Brandelli d’affetto (e affettati di brandello)

StM - Sunday, 23 March 2008, 22:33 - diario, pindaro

Oggi ho fatto conoscenza con una cagnolina bianca.

Io ero in un ristorante ad accelerare la mia corsa all’infarto, e lei era lì che zampettava in giro con discrezione. Alla fine del pasto, forse stufa di essere discreta, la cagnolina si avvicina e mi guarda; io, per educazione, restituisco lo sguardo e sorrido. Sempre più stufa di essere discreta, la cagnolina si avvicina ancora e mi guarda di nuovo; io, che non ho mai avuto molto a che fare con i cani, decido che tuttavia mi è simpatica e decido di accarezzarla un po’.

Segue quarto d’ora di affettuosità. Più e più volte ho provato a nascondere la mano, ma non la frego: mi ha visto che sono stato io; il suo sguardo inquisitore mi dissuade infine dal riprovarci. E giù coccole.

Era bella soffice, devo dire.

* * *

Mi hanno sempre spacciato che fossero gli uomini a disprezzare le coccole, ma credo sia solo una componente del ben più vasto problema che ci si assortisce sempre al fine di massimizzare il reciproco fastidio; esistono gli uomini a cui piacciono le coccole, solo che si mettono insieme alle donne acide e ciniche; esistono le donne dalla sessualità sana ed emancipata, solo che si mettono insieme agli uomini per cui uno scudetto è comunque meglio di qualsiasi orgasmo (o dell’eroina, cfr. Trainspotting).

Una notte nella mia vita è successo che qualcuno si lasciasse accarezzare come se fosse tutto ciò che era importante in quel momento; come se io non volessi altro che quello, come se lei non volesse altro che quello. In quel momento.

Era così. Nient’altro importava che quello. Quello, e il suo sguardo che non dimenticherò mai. Così bello, che il giorno prima non l’avresti detto; e il giorno dopo era lì, ma si nascondeva bene. Non l’avresti detto.

Una notte di quelle che segnano la tua vita ma non ne fanno parte, perché quello che vi è successo poteva succedere solo in quel momento, tra quelle persone, in quel luogo, in quel modo; senza preavviso e senza un seguito. Come quei sogni che al risveglio ti lasciano sull’orlo di un abisso di malinconia.

* * *

Ho imparato cosa volesse dire fare l’amore da una ragazza che non amavo; due mesi che ricordo come la mia occasione perduta, ma senza rimpianto. Non che avessi le idee confuse, prima, ma date le mie esperienze precedenti stavo abbandonando le speranze. Con la ragazza che amavo avevo sempre fatto sesso, mai l’amore. Tanto per farsi del male.

Poi non è colpa di nessuno; è proprio questione di approccio: non guardate me se volete il maschio denim che faccia violenza sui vostri 500 euro di completino alla moda per 15 minuti di sesso selvaggio, o il tranquillo maschio da riporto i cui ormoni trovano accettabile la copula di quel sabato sera in cui le vostre amiche hanno altri impegni, al cinema non c’è niente, e al videonoleggio avete già visto tutto; non potrei mai soddisfarvi, ecco, perciò non vi incaponite e girate lo sguardo altrove; non che fate i sorrisoni e spergiurate “ma no, sei carinissimo, mi piaci un sacco”, e poi nel cestino trovo i brandelli dei vostri 500 euro di completino e un giornale arrotolato sbavucciato. Eh.

* * *

Ho bisogno di essere salvato dal desiderio di farle coccole per ore. In alternativa, sapreste indicarmi un modo sicuro di distinguere preventivamente chi ama le coccole da chi invece no?

L’inutile opinione del Dottor Iefotte sulla vileggiatura elettorale 2008

StM - Friday, 7 March 2008, 0:39 - informazione e TV, lettere alla redazione, pensieri, scritti

Egrimio Dottor Iefotte,

mi chiamo Gilberto e di lavoro faccio l’esemplare di Gilberto nel Museo dei nomi che non sembrano esistere veramente e poi scopri che invece sì di Pavia. Sono uno dei tanti lavoratori precari che vivono in questo Paese, sempre sul chi vive perché da un giorno all’altro qualche personaggio famoso potrebbe chiamarsi Gilberto (ne è passato di tempo da quello buonanima) e improvvisamente non ci sarebbe più bisogno di me; perciò il mio datore di lavoro mi ha assunto con un contratto a progetto, essendo il progetto “prevenire che cada polvere in una zona circoscritta [alle mie suole] del pavimento del museo”.

Le sto scrivendo per porle una domanda, per avere il suo parere di esperto su un dubbio che, con la mia scarsa cultura e, devo ammettere con vergogna, la mia scarsa propensione ad informarmi costantemente, giorno dopo giorno, su quel che accade nel mondo, non so risolvere da solo. Vede, io come tanti altri in questo paese non capisco mai se le cose stiano andando in meglio o in peggio, se un governo stia facendo bene o male, se le persone che abbiamo votato siano oneste o no, se da tutte le parole che si fanno poi esce effettivamente qualcosa. Da qualche anno non guardo più nemmeno il telegiornale, perché mi sembrava che quando finiva ne sapevo tanto come prima che iniziasse. In questo modo non ho mai un’opinione su nulla, perché nemmeno so che esiste, questo nulla; e quando parlo con qualcuno che invece il telegiornale lo guarda, e sento la sua opinione, magari mi viene voglia di farmi spiegare su che nulla è, questa opinione, perché io non lo conosco; e a quel punto vedo che nemmeno lui me lo sa spiegare, questo nulla, così rimane nulla, con la differenza che lui ci ha sopra un’opinione e io no.

