Amore. Sensualità.

StM - Friday, 29 July 2005, 22:00 - opere altrui

Da Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno.

Sono belli i fiori, più belli sono gli uomini nel bel tempo di gioventù…

Così era Agathe, più bella dei fiori e tuttavia a loro affine. Dappertutto, in tutti i paesi, ci sono alcune bellezze di quel genere, ma non sono così frequenti, e mi ha sempre fatto bene vederne una. Sono bambine cresciute, ritrose e fiduciose al tempo stesso, e i loro occhi limpidi hanno lo sguardo ‘di una bella bestiola, o di una sorgente boschiva. Si guardano e si amano senza desiderarle; guardandole, fa male pensare che anche quei bei quadri di gioventù e di umanità in fiore dovranno, un giorno, invecchiare e perire.

Da Fred Uhlman, Un’anima non vile.

Mi ricordo di una volta che ero seduto sull’autobus di fronte a una donna piuttosto ordinaria, ma che mi eccitava sessualmente più di ogni altra donna che avessi mai conosciuto, e avevo conosciuto alcune delle donne più belle del mondo. Tutto quello che volevo era andare a letto con lei. Mi guardò appena, lei; oh, quelle labbra così sensuali, leggermente schiuse! Mi eccitai ed ebbi voglia di seguirla, quando scese, ma naturalmente non lo feci. Ero troppo educato! Ma mi perseguitò in sogno. Potevo vedere il suo splendido sedere sotto la gonna attillata. (Non c’era una dea greca “dal bellissimo sedere”?) Come si può “vedere” Elena di Troia? Non ho idea di come sia fatta. Quello che so è che morirono per lei a migliaia, dimenticando mogli e figli. Ma l’avrei trovata irresistibile se me la fossi trovata seduta di fronte in autobus? Avrei potuto trovarla bella, ma avrei voluto andare a letto con lei? Avrei sognato il suo sedere?

Una grande bellezza può essere anti-afrodisiaca. Ho conosciuto parecchie belle donne durante la mia breve vita, ma mi hanno lasciato indifferente. Il che significa che il mio cuore non ha accelerato i battiti, e non ho sentito il minimo desiderio di spogliarle.

Avevo persino una teoria -sto parlando del passato, adesso-: le sole belle donne erano quelle che uno voleva spogliare, a cui si voleva toccare il seno, il sedere, i capelli, che si volevano annusare, mangiare. Poteva essere una prostituta o anche una duchessa, non importava.

Magari stiamo diventando troppo dipendenti da Google…

StM - Wednesday, 27 July 2005, 20:43 - online life

…ma per la miseria, sanno il fatto loro. In tempi di Altavista, quando i risultati delle ricerche diventavano obsoleti sempre più velocemente, e sempre più facilmente il motore veniva abbindolato da trucchetti messi in atto da siti di vario genere (per cui bisognava sempre saltare 10 pagine di risultati per sperare di beccare quelle buone), se ne escono fuori con il miglior motore di ricerca di sempre. Ricordo di aver cominciato ad usarlo intorno al 2000: pagina essenziale, caricamento quasi istantaneo anche per connessioni modem, risultati pertinenti… sembrava fantascienza.

L’anno scorso se ne escono con la posta elettronica obesa, spiazzando tutti e generando ilarità sull’esagerazione del gigabyte… “ma a chi servirà mai tutto questo spazio?”. Ora tutti quanti hanno capito che un servizio del genere può migliorare radicalmente la vita del navigatore. Meno timore di perdere il proprio database di messaggi offline, meno preoccupazioni nello spedire e ricevere messaggi con allegati, mailbox piene (magari di spam) per chi guarda la propria casella solo una volta ogni tanto che diventano finalmente un miraggio, funzioni di ricerca tra i messaggi che possono togliere le castagne dal fuoco molto velocemente (”quando cavolo mi aveva detto che faceva il compleanno?”), meno preoccupazioni se si devono utilizzare programmi di posta su più computer diversi o se ci si deve limitare ad appoggiarsi alla webmail… eccetera. Direi che già queste cose bastano.

Be’, poi Google se ne inventa di tutti i tipi, dalle news (purtroppo non sempre utili, sembra di leggere l’Unità - e allora tanto vale andare direttamente sul sito dell’Unità) alle mappe (anche della Luna), dalla ricerca delle immagini a quella dei prodotti… ma la terza cosa della quale rischio davvero di diventare dipendente, dopo il motore di ricerca e gmail, è Google groups (beta).

