Ken Parker - Sciopero

StM - Tuesday, 27 September 2005, 18:54 - opere altrui

Dall’introduzione (”Le cronache di Lungo Fucile”) di Gianni di Pietro a Ken Parker Collection n° 29.

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Il valore di questa scommessa di Giancarlo Berardi appare in tutto il suo significato se si pensa che in Italia la storia del movimento operaio era arrivata tardi, e quasi mai con piena dignità, nei libri scolastici, risultando quindi poco conosciuta, soprattutto al pubblico dei lettori dei fumetti da edicola. Essa, poi, conserva anche oggi una sua drammatica attualità, a vent’anni dalla prima pubblicazione, soprattutto nel nostro paese. La nostra abitudine ai diritti, tipica delle generazioni successive alla Seconda Guerra Mondiale e al boom economico, spesso tende a far dimenticare da dove essi sono venuti e quanto la loro conquista è costata a chi ci ha preceduto. In più, i guasti operati nel nostro paese dalla follia del terrorismo rosso hanno favorito la confusione, da sempre avallatta dalle classi dirigenti, fra lotta per le conquiste sociali e pratiche criminali. Infine, l’isterico richiamo al pericolo del comunismo come male assoluto in un mondo in cui i regimi comunisti non esistono più storicamente e come modelli realmente proponibili, ha finito per oscurare del tutto quello che anche un’enciclica pontificia ha riconosciuto come movimento nato dall’anelito a una società più giusta in condizioni di vita tremende. In questa operazione culturale tesa ainfluenzare la mentalità collettiva, ancora una volta un ruolo fondamentale ha avuto nel nostro paese un’informazione televisiva asservita e pronta a ogni espediente, anche il più grottesco, per nascondere la verità e non disturbare il manovratore. Come nella Boston del giornalino, quasi una metafora den nostro paese, qualche giornale ancora indipendente e qualche giornalista con la schiena dritta hanno permesso, almeno in certi casi e parzialmente, l’emergere della verità oltra la coltre delle menzogne.

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* * *

Potete trovare questo numero 29 di KP Collection ancora in edicola, riconoscibilissimo dalla sua splendida copertina rifacentesi al famoso dipinto “Il quarto stato” (si nota infatti, in basso a sinistra, la quasi ironica firma “Milazzo + Pelizza da Volpedo”); nel volume sono presenti due storie ben riuscite e coinvolgenti, “Il sicario” e “Sciopero”. Nella seconda storia, a cui si riferiva lo stralcio di Gianni Di Pietro sopra riportato, si narra la vicenda (verosimile, in quanto ispirata ad eventi storici realmente accaduti) di un Ken Parker, detective della National Agency of Investigation, che si infiltra (facendosi assumere regolarmente) tra gli operai di un’industria tessile, con lo scopo di identificare il capo di un sindacato clandestino (nel contratto di assunzione gli operai devono sottoscrivere l’accordo di non iscriversi mai ad alcun sindacato). La coscienza di Ken lo preverrà dal portare a termine il lavoro per cui viene pagato, ma ciò non gli impedirà di essere travolto dagli eventi.

Potreste essere interessati a questi vecchi post:
Berardi sulla creatività
Carlo Rosselli - Gli Italiani e la libertà

Sempre in tema di fumetti in edicola in questo periodo, ho trovato splendido anche il n° 100 di Magico Vento. Non fatevi ingannare dal nome apparentemente sciocco, e non crediate che si tratti di un semplice “fumetto western”: Gianfranco Manfredi ha poco o nulla da invidiare a Giancarlo Berardi, ed entrambi hanno la fantasia brillante e la cura artigianale dei VERI scrittori. Sarà tutto effetto di quel Gian- che hanno davanti al nome. Ok, via, d’ora in poi chiamatemi GianStM, mi porterà bene.

Cos’è un blogger?

StM - Monday, 26 September 2005, 15:53 - oblòg, pillole

Frequento la blogosfera da poco più di un anno, quindi non sono neanche vagamente un “veterano”. Però alle volte anche lo sguardo di un novellino non è da disdegnare. Se non siete d’accordo, questa è la porta.

Essere blogger è come essere fotografi. Aldilà del fatto che esistono effettivamente anche i fotoblog, al blogger “si richiede” presenza nel posto giusto al momento giusto, capacità di cogliere i particolari importanti, capacità di riportarli e renderli con spontaneità e immediatezza. Non per nulla, buona parte dei post nasce sull’onda di emozioni (”prestoprestopresto scriviscriviscrivi prima che…”), con punte quasi maniacali che sono le persone che hanno sempre a portata di mano il blocchetto (blogghetto?) per gli appunti… pivelli, vedranno quando avrò un palmare, o un portatile 10″… il collegamento gprs ce l’ho già… ehm.

Sì, poi c’è anche il blogger opinionista o giornalista vecchio stile (articoloni generalmente giganteschi e meno spontanei), quello di tipo sottovuoto (che imperterrito non risponde alla domanda “ma scusa, di che cazzo stai parlando?”), quello artista (racconti, poesie), quello pieno d’aria (contrario del sottovuoto, copia e incolla idee altrui), ma credo che in definitiva la vera natura del blog (cioè quella che giustifica l’esistenza del mezzo) sia quella descritta al paragrafo precedente: istantanee, in lettere.

