Sollievi propedeutici ad angosciosa preoccupazione

StM - Tuesday, 30 October 2007, 19:49 - diario, fotografismi

Lagerstroemia

(solita foto che non c’entra nulla col post, ma che mi andava di mettere; non le posto nelle gallerie perché la scansione digitale fornitami dal minilab non rende un minimo di giustizia, mentre la stampa su carta fotografica è discreta - certo non me le bilanciassero a cavolo sarei più contento - ma non ho voglia di scandirla).

Da segnarsi sul calendario il mese di ottobre 2007: è successo che io abbia actually enjoyed l’andare a far compere. Oddìo, non esageriamo. I fatti dicono che sono andato in tre posti, e in ciascuno dei tre posti ho trovato UN (e non più di UN) articolo degno di considerazione. Due giacche e un paio di scarpe. Le giacche sono due per autopunizione, per aver usato sempre la stessa per 9 anni (e poi una è da mezza stagione l’altra da inverno). Le scarpe…

Poco fa ho trovato un po’ di tempo per mettere ordine nel mio scarpame, in modo da collocare da qualche parte quelle nuove. E’ successo che abbia aperto una scatola, abbia erroneamente identificato il paio di scarpe contenuto come “quelle là”, abbia in seguito trovato “quelle là” altrove, e sia quindi tornato a verificare la scatola. In pratica ho delle scarpe (estive) che avevo acquistato chissà quando e non ho mai usato. Perché mi ero dimenticato di averle. “Bello”, è stato il mio primo pensiero, “così al prossimo cambio di stagione non devo prenderne delle altre”. Il secondo pensiero è stato tuttavia rivolto alla gerontologia.

Strrrippit, Volto Nascosto, Lucca.

StM - Monday, 29 October 2007, 1:07 - il criticone

Se seguite Balloons già sapete che è uscita Strrrippit. Se non lo seguite, allora sappiatelo, sapevàtelo: è uscita Strrrippit, una raccolta di strisce a fumetti di autori italiani. Io l’ho comprato qualche tempo fa su ndanet.it, negozio online alquanto artigianale (il carrello della spesa va riempito a parole, e si paga in contrassegno) ma a quanto pare più conveniente di altri negozioni blasonati, quindi fossi in voi ci farei un pensierino.

Cosa devo dire di Strrrippit? Che la qualità è più che soddisfacente, sia come carta e stampa, sia come cura dell’edizione e contenuto. Il messaggio che traspare è che le comic strip italiane siano in buona salute. Ma c’è un però. E il però è un blando effetto “vetrina”, per cui quando cominciate ad affezionarvi ad una striscia finiscono le pagine a sua disposizione, e ne comincia un’altra. Insomma, la lettura è piacevole ma non toglie nessuna voglia: niente a che vedere con le raccolte monografiche da 200 pagine, in cui alla fine siete felici ma pure sazi (quasi nauseati, olé), qui una puntina di voglia vi rimarrà. Vedrei secondario il fatto che potreste aver già letto online diverse delle strisce presentate. Sicuramente consigliato come regalo a chi apprezza le comic strip ma conosce solo le fondamentali, o è rimasto fermo a 20 anni fa.

Passiamo alla Bonelli. Dopo non avermi stuzzicato per nulla con Brad Barron e Demian, questa volta sembra aver fatto centro con Volto Nascosto, mini-serie di 14 numeri sceneggiata da Gianfranco Manfredi (già luminoso autore di uno dei 3 fumetti Bonelli che ancora leggo volentieri, Magico Vento - un unico appunto, Gianfranco: ma i nomi dei personaggi dopo quanti bicchieri te li inventi???) ambientata alla fine dell’ottocento tra Etiopia, Eritrea, e Roma. Il primo numero è interamente africano, e il personaggio del protagonista, capace, coraggioso, ma debole, tra le altre cose mi ha ricordato quello di Nicholas Garrigan ne L’ultimo re di Scozia (anche se, dati i tempi, di influenza non si può parlare, se non andando eventualmente a monte per entrambe le opere), film che ho molto apprezzato. Le premesse per qualcosa di originale e interessante, sia sulla carta (per via dell’ambientazione mai troppo sfruttata), che alla prova dei fatti del primo numero, ci sono tutte.

Della Bonelli ho comprato anche il “romanzo a fumetti” Gli occhi e il buio. Non ne posso dire ancora nulla (se non che l’introduzione sembra interessante, e chi osa dire che i fumetti sono per gli ignoranti CI mangio le orecchie, CI), ma dato il precedente di Dragonero (non originale, ma di qualità), sono ottimista.

