Dedicato a ogni blogger (sglapser, braurper) che si rispetti
StM - Tuesday, 30 August 2005, 17:45 - oblòg, opere altrui(ovviamente da www.doonesbury.com)
(ovviamente da www.doonesbury.com)
Io stavo per spegnere la luce e addormentarmi. Giuro. Era ora di smetterla con questa storia di tirare tardi la notte, di alzarsi praticamente all’ora di cena… basta.
Avrei spento la “luce piccola” di lì a cinque minuti. E poi lo vedo. Charlie, ho deciso che lo chiamerò Charlie. Charlie il pipistrello, che chissà dov’era, chissà come c’è finito, sta di fatto che si mette a volteggiare nel cielo della mia stanza. Con un po’ di stupore misto a tenerezza e curiosità, me ne sto imbambolato per due minuti buoni a vederlo squadrare la mia stanza a colpi di ultrasuoni… mi sentivo come giudicato nel mio gusto per l’arredamento, mi aspettavo da parte sua una specie di responso estetico da dedurre dai suoi volteggiamenti. Va ben’.
Io che sono un’anima candida, un buono, uno che per dare un pugno ne deve ricevere due, suppongo: “poverino, non saprà come uscire”. Mi sono dimenticato di dire che sono anche un po’ pirla. Cosa fa un pirla quando formula un’ipotesi? Non si preoccupa di pensare che forse le cose non stanno come crede, NO! Lui prende e agisce subito in base alle sue supposizioni. A un pirla finisce nella stanza un pipistrello? Il pirla apre la finestra.
Stavo appurando il fatto che forse volesse stare ancora un po’ dentro, girellare, magari chiedermi in prestito qualche numero di Rat-Man (ahaha :| ), quando flappeteflappeteflappete, ecchete che entra dalla finestra Boris, l’amico d’infanzia di Charlie. Uuuuu, guarda come volano affiatati… però qui il problema si complica. Mi sa che non ne hanno mica voglia di uscire…
flappeteflappeteflappete.
Miranda, la dolce Miranda. Eccheccazzo. Sono diventato inquilino di una voliera? Fatto sta che ho capito l’antifona, col solito ritardo. Ho provato ad agitare minaccioso una stecca da biliardo (ma non avrei avuto il cuore di colpirli, sebbene i loro riflessi fossero assai lenti* e quindi avrei potuto), a fare la corrida con un lenzuolo… niente. Hanno deciso che stanno qui. Va bene, chiudo la finestra… avete ragione, sì, in effetti fuori fa un po’ freschino.
Adesso sono annidati da qualche parte sopra all’armadio, fra gli scatoloni della roba vecchia. Possono restare, ma SOLO PER QUESTA NOTTE. E se sento anche solo un *accenno* di flappete, faccio una strage.
E le FAQ del WWF un paio di palle. La luce dovrebbe dar loro fastidio? Come no, Charlie ha iniziato ad agitarsi (e a manifestare la propria presenza) quando ho spento il neon, al che evidentemente non poteva più abbronzarsi la pancia stando attaccato alla plafoniera. La mia diagnosi inappellabile è che siano stati sorpresi dal freddo.
Comunque sono carini ^_^
Spero che, se uno dei tre per caso è un vampiro, questo sia Miranda o_O
Note:
*=evidentemente per il loro appoggiarsi negli spostamenti più agli ultrasuoni che alla luce - come sapete, la velocità del suono nell’aria è di parecchi ordini di grandezza inferiore a quella della luce.
Update - Messieurs et Mesdames, Charlie.
L’amore al giorno d’oggi riempie il cuore di gioia. E’ così onesto, altruista, totalizzante, sincero, carnale, divertente, eterno, invidiabile, intimo, concreto, coraggioso, possibile, solido, trasparente, sensuale, ultraterreno, autosufficiente, incorruttibile, indistruttibile, affettuoso, maturo, caldo, tenero.
![[image]](http://sottosuolo.org/stm/wp-content/uploads/altervista/ammmore.gif)
Quello che vedo in giro invece cos’è?
Guardate, se non sono sms sono altro, non è il mezzo o l’età a fare da spartiacque. Come dicevo a qualcuno (e come ho sentito dire da qualcuno), sembrano proliferare le persone immature, egoiste, vigliacche. E stupide (non avevo usato esattamente questa parola ^_^).
E poi ci sono invece delle persone che invidio e a cui auguro sinceramente di continuare a provocarmi invidia, perché mi sta bene così.
A proposito… ha un che di buffo vedere le coppie che vanno nel pallone perché altre coppie, che vedevano un po’ come guide, fari nel mare buio della solitudine, deflagrano senza preavviso… ^_^
Ma se ci ripensi, non è per niente buffo. Per quali cavolo di motivi riusciamo a stare insieme ad un’altra persona… da manicomio, da manicomio.
Ora veniamo alla vignetta: non è granché, lo so :(. Fosse stato importante, avrei dovuto rifarla. Fin dall’inizio mi dicevo che, nonostante avessi orientato lei a ore 2 rispetto allo spettatore, potevo benissimo rendere l’effetto dell’occhio che si spostava dalla sua sede per ruotare di quasi 180°… insomma, penso che la metà di voi se ne sarà accorta adesso che l’effetto voluto era quello. E anche se l’avete capito, non è certo reso bene. In generale, mi ritrovo a dover disegnare cose troppo piccole, troppo dettagliate - e me ne accorgo troppo tardi. La matita mi illude, maledetta lei. Poi varie ed eventuali (le linee spezzate delle trasmissioni, ad esempio, e una certa caoticità che non posso fare a meno di avvertire in molti miei disegni).
Un giorno o l’altro poi mi leggerò qualche tutorial per migliorare il processo di digitalizzazione (a partire dalle cose da NON disegnare, fino al post-processing).
Mi è tornata in mente oggi un’immaginetta che avevo fatto e di cui sono sempre stato molto orgoglioso:
![[image]](http://sottosuolo.org/stm/wp-content/uploads/altervista/berlusfish.jpg)
La foto pareva proprio fatta apposta…
Intanto, parlando d’altro, stamattina mi son preso 200 fogli A4 da 140 g/m^2, per fare un po’ più sul serio nel disegno. Mi bastavano anche da 120 g/m^2, ma non ce li avevano. Ora il mio “starter kit” è al completo - manca solo tanto, tanto allenamento. E pur con tanto allenamento non raggiungerò i livelli di mostri sacri del fumetto online (ora aggiungo alla barra laterale il blog di eriadan), ma spero di raggiungere un giorno il livello minimo per esprimermi chiaramente, senza torturare i poveri lettori nel dubbio delle interpretazioni multiple (”questo sarà quel personaggio là o quell’altro?”, “cosa sta tenendo in mano, quello?”, “ma è seduto o in piedi?”, “sta sorridendo o ha un’espressione omicida?”, etc.).
![[image]](http://sottosuolo.org/stm/wp-content/uploads/altervista/problemi_di_pollice.jpg)
Devo aver esagerato nel contrasto della scansione, ma è una delle tante cose per cui > vedere titolo del post ^_^
Il mio bisnonno Carletto è stato pescivendolo, tra le altre cose. Ha avuto un negozio, ma vendeva anche per strada. Ancora quando ero bambino io, a Savona, di tanto in tanto si sentiva il vociare di qualche pescivendolo ambulante… “pé-scioooo… anciùeeeee”… cose ormai d’altri tempi.