La fatica di trovare un newsserver decente è sempre stata una piaga: o ci voleva il provider giusto, o era comunque in sola lettura, o disponeva di un archivio ridicolo, o era lento da morire, o aveva un limite irrisorio di connessioni, o, o, o. Poi un giorno (San) Jack Malmostoso mi segnalò l’esistenza di individual.net, che offriva un buon servizio e per giunta gratuito, e ho potuto riprovare l’ebrezza di spammare un po’ anche in Usenet. Giusto in tempo, poiché da questo aprile ANCHE quel newsserver è diventato a pagamento. Fortuna ha voluto che nel frattempo fossi passato a Wind per la connessione internet, ed ho perciò potuto usare fino a poco tempo fa il server powernews.libero.it. Per la mia solita mania di voler condividere le caselle di posta tra windows e linux, però, mi ritrovavo costretto ad utilizzare un programma che, soprattutto come newsreader (ma un pochino anche per il resto), è eufemisticamente “best effort” e nulla più: Thunderbird; lo so, lo so, altrove nel mio sito ve lo consiglio, perché è semplice, abbastanza completo e sotto costante sviluppo, ma non è certo esente da difetti. Orbene, un giorno mi sono detto che non aveva (più) senso il meccanismo dei newsgroup per cui ti scarichi un tot di header al buio, senza sapere se ne scarichi abbastanza o se ne scarichi troppi; e, con Thunderbird, scaricarne pochi equivale a rimanere fregato, perché poi come si fa a scaricare i rimanenti? Dunque, proprio quando ragionavo su tali grandi dilemmi capitai per caso, in una googliana ricerca, su un misterioso groups-beta.google.com… che roba era? Che roba non era?

Google groups già aveva acquisito lo storico archivio di DejaNews, ed è perciò che vi possiamo fare ricerche e ritrovare messaggi vecchi di anni (ho ritrovato i miei primi post! :’( ). Adesso, finalmente, la nuova versione non è più read-only ma permette di postare! Vi elenco i vantaggi di cui ho potuto già beneficiare:
1) niente più problemi di newsserver;
2) overhead ridotto (volendo, vengono visualizzati in prima pagina i thread più attivi e non quelli aperti più di recente);
3) visione “flat” dei thread, onde eliminare quel paio di secondi di attesa nell’apertura di messaggi singoli;
4) funzione di ricerca e archivio (e passare dei link per far leggere ad altri cose che ci hanno colpito è sicuramente molto comodo);
5) vi vengono automaticamente tenuti d’occhio i thread a cui avete partecipato, e potete scegliere di farvene tenere d’occhio degli altri.

Eventuali svantaggi:
1) scaricamento dell’intero newsgroup per la visualizzazione offline impossibile;
2) non c’è una cartella “outbox”, ma visto che tutto quanto inviate rimane archiviato per sempre online non avrebbe senso;
3) l’interfaccia web potrà forse competere con Thunderbird, ma non con un qualsiasi newsreader un pochino più evoluto;
4) non sono accessibili newsgroup di binari;
5) non è possibile mascherare il proprio indirizzo e.mail; questo mi secca davvero, tant’è che ho già ricevuto una mail dal mio amico (?) Neateye che si lamentava della cosa dicendomi “Call out Gouranga be happy!!! Gouranga Gouranga Gouranga …. That which brings the highest happiness!!”. No, scherzo, questo mi pare spam derivato da una generazione automatica di indirizzi (ho un nickname che si presta…), ma temo che prima o poi lo spam nella mia casella gmail s’impennerà.

Be’, non resta altro, per ora, che lasciarsi pigliare nell’abbraccio amorevole di Mà Google…

Quattro anni fa…

StM - Tuesday, 26 July 2005, 18:09 - disegni

Oggi ho portato avanti il mio progetto di rivalorizzazione della mia camera, facendo archeologia in alcuni settori di interesse ormai geologico. Nella sezione scolastica, in particolare, si potevano notare, a distanza di alcuni strati l’una dall’altra, risme di protocolli a quadretti appartenenti a periodi storici differenti: non mi ricordavo mai di averli, e così continuavo a comprarne di nuovi.

Tra le altre cose, risalente a periodi più recenti, ho trovato questo (perdonate il lettering orribile):

[image]

Toh, mi è tornata la voglia di cimentarmi in qualche striscia a fumetti :)

Sarà anche piccola storia, ma è sempre più grande di noi

StM - Monday, 25 July 2005, 17:54 - cronache

Attenzione, questo post contiene pubblicità!

In quel di Piana Crixia v’è una trattoria, di quelle che le vedi da fuori e sembrano una come tante: la trattoria Tripoli. Sulla strada principale del paese, in un edificio anonimo e in un locale indistinguibile da un comunissimo bar a conduzione famigliare.

Ammetto di lasciarmi influenzare molto, dall’aspetto di un locale. Mia nonna dice che una buona regola generale per giudicare un locale senza saperne nulla preventivamente è controllare se i vetri sono puliti o meno; ognuno si sceglie le certezze che preferisce, fate voi.