Ok. E adesso passiamo a Lucca. Devo ancora decidere quando andare. Sarei propenso per i due giorni, con tanto di pernottamento, giacché le ferroviedellostato mi ci vogliono fare arrivare in non meno di 4 ore :|. Ovviamente non ho ancora chiesto agli albergatori della città se vogliano o meno elargirmi pernacchie in risposta alla mia richiesta di alloggio… speriamo bene ^_^

Cheveux

StM - Saturday, 27 October 2007, 17:00 - nosce te ipsum

Ho scoperto una cosa. Ogni tanto mi capita, di scoprire queste cose fon-da-men-ta-li con un certo qual colpevole ritardo. Come quando ho scoperto la bellezza del sedere femminile, che non è stato nemmeno troppo tempo fa. Parbleu.

Ci sono tante cose che mi seducono, nelle donne. No, dai, siamo sinceri: non gli occhi. L’ultima volta che sono stato veramente rapito da un paio d’occhi, in fondo, è stato moltissimo tempo fa. La bocca decisamente sì, per un cestino di motivi e in un pagliaio di maniere. Le mani. A volte è bastato un incontro di mani per accendermi. Il naso. Sì, dai, non scherzo: è il naso che rende un viso particolare o meno, carino o meno (e io, ve lo debbo dire, sono un bacianasi olimpionico).

Mi sono sempre professato una persona che non bada all’estetica, ma disgraziatamente non mi sono mai innamorato di ragazze che non fossero carine; sono comunque convinto che si tratti unicamente di una coincidenza, ecco. Senonché, quel che ho capito tra ieri e oggi getta su tutto quanto una fosca luce d’intrigo.

Ho ripensato a tutte le volte in cui mi sono sentito morire per qualche aureolata fanciulla, e ho rilevato un comune denominatore: i capelli. Nei momenti in cui più morivo per loro, quel che mi colpiva erano i loro capelli. Quel ciuffetto che cadeva giù fino alla bocca, quel grazioso ondeggiare mentre Elle camminavano, il buffo scompiglio portato dal vento, il loro soffice e setoso abbraccio quando mi scivolavano addosso o tra le mani, il giocare ad arricciarseli tra le dita, quel taglio che giocosamente scopre appena un sensualissimo collo, la noncuranza nel portare a spasso una tale esplosione di bellezza, come se non fossero armi proibite da almeno tre convenzioni internazionali.

Probabilmente, in effetti, c’è un taglio di capelli che espone il mio cuore più di altri. Ma non vi rivelerò quale sia; sennò poi tutti, uomini e donne, ve li tagliate così solo per farmi dispetto. Ecco.

(Bentornati su questi schermi. Io sono appena uscito dagli 11 giorni più stressanti della mia vita. E voi?)

Son stanchino

StM - Wednesday, 24 October 2007, 20:39 - diario, fotografismi

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Le proprietà curative dei fratelli Marx

StM - Saturday, 20 October 2007, 18:57 - diario, opere altrui

C’è questa storia di un uomo che per una certa ragione decide di farla finita; ma non è un cuordileone e all’ultimo momento la canna si sposta, ferendo mortalmente uno specchio o qualcosa del genere (brutto mestiere quello degli specchi, nel cinema). Come in un sogno l’uomo si butta in strada e comincia a vagare per la città senza meta, fino a che non decide di entrare in un cinema, senza nemmeno sapere cosa stessero proiettando.

Era un vecchio film dei fratelli Marx. L’uomo sulle prime si trova in quel posto come in qualsiasi altro, forse aveva deciso di entrare per stare al buio. Ma poi comincia a guardare il film. E dopo poco comincia a ridere.

(Hannah e le sue sorelle).

Per Woody Allen i “vecchi film dei fratelli Marx” sono davvero uno dei motivi per cui valga la pena di vivere (lo afferma anche in Manhattan, se la memoria non m’inganna). E non ha tutti i torti. Oggi ho attaccato a vedere Go West, e ho riso dall’inizio alla fine. Non sapete quanto ne avessi bisogno.

Come è giusto che sia, per qualcosa che nasce dal teatro, alcune cose si ripetono di film in film. Per esempio Chico ha sempre una gran voglia di suonare il piano (“Oh, meno male, temevo che non me lo avresti chiesto”), con quella sua buffa mossa della mano a pistola. Groucho ha l’abitudine di entrare a testa bassa, ad ampie falcate, con sigaro e baffi, nei momenti e luoghi meno opportuni; salvo poi comportarsi come se fossero gli altri a disturbare. Harpo è muto, dispettoso irriducibile, e tipicamente capita di vederlo inseguire qualche giovine donzella impaurita da un lato all’altro dello schermo; ah, e poi suona l’arpa, e sì, da questo deriva il nome d’arte.

