da vedere, da confrontare col budget, da girare e rigirare per cercare di intuirne il valore, da sfogliare di straforo. Quando ero ragazzino nelle edicole c’erano i libretti a mille, duemila, tremila lire (che oggi vi vendono in libreria, pieni di polvere e con il bollino da 4 euro incollato sopra, non si sa perché): e edizioni mica da ridere, prefazioni e introduzioni coi controfiocchi, traduzioni dignitose, titoli di primo piano (Dracula, uno dei tremilalire che ricordo con più affetto). Quando ero ragazzino era l’epoca delle riviste di videogiochi che, in particolare, cominciavano ad uscire coi floppy, e poi col ciddì allegato; quando ancora internet non era “free”, e anche quando lo era ma era lenta, ti portavi a casa il tuo bel carico di svago elettronico mensile e spulciavi il supporto magnetico/ottico fino a raschiarne il fondo, per essere proprio sicuro di non perderti nulla. Ah, be’, certo, leggevi anche la rivista.

Quando ero ragazzino, Lupo Alberto e Dylan Dog, per dirne due, erano fumetti interessanti, fenomeni di costume, ciascuno a suo modo. Non aggiungo nulla a ciò che penso di Dylan Dog (se ve lo siete perso usate la di ricerca, che funziona tanto bene); di recente ho preso un albo di Lupo Alberto è l’ho trovato tutto un po’ sciapino, adoscelenzialeggiante ma sul fronte superficiale. O ho avuto un abbaglio per anni, o qualcosa s’è perso, perché non ho mai avuto, in generale, un grande interesse per quello che ho ritrovato ora a distanza di anni. Fortunatamente l’offerta fumettistica, complessivamente, non dev’essere realmente peggiorata, se penso che c’è un certo Rat-Man che va a ruba.

Già, cazzo. Va a ruba. Non lo trovo MAI. In edicola trovo giusto quel paio di serie Bonelli che ancora leggo (Dampyr e Magico Vento); per il resto, ogni tanto vado in fumetteria con una pila di sacchi di juta e il furgone.

Quando non direttamente online. Già. L’acquisto, o direttamente la fruizione online dei contenuti, ha ucciso l’edicola. Non compro giornali, anche perché quando me ne trovo uno in mano ne trovo interessante un 5% se va bene. Non compro più riviste di informatica, e quasi più riviste di videogiochi. A parte forse quelli di Ciak, non compro ovviamente i fa-vo-lo-si film in divuddì allegati alle riviste (o stand-alone con i necessari trucchi paraculi degli obbligatori abbinamenti editoriali col foglio da carta igienica: tu compri la carta igienica, e hai *allegato, non vendibile separatamente*, il film), che se ti interessavano li avevi già comprati alla loro uscita, e se non ti interessano tanto sarai costretto a vederli due giorni dopo in tivvù.

I libri, non ho ancora capito che fine abbiano fatto. Probabilmente bruciati dal corpo speciale dei pompieri, e magari trovate in giro gente che ha stampigliato “100 pagine, 1000 lire” sulla nuca, e che ripete tra sé e sé una litanìa indistinguibile.

L’ingresso in un’edicola, alla fin fine, è per me ormai piuttosto desolante. Qualcuno le ha chiamate in modo ficcante “bazaar”. E dire che una volta avevo la stessa aspirazione sua. Ma l’edicola-generation volge al tramonto.

Written by StM

October 13th, 2007 at 1:20 pm

Letture che dovreste dare/fare/prendere/boh invece di perdere tempo qui

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Quello di Daniele Luttazzi è un blog atipico (sto scherzando, che poi mi chiedete cosa sia un blog “tipico” e mi butto dal balcone per non rispondere). E’ passato dalle fasi Shockwave Flash, html e commenti per i registrati, niente più commenti. Devo ammettere di trovare condivisibile la sua ultima scelta, per qualcuno nella sua posizione (mentre non mi è chiaro invece cosa intenda Mantellini con “umiltà“).