Il bisnonno si alzava di buon’ora, prendeva mio padre (allora ragazzino), l’ape (o motocarro, ma pare fosse proprio un triciclo a motore), e si dirigeva all’imbocco dell’autostrada, che -ricordo- allora non si pagava. Per chi non è di queste parti, c’è da sapere che la strada Altare-Savona è quasi tutta discesa, con un dislivello di 450 metri per una quindicina di chilometri, e curve… molte curve. Il mio bisnonno, che non mancava di fiuto per gli affari e per il risparmio, una volta presa un po’ di velocità spegneva oculatamente il motore e metteva l’ape in folle. Mio padre ha un ricordo vivido di quelle discese a novanta all’ora su strada tutta curve e triciclo a motore. E’ ancora vivo. Strano.
Arrivati in qualche modo a Savona, i casi potevano essere due: il tempo era buono, e allora si andava normalmente al mercato del pesce; oppure il tempo era cattivo, o meglio era stato cattivo in nottata, e allora il bisnonno diceva “possiamo prendercela comoda”. Se il tempo era stato cattivo, infatti, i pescherecci non avevano potuto uscire in mare e il pesce che si trovava sui banchi era ancora quello del giorno prima; aspettando un po’, invece, sarebbe arrivato sui banchi il pesce dell’Adriatico, autotrasportato.
Era uno dei tanti mestieri che il mio bisnonno sapeva fare.
Non so di preciso in quale periodo avesse il negozio; anzi, non sono nemmeno sicuro se questo episodio che sto per raccontare sia da attribuirsi a lui o a qualche altro famigliare (o estraneo addirittura)… oh, be’, noi raccontiamo, che certe storie possono anche lasciar da parte il rigore della cronaca.
Pare che il bisnonno, ad un certo momento della sua vita, avesse una pescheria a Mallare, un paese qui vicino. Finché una sera, eseguito il dovere perentorio (e irrevocabile) di scolarsi qualche litro di vino, non sentì il bisogno di liberare la rigonfia vescica da qualche parte; ma non in un posto qualsiasi: scelse appositamente il retro della chiesa, per aggiungere il politico al dilettevole. Non fu ahimé scelta saggia, poiché qualcuno fu testimone del blasfemo atto e ne informò il parroco; costui, a sua volta, si premurò di informare tutti i pii fedeli, alla successiva funzione, del fatto che il negozio del bisnonno non era più posto per loro - manco fosse una setta satanica. Non so se il bisnonno decise di cambiare aria o del tutto il mestiere, ma certo è che il negozio chiuse. Viva i pii fedeli, viva il Mullah.
Disclaimer: non sono un medico. Sono un semplice curioso. Spero riusciate a distinguere le mie opinioni dalla cronaca e dalle opinioni di persone più esperte di me. Non ho effettuato alcun tipo di controllo di attendibilità sui siti che linko, e comunque non ne avrei le competenze. State sempre molto attenti a quello che leggete in rete, mettere insieme un articolo credibile agli occhi dei profani è facilissimo.
“Cara” Sindrome da Immuno-Deficenza Acquisita (in alcuni paesi si chiama appunto SIDA), non ti ricordavo così. Così famosa, così temuta. Eppure guarda che articoli che ti dedicavano, quanto si parlava di te, quanto poco eri conosciuta e quanto d’altro canto ti si voleva conoscere. Nei primi anni ti si chiamava addirittura “peste del ventesimo secolo”, tanto per fomentare l’isteria e la paranoia dilaganti (un succinto riassunto della genesi e storia della malattia).
Come possiamo leggere dagli articoli che riporto più sotto, i malati di AIDS correvano il rischio di ghettizzazione a tutti i livelli, addirittura a quelli istituzionali (a un malato di AIDS straniero a quanto pare non era permesso l’ingresso negli Stati Uniti). Per chi ha più o meno la mia età o più, c’è il ricordo nitido delle campagne informative passate alla televisione (quella dei “contorni viola”) o su altri mezzi di comunicazione: non ricordo bene in quale classe, mi avevano dato una storia a fumetti in un volume addirittura cartonato - e poi c’era il libretto di Lupo Alberto promosso dal Ministero della Sanità per sensibilizzare all’uso del preservativo. Sì, forse allora la lobby dei preservativi faceva grandi affari, ma meglio loro che non la lobby che va di moda oggi, quella dell’astinenza e della disinformazione (o noninformazione). Quella che, volendo buttarci tra le braccia delle grandi confessioni religiose, in realtà butta molti nelle mani degli stregoni del 2000. Fine divagazione.
A proposito di disinformazione. Per qualcuno l’HIV non esiste, e l’AIDS è provocata dai farmaci che dovrebbero curarla. Non sono un medico, sono un semplice curioso che ultimamente trova molte risposte su wikipedia. A me sembrano davvero risposte, senza bisogno di troppi commenti (così come a Emack che altrove ha segnalato il link):
http://it.wikipedia.org/wiki/HIV
Se proprio vogliamo, comunque, si ha un’ulteriore riprova di come le case farmaceutiche pensino prima agli affari e poi alla salute dei pazienti: per esempio hanno prodotto e venduto l’AZT (attenzione, contenuto su wikipedia “non verificato”, proviene dal sito di kontroinformazione che ho linkato prima) finché han potuto, come hanno sempre fatto per chissà quanti altri farmaci (chi ha detto Lipobay? Grillo, hai parlato?).
Abbastanza parole per ora. Dimenticate l’oscuro 2005, e mettete indietro gli orologi… (avviso: il secondo e il terzo articolo, che sono l’esposizione e l’epilogo della stessa storia, possono risultare un po’ troppo commoventi… se non vi sentite dell’umore, saltateli).
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS - Dal convegno fiorentino tre drammatiche storie di ordinaria malattia
VIVERE CON IL VIRUS
Firenze. Jeffrey Brooks l’americano e il suo compagno spagnolo, Don De Gagnè il canadese, Rosaria Jardino l’italiana, l’omosessuale sano, gli ammalati di Aids, la sieropositiva asintomatica hanno vissuto con frenesia e passione i giorni del VII congresso mondiale dell’Aids: in mezzo agli ottomila scienziati venuti dall’Uganda e dalla California, da Roma e da Budapest, da Amsterdam e da Calcutta, a qualche centinaio di attivisti italiani e stranieri, emofilici, politrasfusi, lesbiche, ex tossici, volontari, sacerdoti, omosessuali, prostitute, madri di famiglia e a qualche decina di piazzisti di preservativi profumati alla vaniglia, di farmaci in via di approvazione prodotti dalle grandi case, di radici e pozioni di erbe per ipotetiche guarigioni naturali, di pseudo vaccini che solo tra qualche anno potranno riverlarsi utili o no, di metodi per evitare il male, la meditazione, la levitazione, ia dieta vegetariana.
E per la prima volta, da quando sono nati questi giganteschi convegni, figli della paura crescente, delle previsioni apocalittiche, dei litigi tra scienziati, dell’annaspare della ricerca, della disperazione di chi è stato travolto dal male o ha visto i suoi cari, i suoi amici, morire inesorabilmente, si è spezzato ogni confine tra la scienza e la malattia: salivano, sulla pedana degli oratori, con la loro targhetta di delegati, i sieropositivi e gli ammalati, a raccontare e pretendere; e tra i ricercatori, i virologi, gli psicologi, i medici che portavano al congresso i loro studi, c’erano quelli che improvvisamente si rivelavano, come anche ha fatto pubblicamente gualche giornalista: «Anch’io sono sieropositivo, anch’io sono ammalato, anch’io non ho ormai che qualche mese ai vita, se non succede qualcosa…».