Barzelletta

StM - Friday, 19 October 2007, 23:56 - belinate, diario

Da piccolino andavo spesso a trovare la mia cugina di secondo grado. Per un po’ siamo cresciuti quasi insieme. Poi, com’è come non è, il mio nucleo familiare ha deciso di credersi isolato dal resto del parentame, e non contento ha pure deciso di sparpagliarsi ai quattro venti. Ma questa è un’altra storia.

La cugina amava raccontare barzellette. In realtà ne conosceva una, e quindi quella raccontava. O forse le piaceva particolarmente. Insomma che la raccontava di continuo, ancora e ancora. La barzelletta è questa, che conoscete già:

Due serpenti al ristorante. A un certo punto uno chiede all’altro: “Scusa, ma noi siamo velenosi?”. “No. Perché?”. “Meno male, perché mi sono appena morso la lingua.”.

Rideva ogni volta, bontà sua.

Stasera, complici le 20 ore di sonno arretrato accumulate durante la settimana, ho creato la versione riveduta e corretta (e oserei dire definitiva) della suddetta barzelletta. Per l’esecuzione, titolo preferenziale costituirà la conoscenza di almeno una lingua del Sud Italia (il seguito è un mix, frutto di anni di contaminazioni).

Ci stanno due serpenti al ristorante. A un certo punto uno chiede all’altro:

-Ma scusa, Calogero, ma che noi siamo velenosi?

-Stamme a sentì’, Cosimo, che se stai pe’ dire quello che penso che stai pe’ dire, io vengo lì, ti piglio, t’annodo, ti slego, ti stiro, te me ce faccio una cintura e mi t’indosso; che poi quando me vengono a chiedere, “Ma il tuo amico Cosimo come sta?”, io ce dico, “bene”, ce dico, “salvo un po’ con il completo blu che non s’accorda”. Che volevi dì’mme, comunque?

-Dai, nun te perdere in chiacchiere e dimme, siamo velenosi o no?

-No, pecché, che c’azzecca?

-Ma li mortacci sua, jelo sapevo che pe’ sicurezza ce dovevo sparà’ pure un corpo de rivortella. Scusame tanto, Calò’, tengo un impegno urgente.

Nelle edicole non c’è più nulla

StM - Saturday, 13 October 2007, 13:20 - diario, informazione e TV

Entravo nelle edicole come nel paese dei balocchi. Così tante cose da vedere, da confrontare col budget, da girare e rigirare per cercare di intuirne il valore, da sfogliare di straforo. Quando ero ragazzino nelle edicole c’erano i libretti a mille, duemila, tremila lire (che oggi vi vendono in libreria, pieni di polvere e con il bollino da 4 euro incollato sopra, non si sa perché): e edizioni mica da ridere, prefazioni e introduzioni coi controfiocchi, traduzioni dignitose, titoli di primo piano (Dracula, uno dei tremilalire che ricordo con più affetto). Quando ero ragazzino era l’epoca delle riviste di videogiochi che, in particolare, cominciavano ad uscire coi floppy, e poi col ciddì allegato; quando ancora internet non era “free”, e anche quando lo era ma era lenta, ti portavi a casa il tuo bel carico di svago elettronico mensile e spulciavi il supporto magnetico/ottico fino a raschiarne il fondo, per essere proprio sicuro di non perderti nulla. Ah, be’, certo, leggevi anche la rivista.

Quando ero ragazzino, Lupo Alberto e Dylan Dog, per dirne due, erano fumetti interessanti, fenomeni di costume, ciascuno a suo modo. Non aggiungo nulla a ciò che penso di Dylan Dog (se ve lo siete perso usate la di ricerca, che funziona tanto bene); di recente ho preso un albo di Lupo Alberto è l’ho trovato tutto un po’ sciapino, adoscelenzialeggiante ma sul fronte superficiale. O ho avuto un abbaglio per anni, o qualcosa s’è perso, perché non ho mai avuto, in generale, un grande interesse per quello che ho ritrovato ora a distanza di anni. Fortunatamente l’offerta fumettistica, complessivamente, non dev’essere realmente peggiorata, se penso che c’è un certo Rat-Man che va a ruba.

Già, cazzo. Va a ruba. Non lo trovo MAI. In edicola trovo giusto quel paio di serie Bonelli che ancora leggo (Dampyr e Magico Vento); per il resto, ogni tanto vado in fumetteria con una pila di sacchi di juta e il furgone.