Forse trovo facile ammirare Daniele perché non sono un personaggio pubblico e non mi ha quindi trovato ancora niente che non vada. Direttamente, almeno. Indirettamente aveva fatto un post, che non ritrovo, a proposito dei whiner che gli avevano scritto per convincerlo ad abbandonare quel cazzo (scusate) di flash (scusate di nuovo), e non c’era andato poi così leggero. Se non s’è capito io sono stato uno di costoro, ma perlomeno avevo aggiunto la mirabolante segnalazione tecnica che in realtà il flash non è che sia questa garanzia di incopiabilità, a stare a sentire l’about:cache di Firefox (hint). Vabbe’.

Comunque, di tanto in tanto su quel blog spuntano report sulle piccolezze di questo o quel personaggio pubblico; e di tanto in tanto tra questi personaggi pubblici ne capita qualcuno che apprezzo. Così è capitato anche al ligure Fabio Fazio, ahimé, e se comincia il circo giornalistico del virgolettato creativo la cosa non finirà mai più.

Non avevo invece problemi di stima da preservare riguardo a Fassino, e perciò questo post (linkato pure da Mantellini nel suo post segnalato più su) è interessante per un altro motivo, e cioè perche espone quella che è anche la mia opinione a riguardo del PD (qual gioioso acronimo). Non volendo scomodarmi più di tanto, e avendo perso un po’ di allenamento nel parlare di politica, mi limito a suggerirvi la lettura del capitolo “Democratici difettosi in partenza” in Stupid White Men di Michael Moore (stagionato, eh, ma ancora valido), in cui l’autore quasi sostiene (con esempi a supporto) che tra repubblicani e democratici siano meglio i repubblicani, perché almeno sai cosa voti, mentre i democratici tendono ad essere tali solo a parole. Il che mi ricorda qualcosa, ma non mi ricordo esattamente cosa (no, dai, abbiamo avuto solo antipasti, finora).

Written by StM

May 16th, 2007 at 11:27 pm

La scrittura, per quanto possa sgorgare

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Da questo topic (che ovviamente non sono andato a pescarmi da solo ma l’ho pigramente visto nel villaggio di Greenwich, in un perverso turbine di autometaparacitazioni):

la scrittura, per quanto possa sgorgare d’impulso ed essere fermata in parole come flusso, comunque permette la rilettura e in generale un minimo di controllo in più rispetto all’esposizione verbale

Chissà se ne ho già parlato qui… sicuramente sì. Uffa. Famo finta che non ne abbia già parlato e ne riparlo?

Parlare di che, scusa?

Ma di quanto mi sembri sciocca l’idea che la parola scritta debba essere per forza più riflessiva di quella orale. Lo sarà per chi scrive giusto la lista della spesa; lo sarà per chi trascorre online un’ora alla settimana; lo sarà per il giornalista “fresco” che scrive il suo primo timido articolo per il giornale. Ma per chi la scrittura è quotidianità, lavoro, principale contatto col mondo, la differenza tra detto e scritto tende a scomparire.

Io, ad esempio. Non dico che scrivo come parlo; ma parlo come scrivo. Sono lento. Rifletto. Costruisco la frase. Se non è corretta torno indietro. Sono sfinente. Non sono un oratore, diciamo. E come scrittore, vivo fortunatamente nell’era digitale – che me li ricordo i miei temi… belli, eh (coff coff), ma *pieni* di rigacce, aggiunte tra le righe, asterischi.

E mi verrete a dire allora che in ogni caso scrivere permette il “cheat” della rilettura, che devi sentirti responsabilizzato, eccetera. Certo. Certamente. Quando scriverò articoli per un giornale serio (non facciamo nomi, va’), magari rileggerò. Quando scriverò UNA cosa al giorno, rileggerò. Ma considerate il caso di scrivere 100 cose al giorno; fossero anche 100 articoli per giornali seri; a un certo punto sarà la vostra vita a pretendere da voi che abbiate piena fiducia in ciò che mettete nero su bianco, e che una volta scolpite le tavole della legge passiate ad altro, a cuor leggero; che altrimenti non se ne esce più.

