Smemoratezze dal sottosuolo

Nella vita precedente questo è stato un blog cattivo

Archive for the ‘cronache’ Category

Punten e Puntalla

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Cicciu Baricciu avea ‘na fìa
Tarabanara la vujiva
Cicciu Bariucciu voleva nun deila
Tarabanara voleva rubeila
Cicciu Baricciu aveva rasòn
Tarabanara è finito in prisòn

O qualcosa del genere. Frammenti di dialetto dalle pieghe della memoria. Scrivetevi da voi tre paragrafi di lamentazioni sulla perdita di questa risorsa di pluralità culturale, di questa ricchezza dell’umanità. Io mi limito a dire che un dialetto va parlato; e per essere parlato ci devono essere persone con cui parlarlo. Un po’ difficile, quando le scuole ti portano da una parte dell’Italia, il lavoro da un’altra, e magari la vita in giro per il mondo. Il dialetto italianizzato ormai già dalla generazione precedente alla mia è moribondo; il dialetto scritto sui libri di ricerche antropologiche e linguistiche è già morto; il dialetto parlato dai miei coetanei che lo usano in maniera stentorea, perché ci devono pensare, è già morto; il dialetto pubblicato da un tizio a corto di idee su un blog frequentatissimo solo dai motori di ricerca (terzo posto per “filmati porno” su yahoo, yeah), è già morto.

Il dialetto è morto, e neanch’io mi sento molto bene.

Fig. 1: Il dialetto è morto, e neanch’io mi sento molto bene

Ma di morti se ne riesumano tutti i giorni e a tutte le ore, non solo nottetempo e di nascosto, quindi proseguiamo un po’ con i ricordi. Avete presente il giochino che si fa con i bambini poco svegli (quindi io ero adattissimo) dei due indici con sopra un fogliettino di carta? Gigino e Gigetto che vanno sul tetto? Che infatti tiri via le mani, poi le rimetti giù, e Gigino e Gigetto non ci sono più? Io a quel punto credevo di aver capito tutto, tiravo via le mani a velocità di curvatura, facevo saltar via i fogliettini, e saluti a Gigino e Gigetto. E lì mi fregavano, perché poi Gigino e Gigetto invece tornavano. Cosmico! Colpa di queste cose se poi mio padre me l’ha menata fino ai 17 anni con lo “spirito d’osservazione”. A quel punto è andato ad abitare altrove e abbiamo finalmente cominciato ad essere amiconi. Ma è un’altra storia. Cosa c’entra questo col dialetto? Niente! Prima di cominciare a scrivere ho confuso i ricordi, credevo esistesse una versione dialettale di Gigino e Gigetto e invece no!

Infatti Punten e Puntalla non andavano sul tetto, bensì spazzòvan la cameralla, e a un certo punto hon truvà’ un denarèn, “Cosa en fùmma, Puntèn?”. Cosa ne faranno del denarino trovato? E qui comincia una fiabetta che mi ricordo essere buffa, ma che in sé non mi ricordo (credo fosse un canovaccio, in realtà). Me lo segno qui, e me la faccio ri-raccontare da mia madre. Poi mi premurerò di riferirla pure a voi u_u.

(psst… se non ci risentissimo, buone feste. Vi ricordo il mio ottimismo natalizio, senza ripetermi. E quanto al non risentirsi… è più che probabile, visto che forse sono stato disatteso, e dicono che quando uno non è malinconico/triste/sofferente la qualità della produzione si riduce u_u; e io produco solo se vi è qualità u_u)

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December 21st, 2007 at 9:05 pm

‘nduma a v’ggièe

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Dalle parole di mio padre:

Mio nonno è stato uno dei primi della zona a prendere una radio. Arriva a casa con lo scatolone, la appoggia su un ripiano, la accende e comincia a girare le manopole per sintonizzarla.

Si comincia a sentire qualcosa. Aggiusta la sintonia, e il qualcosa prende la forma di una messa. Gira nuovamente la manopola, si comincia a sentire qualcos’altro: una preghiera.

Al che mio nonno guarda mia nonna, mia nonna lo guarda di rimando, e lui fa: “Belìn, cosa g’avemo accattò, ‘na cassoetta piena di preiti?*”.