Jeffrey Brooks. Ha 34 anni, sognava di fare l’attore, frequentava una scuola importante, ma ha lasciato perdere: per poter stare vicino al suo compagno, che due anni e mezzo fa si è ammalato di Aids. Jeffrey è sano, non è neppure sieropositivo e si domanda come mai: «Ho sempre fatto in passato sesso non protetto, selvaggio: quasi tutti i miei amici si sono, ammalati, ne ho visto morire più di cento. Io continuo a stare bene, nessun medico sa darmene una ragione». Non può fare il nome del suo compagno, un uomo bruno e robusto di 32 anni, perché è un “alien”, uno straniero con diritto di residenza negli Stati Uniti: potrebbe chiedere ormai la cittadinanza ma non ne ha il coraggio. Ha l’Aids, potrebbero non solo non concedergliela, ma magari cacciarlo dal paese. «Per me sarebbe terribile: in California ho la mia vita, ho Jeffrey che è la mia famiglia, ho il mio dottore. Per quel tempo che mi resta, ed ormai è poco, non voglio perdere tutto ciò che mi ha dato felicità e sicurezza». Lo chiameremo Manolo perché è spagnolo: anche se è ammalato da tanto, sta bene, ha un bell’aspetto, un’aria molto serena. Mostra una serie di scatole che contengono la dose massiccia giornaliera di farmaci: AZT, vitamine, calcio, ferro: «Le cure me le sono inventate io, uso tutto quello che c’è in giro. Se ci fosse una nuova cura in Cina, Jeffrey andrebbe a prendermela». La malattia ha reso ancora più salda questa coppia: «Ho cambiato la mia vita per proteggerlo, mi sento con lui una madre che ha la responsabilità di un figlio ammalato», dice Jeffrey. «Parliamo spesso del fatto che lui non ha futuro. Ma sino alla fine io farò di tutto perché la sua vita, la nostra vita, sia la migliore possibile». Negli Stati Uniti torneranno separati, su aerei diversi: sarà Jeffrey a portare tutte le medicine di Ma-nolo perché se gliele trovano, considerino lui l’ammalato: poiché è cittadino americano non possono respingerlo. Ma se scoprissero che malato è Manolo, potrebbero impedirgli il ritorno a casa. Al VII congresso erano venuti con il combattivo gruppo Act up, composto da omosessuali, sieropositivi e ammalati di Aids, per lottare contro la legge discriminatoria che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai sieropositivi. Entro il 3 agosto il presidente Bush dovrà decidere se mantenerla o abrogarla.
Don De Gagnè. È il primo canadese ammalato di Aids che sia stato invitato a far parte di un comitato pubblico; è infatti il vicepresidente dell’associazione “Gente con l’Aids”, che dipende dal Ministero della sanità del suo paese e lavora per la prevenzione e l’assistenza degli ammalati. È un bel giovanotto dai modi dolci e entusiasti, vive a Vancouver, prima di ammalarsi era presentatore televisivo: adesso si dedica solo alla sua associazione. «Non credo alla medicina ufficiale, alla scienza che tuttora si arrabatta alla ricerca di un farmaco, di una soluzione per l’Aids. Mi curo solo con medicamenti naturali, di erbe cinesi e dopo tre anni sto ancora bene, sono attivo, pieno di speranza e di energia. Il mio compito principale è quello di far capire alla gente che l’Aids non è una sentenza di morte, che con l’Aids si può vivere, anche senza disperazione, con serenità». De Gagnè e la sua organizzazione si occupano di 800 malati, che assistono a domicilio: in più lui tiene corsi di prevenzione nelle fabbriche e nelle scuole, a partire dai ragazzi di 15 anni: «I giovani sono molto interessati, vogliono sapere come proteggersi, sono molto meno prevenuti degli adulti verso di noi. Io lavoro anche con le comunità etniche difficilmente raggiungibili perché non sanno l’inglese, come certi gruppi asiatici o africani». Negli ultimi mesi ho perso ben dodici amici, e ognuno di loro mi manca: ma non sono disperato, passivo, abbattuto, piuttosto molto arrabbiato, molto aggressivo, pieno di voglia di lottare. Questo congresso era intitolato “La scienza sfida l’Aids”: io penso che invece dovremmo farne uno intitolato “L’Aids sfida la scienza”: perché essa è ancora troppo lenta, troppo di parte, troppo poco coraggiosa, troppo avara: ragiona in termini di anni, mentre noi abbiamo pochi mesi di vita».
Rosaria Jardino. È una graziosa ragazza di 25 anni, di aspetto delicato e di carattere forte: si occupa di coordinamento lesbiche con Aids e delle associazioni italiane di sieropositiviti: al congresso è stata invitata come delegato a parlare nel giorno di chiusura, accanto a illustri scienziati, a Madre Teresa di Calcutta e al presidente del Consiglio Giulio An-dreotti: «Sono sieropositiva da sei anni, e sto bene: mi tengo sempre controllata, mi curo, esorcizzo con il lavoro la paura dell’Aids». Si occupa di prevenzione e come volontaria prende anche un piccolo stipendio, 500 mila lire al mese che le bastano per vivere. «Come sia diventata sieropositiva non lo so. È avvenuto quando avevo 19 anni ed ero in una comunità a disintossicarmi: mi facevo allora di droga, di donne, di uomini, ero scatenata, quindi non so a chi dare la responsabilità di quel che mi è capitato. Adesso la mia vita è un’altra: anche se di sesso ne faccio tanto, con le donne. Ma sono molto più responsabile verso di me e verso gli altri. Lo dico subito che sono sieropositiva, qualcuna scappa, altre mi vogliono anche più bene. Certo prendo precauzioni, evito ogni contatto quando ci sono di mezzo le mestruazioni: anche perché le ricerche sono scarse e incomplete su quel che riguarda l’Aids e le donne».
Il VII congresso mondiale dell’Aids, il primo in Italia e forse il meglio riuscito sino ad ora (merito dei due organizzatori, il virologo Giovanni Rossi dell’Istituto superiore di Sanità e l’oncologo Luigi Chieco-Bianchi dell’università di Padova) malgrado migliaia di interventi e di ricerche di scienziati, non ha portato nessuna grande novità né molte certezze. Passeranno ancora anni prima che si possa parlare di un vaccino che impedisca il male e sino ad allora potranno forse migliorare i farmaci, che allungano la vita dei pazienti senza però scongiurarne la morte. Resta il dubbio se anche i baci possano essere infetti, pericolo non provato ma che non tutti, neppure il celebre scopritore del virus, Luc Montagnier, si sente di escludere. Mentre è una pericolosa illazione quella che la pillola contraccettiva protegga anche dall’infezione.
Intanto, mentre la scienza spende migliaia di miliardi, l’unico mezzo di prevenzione sicuro resta il vecchio, sprezzato preservativo, e questo il congresso ha ribadito in tutti i modi, anche con spot pornoedu-cativi che hanno scandalizzato i meno aperti dei partecipanti. Ed è stato confermato che sempre più donne sono esposte al rischio di infezione, che i paesi in via di sviluppo saranno colpiti in modo devastante dal male anche nella loro fragile economia, che l’amore non sarà più quello, definitivamente; passione-contagio, sesso-preservativo, sono due binomi che lo renderanno sempre più difficile e meno avventuroso, sempre più programmato e meno spontaneo. Ma 5 massimi profeti di sventura di questo congresso non hanno tralasciato niente: neppure la coppia monogama si salverà perché troppo sicura di sé e quindi indifferente a ogni precauzione. La passione forse ce la sogneremo vedendo i vecchi film, leggendo romanzi d’amore, sperando che prima o poi qualcuno ci liberi dall’incantesimo, dal maleficio che sta rendendo la vita sempre più plumbea.
Natalia Aspesi
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Da Venerdì di Repubblica del 5 luglio 1991.
AIDS - Ricky, quattordici anni, Wenonah, sedici: si sposeranno presto. Ma il loro è un amore impossibile?