Quando non direttamente online. Già. L’acquisto, o direttamente la fruizione online dei contenuti, ha ucciso l’edicola. Non compro giornali, anche perché quando me ne trovo uno in mano ne trovo interessante un 5% se va bene. Non compro più riviste di informatica, e quasi più riviste di videogiochi. A parte forse quelli di Ciak, non compro ovviamente i fa-vo-lo-si film in divuddì allegati alle riviste (o stand-alone con i necessari trucchi paraculi degli obbligatori abbinamenti editoriali col foglio da carta igienica: tu compri la carta igienica, e hai *allegato, non vendibile separatamente*, il film), che se ti interessavano li avevi già comprati alla loro uscita, e se non ti interessano tanto sarai costretto a vederli due giorni dopo in tivvù.

I libri, non ho ancora capito che fine abbiano fatto. Probabilmente bruciati dal corpo speciale dei pompieri, e magari trovate in giro gente che ha stampigliato “100 pagine, 1000 lire” sulla nuca, e che ripete tra sé e sé una litanìa indistinguibile.

L’ingresso in un’edicola, alla fin fine, è per me ormai piuttosto desolante. Qualcuno le ha chiamate in modo ficcante “bazaar”. E dire che una volta avevo la stessa aspirazione sua. Ma l’edicola-generation volge al tramonto.

“L’ultimo giorno”, e speriamo non sia l’ultimo corto!

StM - Thursday, 11 October 2007, 22:49 - segnalazioni

L’ultimo parto della Meow Productions si apre con una scena di escursione focale dell’inquadratura, che è accademia (e un po’ incerta agli estremi, ma forse non usa oliare gli obiettivi, vero? :D) quanto vogliamo, ma lascia ben sperare per il resto. E la qualità visiva de “L’ultimo giorno”, infatti, è sensibilmente migliore rispetto ai cortometraggi precedenti, oltre che la sperimentazione (registica, essenzialmente) più ardita.

Gli stessi Meowproduttori narrano di come questo corto sia il loro lavoro più ambizioso fino ad oggi, e di come sia stato difficile metterlo insieme. Non stento a crederlo, anche perché questa volta la sceneggiatura di Obi-Fran è una traccia che, per quanto dettagliata, richiede moltissimo alla capacità espressiva (e non solo tecnica) di regista, attori, addetti alla fotografia, e dello staff tutto quanto - così non dimentichiamo nessuno.

Ho trovato nella sceneggiatura qualche sparuta lacuna di implausibilità, o se non altro di mancanza di mordente - un cliché, per dire, rischia di cadere sia nell’una che nell’altra casistica; a queste lacune delle sceneggiature in genere vengono in soccorso gli attori (e il regista) con le proprie capacità, ma questa volta i salvataggi poche volte sono stati toccati dal sacro fuoco dell’ispirazione (più dal lato degli attori che da quello del regista, comunque); per fare un esempio di scambio di battute più banale del necessario, affossato definitivamente dalla poca convinzione attoriale: l’ultimo saluto tra i due amici.

Per finire di toglierci il dente delle cose che non vanno, alcune scene di grande potenziale semplicemente non funzionano. La sceneggiatura le descrive ambiziosamente, sulla carta funzionano, inquadratura e postproduzione le fanno ruggire, ma aldilà delle rimodulazione dovuta alla mancanza di mezzi, l’effetto finale non è all’altezza delle potenzialità espresse: un’aggressione non dovrebbe assomigliare a qualcuno che prima ti vuole abbracciare e poi scivola all’indietro su una banana, specie se deve comunicare il livello di imbarbarimento della civiltà umana nel suo ultimo giorno (e no, questo imbarbarimento non ha trasformato la Terra in un film dei Vanzina, adesso non esageriamo).

Comprendo benissimo che, se è la prova degli attori a lasciarmi meno soddisfatto, il motivo è l’oggettiva difficoltà del loro ruolo in uno scenario estremo come quello dipinto dallo Stefanacci (e dal Matheson, suo discepolo :D): ma, appunto per questo, forse un po’ di lavoro personale in più prima di girare non avrebbe guastato (visto che, immagino, non sarebbe stato possibile fare troppi “ciack” per la stessa scena). Nota a margine: ho trovato molto naturale e fotogenico Obi-Fran (in un ruolo secondario ma non un cameo), ma capisco che non abbia mai parlato di voler fare l’attore per il rischio che gli facciano fare da controfigura a Ewan McGregor.