*=Belin, cosa abbiamo comprato, una scatola piena di preti? (audio simil-dialettale)

Una volta, mi dicono, in tempi pre-televisivi, c’era l’abitudine di “andare a vegliare”. Da queste parti, almeno. Alla sera ci si riuniva, vicini e amici (distinzione forse superflua, allora), tutti in una casa, e si passava il tempo insieme; tra le altre cose, parlando, raccontando aneddoti o storie del tutto inventate (e appassionanti). C’era spazio per la creatività e per il senso dello spettacolo di ciascuno, senza per forza passare da un palcoscenico o da uno schermo televisivo.

Perché poi è venuta la televisione. Che all’inizio la si guardava nei locali pubblici, insieme agli altri, ed era fatta anche in funzione di questo. In seguito, ciascuna famiglia prima, e ciascuna persona poi, ha cominciato ad avere la propria televisione. Creatività imposta dall’alto, e soffocata o pilotata in basso (chi non ha degli amici che imitano benissimo quel personaggio della televisione?). Niente più veglie in compagnia alla luce di un lume a petrolio: tubo catodico per tutti.

Il blog (così come l’equivalente video, o audio, o quel che volete) è una cosa incatalogabile. Se in passato s’è provato a farlo, qui sopra, in realtà non si era serii. I blog sono figli della cultura televisiva; e di quella letteraria; e di quella della internet dei primi tempi; e della internet di oggi; e dei milioni di passioni degli esseri umani; e dell’onnipresente e inevitabile lavorìo degli ormoni. Di tanto in tanto, un blog ti racconta le cose come se fossimo lì, venti persone in una stanza, alla luce di un lume a petrolio, ad ascoltare in silenzio il racconto di qualcuno che di giorno è l’umile persona che è; ma, in quel momento, e fino alla fine del suo racconto, per noi rappresenta l’universo.

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September 15th, 2007 at 1:06 am

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Il nonno, questa volta

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Pare che a mio nonno paterno durante la seconda guerra mondiale sia capitato di dover andare in Germania a prestare le sue braccia al lavoro (come alternativa al prestarle alla guerra, credo). Gli facevano spostare mobilio dalle case bombardate a quelle ancora agibili, e cose di questo genere. A lui, e a Otto, che suppongo fosse il suo referente germanico.

Un giorno Otto venne a sapere che in Italia il mio nonno era verniciatore. Allora potresti riverniciare il nostro camioncino, gli disse, che ha bisogno di una sistemata. E mio nonno eseguì.

Otto ostentò indifferenza, quando vide il suo camioncino colorato di verde, bianco e rosso.

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February 27th, 2007 at 11:28 am

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Bisnonnate

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Un giorno il bisnonno mio fu imbarcato come mozzo su una nave, per farsi le ossa. Aveva 13 anni (quindi potremmo datare il fatto al 1912, no, non era il Titanic). Il nostromo, pare, gli chiese se sapesse leggere e scrivere. “Mi nu ghe n’ho per il belìn, d’ studiè”. Raggiunto il largo, il nostromo comunicò al ragazzo grossomodo che “se per quando arriveremo a Calcutta non avrai imparato a leggere, scrivere, e far di conto, io ti getto in pasto ai pesci”. All’arrivo a Calcutta il mio bisnonno spedì una bella letterina alla madre.

Grazie a lui posso dire di avere in famiglia qualcuno che ha impiegato un anno per comprare le sigarette. Era lontana, la tabaccheria, e aveva deciso di fare il giro largo.

Durante questo giro (del mondo), o forse durante un altro (due ne fece), non si sa, era finito negli Stati Uniti. Era un pugile dilettante, e così quando gli proposero di fare qualche soldo sfidando un autoctono, non se lo fece dire due volte: “Ma… a l’è neiru, ‘sto lì. Stoi a vedde come lo tiro zù”. Fu unto come un cuoio (“Me ne ha date mai tante, ma mai tante…”).

Gli andò meglio la volta che ebbe un diverbio con un asino: l’animale aveva deciso di colpirlo a tradimento con un calcio; lui lo fece coricare con un pugno. “G’ho il pugnu proibìo”. Segnò talmente il povero quadrupede che “quandu me vedeiva, se m’tteva i finimeinti da sulu”.

Nella sua vita aveva fatto tante di quelle cose, pare, che una volta un tizio che aveva ascoltato con eccessiva attenzione le sue storie gli era andato a presentare il conto: “Varda, Carlettu, che secundu i miei cunti ti ti devi avere dusgent ottantanove anni”. Be’, via, andiamo, anno più anno meno, che differenza fa? Ci lamentiamo forse dei personaggi dei fumetti che vivono dieci vite e non invecchiano?