Il padrone di casa è il signor Aldo Dogliotti, un energico ottantaduenne che, avendoci sicuramente identificati come nuovi clienti, ha provveduto ad informarci di come in quel locale si facessero le cose allo stessa maniera di 112 anni fa. Qualsiasi cosa questo significhi. Da newbie culinario, ho potuto almeno constatare come i ravioli non potessero non (*Italian Teacher Dies of brain overload) essere fatti a mano, tant’è che non ho ancora capito come fossero preparati i sacchettini. Non sono un critico, quindi mo’ taglio corto e ve dico che lì se magna bene e se spende nurmale (15 euro per primo, secondo, bevanda, porzioni abbondanti), quindi se capitate da quelle parti tenetene conto.

Il signor Dogliotti non è solo ristoratore. E’ anche persona di cultura e dedicata alla ricerca: suo infatti un interessante lavoro storico-storiografico in 4 volumi su Piana Crixia e i dintorni. Interessante? Sì, signori miei, la storia “piccola” è interessante tanto quanto quella “grossa”. E ugualmente importante, se riguarda il luogo in cui vivete.

Credo che non succeda solo dalle mie parti, ma che vi siano un po’ in tutta Italia dei coraggiosi che, a tempo perso, affrontano valanghe e valanghe di archivi, intervistano decine e decine di persone, studiano frotte e frotte di libri. Il tutto per mettere nero su bianco la memoria storica del proprio paese. Magari di un paesino che “esiste” per il mondo solo perché viene citato di sfuggita in una puntata di Linea Verde. E tuttavia, la mole di lavoro e il prodotto finale non vengono sminuiti affatto dall’importanza presunta della materia trattata; anche perché, una volta che nella materia ci hai spulciato un po’, scopri che di cose da dire ce ne sono sempre per tutto, che il mondo è molto più ricco di quello che sembra; del resto, il mondo non è in due dimensioni, come ci ostiniamo bovinamente a volerlo vedere.

Il vero peccato è che tutto la fatica compiuta in queste opere rischia di risultare vana, una volta allontanatisi di un certo numero di chilometri da casa propria. Non per il signor Dogliotti, che a conclusione di ogni suo libro si è sempre preso la briga di portarlo a conoscenza degli abitanti del luogo emigrati in Sudamerica, ma magari non tutti coloro che possiedono la sua energia nella ricerca poi possono avere anche la sua energia nella diffusione.

Poco più su ho linkato una pagina di Wikipedia, 5 righe scarse. Nei libri di Aldo Dogliotti troviamo invece 400 pagine, interessanti e piacevoli. Solo che su Wikipedia ci può arrivare chiunque, da qualsiasi luogo del mondo, mentre dell’esistenza di questo signore io ero all’oscuro fino a ieri, quando ho percorso la ventina di chilometri che separa casa mia dalla sua trattoria. Ogni tanto mi rendo conto di come la prospettiva sotto la quale guardo la vita è distorta, sbagliata. Mi piacerebbe credere di essere l’eccezione in un mondo di persone che invece hanno gli occhi dritti…

Non proprio in tema ma quasi, chiudo con un aneddoto, raccontatomi da mio padre, che l’aveva a sua volta sentito probabilmente da suo nonno. Roba da ridereT. Mi scuso se ci fossero delle inesattezze, ma si fa quel che si può.

Il vino a Narzole

“E ricordate, figlioli -disse il vinaio sul letto di morte-, che volendo il vino si può fare anche con l’uva”.

In un periodo imprecisato, c’era questo paesino della provincia di Cuneo in cui si produceva vino a dispetto della totale assenza di vigne. Si racconta che un giorno alla Guardia di Finanza fosse venuto il pallino di dare una controllatina a qualche cantina, e che per una coincidenza, nello stesso giorno, il fiume che bagnava (e bagna tutt’ora) il paesino si fosse tinto di rosso. Stranezze.

[Pomerania] Aggiornamenti vari sulle conquiste scientifiche pomerane

StM - Saturday, 23 July 2005, 17:42 - pomerania

Per il momento, data la scarsa frequentazione da parte dell’utenza (e su richiesta dell’utenza residua stessa), la Pomerania è stata spostata in un’area a sola lettura del forum di TGMOnline. Da un momento all’altro potrebbe venire eliminata per sempre, ed è così che ho voluto che le cazz… che le grandi scoperte scientifiche pomerane non andassero perse con essa. Riporto qui quelle principali, quelle da Nobel diciamo. Nel frattempo, i pomerani rimanenti si sono trasferiti in massa in Lapponia, antica rivale e ora suo malgrado terra di immigranti. L’attività scementifica continuerà, grazie anche alla prestigiosa rivista online (dite di sì) IoTGM, la cui attività preferita pare essere rinascere continuamente dalle proprie ceneri: nel prossimo numero, uno speciale sulla Pomerania firmato dal sottoscritto, in cui (forse) s’indagherà sulle origini di questa gloriosa nazione (l’articolo, dopo un periodo di esclusiva per la rivista, verrà riportato anche qui).E ora spazio alle cose serie.

