Non marchiatemi, non sono un vitello

StM - Wednesday, 18 January 2006, 22:06 - pensieri

Non capisco il senso di un marchio su un capo d’abbigliamento. Intendo quei marchi cafoni che è *impossibile* non vedere, quelli messi apposta per dire “ehi, chi porta questo capo d’abbigliamento non è un pezzente”. Mi spiace, sono sordo a cretinate del genere.

Indossare *cose* può essere convenzionale quanto vogliamo, ricaricato sul senso del pudore quanto vogliamo, ma qualche motivo di esistere *obiettivo* ce l’ha, non ultimo il proteggerci dal freddo. Aggiungiamoci un po’ di ricerca del senso estetico, ché non siamo bestie o ingegneri… ops… non siamo bestie e basta. Insomma, già che indossiamo qualcosa, che almeno ci piaccia. Ok. Ma tutto il resto? Le scritte “Celolungo®” sulle felpe? Chissenefrega?

Un’ottima idea di antimarchio perfetto sarebbe scrivere, su una maglia, “Maglia” bello grande, sul petto; sui pantaloni, una banda dai piedi alla cintola tipo carabinieri che dice “Pantaloni”; ovviamente è una stronzata, infatti è venuta in mente a me, ma per dire: io voglio maglie, voglio pantaloni - voglio del tessuto messo insieme così e cosà, che serva a questo e a quello, che non sia brutto a usarsi e vedersi; basta.

Mi chiedo per quale assurdo ragionamento dovrei pagare di più per essere un cartellone pubblicitario vagante. Vogliono che porti in giro i loro “CK”, baffi, sticazzi, come un pilota di formula 1 o un ciclista? Mi paghino, mi sponsorizzino. Altrimenti, che facciano dei vestiti sobri e anonimi, di qualità, col loro marchietto defilato in un angolino o all’interno. Io non ho bisogno di essere il portabandiera d’altri che di me stesso, non ho bisogno di certificati altrui per affermare le mie qualità.

Il marchio può essere sinonimo di qualità, non lo metto in dubbio: in quel caso, troverà in me un sostenitore, nel mondo del passaparola - perché il lavoro nobilita l’uomo, sì - se ben fatto.

Ma il marchio è anche, nella nostra economia gonfia e malata, un trucco da prestigiatore per creare valanghe di soldi dal nulla: in questo caso si traveste da status-symbol. Prendete un prodotto mediocre, create e registrate un marchio orecchiabile e visivamente accattivante, triplicate il prezzo del prodotto, assicuratevi che nessuno possa ottenerlo a prezzi inferiori, fate sì che diventi conosciuto, che diventi un must per chi debba dimostrare non si sa cosa a non si sa chi. Trapezismo da commerciali, non sempre riesce, ma se riesce è il gran botto.

Non mi trovo a mio agio con molti venditori di strada. Soprattutto quelli che vendono materiale contraffatto, e quelli che non stanno vendendo ma facendo l’elemosina: “comprami qualcosa”; tu guardi… fazzoletti di carta (uso quelli di stoffa), accendini (non fumo), mollette (in genere non stendo biancheria per strada)… non ce l’ho con te, ragazzo, davvero, vorrei poterti aiutare, vorrei poterti dare un biglietto da visita e dirti: “chiedi qui, ti daranno un lavoro vero”; ma non posso; e se non posso quello… non ti aspettare un centesimo da me. Poi ci sono venditori di strada che invece hanno motivo di esistere: quelli che vendono i libri delle Edizioni dell’Arco, quelli regolarizzati e che magari vendono qualcosa di davvero particolare. L’imbarazzo non si cancella neanche con loro: voi siete appena usciti da 10 minuti e già morite di freddo; vedete per strada un ragazzone senegalese che presumibilmente è lì fuori da ore; vi interessate incautamente ai libri che regge in mano; ne comprereste uno, ma riesce a piazzarvene due, non riuscite a dire di no - non perché vi abbia convinto, ma perché attingiamo troppo spesso al bacile dell’elemosina come comoda via di fuga, noncuranti se i nostri sentimenti rispettino o meno coloro che abbiamo davanti. La carità è uno dei pilastri dell’islam, è vero, ma nella sua versione tipicamente “occidentale” (dàlli all’aggettivo stupido…) ha acquisito tonalità di paternalismo che sono irrispettose e controproducenti. Ma di qui si passa a cercare con il lumino il “giusto mezzo” tra capitalismo e solidarietà, e perciò desistiamo.