Il mio bisnonno Carletto l’ho conosciuto quand’ero proprio piccolo piccolo, e ho vaghissimi ricordi: ricordo che era alto, che mangiava caramelle alla menta (ma solo metà alla volta), che non era quasi mai in casa con la bisnonna. Mi dicono che di me dicesse “Matteo il diavolo”, chissà poi perché (io sono sempre stato tanto buonino e calmino ^_^… be’, forse calmino non sempre). A quanto pare il suo corpo era tutto un tatuaggio, segno di quella vita di mare che, ingigantimenti o meno, ha fatto per ampia parte della sua vita. Da qualche parte, in soffitta, dicono che ci sia un articoletto su di lui che titolava “Marinaio di forza non comune mette ko sei ufficiali tedeschi” (mi sfugge il contesto della cosa).

Per quanto possano apparire Munchauseniane certe storie, vanno contestualizzate in un periodo in cui era più difficile vivere ma più facile dimostrare di avere una vita, e hanno sicuramente un fondo di verità; qualcuna, magari tra le più incredibili, è sicuramente anche vera.

Penso alla mia famiglia, ed ecco cosa viene fuori: ricordi. Per la maggior parte, ricordi di seconda mano. Non ho una grande esperienza di famiglie, io. O se ce l’ho, non è granché positiva. In realtà qualcuno a me molto vicino mi ha fatto capire che una famiglia non deve necessariamente fare appoggio sui grandi numeri. Una foto per rendere l’idea, ma a volte, davvero, basta essere in due :)

Da soli invece no, non vale -.-

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January 7th, 2007 at 10:00 am

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Anche i necrologi muoiono

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Si ferma una vecchia pandina bianca, e ne scende un signore un po’ tozzo, un po’ goffo e un po’ occhialuto. Ha messo le “quattro frecce”, che non c’è parcheggio e deve fare di fretta. Tira fuori dal bagagliaio un foglio e un pennello.

Punta verso gli annunci funebri.

[Questi stanno, sicuramente non per caso, proprio di fianco all'ingresso di una casa di riposo: una specie di lager in cui a volte capita di vedere qualche vecchino smunto che tutto sconsolato guarda fuori dal cancello (chiuso a chiave), prima che arrivi una qualche infermiera a riportarlo dentro (brrr).]

Il Signor Morte squadra con occhio esperto il cartellone da sei loculi, già tutti occupati; evidentemente esclude i due più in alto perché senza scala non ci arriva; esamina rapidamente uno ad uno gli altri quattro, come se dovesse comparare i prezzi; infine decide per il fortunato in basso a destra: una pennellata di colla, e un caloroso benvenuto al nuovo arrivato.

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November 30th, 2006 at 10:13 am

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Parroci e polli

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No, i polli non sono i fedeli… maliziosi che non siete altro!

Altra storia dei tempi antichi… chissà dove, chissà chi, ormai la memoria va a farsi benedire (non la mia, intendiamoci!). Potrebbe anche essere un vecchio film, che ne so?

Un giorno, giorno di messa per la precisione, un contadino andò in Chiesa poco prima della funzione, per fare dono al parroco di un bel pollastro pronto tosto per il forno. Il parroco ringraziò, e non sapendo dove lasciare il pollo in sagrestia decise di appenderselo alla cintura, ché sotto tutti i paramenti non si sarebbe notato. La funzione cominciò, il parroco si diresse all’altare e cominciò a seguire il rituale, come tutte le domeniche.

Con l’andare del tempo, tuttavia, il sagrestano s’avvide di come il pollo stesse pericolosamente fuoriuscendo da sotto la toga del parroco, fino ad essere sempre più visibile; per evitare brutte figure alla parrocchia, con presenza di spirito attese il momento più adatto della liturgia e cantilenò:
-Tìrate su la cappa in dominoooo, che te se vede lo spennacchieeeebuseeee.
Al che, i fedeli:
-Ameeeeeen.

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September 8th, 2005 at 5:42 pm

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Le virtù ormai perse e gli avanzi

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Tanti anni fa, mia nonna aveva una pensioncina in quel di San Remo, dove tra l’altro mio padre d’estate faceva da cameriere.