[Nota, per chi non mi conoscesse: no, non sono pazzo :D]

Il topo ammuschiato

I topi ammuschiati che popolano le selve pomerane si muovono a mucchi e sono muschiati, fanno un po’ schifo ma sono comodi.

Se non se n’è mai parlato prima è perché solo ultimamente un piccolo manipolo di essi è riuscito a districarsi dal mega groviglione sortito dai festeggiamenti del solstizio d’inverno del 2000 (i topi ammuschiati festeggiano il solstizio perché è il giorno in cui muoiono meno di caldo), e finalmente a riprodursi negli arbusti-fotocopiatrice di cui noi pomerani andiamo tanto orgogliosi.

Al momento la nostra équipe di scienziati sta studiando gli effetti della ricrescita sulle méches che i topi ammuschiati si fanno una volta al mese.

Gli orchi sono finocchi? E se sì, vale il viceversa?

In accordo con non meglio identificati altri miei colleghi, abbiamo deciso di indagare sulla natura finocchiesca o meno degli orchi.

Mettiamo a confronto i due soggetti:
[image][image]

Non crediamo davvero che sia necessario spendere parole per constatare l’evidenza, ma in quanto uomini di scienza dobbiamo accollarci l’incombenza, altrimenti il mondo di noi farebbe anche senza. E perciò esporremo con pazienza.

Balzano all’occhio due similitudini: il colore e la forma. Entrambi verdolini e tondetti, l’orco e il finocchio sono quindi della stessa specie perché sì.

Un’altra grande conquista della scienza pomerana!

Il caracollotto

Il caracollotto è un animale PERICOLOSISSIMO per gli umani, specie negli ambienti ristretti. Rettile dotato di corazza, è come una specie di tartaruga (viene infatti classificato come testuggine) ma ha le zampe moooolto più lunghe… TROPPO lunghe. Insomma, riuscire a mantenere il proprio baricentro in posizione stabile non è il suo forte, e avanza caracollando, ondeggia e manda a sbattere il suo guscio dove capita.

Perché sia tutto più chiaro: il suo guscio è resistente, puntuto e ad altezza testicolare.

Per secoli si è cercato di addomesticare l’animale: farlo abituare alla presenza umana è stato facile, ma le sue abitudini motorie hanno provocato gravi danni permanenti a molti pomerani e, diciamo, alla loro discendenza; si è deciso perciò, per il momento, di abbandonare l’impresa.

[satira] Le nuove, formidabili funzioni delle case del futuro

StM - Thursday, 21 July 2005, 17:08 - informazione e TV, scritti, segnalazioni, software e OS

http://attivissimo.blogspot.com/2005/07/ixt-repubblica-parla-di-longhorn-parte.html

Bisognerà aspettare fino al 2006, ma la nuova generazione di case è in dirittura d’arrivo. Noi giornalisti di “Dittatura” abbiamo ricevuto e entusiasticamente accettato l’invito di Mattonsoft a provarne una in anteprima (perché GIAMMAI scriveremmo un articolo per sentito dire o basandoci su press-kit, noi), e possiamo assicurarvi che senza rimpianto diremo tutti addio alle nostre baracche di legno monofamiliari coi tetti di ondulati di alluminio, plastica o ethernit.

Il segreto del sicuro successo di Mattonsoft parte dal loro più importante segreto industriale, una materia rigida, ignifuga e resistentissima: il suo nome in codice è “mattone”, da cui il nome dell’azienda. Grazie ai “mattoni”, abbiamo potuto toccare con mano come le case Mattonsoft siano infinitamente più sicure e vivibili, perché meno soggette alla furia degli elementi e ai capricci del clima. Pare che i “mattoni” da soli non siano sufficienti a garantire queste caratteristiche, tanto che abbiamo sentito parlare di un elemento additivo ancora più segreto, il cui nome in codice sarebbe “cimento”, ma si tratta di voci non confermate (ma già il nome può farci fantasticare sulle grandi battaglie progettuali combattute in Mattonsoft).

