Chiusi per fiere

StM - Saturday, 29 July 2006, 19:53 - diario

“…non lascerà forse egli tutta l’asse da stiro, per andare a cercare quell’unico paio di pantaloni che si sono perduti?”

Qui si parte. Si sta ancora cercando col lumino due paia di pantaloni che dovrebbero esserci ma non ci sono, si sta nel frattempo stirando tutto il guardaroba della Famiglia Reale Britannica (scusi sora Elisabetta, che ne sapevo che si bruciava già con la stirella sui due pallini?), si sta predisponendo il supporto tattico informatico in casa (eee, faccende…), insomma s’ha ancora da fare ma il giorno fatale è quasi giunto. Per nove giorni navigheremo lontano da qui.

Giustamente, prima di partire s’è voluto assaporare qualcuna delle quotidiane rotture di balle di cui non si sentirà la mancanza.

Come la signora F., che dopo anni oggi ho provato a risalutare, e subito ha cercato di assegnarmi un qualche favore gratuito, trovare delle viti di un fax o qualcosa del genere, in virtù del fatto che sono “del ramo”.

Come la signora R., che odia la vita tranquilla, ma non solo per sé, anche per chi le sta vicino.

Come una ##### di scheda madre probabilmente torda, o 3 moduli di ram difettosi, al ritorno sceglierò (ho capito cosa NON comprare su ebay).

Come la telefonata che devi fare e invece rimandi rimandi rimandi, e “oh, ormai è tardi” e non la fai.

Come l’accidente che ti è venuto per l’aria condizionata, e che ti rende estremamente difficoltoso parlare, sicuramente più che tossire; altrimenti chissà quanti vaffanculo e santi avresti tirato giù in giornata.

Come il pensiero che non sai quel che trovi, ma sai quel che lasci; e quel che lasci forse non sarà nulla di eccezionale, ma le sue gemme di bellezza, di tenerezza ce le ha anche lui. E poi sarà lì, ad aspettarti pazientemente, pronto a ributtarti nella mischia al tuo ritorno, come se non gli fossi mancato.

E adesso, strada al timore sacro di dimenticarsi lo spazzolino.

La comodità di avere il posto prenotato su un InterCity

StM - Sunday, 23 July 2006, 17:01 - pensieri

Un giorno venne l’idea a qualche coglione di Trenitalia di dire: “Oh, bene, ora per salire su un InterCity ci va la prenotazione obbligatoria”.

Cosa successe? Successe che i viaggi molto gettonati finivano sempre i posti. E così il viaggiatore era costretto a prendere il treno dopo, oppure prenotare un posto sul treno dopo, MA prendere lo stesso il treno che s’era prefissato, tenendosi pronto a vendere cara la pelle col controllore rompiballe. Inutile ragionare dell’effetto domino della cosa… immaginatevi il treno dopo, prenotato all’orlo ma che parte semivuoto.

Un altro coglione di Trenitalia, comunque, decise che forse non era stata una grande idea rendere obbligatoria la prenotazione; ed è così che adesso è possibile di nuovo salire su qualsiasi treno, con il sovrapprezzo della tariffa Flexi. Sarebbe a dire: non ti garantiamo che ti potrai sedere, e ti facciamo pure pagare di più.

Ma non è tutto. Nelle biglietterie automatiche è SEMPRE NECESSARIO indicare di voler prenotare un posto su uno specifico treno, ANCHE se si vuole un biglietto Flexi. E se i posti sono esauriti su quel treno, non avrete il biglietto. Stesso metodo di sopra, fingete di voler viaggiare su un altro treno.

Io mi profilo uno scenario in cui tutti i treni saranno prenotati fino al 2008, ma viaggeranno sempre vuoti.

Viva il monopolio delle teste di cazzo.

A chi è in cerca d’amore

StM - Monday, 10 July 2006, 23:31 - pindaro

E a chi l’ha trovato, ma nel posto e nel momento sbagliato.

Non siete in errore. La ricerca vale il vostro tempo, la posta in palio vale la vostra puntata. Potreste non vincere mai, ma ciò NON significherebbe perdere sempre; una sconfitta sarebbe invece l’abbandono, il ripiego, l’autoillusione. Non è forse illusione l’amore, domandate? Vero, cari lettori che usufruite della chiamata parapsicologica in trasmissiome, ma è un’illusione più forte di noi, è un enigma che non possiamo decifrare - e se vi riusciamo, non è ciò che stiamo cercando.