![[image]](http://sottosuolo.org/stm/wp-content/uploads/altervista/ricky_ray.jpg)
Ricky Ray e Wenonah Lindberg, i due giovanissimi futuri sposi, con i rispettivi genitori
Come Romeo e Giulietta
di Arturo Zampaglione
fotografie di Rod Millington/Silver Image
II nome di lui è Ricky, quello di lei Wenonah. Ma chiameteli pure Romeo e Giulietta, questi due ragazzini che si tengono per mano, si guardano negli occhi e si promettono un amore intenso e impossibile. Non siamo a Verona: questa è Sarasota, una allegra cittadina sulle coste della Florida, piena di sole, di barche, di ville. Qui non c’è traccia di Montecchi e Capuletì, né di altre famiglie in guerra. Anzi, i genitori dei due promessi sposi sono pronti a fare di tutto perché il 13 dicembre si celebri il matrimonio, a dispetto dei quattordici anni di Ricky Ray e dei sedici di Wenonah Lindberg. Ma la loro è una “love story” sfortunata e patetica. Lui è malato di Aids. Sa che la morte è dietro l’angolo, pure lei ne è cosciente, e così anche i familiari, i compagni di scuola, i vicini di casa e i milioni di americani che li hanno visti abbracciarsi in televisione e raccontare la loro vicenda. Ricky ama la ragazza che ha conosciuto sui banchi della scuola media, e vuole condividere con Wenonah i pochi giorni, mesi o anni, che gli restano. Intenzionato a bruciare ogni tappa, a rubare all’Aids un pezzo di vita, a confrontarsi subito con quella condizione di uomo adulto che gli verrà negata dal virus, il ragazzo paga il suo prezzo al conformismo e al puritanesimo americano: il vero amore è solo quello consacrato dal matrimonio.
L’annuncio delle nozze è stato dato tre settimane fa e in poche ore ha fatto il giro del mondo, per l’età della coppia, per la malattia di lui e soprattutto perché Ricky, per sua sventura, è un personaggio già noto: assieme alla sua famiglia, è stato vittima della nuova, odiosa forma di persecuzione dell’età dell’Aids. Fino al 1987, i Ray — padre guardia carceraria, madre casalinga, tre figli e una figlia — vivevano ad Arcadia, un paesotto della Florida. I tre maschi erano nati con l’emofilia, una malattia ereditaria che si manifesta con gravi difetti della coagulazione. Così, dovevano fare spesso ricorso a trasfusioni di sangue. Una volta fu utilizzato del sangue che conteneva il virus dell’Aids, e Ricky, assieme a Randy e Robert, divennero sieropositivi.
La notizia del contagio non piacque né ai compagni di scuola dei tre fratelli, né ai vicini dei Ray. I ragazzi furono espulsi dalla scuola pubblica della contea di De Soto. La loro casa venne data alle fiamme da chi li voleva allontanare da Arcadia. «In quell’incendio», ricorda Clifford Ray, il padre di Ricky, «è andata distrutta la casa dove avevo sempre vissuto con mia moglie, dove mio padre era morto e dove conservavo mille ricordi». I piromani ottennero il risultato sperato: i Ray furono costretti a cambiare città, a trasferirsi a Sarasota, senza però rinunciare a una causa per danni nei confronti della scuola, dalla quale hanno ottenuto un risarcimento di un miliardo e trecento milioni di lire.
Nella nuova cittadina, Ricky fu iscritto alla Gocio Elementary School, dove incontrò Wenonah. «Diventammo subito amici», racconta. Prima, qualche passeggiata insieme, qualche ora passata davanti alla televisione. Poi il rapporto si fece più stretto: «Cominciammo a telefonarci ogni giorno, a scambiarci visite». Intanto, la malattia faceva il suo corso.
A vederlo, magro, con i capelli biondissimi, ossigenati, un po’ alla punk, Ricky dimostra meno dei suoi quattordici anni. Ma basta incontrarlo, come abbiamo fatto, per capire che ogni giorno di Aids, per lui, è stato come un anno di vita. Sembra avere la saggezza di un adulto: «Con Wenonah, abbiamo già discusso dell’aspetto sessuale del nostro matrimonio. Non avremo rapporti veri e propri, è troppo rischioso a causa della mia malattia. Invece, con l’aiuto di un centro ad hoc, stiamo esaminando altre alternative, altri possibili giochi sessuali. In quanto ai figli, non è ancora il momento. Quando decideremo di averli, ricorreremo all’inseminazione artificiale».
Di una spanna più alta di lui, la fidanzata sembra più fragile, più incerta, spaventata. Ammette: «All’inizio, quando Ricky mi ha chiesto la mano, pensavo che scherzasse». Ma adesso l’idea del vestito bianco le piace ed è disposta ad andare fino in Texas, dove il limite d’età per il matrimonio è 14 anni. Nella nuova riscrittura del Romeo e Giulietta, c’è tutta l’America che trionfa, nelle sue tradizioni e nelle sue contraddizioni.
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Ricky è morto il 13 dicembre 1992. Il progetto di matrimonio con Wenonah non è andato in porto.
(Il seguente articolo è stato reperito dalla cache di google, mentre il sito originale non risponde)
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Ricky Ray loses AIDS battle
Miami Herald - Monday, December 14, 1992
John Donnelly, Herald Staff Writer
AIDS-infected Florida teenager Ricky Ray, whose precocious wisdom in the face of hysterical persecution helped educate the nation about the disease, died peacefully Sunday at his Orlando home. He was 15.
He and his two younger brothers, Robert, 14, and Randy, 13, who also are infected with HIV, were at the center of a Florida and national controversy in 1986 when the Arcadia School Board barred them from school because they were infected with HIV, the virus that causes AIDS. “He died peacefully at home, in his sleep,” said his father, Clifford Ray, who was with the family at the boy’s bedside, along with Ricky’s friend and former fiance, Wenonah Lindberg.
“He went very quickly, and it was where he wanted to be,” said his mother, Louise. “He wanted to be at home; he wanted to be with his family.”
The teenager, who had been unable to eat solid food or sit up and needed an oxygen mask to help with his breathing, died about 3:45 a.m. Sunday of multiple organ failure, Dr. Jerry Barbosa said.
“Obviously, it was not unexpected, but it was sudden and quick,” said Judith Kavanaugh, the family’s attorney in Sarasota, where the Rays lived before moving to Orlando earlier this year. “He was conscious to the very end. The family had an opportunity to tell him how much they loved him.”
His family will continue his efforts to educate others about AIDS and fight for a cure, Louise Ray said.
Her son had “wanted people to understand AIDS is not just this word that happens to somebody else — it can happen to everybody,” said Louise Ray, who, along with her husband, looked pale and haggard at a news conference later Sunday outside Kavanaugh’s office.
“Ricky has done what he wanted to do,” the boy’s father said. “He won his battle, and he’s gone to a better place.”
In his last days, Ray’s family had maintained a bedside vigil by the teenager, who recently had returned to his home for Thanksgiving after being hospitalized for a month at All Children’s Hospital in St. Petersburg.
The family said the boy’s funeral will be Friday morning in Sarasota, where he also will be buried.
Last month, President-elect Clinton telephoned the boy in the hospital to offer his support.
It is uncertain whether Clinton will attend services for Ray, spokesman Jeff Eller said in Little Rock, Ark. Clinton, who was unable to reach the family Sunday morning, sent his condolences.
Ray had said before the hospital call that he hoped Clinton “does what he says about AIDS. . . . I know he’s a very busy man right now because he’s got to run the United States now, but . . . I want to tell him that I want help for AIDS.”
He had hoped to live long enough to attend Clinton’s inauguration and progressed to the point that he was able to walk in for out-patient care early this month, “surprising everyone,” said Barbosa. But his condition then rapidly deteriorated, Barbosa said.