Però con queste elezioni ho deciso di riaccenderla ogni tanto la televisione, per vedermi i telegiornali, almeno quelli, che lo so che sarebbero meglio i giornali, ma io i giornali li associo alle uova, ché se le vai a comprare li usano per incarterle, e io alle uova sono allergico. Anche se ho guardato un po’ di telegiornali non ho capito, Dottore, una cosa: ma io secondo lei chi dovrei votare? Le spiego. Della mia posizione lavorativa le ho già detto: ho superato la soglia dei trent’anni e non ho ancora trovato la stabilità economica sufficiente a pensare di farmi una casa e una famiglia per conto mio. Io non so cosa succede là fuori, ma vedo che i miei colleghi (Elide, Gervasio, Gildo, che saluto… questi sono quelli che conosco di più, perché siamo sistemati in ordine alfabetico) sono nella mia stessa situazione; e se lo sono loro penso che almeno qualcun altro in Italia ci sarà, che ha di questi problemi. E allora mi chiedo: non sono problemi che si possono risolvere andando al governo?

Ma sì, penso di sì. Solo che non sembra. Sono giorni che accendo la televisione e vedo che parlano di aborto. In un paese che sta rapidamente esaurendo le sue possibilità di avere dei genitori in grado di badare ai propri figli, c’è qualcuno che pensa sia necessario discutere i cavilli di una legge di trent’anni fa. C’è questo signore, Giuliano Ferrara, che addirittura ci ha fatto la lista sopra; io ad essere sincero non so a cosa possa servire, ma mi ricorda tanto gli uccellatori che dispongono le reti e poi fanno alzare all’improvviso uno straccio con una cordicina, così gli uccelli scappano spaventati dallo straccio, ma finiscono dritti dentro la rete che sta dall’altra parte. Io non capisco, Dottor Iefotte, ma per fare andare avanti un paese come si fa? Com’è che si è sempre fatto? Si fanno documenti di programmazione abortiva e missionidipacista tutti gli anni? Ma non era una economia in salute la chiave di volta del benessere, come ci diceva un mio professore a ragioneria?

Sono nelle sue mani, Dottore. Io più mi arrabatto e meno capisco se c’è qualcuno che abbia almeno la volontà di risolvere i problemi del Paese. Lei può darmi qualche suggerimento? Forse ho scritto troppo, ma si senta libero di tagliare, giacché in fondo è per avere una sua risposta, e non per rileggere la mia lettera, che le ho scritto.

In fede,

Gilberto Ogivi

Risposta:

Caro Gilberto, la sua lettera è una manna dal cielo! Riempie alla perfezione lo spazio della mia rubrica, senza richiedere da parte mia niente più che un paragrafo di risposta, visto che francamente non ce n’ho per il cazzo neanche questa settimana. Si senta libero di scrivere ancora!

Dott. Casimiro Iefotte, dissapienzologo.

Don’t you dare (Windows XP comincia a mostrare i suoi anni)

StM - Tuesday, 4 March 2008, 0:31 - geek, acaro e nerd, software e OS

Il mission statement del weekend era “cambiamo il disco fisso al portatile nel solito modo indolore di trasferire le partizioni quasi pari-pari dal vecchio al nuovo”. Da 120 a 250 GB in un pomeriggio (credevo).

Linux: crea partizioni, cp -ax diqquì allà, vi grub.conf, vi fstab, grub root setup, traghettamento completato.

Windows: crea partizione, carica linux, dd if=diqquì of=dillà, carica windows, partition magic ridimensiona partizione, prova l’avvio. Stop 0×0000007B, riavvio immediato (ho dovuto fare una fotografia -.-). Mastruzzi che non ricordo, forse riduco al minimo la dimensione della partizione, eventually scompare il BSOD; però si lamenta che non trova %SYSTEM_ROOT%. Modifico boot.ini; a-ah!, il login; user, password… connessione… disconnessione in corso. Non c’è verso di fare il login. Disco di XP, ripara installazione… neanche la riconosce. Orpo. Butto via tutto, ricominciamo da zero; faccio in modo che la partizione windows si chiami allo stesso modo del disco di partenza (multi(0)disk(0)cippa(0)lippa(0)partition(2), notazione ARC), la faccio piccola, sempre fat32, molto al di sotto del limite di 128GiB/137GB (limite delle interfacce Ultra-ATA prima della 100, e di XP prima del SP1); mi ricordo anche che la memoria virtuale era su un altro disco e la riconfiguro su quello principale. Evviva, login! Bravo, installa i driver del nuovo disco, riavvia… logi… ah. Again, disconnessione immediata al login. Converto in ntfs - nada. Riprovo i passi tali e quali, stavolta non va. Ripara installazione - stavolta la vede, ma pernacchia. Nuova installazione - vede un disco vuoto, non considera quelle 3-4 partizioni da me già create. Ricominciamo da capo.

Alla fine credevo di esserci riuscito. Nuova installazione di windows xp in una partizione ntfs da 100 GB (lo sapevate che XP non permette di formattare partizioni fat32 più grandi di 32 GB, solo perché gli stanno antipatici i cluster grossi?), che tanto ormai linux ci scrive tranquillo con ntfs-3g; poi una partizioncina per i dati, un po’ più in là; forse troppo in là, perché non me la vede mica più. Poi la meraviglia di scrivere una cosa in una partizione da windows e non trovarla leggendola da linux, e viceversa; chissà dove cavolo sono andati tutti quei GB che io ho copiato ma che non ci sono più… tremo al solo pensiero. Ah, l’informatica, mon amour. Ma lo so, è colpa mia: oso pensare all’upgrade di un computer vecchio 5 anni invece di comprarne uno nuovo; me le merito tutte.

(quanto descritto sopra è un riassunto a ritagli di circa due giorni della mia vita; e meno male che tra una bestemmia e l’altra mi hanno tenuto compagnia i Watchmen)