De Amicitia (Trilogia “Rendiamoci Antipatici”, Episodio 3)

StM - Sunday, 16 April 2006, 15:24 - pensieri

Uso il termine “amico” con molto scrupolo. Sostengo di avere pochi amici, ma non è che questo debba farvi preoccupare per me: i compagni di, i colleghi di, i conoscenti di, sono molti, molti di più. E’ una mera questione terminologica. Laddove altri usano con leggerezza il termine tutto-compreso “amici”, io preferisco cercare e utilizzare quello più appropriato nel caso specifico.

Il fatto di ritenere di avere o meno un rapporto di amicizia con qualcuno, non implica per me alcun giudizio sul qualcuno in questione: conosco persone pessime che considero mie amiche (approfitto per salutarle tutte xD), e persone squisite che, magari con rammarico, non considero tali. C’è anche da dire che la colpa del nascere di un’amicizia deve essere spesso di entrambi i contraenti, quindi hai un bel dire “sono amico di…” qualcuno che non ti caga. Ma evitiamo ramificazioni patetiche.

Un po’ mi dispiace quando scopro di essere frainteso sul termine “amicizia”. Ma ciascuno è libero di usarlo come gli pare, con l’unico *corribilissimo* rischio di non essere amico mio. E ora che ho fatto come mio solito l’uomo saggio e comprensivo, lasciatemi fare l’antipatico saputello asociale: non è che a volte si è amici più a parole che a fatti, più per poter *ostentare* magnifici rapporti di amicizia che non per goderne? “Io per gli amici ci sono sempre”, “per un vero amico farei qualsiasi cosa”, “so che lui farebbe lo stesso per me”. Sapete cosa sembrano? Sembrano le donazioni annuali che si fanno a qualche associazione benefica non a scopo di lucro per ripulirsi la coscienza. Si sceglie una persona con cui non sia troppo sgradevole accompagnarsi, alternativamente senza problemi (per minimizzare lo sforzo) o piena di problemi (per massimizzare la bella figura), la si chiama “amico/a”, ed ecco lì che abbiamo la bella figura servita con questa società malata che sempre-più-divide-gli-uomini-ma-non-noi-due-che-siamo-pappa-e-ciccia.

Spero di aver chiuso con questo post la settimana della disillusione. Ma voglio rassicurare chi è amico mio che no, questo post non lo riguarda neanche un po’ ;)

Do they fly?

StM - Saturday, 15 April 2006, 9:42 - diario

“Ne ho viste cose da raccontar, ma mai le ragazze volar”. Parafrasando Dumbo e l’indomito Zeta (lascio eventualmente a lui l’incombenza di riportare la frase completa originale).

Poi c’è chi dice che di primavera rischi un po’ più del solito di vederle, non dico volare, ma almeno fare grandi salti. Ci penso un po’… no, a me non succede. Sarà che la primavera qui ancora non è arrivata, ma sarà anche che non sono un tipo primaverile, io. Vedevo ragazze volare quest’inverno, a dire il vero (che oltretutto non sono ancora atterrate). Sarò un tipo invernale.

Mi sono convinto che la gelida estate scorsa sia stata colpa mia… il mondo, che mi vuole bene, ce l’ha voluta mettere tutta per cercare di raffreddare quello che ancora mi bruciava dentro, e sapeva che un’estate torrida non sarebbe stata proprio il caso. Che amore, il mondo. Adesso però avrei anche voglia di un po’di calore. Mondo, come la mettiamo? Sbaglio io? Ma tanto lo so che fai sempre tutto per il meglio, avrò pazienza. E nel frattempo mi prenderò un acconto migrando per una settimana un po’ più a sud.

Vi prego, silenzio

StM - Tuesday, 11 April 2006, 1:21 - informazione e TV, pensieri

Era perfettamente inutile che ne parlassi nei giorni scorsi. E’ perfettamente inutile che commenti ora. Il risultato di queste elezioni fa un po’ schifo, e credo possa essere un giudizio bipartisan. Lasciatemi solo prendere per i fondelli chi si esaltava per la mega vittoria dell’Unionulivo quando erano stati scrutinati 9000 seggi su 60000, per la Camera. Gonzi.