Riferimenti: Per chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso

Chissà se riusciremo prima o poi a completarla, questa classificazione dei blog… eh, Val von Linné? ^__^

Carta VS Rete

StM - Saturday, 24 September 2005, 2:26 - online life, pensieri, segnalazioni

Da una parte guardo la ventina di volumi dell’enciclopedia UTET che ho in casa; dall’altra guardo Wikipedia. La poderosa enciclopedia cartacea ha dalla sua una completezza e un’esaurienza a cui la controparte digitale non può fare altro che inchinarsi; d’altra parte, un’enciclopedia online è più “trasportabile”, più facilmente aggiornabile, più velocemente navigabile dei pesanti volumi cartacei, per non parlare del non indifferente aiuto che essa apporta a chi abbia solo una vaga idea di cosa cercare. La carta era un’estensione della memoria per chi sapeva; il formato digitale sempre più sta svolgendo funzione di estensione, o meglio, sostituzione della memoria per chi non sa. La memoria del nostro cervello, fuorché quella prettamente autobiografica, rischia di diventare cosa obsoleta. Ma qui mi fermo, per chi volesse approfondire le keywords sono “Star Trek, Borg”, “Nathan Never, Tecnodroidi”. Qualcuno ne parlava già tempo fa, quando Google era ancora di là da venire.

Penso alle riviste in edicola. Sono dinosauri. Maestosi, potenti, collaudati… dinosauri, destinati all’estinzione. Pare che il mercato spinga verso altri lidi, l’edicola non è più un luogo dove si comprino riviste ma è ormai il supermercato dell’allegato, il superfluo da marketing che diventa prodotto e il prodotto che diventa supporto materiale per far risaltare l’allegato più di quello dei concorrenti… cartoncini che svettano dietro all’ex prodotto mandando in panico l’edicolante che sente di dover rialzare gli scaffali, e mettendo a dura prova la mano chirurgica dell’acquirente cui spetta di indagare la flessibilità del malloppo onde estrarlo dai detti scaffali senza intaccarne l’integrità. C’è chi ci scherza sopra, ma la situazione, nella sua attuale forma cronica, è relativamente nuova e preoccupante per la misteriosità dei risvolti futuri*. Se penso alla mia colonnina di numeri arretrati da leggere di “Le Scienze”, mi dico: l’utilità di una rivista è che ti tiene aggiornato sulle ultime novità con la necessaria dose di approfondimento… l’effetto collaterale è che magari in un certo istante un certo argomento può non interessare; può servire fare skimmer-reading, per avere un’idea dei contenuti e ritrovare la rivista all’occorrenza, ma a quel tempo l’articolo potrebbe essere diventato obsoleto. Quando ho capito che avere tanta carta stampata in casa senza leggerla è completamente inutile, ho smesso di comprarla a quel ritmo folle che avevo un tempo. Addio riviste di scienze, addio riviste di hardware, Linux, videogiochi (con calma…), addio Linus, eccetera eccetera; non parliamo di giornali o settimanali, per carità; ancora resiste un manipolo di fumetti, di cui non manco mai di leggere anche le pagine scritte, spesso interessanti.

Mi sono accorto, gestendo il mio siterello zoppicante, di quanto sia necessario stare attenti per evitare che le informazioni invecchino, in rete. Una pagina web vecchia non è solo inutile, è anche dannosa - soprattutto se priva di datazione. Forse per questo i siti web stanno cedendo il passo ai webjournal, ai blog: ogni post, ogni opinione, ogni articolo è marchiato a bit di fuoco con un timestamp, è collocato in uno spazio contestuale e nel tempo, reclama la sua validità quasi legale in una rete che ha scoperto di non essere un enorme oceano ma bensì un enorme fiume in crescendo: come un fiume cambia di continuo, ma ha memoria; una memoria vorticosa, incostante e darwiniana. E tuttavia, la granulosità delle informazioni trasportate da questo fiume è troppo fine, l’ipertestualità può illudere ma non a lungo: google fornisce con efficenza e gratuitamente pillole di conoscenza, pronte ad un uso che sempre meno è il proprio arricchimento culturale e sempre più è il passaggio (quasi senza uscire dalla memoria a breve termine) di tali informazioni ad altri, come testo, come prestazione di lavoro o che altro.

In tutto questo, voglio tuttavia portare un po’ di ottimismo. Wikipedia è la degna erede delle enciclopedie tradizionali, perché più “oceanica”, controllata, sebbene aggiornata di continuo e da contributi che possono arrivare da chiunque, in qualsiasi momento. A differenza delle enciclopedie tradizionali, il tempo le può fare solo bene; perciò diamole tempo, e forse un giorno smetterò di rimpiangere quei volumoni dell’enciclopedia pesanti come incudini e scritti in piccolo come “manabili” da esame. Un altro giorno ancora, forse il più grande archivio della conoscenza umana sarà finalmente digitale (credo che per ora le biblioteche cartacee e altri tipi di archivi, quali quelli televisivi, detengano il primato**), e allora sapremo se avere finalmente in rete la conoscenza “pura”, senza riduzioni più che bignamistiche, avrà gli effetti positivi che forse in molti sperano, o se invece questa si perderà nel mucchio, e verrà mietuta e raccolta al pari del resto, magari tramite nuove tecnologie che sapranno estrarre con efficenza gli “highlight” da ogni cosa.

