Carta VS Rete
Da una parte guardo la ventina di volumi dell’enciclopedia UTET che ho in casa; dall’altra guardo Wikipedia. La poderosa enciclopedia cartacea ha dalla sua una completezza e un’esaurienza a cui la controparte digitale non può fare altro che inchinarsi; d’altra parte, un’enciclopedia online è più “trasportabile”, più facilmente aggiornabile, più velocemente navigabile dei pesanti volumi cartacei, per non parlare del non indifferente aiuto che essa apporta a chi abbia solo una vaga idea di cosa cercare. La carta era un’estensione della memoria per chi sapeva; il formato digitale sempre più sta svolgendo funzione di estensione, o meglio, sostituzione della memoria per chi non sa. La memoria del nostro cervello, fuorché quella prettamente autobiografica, rischia di diventare cosa obsoleta. Ma qui mi fermo, per chi volesse approfondire le keywords sono “Star Trek, Borg”, “Nathan Never, Tecnodroidi”. Qualcuno ne parlava già tempo fa, quando Google era ancora di là da venire.
Penso alle riviste in edicola. Sono dinosauri. Maestosi, potenti, collaudati… dinosauri, destinati all’estinzione. Pare che il mercato spinga verso altri lidi, l’edicola non è più un luogo dove si comprino riviste ma è ormai il supermercato dell’allegato, il superfluo da marketing che diventa prodotto e il prodotto che diventa supporto materiale per far risaltare l’allegato più di quello dei concorrenti… cartoncini che svettano dietro all’ex prodotto mandando in panico l’edicolante che sente di dover rialzare gli scaffali, e mettendo a dura prova la mano chirurgica dell’acquirente cui spetta di indagare la flessibilità del malloppo onde estrarlo dai detti scaffali senza intaccarne l’integrità. C’è chi ci scherza sopra, ma la situazione, nella sua attuale forma cronica, è relativamente nuova e preoccupante per la misteriosità dei risvolti futuri*. Se penso alla mia colonnina di numeri arretrati da leggere di “Le Scienze”, mi dico: l’utilità di una rivista è che ti tiene aggiornato sulle ultime novità con la necessaria dose di approfondimento… l’effetto collaterale è che magari in un certo istante un certo argomento può non interessare; può servire fare skimmer-reading, per avere un’idea dei contenuti e ritrovare la rivista all’occorrenza, ma a quel tempo l’articolo potrebbe essere diventato obsoleto. Quando ho capito che avere tanta carta stampata in casa senza leggerla è completamente inutile, ho smesso di comprarla a quel ritmo folle che avevo un tempo. Addio riviste di scienze, addio riviste di hardware, Linux, videogiochi (con calma…), addio Linus, eccetera eccetera; non parliamo di giornali o settimanali, per carità; ancora resiste un manipolo di fumetti, di cui non manco mai di leggere anche le pagine scritte, spesso interessanti.
Mi sono accorto, gestendo il mio siterello zoppicante, di quanto sia necessario stare attenti per evitare che le informazioni invecchino, in rete. Una pagina web vecchia non è solo inutile, è anche dannosa - soprattutto se priva di datazione. Forse per questo i siti web stanno cedendo il passo ai webjournal, ai blog: ogni post, ogni opinione, ogni articolo è marchiato a bit di fuoco con un timestamp, è collocato in uno spazio contestuale e nel tempo, reclama la sua validità quasi legale in una rete che ha scoperto di non essere un enorme oceano ma bensì un enorme fiume in crescendo: come un fiume cambia di continuo, ma ha memoria; una memoria vorticosa, incostante e darwiniana. E tuttavia, la granulosità delle informazioni trasportate da questo fiume è troppo fine, l’ipertestualità può illudere ma non a lungo: google fornisce con efficenza e gratuitamente pillole di conoscenza, pronte ad un uso che sempre meno è il proprio arricchimento culturale e sempre più è il passaggio (quasi senza uscire dalla memoria a breve termine) di tali informazioni ad altri, come testo, come prestazione di lavoro o che altro.