Amore. Il suono di questa parola è l’onomatopea di un bacio sulle labbra; del sommesso richiamo disperato, della presa di coscienza di un uomo solo nel buio di una nuda collina stellata; ha la stessa dolce leggerezza di un bambino che in braccio a sua madre comincia farsi una ragione di avere tutto un nuovo mondo da scoprire. E noi nella vita vogliamo qualcosa di meno? Oh, no, signori, no. Noi vogliamo tutto, nella vita, e non sarebbe tutto se mancasse la cosa più bella.

Non mi si fraintenda. Di amori con la a maiuscola se ne sono avvistati a milioni, a stormi, a frotte, a banchi; mere illusioni gnoseologiche, prosciutti negli occhi filosofici o per meglio dire ormoni, convenzioni sociali e false convinzioni a iosa. Il concetto di amore è soggettivo, per cui a ciascuno il compito di cercarlo, individuarlo, e abbatt… e conquistarlo.

Torniamo coi piedi per terra, e per la precisione al titolo-dedica. Ci sono persone che vogliono tutto oppure niente. Sono coloro che mi va di elogiare stasera, ma non crediate che non ci voglia coraggio per fare qualsiasi altra cosa: anche il coraggio è soggettivo, e ogni uomo sulla faccia della terra ha le sue occasioni per essere, magari inconsapevolmente o anonimamente, eroe. Che culo, essere eroi in un film che non verrà mai distribuito nelle sale. Sto per caso divagando? Sì? Dev’essere l’alcool: non ne ho nemmeno un po’ in corpo. A meno che lo zucchero che costituisce la mia infinita dolcezza non… oh, ecco l’effetto di non scrivere da troppo tempo… stavo dicendo?

Pare un marchio d’infamia essere soli. Non è solo il fatto di non avere nessuno da paciugare se siete in vena di paciughi, ma c’è anche un senso di colpa per la propria solitudine: “la società degli uomini vuole che io abbia una compagna, questo s’aspetta da me e io la sto deludendo”. E così che trovi una massa di cretini che si sposa troppo presto, travisando completamente i propri sentimenti, il proprio compito, e non ultime le proprie aspirazioni. E magari non se ne rendono conto e vivono felici e contenti fino alla morte. Qual è allora la differenza con chi fa ciò che vuole veramente fare ed è felice per questo? Assolutamente nessuna. Anche la coscienza di sé e la felicità sono soggettive.

Eppure mi voglio sciogliere dal vincolo che mi autoimpongo, dell’inutilità dei giudizi in quanto inapplicabili al di fuori del proprio giardino, indipendentemente da quante tinteggiate diamo alla nostra casa per farla somigliare a quella altrui: voi che preferite la solitudine piuttosto che cedere a illusioni minori, piuttosto che sentirvi prostituiti a qualcosa in cui non credete, piuttosto che rischiare di offuscarvi la mente con cose che altrimenti vi sembrerebbero sciocchezze. Voi… forse sbagliate. Forse state solo inseguendo un’illusione d’illusione, state cercando di aprire una matrioska senza fine (e poi che ve ne fareste dell’ultima bambolina piccina picciò com’è? A parte renderla protagonista di scurrili giochi verbali?). O forse… no. Forse fate bene. Forse fareste bene anche se foste nel torto. Potete avere l’aspetto di qualcuno più inadatto di altri alla vita, ma è solo la condanna dei pesci (o degli ippopotami, per fare forse un esempio più calzante, e fin simpatico -_-) fuori dall’acqua; se li metti in acqua, che andare, signora mia, che andare! In padella ancor meglio, dirà qualche buongustaio del pubblico, ma al buongustaio ricordo l’alternativa del cavallo di fiume, che in padella, almeno intero, non ci sta.

Forse un giorno vi ritroverete in un letto… di fiume, e farete vedere a tutti come sapete nuotare bene. Meglio di quanto voi stessi crediate. Forse.

(come mio solito una parte del discorso che volevo sviluppare non si inserisce da nessuna parte; ma è un bene, è sempre un bene quando succede…)

(commenti come “prooooooot” e “mbof” saranno considerati perfettamente leciti)