Strangers in Paradise. Avessi capito il titolo mi sentirei più completo.
StM - Sunday, 29 July 2007, 15:27 - opere altrui
I’m kinda going berserk with english, ‘u know…
D’oh.
Sto approfittando delle ferie per leggere, un po’ di tutto, principalmente fumetti, principalmente in inglese (essendo la lingua originale). Tra le altre cose ho risolto il dilemma del formato in cui acquistare Strangers in Paradise: la pratica, economica, un po’ spartana ma completa, edizione Pocket Book, 6 volumi da trecento e rotti pagine ciascuno, di cui il sesto dovrebbe uscire il 27 settembre. Il formato è piccolo e la carta porosa, ma a dispetto di quello che crede il collezionista invasato medio di fumetti pare che sia possibile leggere e apprezzare la storia anche in queste condizioni. Di tutte le 1500 pagine da cui sono passato fino ad ora, ho avuto problemi di lettura solo su UNA (una poesia scritta su uno sfondo scuro, la cui decifrazione ho abbandonato; ma del resto ho abbandonato la decifrazione di diversi testi scritti in un corsivo leggibile ma incomprensibile, con le I che sembrano punti di domanda, “d” indistinguibili da “el”, “v” indistinguibili da “n” - tanto per dire che mi chiedevo chi diavolo fosse questo Daniel; io sapevo di un David, nella storia; oh, be’).
Ora mi chiederete: e a noi che cce…?
Voi dovreste leggere Strangers in Paradise. Perché? Perché lo dice Neil Gaiman:
What most people don’t know about love, sex, and relations with other human beings would fill a book. Strangers in Paradise is that book.
Mica male come referenza, no? Se non sapete chi è Gaiman vi lascio vivere solo perché fino a qualche tempo fa non lo sapevo neanch’io, ehe. Ora, non crediate che il tutto siano 2100 pagine di smielosità (ok, ok, un po’ ce n’è). S.i.P. è divertente: Terry Moore sprizza umorismo sia verbale che grafico, con un gran talento nella resa delle espressioni facciali (anche caricaturali, è vero, ma molto umane) e del dinamismo. S.i.P. è appassionante: uno dei filoni narrativi tiene col fiato sospeso nientemeno che con faccende di potenti organizzazioni criminali, FBI, assassini spietati. S.i.P. è elastico: nel corso della storia si assiste a decine di cambi di registro, che lo rendono una delle storie più emozionalmente complete che io abbia letto.
Come tutt’e cose, S.i.P. non è esente da difetti. Ci sono incongruenze, cose che non reggono, alcuni momenti fiacchi (giusto nel quarto volume sono incappato in una manciata di evoluzioni acrobatiche da scrittore che suggeriscono “ho esaurito la fantasia” oppure “ho sbagliato tutto”, ma poi si riprende), certe ridondanze che un cinico come me non può evitare di sorvolare per non rovinarsi il gusto della lettura. Pur considerato tutto questo, S.i.P. è una esperienza da farsi. E non accetto obiezioni.
Il mio consiglio poi è di leggerlo in lingua originale. Perché? Una risposta è nella vignetta lassù in cima (tratta dal quarto volume dell’edizione Pocket Book): come lo traducete quel gioco di parole, in italiano? Così come è a prova di Paolo Limiti “I don’t have issues, I’ve a complete library going on here”, o qualcosa del genere. Senza contare poi le acrobazie che devono fare i poveri traduttori con le poesie (molte abbastanza semplici, in realtà - e anche un po’ noiose, ehm) e le canzoni. E le scurrilità in inglese nella loro versione mascherata e pudica sono spassose (suppongo che “frikking” stia a “fucking” come “flettuto” sta a “fottuto” :D). E poi ci sono certe piccolezze, sfumature… a un certo punto Francine parla di Katchoo; dice che vivere con lei “is like being near a star“; quando l’avevo letto in italiano, era stato tradotto “è come essere vicino a una star” - ok, star del cinema, della musica, dello showbusiness; quando l’ho riletto in inglese, e ho letto star, ho pensato alla stella: la stella, una di quelle cosine luccicanti del cielo notturno; non quelle lampeggianti, le lucciole, quelle lassù in cima, uff, sveglia; e be’, è vero che il significato in entrambe le lingue è lo stesso, ma il contesto è completamente differente: sentire star in mezzo alle sue amichette parole inglesi invece che a ostili parole italiane, be’, lascia intendere molto più della banalizzazione della traduzione. Vivere vicino ad una stella. Ho trovato che fosse molto bello. Voglio dire, per quel femtosecondo in cui i milioni di gradi Kelvin non ti causano la sublimazione.