C’erano molti personaggi, tra gli ospiti, dei quali ci sarebbe qualcosa da dire. Uno di questi, uomo distinto e cortese, aveva l’abitudine, a tavola, di lasciare sempre nel piatto una piccola porzione del suo pasto. Quando a mia nonna fu chiaro che la cosa non era casuale ma sistematica, le venne la curiosità, se non la paranoia, di sapere quale fosse il motivo.

Non mancando di acume, la mia ava, per verificare se per caso le porzioni non fossero troppo sostanziose per l’ospite, decise di ridurle gradatamente, pasto dopo pasto: ma il risultato non cambiava, il plichinino rimaneva sempre nel piatto e l’ospite non proferiva verbo, né per commendare né per lamentarsi.

Rimase dunque a mia nonna solo l’opzione di chiedere direttamente al distinto ospite se qualcosa non andasse nel cibo, poiché la ripetitività degli avanzi non era passata inosservata. Il distinto ospite disse che no, il cibo era ottimo; solo credeva che, se avesse sempre consumato completamente il suo pasto, avrebbe indirettamente comunicato che le porzioni non erano sufficienti – cosa che sarebbe stata, per lui, una manifestazione di notevole scortesia.

(questa storia mi è stata ricordata da questo post di kingbove nel suo blog)

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September 6th, 2005 at 7:15 pm

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Io pescivendolo, tu pescivendoli

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Il mio bisnonno Carletto è stato pescivendolo, tra le altre cose. Ha avuto un negozio, ma vendeva anche per strada. Ancora quando ero bambino io, a Savona, di tanto in tanto si sentiva il vociare di qualche pescivendolo ambulante… “pé-scioooo… anciùeeeee”… cose ormai d’altri tempi.

Il bisnonno si alzava di buon’ora, prendeva mio padre (allora ragazzino), l’ape (o motocarro, ma pare fosse proprio un triciclo a motore), e si dirigeva all’imbocco dell’autostrada, che -ricordo- allora non si pagava. Per chi non è di queste parti, c’è da sapere che la strada Altare-Savona è quasi tutta discesa, con un dislivello di 450 metri per una quindicina di chilometri, e curve… molte curve. Il mio bisnonno, che non mancava di fiuto per gli affari e per il risparmio, una volta presa un po’ di velocità spegneva oculatamente il motore e metteva l’ape in folle. Mio padre ha un ricordo vivido di quelle discese a novanta all’ora su strada tutta curve e triciclo a motore. E’ ancora vivo. Strano.

Arrivati in qualche modo a Savona, i casi potevano essere due: il tempo era buono, e allora si andava normalmente al mercato del pesce; oppure il tempo era cattivo, o meglio era stato cattivo in nottata, e allora il bisnonno diceva “possiamo prendercela comoda”. Se il tempo era stato cattivo, infatti, i pescherecci non avevano potuto uscire in mare e il pesce che si trovava sui banchi era ancora quello del giorno prima; aspettando un po’, invece, sarebbe arrivato sui banchi il pesce dell’Adriatico, autotrasportato.

Era uno dei tanti mestieri che il mio bisnonno sapeva fare.

Non so di preciso in quale periodo avesse il negozio; anzi, non sono nemmeno sicuro se questo episodio che sto per raccontare sia da attribuirsi a lui o a qualche altro famigliare (o estraneo addirittura)… oh, be’, noi raccontiamo, che certe storie possono anche lasciar da parte il rigore della cronaca.

Pare che il bisnonno, ad un certo momento della sua vita, avesse una pescheria a Mallare, un paese qui vicino. Finché una sera, eseguito il dovere perentorio (e irrevocabile) di scolarsi qualche litro di vino, non sentì il bisogno di liberare la rigonfia vescica da qualche parte; ma non in un posto qualsiasi: scelse appositamente il retro della chiesa, per aggiungere il politico al dilettevole. Non fu ahimé scelta saggia, poiché qualcuno fu testimone del blasfemo atto e ne informò il parroco; costui, a sua volta, si premurò di informare tutti i pii fedeli, alla successiva funzione, del fatto che il negozio del bisnonno non era più posto per loro – manco fosse una setta satanica. Non so se il bisnonno decise di cambiare aria o del tutto il mestiere, ma certo è che il negozio chiuse. Viva i pii fedeli, viva il Mullah.