La regia mi è molto piaciuta. C’è giusto qualche spigolo da arrotondare, ma se è uno spigolo per me, data la mia scarsa autorevolezza, magari è un ipercubo, o un capolavoro assoluto, per un altro. In qualche caso gli attori sono lasciati da soli a sostenere momenti di grande pathos, in cui una mano in più da dietro le macchine da presa non avrebbe fatto male… ma mi rendo conto che di certe cose non sempre ci si accorge subito. Un esempio è la scena della lettera della madre, lievemente asettica.

La fotografia e la postproduzione sono ottime (poi non pretendiamo Deep Impact con i vostri soldini, eh, anzi, esempio sbagliato perché sarebbe uno spreco dei vostri soldini), le musiche all’altezza (bravo Rockin’ Obi!, tra l’altro fanno parte del materiale scaricabile), e nel complesso il corto è coerente e godibile, anche (forse soprattutto… è un po’ quello che mi succede con Kusturica, per dire) alla seconda visione. La sensazione poi è che non sia solo l’ultimo capitolo di una trilogia, ma anche il primo passo verso qualcosa di nuovo, maturo, a cui qui si spera di poter assistere quanto prima.

E adesso, figlioli, correte subito a placare la vostra sete di conoscienza e sollazzo sul nuovo fiammante Meowsito, pieno di cose sbrilluccicose ed interessanti che faranno la gioia dei meowfan. (Un unico appunto: il micio al lato del “frame” copre le ultime lettere a destra, spostategli la lettiera un po’ più in là!).

Ordinare cose a caso e passarla liscia

StM - Tuesday, 9 October 2007, 19:39 - IT and me

L’unità DVD del mio Acer Travelmate 803LMI, dopo 4 anni (ma anche dopo 2 e mezzo, a dire il vero), aveva cominciato a dare segni di cedimento. In particolare si rifiutava di leggere tutti i miei dvd porno preferiti, e capite bene che era inaccettabile (non è vero, non mi leggeva i dvd con i miei cartoni preferiti, ma non posso dirlo per via della mia reputazione). Così di tanto in tanto ho fatto ricerche per trovare un sostituto, forte della Tecnologia Acer Mediabay, che a quanto avevo capito pareva uno slot standard su tutti i prodotti Acer per lettori cd, dvd, floppy, e fors’anche batterie di riserva. La settimana scorsa l’ho trovato, il sostituto, e l’ho ordinato. Fa mica nulla se è per il TM6410/TM6460, no? Tanto c’è l’Acermediabei.

Oggi arriva il mio bel masterizzatore dvd dual layer nuovo, apro, sembra proprio come il mio, estraggo l’unità dal portatile… uhm…

I connettori sono uguali, ma sono posizionati diversamente. Ruotati di 180 gradi l’uno rispetto all’altro, e traslati di 1 cm. Detto con la massima modestia, ho immediatamente compreso il valido motivo di questa essenziale scelta di progettazione. Mi è passato di mente, però.

Prima che gli organi riproduttivi cominciassero a flottare a mezz’aria per il movimento rotatorio, ho torturato il nuovo acquisto con un cacciavite, facendomi confessare quasi subito (ah!, il vigliacco) che in realtà sotto un solo strato di adattatori l’interfaccia comune C’ERA. E’ bastato quindi scambiare tali adattatori tra l’unità vecchia e la nuova, buttare tale unità dvd nello slot, e perlomeno su linux (su windows vedrò a novembre quando lo avvierò) ha funzionato subito senza patemi. Evviva.

(se qualcuno volesse mai il cimelio che ha permesso a StM di vedere tanti carton… ehm volevo dire porno, consideratelo messo all’asta)

Il 18-200 di cui tempo fa, avvertenze

StM - Sunday, 7 October 2007, 21:22 - fotografismi

Ho come il sospetto che l’obiettivo Nikkor 18-200 ecc. ecc. non sia in grado di sopportare due filtri avvitati contemporaneamente (non ho idea di cosa succeda con i Cokin).

Fenomeni di vignetting con due filtri avvitati su Nikkor 18-200

Potete gioiosamente notare gli angoli inscuriti. Va detto che uno dei due filtri non era strettamente necessario (era solo un proteggilente, che non ho tolto per pigrizia), e l’altro era un polarizzatore un po’ più spesso del normale; in più, fortunatamente il “vignetting” si presentava solo fino a 24 mm di focale, e quindi qualche scatto indenne ce l’ho.

Piuttosto: non so se sapete che seccatura sia, il fatto che i panorami e le inquadrature migliori sono inutilizzabili perché visualizzabili unicamente sulla riga di mezzeria di strade trafficatissime, o a bordo strada di strade senza bordo per chilometri in ambo le direzioni (magari con crepaccio annesso, toh).