Era perfettamente inutile che mi impegnassi qui sul brocco nel fare propaganda per il mio partitello preferito, perché è il partitello preferito da un sacco di gente in rete, gente generalmente fatta con lo stampino - un certo tipo di cultura, di idee, di atteggiamento verso la politica e la vita civile. Non si faceva altro che dirsi a vicenda quanto si fosse furbi e intelligenti, quanto fosse bello votare un partito che prendeva voti da tutta questa bella gente. Aha. Non contiamo un cazzo, bella gente. E per giunta passiamo per quelli che si sono aggregati alla spedizione punitiva mangiapreti, solo per essere kontro. Ci manca solo che cambino schieramento e siamo a posto; ma io ho messo in conto l’eventualità. Non so voi.

Già, è un risultato del menga perché basta mescolare le carte e - op-là! - cambia tutto. E’ perfettamente inutile che commenti, come ho detto, ma lasciatemelo fare lo stesso, perché ho qualche cazzata arretrata da dire di cui i miei fans sicuramente si sentivano orfani. Un po’ come io mi sento orfano di fans, quindi so cosa vuol dire quella sensazione di incompletezza che vi portate dentro.

Intanto volevo chiedere al mondo perché io non conosco nessuno che vota Forza Italia. Mioddìo, sono così fuori dal giro che conta? Che conta i soldi, dico. Perché quel 20% di italiani lì fa i propri interessi, il che mi riempie di gioia per la presenza di questa enorme massa di classe imprenditoriale che assicurerà un futuro luminoso al nostro paese. Un imprenditore per ogni 4 boccia! Altro che forbice marxista, qui gli imprenditori la classe operaia se la mangiano in quattro soli bocconi!

Ah, già, c’è chi non è andato a votare, quel 16% di paria a cui in fondo in fondo non si possono dare tutti i torti. Piuttosto che votare senza sapere, o voMItare, che non votino. Molto responsabile da parte loro. (Poi ci sono persone fortunelle a cui il voto è stato reso molto arduo).

La caxata magna che vi volevo dire però è che: la dovete piantare di far ruotare la politica italiana intorno a Berlusconi. Ogni squitta che fa diventa diarrea di elefante. Basta. La storia dei *coglioni* ha generato un moto spontaneo di orgoglio negli elettori di sinistra, forse ha anche spostato dei voti (ok, sono uno stupido illuso idealista, ne avrà spostati 2), ha in definitiva smosso qualche animo in una maniera che fa… tenerezza; gente che ha perso del tempo della sua vita a stampare magliette, a ostentare con orgoglio la propria fede politica. E’ apprezzabile tutto questo, davvero, ma ragazzi, stiamo perdendo di vista una cosa: questa non è politica. Guardate cosa state facendo, cazzo: state correndo dietro al bastone lanciato da qualcuno, per riportarglielo indietro e rimproverargli “per questa volta te l’ho riportato, ma non so mica se lo farò la prossima volta, stai in campana”.

A me per questo sono sempre piaciuti i Radicali. Perché nell’era della televisione, in cui (forse per fortuna) non compaiono quasi mai, ancora paiono credere in una politica dei contenuti, delle idee, soprattutto delle idee esposte, condivise. Sai che sono un po’ delle teste di minchia, ma lo sai, non te lo nascondono. Ti mandano il Cappato in televisione magari anche perché è un bell’uomo, ma soprattutto perché ha qualcosa da dire.

E adesso vi voglio mettere in guardia dalla propaganda mirata. Sempre di televisione si parla, quando si tratta di politica, e questo sarà valido ancora per molti anni. Come sta cambiando la televisione in questi anni? Bravi figlioli: sta morendo la televisione generalista e stanno fiorendo i canali tematici. Digitale terrestre, presente? Non so se il DTT prima o poi carburerà… io credo di sì, per i seguenti motivi; i primi due sono applicabili anche alla televisione satellitare, ma il terzo sarà peculiare di questa nuova tecnologia vecchia:

1) Ci sono interessi economici in ballo: decoder, schedine prepagate, abbonamenti. “No non faremo concorrenza a Sky” un paio di palle.

2) Ci sono interessi più o meno occulti per l’affermazione dei canali tematici e la cancellazione della televisione generalista. Perché? Divide et impera applicato alle tecniche pubblicitarie. La possibilità di delineare con una precisione mai vista prima il profilo dei telespettatori, nella veste di *consumatori* ma anche di *elettori*, ormai due aspetti sempre meno distinguibili.