L’uomo di oggi è un bambino che vuole tutto e subito. La tecnologia, innocentemente, glielo sta offrendo. Ma i bambini sono mai soddisfatti, quando ottengono quello che credono di volere?

Note:

*=Opinione di qualcuno è che, laddove il marketing strangolerà il prodotto da edicola nella morsa della banale ma spietata legge del mercato, fiorirà un mercato online di riviste underground. Date le avvisaglie odierne, parrebbe essere il caso *ad esempio* delle riviste di videogiochi, sempre più pilotate dalla ricerca del migliore gioco allegato e delle esclusive più “strillabili”, e dalla qualità dei contenuti sempre più a rischio. In effetti tutto quanto questo post ha cominciato a germogliare a partire da un dibattito dei ragazzi di Ars Ludica, non unica ma non ultima fra le webzine che si possono trovare in rete.

**=Il progetto di google per digitalizzare il contenuto dei libri di alcune biblioteche americane (Google Print) è attualmente sottoposta ad un’azione legale avviata della “gilda degli autori” (qualche altro parere a riguardo, scusate se non cerco informazioni dalla controparte), sebbene il suo scopo non sia di rendere disponibili i libri per il download ma renderne accessibile il contenuto solo a ricerche mirate (per, eventualmente, approfondire i risultati ottenuti procurandosi successivamente il libro).

Riguardo agli archivi televisivi, ho avuto l’occasione di visionare l’anno scorso “in anteprima”, al Centro Ricerche della RAI di Torino, un interessante sistema di archiviazione digitale di ogni trasmissione andata in onda, basata su riconoscimento del parlato per la creazione automatica di sbobinature sulle quali è poi possibile effettuare normali operazioni di ricerca per parole chiave; probabilmente qualcosa di simile è Google Video.

Alle 20 va in onda TG Porcata

StM - Wednesday, 21 September 2005, 1:14 - informazione e TV, segnalazioni

Oggi ho rivisto il TG LA7, dopo tanto tempo che non lo vedevo.

Da qui:

Tg La7
Informazione a cura della redazione del TG LA7
Tutti i giorni tre edizioni principali, alle 12.30, alle 20.00 e alle 00.30 ca, per offire una forte alternativa all’informazione tv. Velocità e flessibilità contraddistinguono il TG LA7, diretto da Giulio Giustiniani, che offre tempestivamente speciali su fatti e protagonisti della cronaca nazionale ed internazionale.

Puntata del 20/09/2005 20:00
Questa sera a partire, dalle 20.00, l’on. Rocco Buttiglione sarà ospite nello studio del Tg La7 e commenterà con Antonello Piroso le notizie del giorno. La nuova edizione del TG serale de La7, che ha debuttato ieri, propone una veste grafica rinnovata, un’impaginazione e un formato riveduti e corretti, più collegamenti, il televoto e la storia di copertina oltre all’ospite in studio. Alla conduzione del nuovo TG c’è Antonello Piroso, vicedirettore della testata giornalistica e moderatore del dibattito in Omnibus’, il contenitore del mattino

Impressioni

Il nuovo TG LA7 fa vomitare e Piroso sembrerebbe (edit rispetto al post originale…) un incapace. Potremmo anche chiudere qui… ma no, va’. Purtroppo non ho visto tutto il tg, mi sono perso i primi 5 minuti e dopo 10 minuti non ho più retto e sono passato a Blob. In fondo Studio Aperto non è così male.

Accendo la televisione e stanno intervistando Pannella, tra le altre cose parlano dell’intervento di Ruini sui Pacs, battuta su “Rutini”. L’intervista si conclude sullo squillo del cellulare di Pannella. In studio, Piroso dice grossomodo “come abbiamo sentito, suonava il cellulare di Pannella, probabilmente lo stava chiamando Ruini”.

E questo cosa mi rappresenta? Una battuta?

Ho pigliato proprio la puntata giusta, poi… chi hanno invitato per commentare i fatti del giorno? Sergio Romano? Matteo Molinari? No, Buttiglione. Non sto scherzando: Buttiglione. Mentre Piroso già da solo riusciva nell’intento di abbattere tutti i capisaldi dell’arcaico e ormai desueto genere del telegiornale prediligendo la farsa, si aggiungeva allo zibaldone il grottesco degli ammiccamenti al simpatico ospite della trasmissione (”vero signor Ministro?” [leccata]), a cui veniva dato uno spazio sostanzialmente paritario a quello del giornalista… pardon, “giornalista”.

Mi ha sconvolto, sinceramente, davvero, scoprire che sulle schede per le primarie Prodi figura SESTO nell’elenco… “uno si aspetterebbe che fosse in prima posizione, e invece in prima posizione vediamo Bertinotti, in seconda tizio, poi bla bla bla… Prodi sesto…”: cosa vorrà dire, cosa non vorrà dire, mah, boh, bu, MACHECCAZZOMENEFREGA NON LO VOGLIAMO DIRE? E mi devo anche sentire Buttiglione che si fa la sua propaganda, “se Prodi avrà largo consenso la sua leadership sarà forte, ma se non lo avrà? Eh? Eh?”.