Ricky again made national headlines in June 1991 when he and his Sarasota neighbor, 16-year-old Lindberg, announced plans to wed.
Although the young couple’s decision was supported by their parents, the engagement drew mixed public reaction. Illness eventually forced Ricky to put the wedding plans on hold. The pair later broke up, but remained close friends.
“They were best friends, always best friends — even now that he’s gone,” Lindberg’s mother, Debbie, said Sunday.
The three Ray boys are believed to have contracted the AIDS virus six years ago through tainted blood products taken for their hemophilia. They were the first Florida children to receive the AIDS drug AZT.
Ray’s impact on AIDS education already has been felt.
“Things changed so much for us around the country after the Ray family. People saw that education is really an imperative in dealing with AIDS,” said Alan Brownstein, executive director of the National Hemophilia Foundation in New York. “They went through hell, but their hell has helped others.”
Robert was diagnosed with acquired immune deficiency syndrome in February 1990 but shows little sign of physical problems. Ricky was diagnosed with AIDS in March 1991.
Randy, like his brothers, tested positive for the human immunodeficiency virus in 1986, but he has not developed any symptoms of advanced stages of the incurable disease.
Barbosa said Sunday that the younger brothers are “the picture of health” and are not yet showing outward signs of the ravaging disease.
During the ordeal, the family endured the miseries of a small Central Florida town barring their children from school, and an arsonist torched their home in 1987.
In some ways, Ricky Ray was a teenager like any other. In one month last year, he dyed his hair blond, got a spike cut and had his ears pierced. He loved going to the movies, eating at fast-food restaurants and hanging out with friends.
Yet, Ricky was clearly different — “like he was living on another place from the rest of us,” said Kavanaugh, the family lawyer who become the Rays’ confidante.
He was wise beyond his years, and one of his missions from the start was to speak bluntly about AIDS. When his family moved to Sarasota in 1988, after their house was burned down in Arcardia, Ricky talked about his disease to classmates. Use condoms, he said; if someone with HIV is bleeding, get them to a doctor.
When one friend’s mother expressed fears about exposure to someone with the HIV virus, Ricky spent hours with the woman, explaining the basics of the disease. She changed her mind.
And he spoke out to groups across the country, jetting with his family from talk show to talk show.
People had a hard time understanding how the teenager could speak so openly about death, or about how he worried not for himself, but for his brothers.
He did get depressed at times. One of his worst periods was the death of his friend Ryan White, 18, in 1990. Ryan was a hemophiliac, too, who contracted the disease through tainted blood transfusions.
The two used to talk often on the phone. About what? “Secrets,” Ricky said in an interview last year.
“I’ve learned since I have AIDS,” he said in a hearing last year in a lawsuit, “that every moment is supposed to be a special time because you don’t know how much time you have left.” The suit, against two blood-products companies, was settled out of court for $1 million.
But most of all over the last six years, he became the protective older brother to his sister and brothers.
In an interview with The Miami Herald last year, Ricky said he had, in his own way, prayed that he could save his brothers through his own sacrifice: “I thought about both of them dying. I thought about a way to take it off Robert and Randy and putting it on me.”
A public viewing of Ricky’s body was planned for Thursday night at Toale Brothers Funeral Home in Sarasota.
Ray’s funeral will be at 11 a.m. Friday at the First Baptist Church in Sarasota, with burial at Palms Memorial Park. In lieu of flowers, donations may be sent to Dr. Jerry Barbosa, chief of pediatrics, All Children’s Hospital, 801 Sixth St. South, St. Petersburg, Fla., 33701.
Ricky Ray is survived by his parents, Clifford and Louise Ray; his brothers, Robert and Randy; and a sister, Candy.
Herald wire services contributed to this story.
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Ora, la battuta non fa particolarmente ridere, sorvoliamo almeno su quella :D (dopotutto mi sto definendo i personaggi piano piano, ghe veu pasiensa).
Il vero problema è la tecnica. A parte le sbavature dovute alla fretta e alla ruggine (qualche annetto che non facevo nulla), ho da lavorare sull’utilizzo dello spazio, sulla scelta degli strumenti (le chine vanno abbastanza bene, ma non la matita e la carta), sul lettering (e i baloon), su cosa vada o non vada perso con la digitalizzazione, sulla resa globale. Ho questa mancanza cronica per cui non riesco a dare volume senza retinare (quindi devo lavorare sulla creazione delle forme e sulla pulizia del tratto).
Nel mentre, imparerò anche a sfruttare per bene il nuovo scanner (Epson Perfection 2480 Photo), che a parte la rumorosità finora mi ha dato delle soddisfazioni. Oddìo… sono rimasto mortalmente deluso dal constatare come certi miei capolavori del tempo del liceo in digitale non rendano niente, ma magari ho sbagliato qualcosa nella procedura di acquisizione.
Ah, sapete come l’ho scelto, lo scanner? Prima ho scelto il negozio: scelta facile, l’unico negozio della mia zona dotato di sito autonomo (per esaminare con calma) è Digital Labs (ci sarebbe anche un punto vendita Vobis, ma ammetto di non essermici mai rivolto con troppa fiducia). Poi ho scelto la fascia di prezzo: minore di 150 euro, ma possibilmente minore di 100. Nonostante la sfrondata, cercare informazioni sulla compatibilità con gnu/linux di 5-6 scanner è stato un lavoraccio. Quando poi ho avuto davanti i 3-4 scanner che funzionavano bene anche con SANE, solo allora, ho scelto in base alle specifiche. Non che ci fosse molta scelta… lo scanner da battaglia, da 50 euro, arrivava a 600dpi e mi pareva poco, per un investimento lungimirante. Lo scanner di fascia immediatamente superiore era questo qui, da 2400dpi… e va ben’, se non c’è di meno, vorrà dire che approfitterò della funzione di acquisizione da pellicola… se le pizze da proiettore che abbiamo in casa sono della dimensione giusta. E poi sono un maniaco del disegno in miniatura, ce vo’.
Come vediamo coi nostri occhi anche in questi giorni, certa gente non impara mai.
Un’opinione molto diffusa in Italia, per la precisione diffusa da chi ha interessi illeciti nel dare addosso alla magistratura (poiché comunque ve ne sono anche di leciti, nel criticarne alcuni difetti), è che il pool di Mani Pulite, politicizzato da far schifo, abbia notificato un avviso di garanzia (quando in realtà c’era anche un invito a comparire) all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre costui presiedeva la conferenza mondiale sulla criminalità (martedì 22 novembre 1994); non solo, ma la ributtante magistratura politicizzata avrebbe anche alimentato la fuga di notizie che avrebbe fatto in modo che il giornale “Il Corriere della Sera” potesse sapere della cosa in anteprima (prima del destinatario dell’invito!). Riporto qui le pagine del libro Mani Pulite - La vera storia che mettono la vicenda sotto una luce diversa (e sinistra, se vogliamo).
Tratto dal libro: Barbacetto G., Gomez P., Travaglio M., 2002, Mani Pulite. La vera storia, Editori Riuniti, pp. 281-287.
Di Pietro spinge il carrello
Di Pietro incrocia tutti gli elementi a carico del Cavaliere e li raccoglie, preceduti da un promemoria riassuntivo, in un unico faldone. Che, a colpi di fotocopiatrice, viene moltiplicato per cinque e consegnato ai colleghi interessati: Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Davigo e Greco. Di Pietro li chiama a uno a uno il 13 novembre: «Ci sono novità su Berlusconi, ora arrivo». E passa di ufficio in ufficio, spingendo il carrello e distribuendo le varie copie del dossier: «Siamo a una svolta, è tutto li dentro, studiate le carte e poi ditemi che ne pensate».