Le novità non si fermano qui. Al momento di entrare in casa, l’addetto alle pubbliche relazioni di Mattonsoft ci ha lasciati andare avanti, con un sorriso enigmatico sulle labbra. Da principio, notando sulla porta d’ingresso (innovazione Mattonsoft ormai acquisita già da tempo anche nelle nostre baracche) una “maniglia”, ho pensato che intendesse farsi beffe della nostra ignoranza, osservandoci mentre invano cercavamo di entrare: dovete sapere, infatti, che una porta chiusa con una “maniglia” della nuova generazione si può aprire solo girando la maniglia stessa, grazie a un meccanismo molto complicato ma veramente funzionale; dal canto mio, essendo (modestamente) esperto del ramo, intendevo stupire l’uomo Mattonsoft aprendo la porta senza battere ciglio. Ebbene, immaginate la mia sorpresa quando, girata la maniglia, non sono riuscito a far ruotare la porta sui suoi cardini! Di fronte al mio sconcerto, il sorriso dell’addetto si è fatto ancora più largo e mi è stato svelato l’arcano: le nuove porte Mattonsoft fanno uso di un dispositivo per il controllo degli accessi, chiamato “serratura”: senza possedere l’unica “chiave” che sblocca la “serratura”, è impossibile entrare! Quest’innovazione viene sicuramente in soccorso di quanti, nelle baraccopoli più grandi, iniziavano a temere per l’incolumità dei propri familiari e la sicurezza dei propri beni: il progresso ci ha portati a vivere a contatto diretto con sempre più persone, ed è ormai impossibile conoscere (e quindi fidarsi di) tutti; dall’altro lato, il progresso ci porta anche, grazie a Mattonsoft, la soluzione ai problemi che crea.

Entrati in casa, siamo stati investiti da una quantità di luce inaspettata, eppure non sentivamo un solo soffio d’aria: le finestre dovevano pure essere chiuse, ma con tutta quella luce non era possibile! L’addetto ci ha fatti allora avvicinare a quella che sembrava una finestra aperta, e ci ha stupiti un’altra volta rivelandoci che d’ora in poi le finestre saranno trasparenti! Grazie ad un nuovo materiale, il “vetro”, sarà possibile contemporaneamente proteggersi dagli spifferi e lasciare entrare la luce solare: addio persiane di legno, improbabili fogli di carta opaca e placebo di ogni genere, una volta provate le finestre trasparenti non vorrete più tornare indietro!

A questo punto, un collega ha domandato come mai la casa da fuori sembrasse molto alta, mentre all’interno lo spazio verticale pareva analogo a quello di una qualsiasi baracca. Una volta di più, l’addetto Mattonsoft ha avuto il piacere di stupirci, accompagnandoci a quelle che ha chiamato “scale”, un’altra loro idea semplice e geniale, un uovo di colombo: una serie di poggiapiedi adiacenti (”gradini”) dall’altezza che si eleva progressivamente, grazie ai quali si riesce a raggiungere l’altezza di due uomini senza fatica; ma ancora più geniale, il fatto che le “scale” conducessero ad un altro “piano”, cioè un’altra casa assolutamente identica alla prima, quella “al piano di sotto”. Dopo averci lasciato pensare agli enormi vantaggi derivanti dal poter mettere una casa sopra l’altra, l’addetto ci ha confidato come siano allo studio case che vadano molto oltre i due “piani”, che forse risolveranno finalmente l’annoso problema della sempre più difficile integrazione con la natura: non più distese e distese di baracche, erette ai danni di numerosi ettari di bosco, ma pochi e isolati “alveari” immersi nel verde.

La visita è proseguita con la visione di alcune diapositive sui progetti futuri di Mattonsoft, che tra le altre cose includono il “riscaldamento” e l’”aria condizionata”, che dovrebbero permettere di avere caldo in casa anche d’inverno (a dire il vero non capiamo il vantaggio rispetto ad una semplice stufa a legna), e incredibilmente di avere fresco in casa anche d’estate. Il tutto pare coinvolga un progetto il cui nome in codice ci risulta essere “lettricità”, ma su cui gli uomini Mattonsoft non si sono voluti sbottonare. Possiamo solo ipotizzare, dato il nome, l’apporto dato al progetto da qualche saggia signora dedita ai consumi letterari.

In conclusione, grazie alle nuove case Mattonsoft, la nostra vita cambierà radicalmente (in meglio), e la migrazione diventerà prima o poi un passo obbligato per mettersi in pari con il progresso: perché aspettare?

Per chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso…

StM - Tuesday, 19 July 2005, 15:25 - estensioni digitali, oblòg

Ragionando sulla classificazione dei blog operata da Valfuindor, OVVIAMENTE mi è venuto da pensare in quale categoria potesse ricadere il mio… ma ben si sa che quando le cose ci riguardano direttamente non sempre si può essere certi della propria obiettività di giudizio: fosse per me direi “ah, il mio blog non rientra in nessuna delle categorie quindi è diverso, speciale, il migliore”. A dire il vero non sono convinto dell’utilità di categorizzare certe cose in sé, ma a volte questo offre spunto alle riflessioni, o ai bilanci.

Tiriamo le somme. E nascondiamo la mano.