Ridatemi il vecchio TG. SUBITO, ADESSO. Rivoglio la Fantoni in prima serata, il suo bel personalino (poi son gusti…), la sua deliziosa erre moscia. SVELTI, SCATTARE! E voglio il TG alle 19.45, così posso vedermi Blob a seguire. AVANTI, SU! E se poteste, per cortesia, rimettere i film un po’ prima… dormire non usa più, da voi?

Amenità non direttamente collegate ai fatti del giorno (ovvero “Viva Giulio Giustiniani”):
Arafat, un fantasma che fa paura alla TV

Note:
Lo ammetto, anch’io mi piego alla regola del virgolettato che non è virgolettato… quello che trovate virgolettato non sono le esatte parole che dicono le persone, ma come le ricordo. A mia discolpa, va detto che non sono un giornalista, IO…

How lucky I am to be normal (Che bello essere normali)

StM - Friday, 16 September 2005, 1:24 - pensieri, segnalazioni

Quanto è consolante darsi un’occhiata al colore della pelle e scoprirlo chiaro. Poi ti dicono che sei bianco come il latte (o come la forfora, dipende dalla simpatia) e dovresti prendere un po’ di sole, ma insomma, è meglio così, no?

Approccio 1.

“Non siamo mica razzisti, questo no, a noi i neri (sarebbe più corretto negri, ma sembra spregiativo, sìssì) non danno alcun fastidio, nonnò. Però ecco, la vita è già difficile a essere persone normali, ci mancherebbe anche che avessimo un colore della pelle diverso dagli altri. Comunque io non mi faccio problemi a parlare con la gente nera, sono persone come tutti gli altri. Però non tutti sono come me… una volta non ho potuto assumere una ragazza nera, bravissima peraltro, sarebbe calzata proprio a pennello, ma voi capite, mi serviva una commessa per trattare con la clientela, e la gente ha ancora pregiudizi. In compenso però ho preso una colf, questo sì, l’ho cercata nera quasi apposta… è brava, sapete? Sembra che non sia nata per fare altro… e poi è pulita, checché ne dica la gente, non è vero che puzzano.”

Approccio 2.

Chi ha bisogno di vedere riconfermata la propria normalità, in genere mentale. Allora procede a scegliere una vittima sacrificale, una persona EVIDENTEMENTE anormale o strana, e si adopera a precisare e sottolineare come tra sé stesso e costui passino secoli di evoluzione della specie. E dovreste vedere con quale sottigliezza esamina, per la miseria, e con quale dedizione divulga i risultati delle sue osservazioni!

Ma io mi chiedo… di cosa ha paura questa gente? E soprattutto, perché invece di farsi gli affari suoi rompe le balle?

Approccio 3.

La storia di Laura, 6 anni.

Note personali:
-il galantuomo che ha vaticinato un futuro da prostituta per la piccola protagonista, è sicuramente un esperto del ramo (probabilmente ha imparato dalla madre fin da piccino);
-i razzisti fatti e finiti non lo sanno, se lo sapessero si impiccherebbero per la disperazione, ma credo proprio che siano una fottuta minoranza;
-che schifo.

Approccio 4.

Poi ci sono quelli che passano dalle parole ai fatti. Cosa non fa la paura nelle menti deboli e poco dotate…

Ma allora.

Facile parlare da un tranquillo paesello di provincia, direte voi. Per l’approccio 2 avrei molta polvere da darvi, ma per il resto avete ragione. Ammetterete però che è facile anche dire fanfaronate come “bisognerebbe ammazzarli tutti”. Eh. Alla fin fine siamo pari.

[Pomerania] Pomerania, declino e leggenda

StM - Thursday, 15 September 2005, 0:00 - pomerania

Articolo inizialmente pubblicato sulla forumzine Io TGM di luglio 2005.
Pomerania, declino e leggenda

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La Pomerania, come Mu e Atlantide, come la civiltà dell’Isola di Pasqua, come le creme bigusto alle nocciole decenti, non è più. Sorpresi dall’eruttare del vulcano spento da secoli, il Monte Fagiolone, i pomerani l’hanno prima zittito con un peto mandandolo a mugolare in un angolino per manifesta inferiorità, e poi tuttavia assecondato prendendo armi e bagagli e trasferendosi in massa in Lapponia. E così la Pomerania è ancora lì, intonsa, come i pomerani l’avevano lasciata; ma il Monte Fagiolone potrebbe riprendersi da un momento all’altro, e fagocitare tutto in fiumi di lava. I pomerani, da sempre abituati a fare buon viso a cattivo gioco, gli augurano un buon appetito e soprattutto buona digestione.

I lapponi sono stati felicissimi di accogliere i pomerani a braccia aperte, come fratelli.

Come fratelli di Abele.

Per il momento l’integrazione è ancora in alto mare, sul suo gommone sovraffollato di sostantivi politically-correct, perché le differenze culturali tracciano un solco ancora insanabile: ai lapponi il pinguino piace nature e giocoso, e ai pomerani piace insaccato e immobile; i lapponi apprezzano la DIGA e i pomerani venerano la MANIOCCA; ciascuno dei due popoli, un po’ come la faccenda della borraccia tra Coppi e Bartali, rinfaccia all’altro le peggio nefandezze e la camminata rasente ai muri è ormai d’obbligo per tutti *.

