Non marchiatemi, non sono un vitello
Non capisco il senso di un marchio su un capo d’abbigliamento. Intendo quei marchi cafoni che è *impossibile* non vedere, quelli messi apposta per dire “ehi, chi porta questo capo d’abbigliamento non è un pezzente”. Mi spiace, sono sordo a cretinate del genere.
Indossare *cose* può essere convenzionale quanto vogliamo, ricaricato sul senso del pudore quanto vogliamo, ma qualche motivo di esistere *obiettivo* ce l’ha, non ultimo il proteggerci dal freddo. Aggiungiamoci un po’ di ricerca del senso estetico, ché non siamo bestie o ingegneri… ops… non siamo bestie e basta. Insomma, già che indossiamo qualcosa, che almeno ci piaccia. Ok. Ma tutto il resto? Le scritte “Celolungo®” sulle felpe? Chissenefrega?
Un’ottima idea di antimarchio perfetto sarebbe scrivere, su una maglia, “Maglia” bello grande, sul petto; sui pantaloni, una banda dai piedi alla cintola tipo carabinieri che dice “Pantaloni”; ovviamente è una stronzata, infatti è venuta in mente a me, ma per dire: io voglio maglie, voglio pantaloni - voglio del tessuto messo insieme così e cosà, che serva a questo e a quello, che non sia brutto a usarsi e vedersi; basta.
Mi chiedo per quale assurdo ragionamento dovrei pagare di più per essere un cartellone pubblicitario vagante. Vogliono che porti in giro i loro “CK”, baffi, sticazzi, come un pilota di formula 1 o un ciclista? Mi paghino, mi sponsorizzino. Altrimenti, che facciano dei vestiti sobri e anonimi, di qualità, col loro marchietto defilato in un angolino o all’interno. Io non ho bisogno di essere il portabandiera d’altri che di me stesso, non ho bisogno di certificati altrui per affermare le mie qualità.
Il marchio può essere sinonimo di qualità, non lo metto in dubbio: in quel caso, troverà in me un sostenitore, nel mondo del passaparola - perché il lavoro nobilita l’uomo, sì - se ben fatto.
Ma il marchio è anche, nella nostra economia gonfia e malata, un trucco da prestigiatore per creare valanghe di soldi dal nulla: in questo caso si traveste da status-symbol. Prendete un prodotto mediocre, create e registrate un marchio orecchiabile e visivamente accattivante, triplicate il prezzo del prodotto, assicuratevi che nessuno possa ottenerlo a prezzi inferiori, fate sì che diventi conosciuto, che diventi un must per chi debba dimostrare non si sa cosa a non si sa chi. Trapezismo da commerciali, non sempre riesce, ma se riesce è il gran botto.
Non mi trovo a mio agio con molti venditori di strada. Soprattutto quelli che vendono materiale contraffatto, e quelli che non stanno vendendo ma facendo l’elemosina: “comprami qualcosa”; tu guardi… fazzoletti di carta (uso quelli di stoffa), accendini (non fumo), mollette (in genere non stendo biancheria per strada)… non ce l’ho con te, ragazzo, davvero, vorrei poterti aiutare, vorrei poterti dare un biglietto da visita e dirti: “chiedi qui, ti daranno un lavoro vero”; ma non posso; e se non posso quello… non ti aspettare un centesimo da me. Poi ci sono venditori di strada che invece hanno motivo di esistere: quelli che vendono i libri delle Edizioni dell’Arco, quelli regolarizzati e che magari vendono qualcosa di davvero particolare. L’imbarazzo non si cancella neanche con loro: voi siete appena usciti da 10 minuti e già morite di freddo; vedete per strada un ragazzone senegalese che presumibilmente è lì fuori da ore; vi interessate incautamente ai libri che regge in mano; ne comprereste uno, ma riesce a piazzarvene due, non riuscite a dire di no - non perché vi abbia convinto, ma perché attingiamo troppo spesso al bacile dell’elemosina come comoda via di fuga, noncuranti se i nostri sentimenti rispettino o meno coloro che abbiamo davanti. La carità è uno dei pilastri dell’islam, è vero, ma nella sua versione tipicamente “occidentale” (dàlli all’aggettivo stupido…) ha acquisito tonalità di paternalismo che sono irrispettose e controproducenti. Ma di qui si passa a cercare con il lumino il “giusto mezzo” tra capitalismo e solidarietà, e perciò desistiamo.
Sabato riflettevo, a dispetto della mia diffidenza verso i venditori di strada, e a dispetto del fatto che intralciano spaventosamente il passaggio su marciapiedi grondanti gente, che a me, dopotutto… se vogliono vendere materiale contraffatto, sta bene. Più che bene. Se un signore si mette a vendere boccette d’aria per strada, non può certo lamentarsi se qualcuno vorrà copiargli l’idea; perché come idea, diciamo, fa anche parecchio schifo.
Qualcuno al mondo produce porcherie e le vende a caro prezzo solo perché hanno un adesivino trendy sopra? Qualcun altro, dall’altra parte, compra le porcherie per via dell’adesivino e si accontenta che gli durino 3 mesi? Che facciano. Ma se poi arriva un Ro Bin Hud qualsiasi dal Camerun e si mette a vendere le stesse identiche cose al vero prezzo di produzione, e il compratore dalla morale di ferro va da lui invece che dal produttore… be’, costui se l’è cercata.
La proprietà intellettuale si difende con l’intelligenza, il talento e l’impegno; se il vostro modo principale di difenderla sono invece uomini del marketing e avvocati, meritate di scomparire.


ottimo post. Mi trovi perfettamente concorde su tutto
/me festeggia
Io discordo totalmente e ti spernacchio pure.
Sai com’è, sto cercando di fare della mia approvazione uno status-symbol.
Acci non potrò esibire il marchietto figo “lamb_approved” :(
A proposito, ma gli agnelli vengono marchiati? o_O
Certo che sì; è bestiame.
Non si usa il marchio a fuoco, per ovvie ragioni.