Alla nascita, questo blog era orientato allo sproloquio. In realtà doveva essere intelligente, disincantata e mirata critica, ma non sono capace. Ogni tanto ci riprovo, ho aggiustato il tiro, ma c’è ancora della strada da fare.

Già meglio vado nelle riflessioni, anche se non sono mai eccezionalmente argute. Mi giustifico dicendo che qui sopra mi capita di scrivervi solo dei passaggi, senza necessariamente giungere ad una conclusione. Ma non rammento di essere mai giunto a conclusioni particolarmente argute. Anzi, senza argute: conclusioni particolarmente, tout-court.

Dove il blog si rivela più utile è nella sua funzione di archivio. Qui sopra salvo link, ricopio passaggi di scritti altrui che secondo me vale la pena di leggere, al limite anche scritti miei aventi avuto inizialmente altre destinazioni. Qui la qualità si impenna (epperforza, se non è merito mio…).

In definitiva vedo questo blog solo parzialmente come “prodotto”. Lo è solo per i post appartenenti all’ultimo caso, quello dell’utilizzo come archivio; eppure in questo caso ciò che viene prodotto non è nemmeno originale. Per il resto, si tratta di materia grezza. Oh, non fraintendetemi… a me la materia grezza piace. Ho un modo di scrivere che non sono ancora riuscito ad applicare in una forma veramente leggibile; forse è un embrione di ipertestualità, con tutte le parentesi che apro e chiudo continuamente (e troppo spesso vorrei anche annidare), ma aldilà della sua natura so solo che più ciò che scrivo rimane grezzo e più è genuino. Non mi piace rileggere e modificare miei scritti, perché, salvo in caso di fini letterari (in cui la forma ha altrettanta importanza che il contenuto, e in definitiva il lavoro di cesello è utile per chi non possieda il fuoco sacro), finisco sempre per togliere alla sostanza da un lato e non aggiungere alla forma dall’altro.

E ora passiamo alla parte tecnica.

Ho scelto questo script per il blog essenzialmente per tre motivi: è scarno (è una cosa positiva, besughi), comprensibile (per apportare modifiche), e non necessita di database. Prima di fare la scelta di campo di piazzarmi il blog sul sito invece di usare un server dedicato, ne avevo provato qualcuno… ma continuavo a trovare questi difetti: lentezza del server (iobloggo sopra a tutti) o comunque del caricamento della pagina rispetto alle mie esigenze di strettabandato; personalizzabilità del layout troppo elevata (avevo scarse conoscenze di CSS, e comunque non mi pareva il caso di sprecarci troppo tempo); meccanismo di submit sicuramente potente ma troppo laborioso, e con funzioni inutili per il mio modo di creare i post (in un caro e semplice editor di testo).

Cosa manca a questo script per blog? Be’, una cosa mi manca sicuramente: le etichette da dare ai vari post per poterli raccogliere per argomento. Ogni tanto ci penso, ma mi dico che farlo senza database mi sa di laborioso. Indicativamente potrei risolvere la cosa linkando post particolari altrove sul mio sito (come in parte ho già fatto). Altro problema, dei limiti ASSURDI posti nei commenti: numero massimo di caratteri troppo limitato, parole che non possono superare una certa lunghezza, cosa che affligge anche eventuali URL. A questo vorrei trovare soluzione quanto prima, visto che se qualcuno nei commenti fosse loquace come me (ehm…) o volesse segnalarmi qualche link interessante, ne sarei più che felice. Ultimo problema che mi viene in mente, e spero che non sia un problema… al momento il file contenente i miei post è grosso poco più di 300kB (85 post, questo incluso); devo verificare se, per come viene letto dallo script, la sua dimensione non rappresenti prima o poi un limite all’espansione del mio caro diariuccio.

Infine, qualche piccola nota personale.

Questo blog ha cominciato a viaggiare di gran lena negli ultimi 4 mesi. Non è una coincidenza, 4 mesi fa mi lasciavo con la mia ora ex. D’improvviso la mia vita è cambiata… neanche poi tanto… ma ho ritrovato qualche mio spazio, e tutto sommato, per quanto mi dispiaccia tuttora di aver “perso” una persona speciale, sto meglio; e scrivere qui fa parte del “sentirsi meglio”.

Ho cercato di spiegare a mio padre questa faccenda dei blog, e di come mi piacerebbe raccontare qua sopra alcuni aneddoti della nostra storia di famiglia. Storie d’altri tempi, quasi incredibili, forse romanzate ma con tanto di testimoni ancora in vita che potrebbero sostenerne la veridicità. Chissenefrega, sono belle storie. Spero, con la collaborazione di mio padre, di proporvene prima o poi qualcuna, soprattutto senza demolirle. Prossimamente su queste reti, la StFamily. Forse.