Come sempre, quando c’è da costruire un ponte tra due civiltà arriva in soccorso la cultura. La difficoltà di convivenza è sicuramente generata dalla scarsa conoscienza che ciascuno dei due popoli ha dell’altro, ed è qui che interveniamo noi, uomini di scienza. In questo articolo, sponsorizzato dal Circolo degli Esagoni Quadrati, parleremo di come nacque la grande nazione pomerana, incalcolabili secoli fa.

La leggenda di Aloysius Pomer

La terra che, affacciandosi sul Mare del Nord, mostra il didietro agli stati continentali (che per fortuna non hanno mai pensato di buttarla di sotto, o peggio), un tempo era così invivibile, ma così invivibile, che i distributori di Coca Cola in quella terra erano distanti due ore di camminata uno dall’altro. Fu allora che il rampollo di una nobile casata di fresatori di dentifrici dell’opulenta Europa, i Pomer, si rese conto che dopo l’Aqua Fresh nulla sarebbe stato più come prima nel campo dell’igiene intima, e decise di mettersi in spalla il fagotto e lanciarsi all’avventura.

Aloysius Pomer non brillava né per intelligenza né per prestanza fisica, ma aveva un… cuore, sì, un cuore enorme, gigante, lunghissimo ( o_O ). All’inizio, camallarsi** sulle spalle il suo strumento a fiato a doppia ancia da due metri e mezzo su e giù per le montagne, dentro e fuori dai boschi, fu una faticaccia. Quando, col tempo, scoprì che un fagotto solista era importante per le popolazioni che incontrava tanto quanto la muffa che si forma nei barattoli di marmellata pure ermeticamente chiusi PORCACCIADIQUELLAMISERIA, ora respirate, ancora, ancora, decise che era tempo di abbandonare la carriera musicale per buttarsi nel business dell’elemosina.

Fu il giorno che un distinto e generoso signore dai tratti orientali gli adagiò sul cappello (peccato che ce l’avesse ancora in testa) una moneta di sale da 150 chilogrammi, che Aloysius ebbe l’illuminazione: egli sarebbe diventato il padre di una nazione. Seguendo una voce che gli veniva da dentro, Aloysius si diresse verso nord-est con un rotolo della sua carta igienica preferita sotto braccio; caso volle che si fermasse proprio in quella terra che dà sul Mare del Nord, a un’ora precisa di camminata dal più vicino distributore di Coca Cola, in un luogo dal nome curioso di “ponte di Baracca”. Lì, Aloysius Pomer pose la prima pietra di quel che sarebbe diventato il castello della capitale pomerana; purtroppo non il SUO castello, poiché immediatamente dopo fu dilaniato da un branco di lupi feroci.

Era, questa, la leggenda di Aloysius Pomer.

Note:
* = un team di ingegneri civili inglesi non per nulla si è accampato in Lapponia per indagare su come l’usanza di camminare rasenti ai muri influenzi i sensi di marcia.
** = “camallarsi” è un termine pomerano che significa “trasportare a mano”.

Cronache disegno-liceali

StM - Sunday, 11 September 2005, 17:03 - diario, disegni

Magari come tecnica non sono mai stato al top, ma paziente sono sempre stato paziente. Questo disegno risale ad almeno 7-8 anni fa, fatto per quella schiavista della prof di disegno. Ho spudoratamente ricalcato la fotografia (ingrandita)… sì che sono scemo a fare il reticolato e a riportare i punti… ma siamo fuori? Certo, sempre *più scemo* di chi fotocopiava e ricalcava a china la fotocopia…

Ovviamente è la famosissima cattedrale di Orvieto… che strana, quella piazza… l’avevo completamente rimossa dalla mia memoria, poi un giorno ci sono ricapitato (prima di fare questo disegno)… e la sapevo palmo a palmo (be’, quel poco che c’era da sapere… una gelateria, in particolare ;))! Il che mi fa sovvenire di un’altra piazza che mi è rimasta impressa, quella di Siracusa… di cui forse vi narrerò una non-vicenda, forse no.

Sebbene con lo scanner stia facendo progressi, la saturazione forse è un po’ troppo alta, perché le aree scure non sono *così* scure nell’originale.

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Il disegno al liceo mi divertiva… mi prendeva TROPPO tempo, rispetto alla rilevanza della materia, ma come mio interesse personale era anni luce avanti ai compiti di matematica (che non ho quasi mai fatto). Purtroppo mi ha riservato anche qualche delusione, di vario genere. La prima: non mi dispiaceva affatto che i miei compagni che di disegno se ne impippavano allegramente copiassero dai miei elaborati, anzi glieli imprestavo volentieri. Poi una volta ho imprestato una “M” con grazie, in assonometria e con sorgente luminosa e ombra, a una compagna di classe che era a rischio bocciatura (e tentava negli ultimi giorni di salvare più materie possibile); l’avevo già prestata ad altri, che avevano ricalcato la forma di lettera e ombra, e poi si erano arrangiati autonomamente per il resto; lei no; lei ha preso il mio disegno (foglio A3), ha tagliato con il taglierino la parte che conteneva il mio nome, e l’ha ripresentato alla prof; cosa completamente idiota, visto che ero l’UNICO nella mia classe (e probabilmente nella scuola) a “colorare” i disegni con certi motivi cervellotici in bianco e nero, e la prof lo sapeva benissimo: le ha elargito infatti un generoso “visto”. Peccato che io invece il mio disegno non l’ho “visto” più, chissà dov’è finito (la mia compagna sostiene di avermelo restituito)… perdincibacco, mi era venuto veramente bene :’(