Quel che mi fa più specie dell’obiezione riportata è il suo non considerare che viviamo ancora nell’era televisiva, che tra l’altro si sta rivelando “ottima” maestra per l’era videofoninica: poco importa quanto è scritto nero su bianco, poco importa quello che sta memorizzato carica elettrica su bobina; importa veramente solo quello che si ripete incessantemente, giorno dopo giorno, su ogni media capiti a tiro. Hai scritto una cazzata? Pazienza, la dimenticheranno. L’hai detta a reti unificate? Chissenefrega, ti fai intervistare due altre volte e risolvi. E se la situazione nel “vecchio mondo” di televisione e giornali è questa, come si può pretendere che gli scripta maneant nel mondo fluido e irrequieto dei blog?

Mi direte: si può pretendere eccome, aspetta che ti arrivi a casa una querela e vedrai come fili. Già, è vero che la legislazione è ancora quella che regolamentava le pitture rupestri. Ma quella lasciamola proprio perdere, e consideriamo il comune sentire: nel web 2.0 che si tira fuori quasi sempre a sproposito, ma che è un paradigma sia tecnologico che culturale che si fa (nel detto comune sentire, eh) paladino di una possibilità di espressione e comunicazione mai vista prima d’ora – dobbiamo per forza considerare ogni angolo della rete come una sacra cattedra che deve ambire all’infallibilità, o possiamo ammettere che, come in una normale discussione pubblica, possa scapparci la cazzata? E che questo sia fisiologico, naturale, accettabile? E che a volte il concetto di “cazzata”, in un mondo di 6 miliardi di individui, non sia necessariamente così oggettivo?

Written by StM

March 4th, 2007 at 1:10 am

RAI – Lo spauracchio del canone è sventolato per farci fare la scelta sbagliata

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C’è chi il canone non lo vuole più. Ragionamento: la televisione pubblica ormai fa schifo; la televisione commerciale segue il mercato; la mano invisibile del mercato mette sempre a posto un sacco di cose; allora abolendo la televisione pubblica avremo una sana concorrenza che migliorerà la qualità generale dell’offerta. No? Emmisadinò.

Come antipasto, vogliamo parlare della possibile messa online a disposizione di tutti gli utenti italiani dell’archivio RAI (alla quale cosa gli internet provider plaudono, chissàppoiperché)? Quale televisione commerciale farebbe questo? E tuttavia la questione va oltre, molto oltre.

In genere si usa la parola “pluralismo” unicamente con connotazioni politiche, anche perché una volta i canali commerciali non esistevano; ci fu un interludio in cui televisione pubblica – in mano alla politica – e televisione commerciale – sulla carta in mano ai “privati” – potevano sembrare cose diverse; poi la televisione pubblica si adeguò a quella privata come contenuti, e tuttavia “pluralismo” tornò a significare “politica”, soprattutto dacché il visconte dimezzato in altezza fece la sua discesa in campo.

In tempi di presunto monopolio canalistico, ovvero durante la legislatura precedente, si diceva che la RAI era stata incaricata dello specifico compito di fare schifo, per favorire certa concorrenza. Forse, chissà. E forse un destino non diverso fu destinato a La7 che, pur con tutto ciò, rimane, insieme a RAI3, quanto di più vicino esista alla televisione che vorrei poter vedere. La televisione come servizio di pubblica utilità, e non solo come svago, come specchietto per le allodole.

La televisione italiana è stata colpevolmente omogeneizzata su format commerciali ad alto tasso di spettacolo e impatto immediato, ma privi di contenuti. Sapete perché? A vederla con malizia, perché questo genere di trasmissioni meglio predispone la mente ad assimilare passivamente i “consigli per gli acquisti”, così come tutta una serie di suggerimenti poco tangibili riguardo alla nostra vita; al contrario, negli intervalli di trasmissioni intellettivamente stimolanti, gli spettatori se ne sbattono della Vodafogn o del vibratore Foppapedretti, e se va bene (male per gli spot), si mettono anche a discutere con le altre persone presenti. Gli interessi privati del mondo del commercio hanno dunque preso il posto del diritto di ciascuno di essere informato, educato, istruito, considerato cittadino. Ma forse il motivo è un altro, meno da paranoici complottisti. Scrive Ted Turner in un interessante articolo in cui fa una panoramica del mercato televisivo statuinitense, come si è sviluppato intorno alla sua CNN:

The Forbes list of the 400 richest Americans exerts a negative influence on society, because it discourages people who want to climb up the list from giving more money to charity. The Nielsen ratings are dangerous in a similar way–because they scare companies away from good shows that don’t produce immediate blockbuster ratings. The producer Norman Lear once asked, “You know what ruined television?” His answer: when The New York Times began publishing the Nielsen ratings. “That list every week became all anyone cared about.”