Carlo Rosselli - Gli Italiani e la libertà

StM - Sunday, 17 July 2005, 20:40 - opere altrui

da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII. La data si riferisce alla prima edizione in francese, mentre il frammento che trovate più sotto è stato ricavato dall’edizione eseguita da Edizioni di “Giustizia e Libertà” (questa edizione di Socialismo liberale era pronta a Milano in periodo clandestino, prima dell’insurrezione, stampata a cura della tipografia Luigi Memo. Ne esistono 520 copie, numerate dall’1 al 520. Le Edizioni “U” stampano a Firenze la prima edizione del testo definitivo di Socialismo liberale, con prefazione di Marion Rosselli, appendice e indice analitico). Tanto ci sarebbe da dire su Carlo Rosselli, ma l’umile ricopiatore (io) non ha cultura storico/politica bastante a dire qualcosa che non si possa già trovare in rete, o su testi più approfonditi. Mi limito a segnalare questo articolo, che racconta della vita travagliata del libro in oggetto, e che mi premuro di ricopiare qui, non si sa mai che la pagina cambi di posto…

E John, figlio di Carlo, ha scritto: «L’ Einaudi censurò mio padre»

di ENZO MARZO

Finalmente la polemica sulla «sfortuna» dell’opera di Carlo Rosselli può dirsi chiusa. La parola definitiva l’ha pronunciata il figlio di Carlo, John, nella prefazione scritta poco prima della sua morte al recente fondamentale volume di Stanislao Pugliese per Bollati Boringhieri su Rosselli. Peccato che finora non l’abbia notato nessuno. John qui ripercorre il rosario di date che segnano la sventura editoriale di Socialismo liberale e fotografa lo scandalo: il libro, scritto negli anni 1928-’29, a parte un’edizione quasi pirata del ‘45, dovette aspettare ben 44 anni prima di venire alla luce. E addirittura cinquanta prima d’essere diffuso in un’edizione per il lettore comune. Quando nel ‘95 denunciai questa stortura che tanto è costata alla sinistra democratica, ricevetti da Vittorio Foa un bacchettata: «Le ragioni per cui questo libro non è stato conosciuto sono molte, non nascono dalla sinistra». Mi dispiace, ma Foa, un padre della nostra democrazia, aveva torto. Ed è proprio John a certificarlo: «Cause furono la mia residenza in Inghilterra, che mi consentiva solo brevi viaggi in Italia, e l’evoluzione della politica italiana, rispecchiata in quella intellettuale della casa editrice Einaudi». E ancora, in più luoghi, è lo stesso John a sottolineare «il lancio ancora più inesistente» di tutte le edizioni da parte dell’editore.
Stendiamo un velo pietoso sulla scusa ridicola dei viaggi troppo brevi in Italia di chi, erede e gestore dei diritti d’autore, era convintissimo (come è noto a quanti conoscono le vicende della famiglia Rosselli), proprio perché ortodosso e settario come può esserlo solo un marxista all’inglese, che il libro del padre valesse pochissimo. Però registriamo la denuncia, anche se tardiva, contro la casa editrice Einaudi. La sua non fu sciatteria, ma segno d’un preciso disegno di politica culturale, sulla scorta dell’indirizzo togliattiano, di mettere la sordina a un pensiero politico che avrebbe contraddetto in modo radicale quel dogma del Migliore che non c’era e non ci poteva essere altra sinistra ideale se non quella comunista. Si poteva dare spazio a una revisione come quella rosselliana così drastica nei confronti del marxismo? Certo, no. La stroncatura di Giorgio Amendola ne è la riprova. Che poi la costruzione di un’altra sinistra venisse da un martire vero dell’antifascismo e soprattutto da un liberale ineccepibile era accettabile? Si poteva permettere la «fortuna» d’un liberalismo eterodosso rispetto all’immaginetta d’un liberalismo conservatore tutto italiano che all’epoca faceva così comodo soprattutto a sinistra? Ora la risposta definitiva ce l’ha data un testimone molto attendibile perché - diciamolo - di parte avversa. Ma il danno arrecato ormai è irreversibile.

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Gli Italiani e la libertà
da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII.

Il problema italiano è essenzialmente un problema di libertà: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nel campo individuale, e di organizzazione della libertà nel campo sociale, cioè nella costruzione dello stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi non è possibile avere uno stato libero. Senza coscienze emancipate non è possibile avere classi emancipate. Non è un circolo vizioso. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si realizza col trionfo di uno stato di liberi uguali nei diritti e nei doveri, uno stato in cui la libertà di ciascuno è la condizione e il limite della libertà di tutti.