Seconda delusione. Sempre ricalcando (che, so’ scemo io?), avevo ricopiato *tutto a puntini* con pennarello a china *da 0.05 mm*, una statua di “amazzone ferita”. Ci avevo messo un sacco di tempo, una dozzina d’ore forse, ma ero soddisfattissimo del risultato. Consegno, prof soddisfattissima pure lei, forse un 9 o più, ponti d’oro, e mi dice “questa la appendiamo in aula disegno”. Ok. E’ stata appesa qualche settimana, poi misteriosamente è scomparsa… sarà morta dissanguata, non so, ma la mia ipotesi è che qualche furbo di un’altra classe se la sia accattata e l’abbia spacciata per sua (again). Quindi, ragazzi, ’scoltate me: non siate troppo prodighi nel mostrare le vostre opere, tenetele sempre col guinzaglio: più sono belle, e meno le dovete mostrare. Mondo di cacca.

Terza delusione, su cui però c’è anche un po’ da ridere. Il quinto anno del liceo la prof di disegno aveva smesso di “stravedere” per me - del resto disegnare planimetrie mi annoiava a morte, e quel che saltava fuori non era mai granché. Una volta che il compito a casa era “disegnate un sito web” (sì, detto proprio così - perché andava su carta), io mi sono messo a pensare alla struttura del sito, al contenuto, e poi ho disegnato una homepage che accennasse un po’ a tutto quanto… come disegno non diceva nulla, ma come sito aveva il suo perché. “Questa volta non ti sei sbizzarrito, eh?”, e mi ha dato 7. Vedevo che voti superiori fioccavano per cose che non erano siti web neanche se li guardavi sotto l’effetto di allucinogeni (tipo una martellata su un piede)… bei disegni, per carità, ma allora dimmi “fai un disegno”, non stare a mettere come tema una cosa che non sai nemmeno che cazzo è. Il meglio deve ancora venire. Il mio amico X, che il disegno l’ha sempre cortesemente schifato (in seconda liceo non aveva fatto nemmeno UN disegno per tutto l’anno… credo sia stato l’unico nel liceo ad avere avuto disegno come debito formativo), anche in quinta non s’era voluto piegare alla dura legge della manualità, sebbene nelle altre materie avesse risultati eccelsi. Il giorno che si dovevano consegnare i “siti”, se ben ricordo non aveva fatto nulla e non aveva nemmeno idee (e voglia, ma è lapalissiano). Sempre se non mi sbaglio, in alternativa al “sito” si poteva disegnare un’icona. C’era ancora un’ora di lezione di disegno, io non sapevo cosa fare (in realtà forse potevo copiare i compiti di matematica, ma sapete, l’ipocrisia non mi piace), allora mi ero messo a sua disposizione, “ti faccio un’icona, così come viene”. Tric, trac, sforno un’”icona”, forse carina come idea ma abbastanza deprimente come realizzazione… comunque X è soddisfatto, non ricordo se ci ha dato una colorata o l’ha consegnata così com’era… “bravo X, bella idea, complimenti, finalmente… 9!”. Insomma, si è capito che i voti li dava proprio alla BDC, o PDS… questa volta non ci sono rimasto così male, perché dopotutto quel voto è andato a X, che -disegno a parte- si è sempre prodigato per aiutare gli altri. Ma i due che mi hanno scippato gli altri disegni… se mai saprò chi sono LI SCHIACCERO’ SOTTO IL PESO DI UNA FOTOCOPIATRICE.

Sopra le righe c’è il cinema

StM - Saturday, 10 September 2005, 3:14 - diario, pensieri

Di solito non parlo di quello che faccio nelle mie giornate. Forse perché non mi va… o forse perché non faccio un tubo di niente. Come preferite. Parenti, astenetevi dal togliere ogni dubbio.

Oggi faccio un’eccezione.

Oggi sono andato al cinema. Da solo. La scusante era che chissà se e quando avrebbero dato “Il castello errante di Howl” a Savona, e così essendo già a Torino approfittavo… ma… ragazzi, andare al cinema da soli è il pa-ra-di-so.

Non c’è da stilare la Costituzione del Gruppo Cinema per decidere quale film andare a vedere, dove come e perché; che poi si finisce sempre per vedere il film che scontenta tutti.

Non devi giocare a carambola per trovare 16 posti tutti nella stessa fila, per te e i tuoi amici.

Ci vai quando cavolo hai tempo e ti pare (puoi decidere di entrare in un cinema nell’istante esatto in cui ci passi davanti).

Vai al cinema quando vuoi vedere un film, e non viceversa.