Per dirla con una parola “in italiano”: Auditel. Se ne parla da secoli in termini non lusinghieri, ma è sempre lì; non aggiungo nulla. Turner sottolinea anche:

A few media conglomerates now exercise a near-monopoly over television news. There is always a risk that news organizations can emphasize or ignore stories to serve their corporate purpose. But the risk is far greater when there are no independent competitors to air the side of the story the corporation wants to ignore.

Vogliamo questo? Chiamatelo pure oligopolio e non monopolio, ma come ben sa chi s’è guzzato il dilemma del prigioniero pasticciando con la teoria dei giochi, mettersi un attimino d’accordo prima anche se si è rivali, in fondo, può dare i suoi bei vantaggi. E non sono rari i casi di giornalisti zittiti dai propri direttori perché stavano pestando i piedi a qualcuno a cui dovevano baciare le mani, minchia, sputavano nel piatto in cui mangiavano, ‘sti fetusi; i film in argomento si sprecano… ma in genere i cattivi sono più i politici (“Tutti gli uomini del presidente”) che non le corporation, chissà perché; voi datevi un’occhiata al documentario “The Corporation”, se vi va di sorbirvi tre ore di cose tristi. L’esasperazione a cui sembrano arrivati certi abbonatiforzatiRAI a me pare montata, ad arte, da parte di chi da tempo si frega le mani con impazienza nell’attesa del giorno del Gran Trapasso.

E quindi, questa televisione pubblica, questo canone? Li vogliamo? Io sì, decisamente sì voglio una televisione pubblica – ma perché chiamarla solo televisione? Io voglio un servizio pubblico di informazione e istruzione, quale che sia il mezzo dell’effettiva fruizione; e non vedo alternative, per avere questo, al pagamento di una tassa: che poi si chiami Canone oppure Giuliano la sostanza resta. Piuttosto, io il canone non lo pago volentieri per questa RAI, o perlomeno per i due terzi di questa RAI; forse che intendeva dire questo, il creatore della petizione?

Written by StM

December 22nd, 2006 at 8:19 pm

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Abuse of power comes as no surprise

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Niente, è solo che una maglietta non ha visibilità, ché di questi tempi si va in giro con le giacche. Ripiego su un titolo. Solidarietà a Deaglio e a Cremagnani, e un ringraziamento per il loro essersi posti delle domande. Comunque non vi preoccupate, la Procura di Roma ne ha aperti, ma anche archiviati tanti, di casi…

E in un paese così perverso che chi più lo ama più ne viene respinto (sono secoli, ormai), iniziative come la Casa della Legalità e della Cultura dovrebbero essere considerate come la nostra più grande (residua) ricchezza democratica. Date un contributo anche voi, se potete.

Written by StM

November 29th, 2006 at 4:12 pm

Democracy killers

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Il documentario-denuncia di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio avrebbe potuto essere condensato in un’oretta invece che in un’ora e mezza, ma poi come lo giustificavi il dvd? Mantellini (ho preso a linkarlo spesso, spero sia solo una fase sennò lo devo assumere per scrivere direttamente qui) riporta un fotogramma che vale quella mezz’ora di fuffa in più.

Io intanto mi limito a rabbrividire nell’aver quasi certamente riconosciuto la piattaforma utilizzata per creare il programma truffa-elezioni… Visual Basic 6.0. Oltre al danno la beffa. Insomma, mi uccidi la democrazia e per giunta lo fai in un linguaggio orribile e abbandonato anche da chi l’ha creato? Che cosa triste… uno si figurava l’hacker genio, sregolatezza, cappello nero e gadget fighi, e invece…

Ma forse è indicativo anche questo di quanto le nostre libertà, che sempre più saranno influenzate dal mondo elettronico, siano in balìa di incompetenti – che siano in buona o in mala fede.

Written by StM

November 28th, 2006 at 2:38 pm