Il libro spiegato al mio amico marziano (provincia di Deimos)
Non so come fate voi marziani (di Deimos), ma qui sulla Terra si sono trovati i modi più strampalati per far sì che le memorie delle persone non sparissero con la loro morte.
Prima di tutto gli uomini capirono che i concetti era molto utile portarli in giro nello spazio. Se un cavernicolo avesse dovuto comunicare al suo vicino di caverna che giù al fiume c’erano degli interessantissimi saldi di amigdale, avrebbe fatto prima a portarcelo direttamente che a spiegarglielo a gesti; solo che a quel punto il vicino, che già aveva fatto tutti gli acquisti che gli servivano ma aveva dovuto comunque seguire il cavernicolo per capire cosa voleva, gli avrebbe piallato la fronte con una clava per la perdita di tempo.
Fu così, da una fronte piallata, che nacque la lingua parlata.
Alcuni cavernicoli che non sapevano andare a caccia, raccogliere frutti commestibili, badare ai neonati, o compilare il 740 del capo tribù, mentre attendevano di essere chiamati dal Centro per l’Impiego quella volta al mese in cui era considerato lecito deriderli per il loro spoglio cv, cominciarono a fare disegnetti sulle pareti delle caverne. Sulle prime vennero considerati vandali deturpatori e appesi per il naso su zanne di mammuth; poi grazie a un disegnatore particolarmente bravo
questa attività cominciò a diventare un mestiere apprezzato e diffuso. Si scoprì che le storie potevano sopravvivere per anni, generazioni, che i pronipoti potevano ridere delle avventure narrate dai trisnonni anche se questi avevano tirato le cuoia senza prendere una lira di royalties. Si scoprì che le storie potevano muoversi nel tempo. In avanti perlomeno.
Ci vollero ancora secoli prima che la capacità di comunicare concetti complessi oralmente si unisse alla capacità di mantenere immagini in una memoria indelebile. Quando successe, fu inventata la scrittura, e fortunatamente chi avrebbe potuto farci soldi brevettandola stava guardando da un’altra parte.
Le prime pietre incise, i primi papiri, le prime pergamene, non erano cose poi molto diverse dai libri di oggi. Forse c’erano un po’ più pecore schiacciate e un po’ meno amazzonie diboscate, ma c’erano dei segnetti riportati su carta che significavano qualcosa per chi ve li aveva riportati ma anche, e questo è l’incredibile, per chi poi li andava a leggere. Salvo quando chi andava a leggere fosse ormai escluso da quella catena di contatti che ci deve comunque essere tra scrittore e lettore, per determinare le basi di quella conoscenza comune, o comunque attingibile da entrambe le parti, che sono necessarie affinché avvenga comunicazione. Così come il parlatore ha la bocca e l’ascoltatore le orecchie, chi scrive deve usare un mezzo che il lettore può interpretare.
Ma qui veniamo ai libri, amico marziano (di Deimos). Vedi, la cosa strana dei libri è che spesso ci vuole tanto tempo a scriverli, e molto meno tempo a leggerli. Nella comunicazione orale, il tempo che si impiega a dire una cosa è lo stesso che si impiega ad ascoltarla; c’è sincronia, e non può essere altrimenti: si usa entrambi lo stesso tempo, anche se magari chi dei due è più bravo a fare più cose contemporaneamente mentre parla si stira anche qualche camicia (o pelle di tigre, se torniamo ai cavernicoli). Un libro è il modo che ha un uomo di sintetizzare una parte della sua conoscenza, o esperienza, o storia, in qualcosa che sia il più possibile puro e privo degli orpelli che, aggiunti, richiederebbero ad altri uomini di vivere la stessa identica esperienza dello scrittore, senza sconti di tempo: un giorno narrato nel libro, un giorno di vita del lettore; un ragionamento di anni per giungere a un teorema, anni di vita del lettore per giungere allo stesso risultato. A volte trovi gli scrittori birichini che ciò che (non) scrivono in un margine troppo stretto ha bisogno di molti anni di molti uomini per essere dimostrato; ma la regola è che comunque il contenuto di un libro è fatto per migliorare l’umanità; e se non è in grado di farlo, viene prima o poi dimenticato.
Un terrestre disse una volta che aveva smesso di leggere, perché lui era uno solo a leggere e gli altri erano milioni a scrivere, e non c’era modo di raggiungerli mai. Questa è un’altra cosa strana dei libri: per quanto leggerli sia in genere più rapido che scriverli, una vita umana non permette che la lettura di una infinitesima parte di tutto ciò che è stato scritto nel corso della Storia. E bisogna fare delle scelte. Fino a qualche anno fa, le menti dei terrestri erano scrigni sigillati e misteriosi, ciascuno con le proprie scelte riguardo alle persone da conoscere e le letture da fare (o non fare), riguardo alle cose da sapere (o non sapere), riguardo a ciò che avrebbe loro conferito una certa visione del mondo piuttosto che un’altra. La lettura di un libro, come la conoscenza di una persona, poteva determinare una rivoluzione nella vita di un uomo. Non c’era alternativa allo studiare se si voleva essere sapienti, non c’erano scorciatoie al cuore delle persone per conquistarne l’amicizia. Tuttora non esistono ricette più rapide per sapienza e amicizia, ma sta crescendo il dubbio che si tratti di due valori dopotutto non più così importanti, non più così essenziali per condurre una vita piena; o forse già abbastanza sconosciuti da non essere più rimpianti dai più.
Il sistema di conservazione della conoscenza sta cambiando aspetto, sta diventando qualcosa di meno organico e più fluido, così come dovranno adattarsi ad essere i rapporti umani. Chi persisterà nel leggere libri si ritroverà perennemente indietro, ancorato al passato, incapace di essere determinante in un mondo troppo proiettato al futuro. Chi sceglierà di non leggere più libri, intesi genericamente come tomi indivisibili di conoscenza, dovrà dimostrare che l’intelligenza umana è in grado di evolversi in una direzione mai affrontata prima, in cui la distinzione tra gli uomini si farà più debole che mai, e che tuttavia conserverà l’umanità di ciascuno di loro, pur con i momenti di disperazione che la storia ci ha più volte imposto (o forse, in qualche modo, permesso).
Non so come fate voi di Deimos per trasmettere la conoscenza. Così è più o meno come facciamo noi, anche se sono partito per qualche tangente che mi ha allontanato dal nocciolo del discorso. Fammi sapere nella tua risposta! :)
Matteo
[E' un periodo un po' così. Devo decidere se dedicare il mio tempo libero alla programmazione, alla fotografia, alla scrittura; e non sto leggendo quanto vorrei, per non parlare del fatto che il disegno è stato archiviato a tempo indeterminato. Eee uff.]











Mah, la programmazione la escluderei a priori. :D
…Non ho capito però quale nuovo metodo di conservazione della conoscenza proponi. :uhm:
Obi-Fran Kenobi
25 Jan 11 at 12:28
La programmazione potrebbe darmi soldi extra, il che non è da sottovalutare :P
Io non propongo, ma constato u_u
Borgs are upon us u_u
StM
25 Jan 11 at 12:40