Non ti senti obbligato ad offrire il biglietto, come ad esempio nel caso in cui tu sia in dolce compagnia, oppure non ti capita che la cassiera *assuma* che tu voglia offrire e al momento di farti pagare ti dica il prezzo di DUE biglietti.

Non devi pensare al prima o al dopo cinema… cioè, se vuoi ci pensi, ma sono anche fatti tuoi.

Ti metti nel posto che preferisci tu (”no qui no è troppo lontano, andiamo in prima fila che si vede bene“, due torcicolli al tavolo quattro, grazie).

Non ti senti in imbarazzo se quelli che ti sei portato appresso, poco avvezzi alle sale cinematografiche coprono tutti i passaggi importanti del film con i loro “non capisco, spiegami” (i bambini sono perdonati :*, ma fanno girare le balle lo stesso). L’effetto è centuplicato se il film è un sequel, ma immagino già lo sappiate (sarà ben impresso nella vostra schiena, dalle scudisciate di 35mm che vi avranno inflitto le maschere di decine di sale).

Il tuo popcorn te lo mangi tu e solo tu.

Non devi per forza sviscerare il film con qualcuno alla fine della proiezione (tuttavia non ci si salva dall’udire tremendi commenti da cascapalle - ricordiamoci che ci sono ALTRI spettatori nella sala). “Mi è piaciuto. Sì. Molto.” “Sì” “Molto” “Anche a me, molto” “Sì” “Già”.

Se sei uno di quei compagni di cinema rompicoglioni che ti fanno pesare il fatto di averli arricchiti culturalmente avendoli portati a vedere l’ultimo Blockbuster della Sierra Leone, e sei entrato per sbaglio in un cinema che proiettava a ciclo ininterrotto documentari muti e in bianco e nero sulla musica dodecafonica, be’, stavolta non hai nessuno a cui frantumare i gioielli di famiglia: tiè.

(Ovviamente potete modificare la frase sopra a seconda dei VOSTRI gusti cinematografici; per esempio, al posto di “arricchiti culturalmente” potete mettere “cullati in un’agrodolce melodia d’amore”, e proseguire a cambiare i termini come farebbe un melenso e squallido appassionato di pallosi film rosa… spero che “rosa” non sia offensivo, non è evidentemente mia intenzione esserlo; offensivo, non rosa).

Pare che, se vai al cinema da solo, i sedili NON diventino roventi appena cominciati i titoli di coda. Cioè, ti alzi quando ti pare, davvero, giuro, ho provato di persona!

Guardare un film da solo permette di goderselo appieno, senza lasciarsi distrarre da manine nelle manine, gomitate, tubi di pop-corn in testa, intrusioni (estrusioni) furtive nelle (dalle) mutande, richieste nei momenti clou di generi alimentari che guardacaso si trovano di fianco a voi, eroici smistatori.

Guardate un film all’insaputa dei vostri amici. Poi, quando li incontrate e meno se lo aspettano, fate outing: “IO HO VISTO SCARNIFICATORS OTTO!”. Sarete i loro idoli per 3,86 secondi. I 7 euro più ben spesi della vostra vita. Di merda.

Parroci e polli

StM - Thursday, 8 September 2005, 17:42 - cronache

No, i polli non sono i fedeli… maliziosi che non siete altro!

Altra storia dei tempi antichi… chissà dove, chissà chi, ormai la memoria va a farsi benedire (non la mia, intendiamoci!). Potrebbe anche essere un vecchio film, che ne so?

Un giorno, giorno di messa per la precisione, un contadino andò in Chiesa poco prima della funzione, per fare dono al parroco di un bel pollastro pronto tosto per il forno. Il parroco ringraziò, e non sapendo dove lasciare il pollo in sagrestia decise di appenderselo alla cintura, ché sotto tutti i paramenti non si sarebbe notato. La funzione cominciò, il parroco si diresse all’altare e cominciò a seguire il rituale, come tutte le domeniche.

Con l’andare del tempo, tuttavia, il sagrestano s’avvide di come il pollo stesse pericolosamente fuoriuscendo da sotto la toga del parroco, fino ad essere sempre più visibile; per evitare brutte figure alla parrocchia, con presenza di spirito attese il momento più adatto della liturgia e cantilenò:
-Tìrate su la cappa in dominoooo, che te se vede lo spennacchieeeebuseeee.
Al che, i fedeli:
-Ameeeeeen.

Google groups, search history, soprattutto *Talk*. E fuffate varie.

StM - Thursday, 8 September 2005, 1:15 - digitalismi, estensioni digitali, how stuff works

Google groups ora ha la possibilità di login e di posting di default (non bisogna più andare su groups-beta). Ho appurato che non è ancora possibile inserire signature, ma c’è una pagina di feature-request in cui ho già fatto il mio dovere (la signature è una delle scelte predefinite quando clickate “Make a suggestion”).

Passiamo alla search history. O meglio… alla pagina google personalizzata, accessibile da qui (altra cosa che ho scoperto sbirciando nelle statistiche degli accessi… maledettamente utili!). Tale pagina sta diventando il mio raccatta-feed, poiché con la banda stretta ciò mi è MOLTO conveniente: Google si smazza i feed al completo, e mi sputa una paginetta html da una sessantina di kb con il numero di entries per feed che voglio io, da 1 a 9; purtroppo non tutti i feed che vorrei seguire vengono pappati senza problemi (ad esempio Punto Informatico dà errore), ma ho snellito parecchio il caricamento di firefox (già, per avere un feed-reader multipiattaforma mi riducevo ad usare il browser). Mi piacerebbe avere i feed in più pagine a seconda dell’argomento (news, blog, altro), ma per ora già questo mi toglie un peso.