L’indomani, 14 novembre, si tiene una prima riunione. Ordine del giorno: l’eventuale iscrizione del presidente del Consiglio sul registro degli indagati. D’Ambrosio e Greco, sulle prime, temporeggiano, preoccupati dal calendario politico denso di appuntamenti cruciali: le elezioni amministrative del 20 novembre, la finanziaria, la riforma delle pensioni, le minacce di crisi lanciate da Bossi. Borrelli ascolta. Di Pietro è molto risoluto: «Berlusconi ce l’abbiamo in pugno. Il pass è la prova del nove che lui c’entra, che sapeva tutto, che le tangenti le autorizzava lui e poi, una volta scoperte, metteva il silenziatore a chi poteva parlare. Quando noi le scopriamo, Berruti va a parlarne con Silvio, mica con Paolo [...]. Voglio vederlo, all’interrogatorio, quando gli sbattiamo sotto il naso il pass. L’indagine è praticamente chiusa: lo interroghiamo, poi chiediamo il rinvio a giudizio. Con queste prove, il processo sarà una passeggiata. Non me lo voglio perdere».
Colombo e Davigo concordano: «Di fronte a una simile notizia di reato», ricordano, «l’iscrizione è obbligatoria, un “atto dovuto”. Certo, quella fine d’anno era zeppa di appuntamenti politici importanti. Ma a dar retta alle obiezioni di Greco e D’Ambrosio avremmo dovuto attendere settimane, forse mesi. Invece l’interrogatorio era urgente. Era giusto trattare Berlusconi come tutti gli altri indagati. E lasciare che fossero i tempi processuali, e non quelli politici, a scandire il calendario dell’inchiesta. Era la regola che ci eravamo dati dopo i primi mesi di Mani pulite: non lasciarci condizionare, nei tempi, dalle scadenze “esterne”. E la seguimmo anche quella volta».
Cosi si decide l’iscrizione, contestuale all’invito a comparire. «Per tre ragioni», spiega Davigo. «Primo: c’era la necessità di interrogare al più presto Berlusconi e Berruti, separatamente ma contemporaneamente, prima che i due venissero a sapere che avevamo trovato il pass e potessero cosi concordare una versione di comodo su quello che per noi era un fatto importantissimo: il loro incontro a palazzo Chigi. Secondo: se avessimo iscritto Berlusconi senza “avvisarlo”, c’era il rischio che lo venisse a sapere dai giornali. Le fughe di notizie erano all’ordine del giorno, com’è purtroppo inevitabile quando una cosa la conoscono in tanti. Terzo: l’indagine ormai era chiusa». D’Ambrosio aggiunge un quarto motivo: «Se non avessimo iscritto Berlusconi, avrebbero potuto accusarci di violare i diritti di difesa. L’iscrizione è un obbligo previsto dal codice a tutela dell’indagato, perché a partire da quel momento decorrono i termini di scadenza delle indagini. E a Milano stavano arrivando gli ispettori ministeriali. Mettendo il naso nelle carte, avrebbero potuto chiederci: “E questo cos’è? Perché non avete iscritto questo signore nel registro?”. E sospettarci di voler indagare surrettiziamente sul presidente del Consiglio, per prolungare le investigazioni oltre il termine consentito».
Giovedì 18 novembre, seconda e ultima riunione sul tema Berlusconi. Tutto il pool è d’accordo sul da farsi: iscrizione e invito a comparire subito, intertogatorio il 26, richiesta di rinvio a giudizio entro l’anno («Ne avevo già preparata una bozza sul mio computer», rivela oggi Di Pietro) e processo-lampo, possibilmente nel 1995. «Sarà un Cusani-bis», annuncia Di Pietro ai colleghi. Stavolta, alla sbarra, siederà l’uomo simbolo della seconda Repubblica. E lui, ancora una volta, sul banco dell’accusa.
Domenica 20 ci sono le elezioni amministrative. Il primo giorno utile è lunedì 21, il più lontano dal ballottaggio (4 dicembre). I carabinieri, oltretutto, assicurano a Borrelli che, inaugurata al mattino la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli, quella sera il Cavaliere rientrerà a Roma per impegni di governo. «E poi», ricorda Davigo, «non bisogna dimenticare che la convocazione del premier doveva restare segreta, e se fosse dipeso da noi lo sarebbe rimasta. Dunque, semmai, la data che avrebbe potuto avere un impatto pubblico non era quella della consegna dell’invito, ma quella dell’interrogatorio: potevamo sperare di tenere segreto l’invito, ma non potevamo certo pensare che l’interrogatorio del presidente del Consiglio sarebbe passato inosservato. Lo fissammo per sabato 26, quando prevedevamo che Berlusconi fosse più libero da impegni istituzionali. Chi oggi ci rimprovera la coincidenza con la conferenza di Napoli, non considera che aspettare una settimana avrebbe significato andare con l’interrogatorio proprio alla vigilia del secondo turno amministrativo».
Le elezioni di domenica 20 si rivelano un mezzo disastro per Forza Italia: in difficoltà per la riforma delle pensioni, per i distinguo del Ccd e di An sulla politica sociale e per le bizze di Bossi, che ormai minaccia apertamente la crisi, il partito del premier perde fino a dieci punti.
Lunedì 21 mattina, i Carabinieri di Milano festeggiano la loro patrona, la Virgo Fidelis. Ma a mezzogiorno due alti ufficiali, il comandante regionale, generale Niccolo Bozzo, e il comandante provinciale, colonnello Sabino Battista, si allontanano dalla cerimonia. Li ha convocati Borrelli nel suo ufficio, per avvertirli che nel pomeriggio bisogna consegnare un invito a comparire al presidente del Consiglio. E quell’insolito viavai di uniformi di gala nell’ufficio del procuratore insospettisce i cronisti più smaliziati. Verso le 13, Davigo si chiude nella sua stanza con un ingegnere informatico. Tocca a lui - e non a Di Pietro, per dare meno nell’occhio - provvedere alle operazioni di iscrizione. L’ufficio ormai è deserto, l’assedio dei giornalisti è tolto, e cosi pure l’andirivieni della polizia giudiziaria. Davigo opera personalmente, sul suo computer, con una procedura «antiintruso» che richiede un’apposita modifica del programma informatico. Intanto, nel suo ufficio, Di Pietro compila il modulo dell’«invito a presentarsi nei confronti di persona sottoposta a indagini» intestato a «Berlusconi Silvio»: una pagina in tutto, alla quale viene allegato il capo d’imputazione, quasi interamente copiato da quello già contestato al fratello Paolo. Altre tre pagine: «Quale controllore di fatto delle società del gruppo Fininvest», il Cavaliere deve rispondere di tre tangenti alla Guardia di finanza (per le verifiche nelle società Videotime, Mediolanum e Mondadori). Nessun accenno all’arma segreta; il pass.
«Convocate il Cavaliere»
Di Pietro consegna i quattro fogli a Borrelli e parte per Parigi, dove è stato appena arrestato Mach di Palmstein. Borrelli affida la busta arancione a due ufficiali dell’Arma: il comandante del reparto operativo di Milano, tenente colonnello Emanuele Garelli, e quello del nucleo operativo, maggiore Paolo La Forgia (lo stesso che due anni prima aveva recapitato il primo avviso di garanzia a Craxi). Devono consegnarla personalmente a Berlusconi, nel tardo pomeriggio, a palazzo Chigi. I due partono per la capitale con l’auto di servizio. «Quel pomeriggio - spiega Borrelli - Berlusconi ci risultava già in viaggio da Napoli a Roma. Infatti mandai gli ufficiali a Roma, e non, come si è sempre voluto far credere, a Napoli».
