RAI - Lo spauracchio del canone è sventolato per farci fare la scelta sbagliata
C’è chi il canone non lo vuole più. Ragionamento: la televisione pubblica ormai fa schifo; la televisione commerciale segue il mercato; la mano invisibile del mercato mette sempre a posto un sacco di cose; allora abolendo la televisione pubblica avremo una sana concorrenza che migliorerà la qualità generale dell’offerta. No? Emmisadinò.
Come antipasto, vogliamo parlare della possibile messa online a disposizione di tutti gli utenti italiani dell’archivio RAI (alla quale cosa gli internet provider plaudono, chissàppoiperché)? Quale televisione commerciale farebbe questo? E tuttavia la questione va oltre, molto oltre.
In genere si usa la parola “pluralismo” unicamente con connotazioni politiche, anche perché una volta i canali commerciali non esistevano; ci fu un interludio in cui televisione pubblica - in mano alla politica - e televisione commerciale - sulla carta in mano ai “privati” - potevano sembrare cose diverse; poi la televisione pubblica si adeguò a quella privata come contenuti, e tuttavia “pluralismo” tornò a significare “politica”, soprattutto dacché il visconte dimezzato in altezza fece la sua discesa in campo.
In tempi di presunto monopolio canalistico, ovvero durante la legislatura precedente, si diceva che la RAI era stata incaricata dello specifico compito di fare schifo, per favorire certa concorrenza. Forse, chissà. E forse un destino non diverso fu destinato a La7 che, pur con tutto ciò, rimane, insieme a RAI3, quanto di più vicino esista alla televisione che vorrei poter vedere. La televisione come servizio di pubblica utilità, e non solo come svago, come specchietto per le allodole.
La televisione italiana è stata colpevolmente omogeneizzata su format commerciali ad alto tasso di spettacolo e impatto immediato, ma privi di contenuti. Sapete perché? A vederla con malizia, perché questo genere di trasmissioni meglio predispone la mente ad assimilare passivamente i “consigli per gli acquisti”, così come tutta una serie di suggerimenti poco tangibili riguardo alla nostra vita; al contrario, negli intervalli di trasmissioni intellettivamente stimolanti, gli spettatori se ne sbattono della Vodafogn o del vibratore Foppapedretti, e se va bene (male per gli spot), si mettono anche a discutere con le altre persone presenti. Gli interessi privati del mondo del commercio hanno dunque preso il posto del diritto di ciascuno di essere informato, educato, istruito, considerato cittadino. Ma forse il motivo è un altro, meno da paranoici complottisti. Scrive Ted Turner in un interessante articolo in cui fa una panoramica del mercato televisivo statuinitense, come si è sviluppato intorno alla sua CNN:
The Forbes list of the 400 richest Americans exerts a negative influence on society, because it discourages people who want to climb up the list from giving more money to charity. The Nielsen ratings are dangerous in a similar way–because they scare companies away from good shows that don’t produce immediate blockbuster ratings. The producer Norman Lear once asked, “You know what ruined television?” His answer: when The New York Times began publishing the Nielsen ratings. “That list every week became all anyone cared about.”
Per dirla con una parola “in italiano”: Auditel. Se ne parla da secoli in termini non lusinghieri, ma è sempre lì; non aggiungo nulla. Turner sottolinea anche:
A few media conglomerates now exercise a near-monopoly over television news. There is always a risk that news organizations can emphasize or ignore stories to serve their corporate purpose. But the risk is far greater when there are no independent competitors to air the side of the story the corporation wants to ignore.
Vogliamo questo? Chiamatelo pure oligopolio e non monopolio, ma come ben sa chi s’è guzzato il dilemma del prigioniero pasticciando con la teoria dei giochi, mettersi un attimino d’accordo prima anche se si è rivali, in fondo, può dare i suoi bei vantaggi. E non sono rari i casi di giornalisti zittiti dai propri direttori perché stavano pestando i piedi a qualcuno a cui dovevano baciare le mani, minchia, sputavano nel piatto in cui mangiavano, ’sti fetusi; i film in argomento si sprecano… ma in genere i cattivi sono più i politici (”Tutti gli uomini del presidente”) che non le corporation, chissà perché; voi datevi un’occhiata al documentario “The Corporation”, se vi va di sorbirvi tre ore di cose tristi. L’esasperazione a cui sembrano arrivati certi abbonatiforzatiRAI a me pare montata, ad arte, da parte di chi da tempo si frega le mani con impazienza nell’attesa del giorno del Gran Trapasso.
E quindi, questa televisione pubblica, questo canone? Li vogliamo? Io sì, decisamente sì voglio una televisione pubblica - ma perché chiamarla solo televisione? Io voglio un servizio pubblico di informazione e istruzione, quale che sia il mezzo dell’effettiva fruizione; e non vedo alternative, per avere questo, al pagamento di una tassa: che poi si chiami Canone oppure Giuliano la sostanza resta. Piuttosto, io il canone non lo pago volentieri per questa RAI, o perlomeno per i due terzi di questa RAI; forse che intendeva dire questo, il creatore della petizione?

Gran bel post. Si, penso intendesse quello, il creatore della petizione. Il problema del canone andrebbe sviscerato più a fondo, io in sostanza me ne frego perchè lo pagano i miei, e sinceramente la televisione non la guardo, per cui probabilmente non lo pagherei, vivessi da solo. Negli altri paesi che fanno? Lo pagano? Come lo pagano? Quanto lo pagano? Perchè il problema mi sa che principalmente è questo: paghiamo troppo per il servizio che ci viene reso. Penso sia un pò come il discorso del ticket sui farmaci “comuni”: è bene che ci sia, per non far abusare i drogati di farmaci, gli insicuri, i depressi e gli ipocondriaci, ma non deve costare troppo. Deve essere simbolico. Così imho dovrebbe essere il canone. Evviva.
Obi-Fran Kenobi
22 Dec 06 at 23:52
molto bello e interessante qui, ripasserò.
:)
camee
23 Dec 06 at 23:32
:O
Detto da Lei, oltre al cuore mi riempie anche un po’ di pancreas di gioia ^_^”’
StM
24 Dec 06 at 0:04
Un pezzo davvero intelligente e controtendenza, in genere e’ piu’ facile e ruffiano sparare contro qualsiasi tributo dovuto.
Negli altri paesi europei si paga ed e’ molto piu’ alto l’importo,
(http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/canone.asp#canoneEuropa).
Tolto il canone verra’ giu’ anche quell’isola felice di autonomia che e’ RAI 3 e in genere quella fetta di programmi che non sono fatti solo per vendere.
E’, come dire, una scelta di “riduzione del danno”
Max
28 Dec 06 at 15:32
Tre complimenti da tre autori che seguo con entusiasmo… ma io questo post lo ripubblico a cadenze regolari! xD
Grazie Max per la segnalazione del link. In effetti… 100 euro cosa vogliamo che siano, in fondo?
E non dimentichiamo che la RAI è una azienda italiana, che sarà anche anticoncorrenziale quanto vogliamo, ma qui non si tratta di sfornare motori e gomme, si tratta di sfornare cultura - e allora io voglio cultura italiana di prima scelta, non cultura sottocosto dall’Europa orientale o dalla Cina -.-
StM
28 Dec 06 at 15:54
StM
10 Jan 07 at 9:53