3) Ulteriore selezione del telespettatore in base alla zona. Il DTT rispetto al satellite permette la creazione di canali su scala locale. No, non i canali locali generalisti di adesso, ma canali locali tematici. Questo crea un canale privilegiato di comunicazione, dove forse la politica (”politica”) può ritrovare un terreno fertile per blandire gli elettori, dando loro un’impressione di maggiore vicinanza rispetto agli austeri scranni di Roma Ladrona.

Ma ogni voto è buono, e se la televisione continua ad essere il mezzo privilegiato, bisogna riconoscere che ultimamente di blog ne son nati di belli e di buoni, eh? Per ora non mi illudo: specchietti per le allodole. Voi, cari colleghi navigatori, siete allodole. Finalmente la politica dei contenuti, eh? Certo, come no. Non che sia nuovo il fatto che i pensatori imbibinano il popolo mentre alle loro spalle qualcun altro “arraffa”, intendiamoci… ma appunto rendetevene conto, non illudetevi che la rete sia la ricetta per tutto.

E pur con tutto ciò.

Vi prego, continuate a credere nelle vostre idee, se ne avete. Qualcuno di voi riuscirà a fare qualcosa di straordinario, ne sono certo.

Perché non ho detto “noi”?

Perché io sto ancora lottando per fare qualcosa di ordinario. Sono molto, molto indietro. Mandatemi una cartolina, tutt’al più.

Il viaggio di ritorno del signor Agave

StM - Sunday, 2 April 2006, 15:39 - scritti

Il signor Agave è stanco; ha avuto una settimana dura, stressante, e ormai l’una è passata da un pezzo. Questa serata tra amici ci voleva proprio, ora è appagato e rilassato, e si potrà fare una dormita come ormai sognava da giorni. La strada è sgombra, e nulla lo distrae dal pensiero del letto che lo aspetta festoso e scodinzolante a casa… dormire… non c’è abbraccio di amante che sia più dolce.

Scollinando verso il suo paese, il signor Agave incontra un’improvviso banco di fitta nebbia; cosa in effetti normale, per la quale anzi il suo paese è fatto spesso oggetto di scherno - “Solo la nebbia! C’avete solo la nebbia…”. Inconsciamente il signor Agave ha rallentato, a causa della visibilità ridotta; quando, dopo qualche istante, ha riflettuto come la presenza della nebbia avrebbe dovuto indurlo a diminuire la velocità, ha potuto compiacersi di averlo già fatto… gran congegno, il cervello.

La nebbia è l’anticamera del sogno. Ma il signor Agave non ha il tempo di rifletterci, perché se ne trova all’improvviso fuori, risvegliato dallo stordimento che si stava impossessando di lui. In fondo devo guidare e dormirò a casa, ragiona, ma che bella sensazione era… ricordi d’infanzia e d’ovatta.

Il signor Agave lancia uno sguardo allo specchietto retrovisore, per identificare la forma del batuffolo di acqua condensata che l’aveva nascosto fino a poco prima; ma l’attenzione del signor Agave viene catturata una piccola figura scura, appena uscita anche lei dal banco di nebbia, e avanzante stancamente sulla strada. Non ha il tempo di identificarla, il signor Agave, perché si ritrova senza accorgersene di nuovo circondato da una coltre bianca di acqua buia. Ritorna il pensiero al meritato riposo, ai sogni, a quegli abbracci affettuosi che nessuna donna sa fare bene come le coperte.

Non dura molto nemmeno questa volta, il bianco; il signor Agave è presto di nuovo fuori, prima ancora di potersi infatuare di questo nuovo amore spezzato. Non manca molto per arrivare a casa, anche se forse non ha bene presente dove si trovi esattamente… tutta questa nebbia…

Nello specchietto retrovisore intravede nuovamente la figura scura che aveva visto uscire dal banco di nebbia precedente, e di cui s’era già dimenticato. Più vicina di prima, strano. Ma no, non è strano: nella nebbia il signor Agave è costretto ad andare piano, e molti animali in corsa possono raggiungere velocità piuttosto elevate. Chissà perché si è messo a correre, però.