Non sa che il Cavaliere ha deciso di restare a Napoli per presiedere la conferenza anche il martedì mattina. Quel che succede dopo verrà ricostruito, con qualche inevitabile approssimazione sugli orari, dagli ispettori ministeriali, dal Csm e da quattro inchieste penali aperte dalle Procure di Milano e di Brescia.
Alle 19,40, quando raggiungono palazzo Chigi, Garelli e La Forgia trovano soltanto il consigliere diplomatico Giampiero Massolo. Questi chiama il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, che avverte Berlusconi di quella visita inaspettata. Poco dopo le 20 Garelli chiama Borrelli (che sta rientrando a casa in auto dalla Procura) per comunicargli che lo scenario è cambiato e chiedere nuove istruzioni. Il procuratore, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza l’ufficiale a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli il contenuto dell’atto. Cosa che Garelli fa, con la mediazione di Massolo. Intanto Letta telefona a Cesare Previti, che come ministro della Difesa (responsabile anche sui carabinieri) potrà informarsi presso i vertici dell’Arma. Previti si trova in Spagna e, al telefono, chiede subito lumi al comandante generale Luigi Federici. Ma neppure lui sa nulla: lo saprà qualche minuto più tardi, dopo un giro di telefonate ai comandanti di Milano. Poco prima delle 21, Berlusconi chiama Garelli sul cellulare e gli chiede chiarimenti. L’ufficiale gli parla di un invito a comparire. Berlusconi, impaziente, gli dice di aprire la busta e di spiegarsi meglio. Garelli apre, da un’occhiata al documento, e dice: «Si parla di tangenti alla Guardia di finanza…». Ma il premier ha fretta: lo attende il palco reale del teatro San Carlo, per il concerto di gala di Luciano Pavarotti, fissato per le 21. Così, per i dettagli, da appuntamento all’ufficiale a due ore dopo.
Sulla linea Milano-Roma s’incrociano altre telefonate eccellenti. Intorno alle 21, Garelli avverte Borrelli di aver informato Berlusconi. Intanto Borrelli riceve la telefonata del giornalista del Corriere Goffredo Buccini (rientrato precipitosamente da Roma a Milano nel tardo pomeriggio), a caccia di conferme alle voci che vogliono Berlusconi indagato. «Non ho nulla da dire - risponde — prendo atto di quanto lei mi sta riferendo». E mette giù. Poi avverte Scalfaro, spiegandogli che «l’invito a comparire è in corso di sommaria notificazione all’interessato da parte dei carabinieri». «Avvertii il capo dello Stato - spiegherà il procuratore - per considerazioni di geometria istituzionale e perché ritenni sconveniente che apprendesse da altre fonti un avvenimento giudiziario di quel rilievo. D’altronde non violavo alcun segreto investigativo: l’invito a comparire, come l’avviso di garanzia, non è segreto, perché destinato all’indagato. Il nuovo codice prevede il segreto solo per gli atti che non siano conoscibili dagli indagati. E io avvertii il presidente solo dopo che i carabinieri mi confermarono di avere notificato sommariamente l’invito a Berlusconi». Il presidente è turbato e irritato: «Ma come — domanda - proprio durante la conferenza sulla criminalità?». E Borrelli: «Un fatto nuovo ci ha imposto di procedere, l’iscrizione e la convocazione per l’interrogatorio non erano più rinviabili».
Intanto Buccini ci prova anche con Davigo. Con lo stesso risultato. «Ma le sembrano cose di cui parlare con un magistrato? - taglia corto il pm. - Non dico nulla su argomenti del genere». Clic.
Da dov’è uscita la notizia?
Tra le 22 e le 22,30 Buccini e il suo collega Gianluca Di Feo (che fin dal mattino, come alcuni altri giornalisti, ha iniziato a subodorare quel che sta accadendo, e insieme a Paolo Foschini del quotidiano Avvenire ha ricevuto una mezza «dritta» in tal senso) ottengono finalmente una misteriosa quanto «autorevole conferma», che induce il direttore Paolo Mieli a rompere gli indugi e a «smontare» la prima pagina per inserirvi, a sei colonne «di spalla», la notizia-bomba.
Dopo le 23, finito il concerto, Berlusconi richiama Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell’invito a comparire. Ma fa in tempo a citare soltanto i primi due capi d’imputazione, relativi alle mazzette di Mediolanum e Mondadori. Poi, mentre sta per leggere il terzo (Videotime), Berlusconi lo interrompe: «Va bene, ho capito, basta così». E mette giù, dopo avergli dato appuntamento per l’indomani alle 14, a palazzo Chigi, per la notifica. Guardacaso, il giorno dopo, il Corriere riporterà soltanto i primi due capi di imputazione. Titolo: «Milano, indagato Berlusconi». Occhiello: «L’iscrizione sul registro decisa dalla Procura per l’ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Nell’articolo si parla dei 130 milioni per la Mondadori e dei cento per la Mediolanum. Della terza accusa, 100 per Videotime, nessuna traccia. E questa straordinaria coincidenza fa sospettare agli uomini del pool — Borrelli e Davigo in testa — che la decisiva conferma al Corriere possa essere partita proprio dall’entourage del Cavaliere.
Prima dell’uscita del Corriere, comunque, oltre allo staff berlusconiano, un’ampia cerchia di persone è venuta a conoscenza della notizia: Scalfaro e i suoi consiglieri, almeno quattro ufficiali dei carabinieri di Milano e il loro comandante generale, alcuni dipendenti e consulenti della Procura di Milano, oltre ai magistrati del pool e ad alcuni uomini della polizia giudiziaria. «Noi - osserva oggi Davigo — eravamo gli ultimi ad avere interesse che la notizia uscisse in quei tempi e in quei modi, essendo facilmente prevedibile l’uso che si sarebbe fatto di quella sciagurata fuga di notizie. Io resto convinto che la conferma al Corriere l’abbia data qualcuno dell’entourage di Berlusconi». Borrelli è della stessa idea: «La mia intima convinzione è che la notizia sia uscita da lì, da ambienti della presidenza del Consiglio. I più interessati erano loro». Subito, infatti, lo scandalo del premier indagato per corruzione viene offuscato dallo scandalo dello scoop del Corriere.
Le successive inchieste ministeriali, disciplinari e penali escluderanno che la fonte fosse un magistrato del pool. Buccini e Di Feo, davanti alla Procura di Brescia, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Dai tabulati dei loro telefoni cellulari emergerà, fra l’altro, una chiamata alla «batteria» di palazzo Chigi intorno alle 21,30. Ma a chi abbia inoltrato la telefonata lo speciale centralino (in grado di rintracciare chiunque) resta un mistero. Paolo Mieli, intervistato da Panorama il 16 dicembre 1994, dirà di aver deciso la pubblicazione dopo che la notizia era stata confermata addirittura da «cinque fonti». Testimoniando poi in un processo per diffamazione, il 21 dicembre 2001, aggiungerà: «Non contattai il presidente del Consiglio né il suo entourage, né diedi disposizione perché altri lo facessero».