Written by StM

August 19th, 2005 at 7:47 pm

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Sarà anche piccola storia, ma è sempre più grande di noi

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Attenzione, questo post contiene pubblicità!

In quel di Piana Crixia v’è una trattoria, di quelle che le vedi da fuori e sembrano una come tante: la trattoria Tripoli. Sulla strada principale del paese, in un edificio anonimo e in un locale indistinguibile da un comunissimo bar a conduzione famigliare.

Ammetto di lasciarmi influenzare molto, dall’aspetto di un locale. Mia nonna dice che una buona regola generale per giudicare un locale senza saperne nulla preventivamente è controllare se i vetri sono puliti o meno; ognuno si sceglie le certezze che preferisce, fate voi.

Il padrone di casa è il signor Aldo Dogliotti, un energico ottantaduenne che, avendoci sicuramente identificati come nuovi clienti, ha provveduto ad informarci di come in quel locale si facessero le cose allo stessa maniera di 112 anni fa. Qualsiasi cosa questo significhi. Da newbie culinario, ho potuto almeno constatare come i ravioli non potessero non (*Italian Teacher Dies of brain overload) essere fatti a mano, tant’è che non ho ancora capito come fossero preparati i sacchettini. Non sono un critico, quindi mo’ taglio corto e ve dico che lì se magna bene e se spende nurmale (15 euro per primo, secondo, bevanda, porzioni abbondanti), quindi se capitate da quelle parti tenetene conto.

Il signor Dogliotti non è solo ristoratore. E’ anche persona di cultura e dedicata alla ricerca: suo infatti un interessante lavoro storico-storiografico in 4 volumi su Piana Crixia e i dintorni. Interessante? Sì, signori miei, la storia “piccola” è interessante tanto quanto quella “grossa”. E ugualmente importante, se riguarda il luogo in cui vivete.

Credo che non succeda solo dalle mie parti, ma che vi siano un po’ in tutta Italia dei coraggiosi che, a tempo perso, affrontano valanghe e valanghe di archivi, intervistano decine e decine di persone, studiano frotte e frotte di libri. Il tutto per mettere nero su bianco la memoria storica del proprio paese. Magari di un paesino che “esiste” per il mondo solo perché viene citato di sfuggita in una puntata di Linea Verde. E tuttavia, la mole di lavoro e il prodotto finale non vengono sminuiti affatto dall’importanza presunta della materia trattata; anche perché, una volta che nella materia ci hai spulciato un po’, scopri che di cose da dire ce ne sono sempre per tutto, che il mondo è molto più ricco di quello che sembra; del resto, il mondo non è in due dimensioni, come ci ostiniamo bovinamente a volerlo vedere.

Il vero peccato è che tutto la fatica compiuta in queste opere rischia di risultare vana, una volta allontanatisi di un certo numero di chilometri da casa propria. Non per il signor Dogliotti, che a conclusione di ogni suo libro si è sempre preso la briga di portarlo a conoscenza degli abitanti del luogo emigrati in Sudamerica, ma magari non tutti coloro che possiedono la sua energia nella ricerca poi possono avere anche la sua energia nella diffusione.

Poco più su ho linkato una pagina di Wikipedia, 5 righe scarse. Nei libri di Aldo Dogliotti troviamo invece 400 pagine, interessanti e piacevoli. Solo che su Wikipedia ci può arrivare chiunque, da qualsiasi luogo del mondo, mentre dell’esistenza di questo signore io ero all’oscuro fino a ieri, quando ho percorso la ventina di chilometri che separa casa mia dalla sua trattoria. Ogni tanto mi rendo conto di come la prospettiva sotto la quale guardo la vita è distorta, sbagliata. Mi piacerebbe credere di essere l’eccezione in un mondo di persone che invece hanno gli occhi dritti…

Non proprio in tema ma quasi, chiudo con un aneddoto, raccontatomi da mio padre, che l’aveva a sua volta sentito probabilmente da suo nonno. Roba da ridereT. Mi scuso se ci fossero delle inesattezze, ma si fa quel che si può.

Il vino a Narzole

“E ricordate, figlioli -disse il vinaio sul letto di morte-, che volendo il vino si può fare anche con l’uva”.