Sabato riflettevo, a dispetto della mia diffidenza verso i venditori di strada, e a dispetto del fatto che intralciano spaventosamente il passaggio su marciapiedi grondanti gente, che a me, dopotutto… se vogliono vendere materiale contraffatto, sta bene. Più che bene. Se un signore si mette a vendere boccette d’aria per strada, non può certo lamentarsi se qualcuno vorrà copiargli l’idea; perché come idea, diciamo, fa anche parecchio schifo.

Qualcuno al mondo produce porcherie e le vende a caro prezzo solo perché hanno un adesivino trendy sopra? Qualcun altro, dall’altra parte, compra le porcherie per via dell’adesivino e si accontenta che gli durino 3 mesi? Che facciano. Ma se poi arriva un Ro Bin Hud qualsiasi dal Camerun e si mette a vendere le stesse identiche cose al vero prezzo di produzione, e il compratore dalla morale di ferro va da lui invece che dal produttore… be’, costui se l’è cercata.

La proprietà intellettuale si difende con l’intelligenza, il talento e l’impegno; se il vostro modo principale di difenderla sono invece uomini del marketing e avvocati, meritate di scomparire.

La presenza scenica di un’anguria

StM - Wednesday, 18 January 2006, 0:47 - il criticone

Il valore aggiunto di un film del genere sono gli spettatori che a metà proiezione si alzano e se ne vanno. Sto parlando di “Il gusto dell’anguria” di Tsai Ming-lian, regista di cui non so un piffero di niente e continuerò a non sapere un piffero di niente per ancora molto tempo. Il film dovrebbe essere il seguito di “Che ora è laggiù”, grazie tante.

Cosa racconta? Chissenefrega. Liberiamo un po’ il regista dal giogo della sceneggiatura, no? Perché ridurre il cinema a una mera rappresentazione di parole, quando tutti sappiamo che è una forma di comunicazione molto più completa?

Chiamatela arrampicata sugli specchi, perché lo so che non vi piacerà. Io però vi riporto comunque qualcosa che mi è piaciuto.

Tutto ciò che viene inquadrato esiste. E’ valorizzato, ha personalità, ha un motivo di essere lì. E comunica. Se questo “ciò” è un attore, gli viene spesso richiesto di sostenere inquadrature impegnative per attimi, o minuti, interminabili; ottima prova degli attori dunque, perché non hanno mai fatto passi falsi che mi svegliassero dal torpore da rapimento cinematografico.

Ottima anche la prova dell’anguria. Fa ridere. Lei sta lì tranquilla, tonda e inespressiva, ma fa ridere. Me, perlomeno. O sorridere, via. Qua dà un tocco di surrealismo, là un pretesto per esercizi di stile, più avanti ancora un’eroica manifestazione di spirito di sacrificio. Brava l’anguria.

A questo punto mi tocca dirlo: il film parla, parecchio, di erotismo. E di pornografia, va’, distinguiamo le due cose: erotismo e pornografia. E di filtri ce ne sono pochi, perlopiù invisibili (quindi evitate di portarci la vostra vecchia zia, potrebbe divertirsi più di voi). La pornografia viene, poverina, impietosamente e documentaristicamente caricaturata, ma forse non è che il contrappasso per essere essa stessa nient’altro che una caricatura. L’erotismo si scopre invece dove meno ve l’aspettereste, relegato, da chi del sesso ha fatto un mestiere, ben lontano da questo.

Spero di essere stato abbastanza criptico. In ogni caso, prima dell’uso consultate il medico.

Cinque strane abitudini

StM - Sunday, 15 January 2006, 21:38 - nosce te ipsum, oblòg

(in cui escluderò i tick, sennò famo notte. E’ già notte… sennò famo mattina)

Stavolta mi presto perché è simpatico e me l’ha chiesto una donna con le poppe affòra. E siccome che io parlo il poppese, ho capito perfettamente quello che mi stavano dicendo ed eseguo alla lettera.