Nessuno sa dire se e come abbia dormito, quella notte, il presidente del Consiglio. Si sa però come si è svegliato l’indomani: verso le 6, con la telefonata di Gianni Letta, avvertito da Enrico Mentana, a sua volta buttato giù dal letto dalla collega della rassegna stampa mattutina del Tg5. Sulle prime, Berlusconi - come racconterà lui stesso — decide di rientrare a Roma, per evitare dì presiedere la seconda giornata della conferenza, che proprio quel martedì si occuperà anche di corruzione. Poi però, dopo un altro colloquio con Letta, cambia idea e rimane a Napoli almeno per la mattinata. Il che conferma che nulla lo obbligava a presiedere i lavori anche quel giorno. Come dirà Davigo ad America Oggi (in un’intervista che gli costerà un procedimento disciplinare davanti al Csm, promosso dal ministro ulivista Flick e chiuso con l’assoluzione), «un presidente del Consiglio che sa di essere indagato per corruzione non espone la sua immagine e quella del suo paese, presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità». Aggiunge oggi Davigo:
Ci siamo dimenticati che tutto ciò è accaduto perché la Fininvest, l’azienda del presidente del Consiglio, corrompeva la Guardia di finanza. Questo poteva screditare l’Italia agli occhi del mondo, non l’invito a comparire, che ne era soltanto una conseguenza. Berlusconi aveva appena avuto il fratello ricercato per due giorni, aveva diversi dirigenti e manager arrestati o indagati, era indagato lui stesso per corruzione, e discuteva con i partner internazionali su come combattere il crimine: di questo si parlerebbe in un paese normale, non dell’invito a comparire.
Invece, in Italia, il 22 novembre 1994 si parla molto dell’invito a comparire e poco delle tangenti alle Fiamme gialle. La prima reazione ufficiale di palazzo Chigi è affidata, in mattinata, a un comunicato del nuovo, sfortunato portavoce, Jas Gawronski, insediato da pochissimi giorni. Gawronski esordisce con una bugia: «La notizia dell’invito a comparire è stata data direttamente al Corriere della sera anziché alla persona interessata». Non è vero: la persona interessata è stata la prima a saperla, la sera precedente.
Poi Berlusconi, nella conferenza stampa di mezzogiorno, affronta i giornalisti di tutto il mondo:
Questi signori della Procura di Milano hanno pensato di inviare un avviso di garanzia al presidente del Consiglio, e non direttamente: hanno dato la notizia prima a un suo avversario e al principale quotidiano italiano. E questo è un reato: violazione del segreto istruttorio [ma, come abbiamo visto, gli inviti a comparire non sono segreti per definizione] [...]. Giuro sulla testa dei miei figli che non so nulla di quanto mi viene contestato. Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo. Prendo atto che la notizia è stata data direttamente ai giornalisti anziché alla persona interessata.
Poi estrae il consueto asso dalla manica: «Ho deciso di vendere le mie aziende, che ho costruito in quarant’anni di lavoro». Si smentirà nel giro di due settimane: «Non posso vendere, se no i miei collaboratori si demotivano».
In serata il presidente del Consiglio invia un monologo in videocassetta a tutti i telegiornali. Un messaggio alla nazione dai toni drammatici:
Io non mi dimetto e non mi dimetterò [...]. Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia: deve governare chi ha i voti.
Il video si conclude con un’intimazione a Scalfaro di sostenerlo «senza tentennamenti né ambiguità».
Il capo dello Stato monta su tutte le furie e fa filtrare tramite i giornali tutta la sua irritazione. Poi telefona a Letta: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona? Se non parlo adesso è per senso di responsabilità, la situazione non lo consente…». E, al termine della chiamata, si fa il segno della croce. Il 24 novembre Berlusconi chiederà invano di essere ricevuto al Quirinale. Niente da fare. Scalfaro gli fa comunicare da una segretaria che è troppo impegnato: deve ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Il Polo, intanto, lo cannoneggia. Ferrara lo accusa apertamente di aver «tramato» con il pool per rovesciare Berlusconi. E persino un moderato come il vicepremier Tatarella sbotta: «Ma su, chi può accettare lezioni di morale da Scalfaro senza ricordare Salabè, l’architetto del caso-Sisde [amico di Marianna, la figlia del presidente]? Di questo passo troveremo scritto sui muri non più “Viva Borrelli”, ma “Viva Salabè”… Qui si tenta un’operazione antidemocratica, una truffa».
Berlusconi viene ricevuto solo il giorno 25 e Scalfaro, sulla porta, lo avverte: «Lei non può pretendere che io sia il primo partigiano del suo governo». Cosi il Cavaliere abbassa i toni, e ammette addirittura che «i magistrati hanno pieno diritto a indagare su chiunque, quale che sia la sua posizione sociale, civile e politica».
Ero molto triste perché Google Maps, con la mia banda, era penoso da usare…
Poi, in un momento in cui mi sono trovato loggato in windows, ho colto l’occasione per scaricare pazientemente il software Google Earth, sperando risolvesse qualcosa. In effetti, si riesce grossomodo ad usarlo (sempre pazientemente) anche con un pigro gprs. Peccato che non siano così tante le zone coperte da mappe ad alta risoluzione (per fare un esempio, Genova e Torino sono coperte per metà), ma ho avuto fortuna e il mio piccolo paesino si è ritrovato in una di tali zone. E visto che in geografia sono un campione, ho trovato subito casa mia:
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Poi, andando sul difficile, ho cercato l’ex casa di mio padre, nel paesino vicino: anche qui, questione di istanti (e paziente download delle texture) e avevo subito adocchiato paese e condominio. Buffo che nella foto appaiano le automobili dei condomini parcheggiate di fronte, e all’istante dello scatto mancasse proprio quella di mio padre: quel parcheggio lì era sempre molto ambito dai rompic******i che venivano a trovare qualcuno degli inquilini e, siccome gli scoppiavano i menischi a parcheggiare 20 metri più in là nei parcheggi pubblici (generalmente liberi), erano sempre molto contenti di provocare travasi di bile a mio padre che non era mai certo di potere, al ritorno da lavoro o dovunque andasse, infilare la macchina nel posto a cui aveva diritto.
Sempre della stessa cricca (cioè i visitatori dei condomini), si raggiungevano alte vette di estrazione intellettuale, come quello che siccome c’ha la Golf può permettersi di parcheggiare in modo che *nessuno* degli inquilini possa entrare o uscire. E se gli dicevi qualcosa aveva anche ragione lui. Quante volte mio padre ha salvato quella automobile dalla distruzione completa o dall’ammaccatura molesta… gli è bastato controllarsi.
Nello stesso condominio abita la mia ora ex. Una ragazza con molti lati positivi, a cui ho voluto e voglio bene (se vogliamo non c’è più motivo, ma che ci volete fare), carina, simpatica. Una di quelle persone a cui non ti costa dire “Se hai bisogno di qualsiasi cosa, eh, mi raccomando…”. E poi ci rimani male quando ti interpella perché ha bisogno di un nuovo case per il suo pc, che lo vuole aggiornare, se per caso ne hai uno che ti avanza, sai… perlomeno, non le devo fare da consulente. Come ho prontamente intuito e come mi ha prontamente confermato, ce l’ha già. Anche parecchio ferrato.
Cara F., se mai leggerai queste righe (per la qual cosa credo dovrebbero avvisarti, t’è mica mai fregato niente di quello di cui a me fregava), ti prego di considerare questo: il fatto che in più occasioni tu abbia cercato, consciamente o inconsciamente, di farmi assimilare il teorema che “sei stato tu a volerlo, ma guarda che quella che sta bene adesso sono io”, lo ammetto, mi fa girare le balle; ma vorrei farti notare che se mi giran le balle è per l’impressione di aver perso del tempo (mesi? anni?) dietro a te, non altro. Spero smentirai queste impressioni, prima o poi. Ne avrei anche bisogno per il mio amor proprio.
Che tu abbia perso del tempo dietro a me, invece, siamo d’accordo. Mi spiace, tuttavia non credo di avere colpe particolari.
[questo post adotta la tecnica brevettata da Emilio Fede di lasciare per ultime le notizie veramente importanti che però non si vogliono dare. Questo post rappresenta anche un'eccezione alla regola del rispetto della privacy altrui, ma alle volte girano troppo.]