In un periodo imprecisato, c’era questo paesino della provincia di Cuneo in cui si produceva vino a dispetto della totale assenza di vigne. Si racconta che un giorno alla Guardia di Finanza fosse venuto il pallino di dare una controllatina a qualche cantina, e che per una coincidenza, nello stesso giorno, il fiume che bagnava (e bagna tutt’ora) il paesino si fosse tinto di rosso. Stranezze.

Written by StM

July 25th, 2005 at 5:54 pm

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Elegia in prosa del trasporto su rotaia

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I treni sono una delle cose più suggestive che ci siano. I treni sono stati protagonisti di racconti, romanzi, poesie, pezzi per pianoforte*, film, pubblicità, blog**, odio, proteste, insulti, post, lamenti, scioperi, servizi giornalistici***, privatizzazioni, sit-in, suicidi celebri, suicidi anonimi, desideri di fuga, desideri di tornare a casa, speranze, assalti, deragliamenti, incidenti, attentati, morti bianche, invasione di terre vergini, allusioni, ansie, vandalismi, graffiti, libere interpretazioni del concetto di tempo.

I treni in Italia funzionano male. Ma funzionano. Usateli per cortesia. Se più gente li usasse funzionerebbero meglio.

* = a questo proposito, vi riporto il grazioso racconto tratto da qui sulla nascita di Un petit train de plaisir di Rossini.

Rossini viaggia in treno
Antenore 31 dicembre 2003
Rossini a 37 anni era già in pensione, beato lui. Dopo il successo del “Guglielmo Tell” (1829) decise di non scrivere più opere per il teatro, prese dimora fissa a Parigi e non si mosse più, scrivendo solo quello che gli pareva. Non mancano i capolavori, nel suo lungo periodo “da pensionato”: ma dalle fatiche del teatro si tenne ben lontano, dopo quel 1829.

Tra le sue cose più simpatiche e curiose, i brevi pezzi per pianoforte riuniti sotto il titolo “Peccati di vecchiaia” (scritto in francese, però); e di questo repertorio fa parte un brano tra i più divertenti, che si chiama “Un petit train de plaisir”, “Il trenino del piacere”.

L’antefatto è questo: Rossini, già anziano, viene invitato a fare un viaggio in treno. Siamo a metà ottocento, e dunque non si trattava dell’Eurostar… Per lui è la prima volta: ne esce sconvolto e anche un po’ spaventato, anche se il viaggio è breve; e poi affida le sue impressioni al pianoforte.

Si tratta di un brano di circa venti minuti, diviso in brevi episodi. Il primo è un allegretto, intitolato “cloche d’appel”: il pianoforte imita la campana che chiama i viaggiatori in vettura. Poi il trenino parte: Rossini si diverte a imitarne la marcia, e noi ci rilassiamo con lui lungo il primo tratto del percorso. Segue però un sifflet satanique: brusco risveglio dovuto al fischio del treno, seguito dalla dolce melodia dei freni, che anticipa l’arrivo alla stazione, dove les lions parisiens offrant la main aux biches pour descendre de wagon. Poi il trenino riparte, ed è un bel viaggiare, proprio come all’inizio. Ma il trenino di questo spaventato viaggiatore non può che finire male, e così succede: terrible deraillement du convoi!. Rossini è davvero tragico e ci mostra il primo passeggero ferito, e anche il secondo; dopodiché le vittime: premier mort en Paradis (motivo ascendente) , second mort en enfer (motivo discendente…), con tanto di chant funèbre e di amen. A questo punto Rossini fa un’annotazione a fondo pagina: on ne m’y attrapera pas, non mi beccate più…. Il finale è di pura marca rossiniana: un valzer, “allegro vivace”, che rappresenta il douleur aigue des heritiers, il terribile dolore degli eredi che si fregano le mani contenti pensando all’eredità. Lo spartito si chiude con un altro motto rossiniano: Tout ceci est plus que naif c’est vrai. Un viaggio in treno tutto da ascoltare, puro divertimento in musica.

** = In argomento mi sento di consigliarvi Visioni Binarie, e non in argomento qualsiasi altra cosa riusciate a trovare dell’autrice Alice Avallone, che senza dubbio sa ammaliare il lettore.

*** = Ovviamente la fonte primaria di servizi ben fatti è Report. Cercatevi a questa pagina il dossier di culto “Puntuale come un treno”, con relativo aggiornamento, e poi quel che vi pare qua e là (per esempio c’è un recente “Pendolari”).

Written by StM

May 9th, 2005 at 12:13 am