(Lasciatemi nel mio mondo fatato di draghi, cavalieri, dame e orge, grazie)

1. Al computer disegno per minuti interi rettangolini di selezione sul desktop o ovunque si possano fare, e mentre leggo seleziono compulsivamente tutto il testo che mi capita sotto il cursore. Sto cercando di smettere.

2. Se sono solo e la situazione lo richiede, a volte mi giro verso la telecamera e faccio una faccia da sit-com. No, se ve lo siete chiesto, la telecamera non c’è veramente.

3. Non sopporto le mie unghie se sono più lunghe di un tot. Se arrivano al tot, comincio a soffrire come un eschimese claustrofobico rinchiuso in un maglione a girocollo e abbandonato all’equatore a mezzogiorno dentro una botte fino ad allora adibita alla stagionatura delle aringhe. Finché una sana morsicata non rimette le cose in ordine, faccio pressione sulla punta dei polpastrelli, a turno, per liberarli un po’ dal giogo delle unghie. Lo so, non si è capito niente.

4. Anche se so già cosa devo dire, nel momento in cui dovrei cominciare a parlare ho il reset della memoria, e passano 5 interminabili secondi prima che possa dirlo. Più un disturbo che un’abitudine, ma le metamorfosi che possono subire le facce del tuo interlocutore in quei 5 secondi sono impagabili (in genere al quinto hanno la faccia da “è successo qualcosa a mia madre? L’hai uccisa?”).

5. Entro in edicola, guardo il settore fumetti, quello riviste piccì, quello film in dividì, poi un occhio ogni volta a un settore diverso. Poi saluto ed esco, in genere senza comprare nulla. Una volta ci stavo le ore, ora sono più efficente e sto sui 5-10 minuti, ma il pattern è sempre lo stesso. L’edicola è il mio riempitivo quando non so che cacchio fare per quell’ordine di grandezza di tempo.

A chi passo la men… il testic… testimone? A Eladar, ma senza pretendere che lo faccia davvero - è solo che ho notato che ha ripreso a scrivere e allora approfitto per vedere cosa combina.

TormentoniSpot #3

StM - Monday, 9 January 2006, 18:44 - disegni

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(ovvero: ciuccio intonno attè)

La vera storia vera della vera Befana vera

StM - Friday, 6 January 2006, 15:26 - scritti

(liberamente ispirata alla leggenda, letta su wikipedia)

M - Buongiorno signora, saprebbe indicarci dove possiamo trovare il salvatore?
B - Salvatore il pizzaiolo? Nella pizzeria proprio di fronte. Si chiama anche “da Salvatore”… avete problemi di vista?
M - No, non Salvatore, ma IL salvatore. Abbiamo letto negli astri del suo arrivo, e gli astri ci hanno condotto qui.
B - Guardate, la prossima volta meglio che usate la guida Michelin.
M - Non sa per caso di un bambino nato da queste parti, di recente?
B - So di molti bambini nati di recente… ma forse voi intendete quello della stalla con coro e luminarie…
M - Prego?
B - Ma sì, quello con i pennuti effeminati che gorgheggiano da mane a sera e l’insegna al neon nel cielo che recita “O voi tre che indulgete alle vostre carenze oculistiche, cessate di girare a vuoto, son qui!”. La stalla in fondo alla seconda via a destra. Ricordate di prendere il numerino, che sennò arrivate in fondo e vi ricacciano indietro.
M - Lo faremo sicuramente. Mille grazie! …perché non viene anche lei? Quel bambino sarà il Re dei Re, un evento del genere non capita tutti i giorni!
B - Bella roba… vuol dire che sarà il più pirla di tutti i pirla? Ché non ho mai visto un re che non fosse tale.
M - Anche noi siamo re…
B - Il che non cambia di una virgola la mia dichiarazione.
M - Umpf. Allora non viene?
B - Ci mancherebbe altro. Buona giornata.
M - Addio.

B - …però glieli potevo offrire questi cioccolatini lassativi che mi hanno regalato per Natale. Vediamo un po’ se li ritrovo… loro e il loro re dei re…

Ottimismo

StM - Sunday, 1 January 2006, 18:57 - disegni, software e OS

Qualcosa ho perso, nel 2005. Vero. Ma non è nulla in confronto a ciò che ho trovato, o ritrovato; e v’è sempre un rimedio per tutto. 2005 promosso, contro ogni pronostico. Bravo.

Ora speriamo bene per il 2006…

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