Il signor Agave capisce di avere smesso di pensare al suo letto. Capisce anche che, non si sa mai, forse dovrebbe indagare un po’ su cosa sia quella cosa scura che lo insegue. Lo insegue, sì, e guadagna terreno. Ma forse non è il caso di stare a pensare. Accelerare è una scelta molto più saggia, nebbia o non nebbia. Il signor Agave crede di riconoscere un cane, o un lupo, nella figura che lo insegue; ma la sua galoppata gli sembra proprio strana, troppo decisa, addirittura disperata: come la corsa di un’anima dannata alla ricerca di un corpo, prima che la sua natura eterea la faccia dissolvere.

Mentre si maledice per essersi abbandonato a pensieri inquietanti e privi di fondamento, il signor Agave si ritrova di nuovo nella nebbia. Questa volta il cervello prende il sopravvento escludendo l’inconscio, e forza il piede destro a rimanere ben premuto contro l’acceleratore. In fondo queste strade le conosce, il signor Agave, e adesso l’adrenalina lo rende molto reattivo. Sto rischiando la mia vita per un cane che insegue le automobili come fanno migliaia di altri cani al mondo, cerca di ironizzare con sé stesso il signor Agave; per non parlare dei bulldog, che hanno il muso schiacciato perché inseguono le macchine ferme. Non ride alla battuta, il signor Agave… forse perché la conosceva già.

L’automobile esce dal banco di nebbia; è un attimo, e rientra in un altro. Il signor Agave in quel lasso di tempo non riesce a vedere il suo inseguitore, potrebbe anche averlo seminato. Ma l’ipotesi dura il tempo di sentire crescere dietro di lui il suono di un respiro affannoso e indemoniato. L’inseguitore è vicino, molto vicino. Il signor Agave si scopre a chiudere con la sicura la portiera della sua automobile, come se servisse a qualcosa. Non si sa mai, già.

Il signor Agave ha paura. Il respiro che lo insegue si fa sempre più forte, innaturalmente forte; il signor Agave vorrebbe turarsi le orecchie con le mani, ma sono poi gli occhi a dargli il dispiacere maggiore: uscito dal banco di nebbia, vede la sua paura riflessa nello specchietto retrovisore. Non è un cane, e non è un lupo. E’ quel che sembrava fin dall’inizio, una figura scura; non ha altre caratteristiche, è solo paura allo stato puro. Paura. E fame. Ma fame di cosa, il signor Agave non lo sa.

Ancora un banco di nebbia. L’ultimo, pensa il signor Agave. Quella cosa che lo insegue è ormai a pochi metri da lui, e nel giro di qualche secondo lo raggiungerà. Il respiro della figura scura ormai sovrasta il rumore del motore dell’automobile, e il signor Agave ha finalmente identificato il rumore del suo scalpiccìo sull’asfalto… deve avere quattro zampe, dopotutto.

Poi il silenzio. E, uscito dal banco di nebbia, il signor Agave non trova più l’animale nello specchietto retrovisore. Ma sì, era solo un cane che insegue le automobili, che si è reso conto di essersi allontanato troppo da casa e si è fermato per tornare indietro.

Però è proprio strano. E se si fosse aggrappato all’automobile in qualche modo? Il sangue si gela nelle vene del signor Agave. Non potrebbe mai saperlo con certezza; o meglio, lo saprebbe solo una volta fermatosi e parcheggiata l’automobile: la bestia attenderebbe la sua discesa dall’auto per aggredirlo. Forse la cosa migliore sarebbe parcheggiare in un luogo frequentato; la bestia potrebbe scappare, oppure aggredire prima qualcun altro. Pensieri egoisti, ma il signor Agave non si sente in colpa nemmeno un po’. Poi riflette su quello che sta pensando e ritorna a considerare l’ipotesi realista del cane senza una vita sociale ammalato di questo tipo di autismo. Questa volta sorride, il signor Agave. Ma sì, che andava a pensare. E’ stanco, ha visto male e probabilmente ha confuso il rumore del motore con qualcos’altro. Casa sua è alla fine del rettilineo che comincia dopo la prossima curva; arrivato in casa si farà una tazza di camomilla, e poi finalmente potrà affondare sotto le lenzuola ad archiviare questa serata tra le (poche) cose curiose che gli sono capitate nella sua vita.

Non ha tempo di provare di nuovo paura, il signor Agave. Non capisce cosa sia quell’ombra che gli oscura all’improvviso la visuale: se sia fuori, dentro, da dove venga. Non ha tempo di sentire dolore, il signor Agave: riesce a malapena a riconoscere, in pochi istanti, un’enorme bocca spalancata.