E quindi, la search history di cui al titolo? Lo ammetto, ancora non l’ho usata. Ma faceva figo citarla.

Google talk. Ovvero jabber, privato di diverse funzioni, con l’aggiunta della possibilità di chiamata voce pc-to-pc e di un client sciccoso.

Per collegarvi a Google Talk potete usare il software di Google oppure un qualsiasi client che supporti jabber (in quest’ultimo caso avrete qualche funzionalità in meno, sia rispetto a GT che rispetto al jabber tradizionale). Il nick? Quello del vostro account gmail. Per altre informazioni vi rimando al sito, come sempre, nello stile google, ricco di documentazione utile. Vi avviso che non ho provato il software di Google, e ho fatto solo qualche prova a contact list praticamente vuota in Kopete e Gaim. La maggior parte di quello su cui vo a ragionare è derivato dalla lettura di articoli e forum.

Cosa c’è da migliorare in Google talk, altrimenti si attaccano che lascio jabber (bravo, vantatene):
-Possibilità di discutere con utenti che si collegano ad altri server (esempio, in jabber utente@jabber.org e utente@jabber.com si collegano a due server diversi ma possono parlare tra loro).
-Possibilità di parlare con utenti di altri protocolli di messaggistica (in jabber questo è ottenuto con il transport).
(le due cose qua sopra pare verranno realizzate… si è sentito parlare di whitelist, almeno per quel che riguarda i server)
-Multiconferenza (parlare con più persone contemporaneamente… per ora ci sono workaround amatoriali, ad esempio degli utenti-multiconference bot).
-Mi secca divulgare il mio nome: dovrei poter scegliere quando farlo, no? Invece, se avete messo il vostro vero nome nell’account gmail (anche se poi spedite email con un nick), e usate quell’account per accedere a google talk, il vostro nome è visibile nel vostro biglietto da visita elettronico. Non sono ancora riuscito a cambiare via client il biglietto da visita.
-Funzionalità avanzate di ricerca, nonché di blocco degli utenti indesiderati (e queste cose mancano anche in jabber, ma né le whitepages di icq né le member pages di msn fanno un servizio tanto migliore, dispersive come sono).
-Invio file?
-Messaggeria offline?
(queste col punto interrogativo non sono sicuro che manchino, ne ho solo letto)

Cosa mi attira:
-Il salvataggio delle conversazioni server-side.
-Forse, grazie all’apporto di Google, jabber come protocollo riceverà maggiore attenzione e quindi si avrà uno sviluppo più veloce nelle applicazioni client (e forse anche nel protocollo in sé, ma non sempre è un bene).

Approfitto dell’occasione per dire cosa non mi piace di MSN, che è sempre gustoso (tanto per dire che se non fosse che lo usano tutti per me NON sarebbe un’opzione):
-Sarà che uso client non ufficiali, ma ci mette un’eternità a loggarsi e a volte non si logga proprio
-NON SI POSSONO MANDARE MESSAGGI OFFLINE!!!
-Non si può rifiutare di essere addati ad una chat di gruppo
-Non esistono chatroom, bisogna per forza essere invitati e hostati da qualcuno (e se vi scollegate vi devono reinvitare tutte le volte)

(a questo punto, conosco ALMENO due persone che direbbero: usa IRC)

Già che ci sono, vi dico che odio Microsoft Passport, perché non è possibile che OGNI volta che cambi pagina, in un sito che lo richiede, debba DI NUOVO fare il controllo. E’ snervante. Anche qui Google, con il suo login unico per molti servizi che tanto assomiglia al passport, dà la polvere a Microsoft.

Uhm. e tanto per fare un post che parla un po’ di tutto. Si stanno alzando voci preoccupate da tutte le parti riguardo allo spadroneggiare apparentemente inarrestabile di Google. Una nuova Microsoft? Permettetemi di dissentire. Per ora, con Google non vedo problemi di antitrust, di concorrenza sleale, e soprattutto non vedo CATTIVI PRODOTTI VENDUTI COME BUONI (Ballmer che pubblicizza Windows 1.0… spettacolare… c’è Reversi, ma tu capisci?). La scelta, sempre per ora, è nelle mani degli utenti: non vuoi usare www.google.it? E allora usa search.msn.it, chi te lo impedisce? Non vuoi usare Google Talk? Va bene, tanto mica è preinstallato, lui.

Il fatto è che tutti si cagano sotto perché Google raccoglie nel suo team alcune delle migliori menti del pianeta (o perlomeno della Sylicon Valley), e non parla il marketese. E’ una bestemmia semovente alla sacra religione della presa per il culo dell’utente da spennare. Il suo potenziale di pericolosità aumenta di giorno in giorno, non lo nego, e al primo passo falso sarò ne la resistance con voi. Per ora mi limito a guardare, e a compiacermi di quel che vedo.