In tutto questo, voglio tuttavia portare un po’ di ottimismo. Wikipedia è la degna erede delle enciclopedie tradizionali, perché più “oceanica”, controllata, sebbene aggiornata di continuo e da contributi che possono arrivare da chiunque, in qualsiasi momento. A differenza delle enciclopedie tradizionali, il tempo le può fare solo bene; perciò diamole tempo, e forse un giorno smetterò di rimpiangere quei volumoni dell’enciclopedia pesanti come incudini e scritti in piccolo come “manabili” da esame. Un altro giorno ancora, forse il più grande archivio della conoscenza umana sarà finalmente digitale (credo che per ora le biblioteche cartacee e altri tipi di archivi, quali quelli televisivi, detengano il primato**), e allora sapremo se avere finalmente in rete la conoscenza “pura”, senza riduzioni più che bignamistiche, avrà gli effetti positivi che forse in molti sperano, o se invece questa si perderà nel mucchio, e verrà mietuta e raccolta al pari del resto, magari tramite nuove tecnologie che sapranno estrarre con efficenza gli “highlight” da ogni cosa.
L’uomo di oggi è un bambino che vuole tutto e subito. La tecnologia, innocentemente, glielo sta offrendo. Ma i bambini sono mai soddisfatti, quando ottengono quello che credono di volere?
Note:
*=Opinione di qualcuno è che, laddove il marketing strangolerà il prodotto da edicola nella morsa della banale ma spietata legge del mercato, fiorirà un mercato online di riviste underground. Date le avvisaglie odierne, parrebbe essere il caso *ad esempio* delle riviste di videogiochi, sempre più pilotate dalla ricerca del migliore gioco allegato e delle esclusive più “strillabili”, e dalla qualità dei contenuti sempre più a rischio. In effetti tutto quanto questo post ha cominciato a germogliare a partire da un dibattito dei ragazzi di Ars Ludica, non unica ma non ultima fra le webzine che si possono trovare in rete.
**=Il progetto di google per digitalizzare il contenuto dei libri di alcune biblioteche americane (Google Print) è attualmente sottoposta ad un’azione legale avviata della “gilda degli autori” (qualche altro parere a riguardo, scusate se non cerco informazioni dalla controparte), sebbene il suo scopo non sia di rendere disponibili i libri per il download ma renderne accessibile il contenuto solo a ricerche mirate (per, eventualmente, approfondire i risultati ottenuti procurandosi successivamente il libro).
Riguardo agli archivi televisivi, ho avuto l’occasione di visionare l’anno scorso “in anteprima”, al Centro Ricerche della RAI di Torino, un interessante sistema di archiviazione digitale di ogni trasmissione andata in onda, basata su riconoscimento del parlato per la creazione automatica di sbobinature sulle quali è poi possibile effettuare normali operazioni di ricerca per parole chiave; probabilmente qualcosa di simile è Google Video.

E tutta sta pappardella per farti un po’ di pubblicità…
Sei geniale carino… ^_^
:look:
Lucea
24 Sep 05 at 11:47
Se dovessi pubblicizzarmi qualcosa usando questo blog farei prima a cercare di farmi capire da un sordo al buio ^_^
-_-”’
StM
24 Sep 05 at 13:43
E non sottovalutiamo la possibilità di veicolare informazioni il meno possibile “influenzate” che ha Wikipedia. Se devo cercare informazioni il più neutrali possibili, è là che le vado a cercare.
Griso
26 Sep 05 at 13:15
Ci sono dei casi controversi. Poiché tutti possono scrivere su wikipedia, possono farlo anche persone che hanno interessi in ballo. Non ricordo più quale videogioco fosse coinvolto, ma c’era appunto una discussione su alcune voci di wikipedia che lo riguardavano: erano state evidentemente scritte dalla casa produttrice, e allora era sorta la domanda “E’ vero che nessuno più della casa produttrice può dare informazioni sul gioco, ma tali informazioni sono imparziali?”. Inoltre l’intento pubblicitario non era evidente ma era plausibile.
Come ho già avuto modo di dire a qualcuno, trovo comunque straordinario che ci siano voci di wikipedia anche per cose completamente fittizie, ad esempio Dwemer.
StM
26 Sep 05 at 16:04