Bisogna dirlo una buona volta, perché purtroppo è esatto che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione dell’individuo, cellula morale di base, è ancora in gran parte da fare. La miseria, l’indifferenza, una rinuncia secolare fan sì che nella maggioranza si deplora l’assenza di questo senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un asservimento che durò dei secoli ha fatto sì che la media degli italiani esiti ancora tra la rassegnazione dello schiavo e la rivolta anarchica. La concezione della vita come lotta o come missione, la nozione della libertà come un dovere morale, la coscienza dei limiti del loro diritto e di quello altrui, fanno difetto negli italiani.

Essi hanno più spesso l’orgoglio della loro persona nei rapporti esterni, che quello della loro personalità. La loro vita interiore, assai ricca, è tuttavia unilaterale: essa è assai ricca sopratutto nel campo sentimentale in cui assume forme istintive ed esasperate. La calma riflessione sui più vasti problemi dell’esistenza, quel tormento spirituale fecondo che crea lentamente tutto un mondo interno, che solo più conferire la coscienza di sé come unità distinta ed autonoma, tutto ciò manca a troppi italiani.

L’educazione cattolica -pagana nel culto e dogmatica nella sostanza- insieme ad una lunga serie di governi tutelari, hanno impedito per dei secoli agli italiani di pensare in prima persona. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona alla chiesa la propria indipendenza spirituale: ed attualmente lo stato, elevato al rango di scopo, lo costringe a separarsi anche dalla sua dignità di uomo ridotto allo stadio di semplice strumento.

Logica conclusione di un processo di rinunzia passiva.

Il “dolce far niente” degli italiani, -ingiuriosa leggenda nel campo materiale,- ha, bisogna dirlo, qualche fondamento nel campo morale. Gli italiani sono moralmente pigri. Vi è in essi un fondo di scetticismo e di opportunismo che li conduce facilmente a contaminare tutti i valori disprezzandoli, ed a trasformare in commedie le tragedie più cupe. Abituati a ragionare per mezzo di intermediari sui grandi problemi della coscienza -vera abdicazione dello spirito- è naturale che si rassegnino facilmente ad abbandonare anche il loro ruolo nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del “deus ex machina”, del duce, del domatore, -lo si chiami Papa, Re o Mussolini- risponde spesso in loro ad una necessità psicologica. Considerato sotto questo angolo visuale, il governo di Mussolini è tutt’altro che rivoluzionario; si riattacca anzi alla tradizione e continua sulla via del minimo sforzo.

Contro tutte le apparenze, il fascismo è il risultato più passivo della storia d’Italia, è un gigantesco ritorno ai secoli passati, un fenomeno abbietto di adattamento e di rinuncia. Mussolini ha trionfato grazie ad una diserzione quasi universale, attraverso una lunga tessitura di saggi compromessi. Solo faticosamente qualche minoranza di proletari e di intellettuali ha avuto il coraggio di affrontarlo con intransigenza radicale, dall’inizio. Mussolini fornisce tutta la misura della sua banalità quando considera il problema dell’autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani. Non, non è questo che bisogna insegnare agli italiani: da secoli essi si sono piegati a tutte le dominazioni, essi hanno servito tutti i tiranni.

Fin qui la nostra storia non offre nessuna vera rivoluzione popolare. In tutte le epoche il popolo italiano ha espresso dal suo seno individui assai elevati ma solitari e inaccessibili. Minoranze eroiche, caratteri di ferro. Ma non ha mai saputo realizzare sé stesso. L’Italia si è tenuta lontana dalle lotte religiose, lievito essenziale del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italiano, contaminato dalla curia romana così come dal conformismo passivo, doveva restare estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. In terra di monopolio, il cattolico non ha nulla di comune col cattolico in terra di concorrenza.

Per dei secoli noi abbiamo vissuto di luce riflessa nel mondo della politica. Le grandi ondate della vita europea ci sono giunte attenuate.

Non vi fu nulla, fino alla lotta per l’indipendenza, che non sia stato opera di una minoranza e non già la passione di un popolo. Soltanto un certo numero di centri urbani nel nordo parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel mezzogiorno d’Italia i Savoia, dopo un primo momento di entusiasmo, furono tosto l’equivalente dei Lorena e dei Borboni. La burocrazia piemontese serrò nelle sue spire tutta l’Italia paralizzando gli ultimi sussulti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica riuscì, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario dal mito libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi vinti del Risorgimento. La libertà politica stessa che si imporrà lentamente nel corso dei lustri che seguiranno, sarà figlia di transazioni e di concessioni tacite.

La conquista della libertà non si riattacca in Italia ad alcun movimento di massa capace di giocare un ruolo di mito o di avvisatore. La massa restava assente. Il proletariato non seppe conquistare le sue libertà specifiche di organizzazione, di sciopero, il suo diritto di voto al prezzo di sforzi e di sacrifici prolungati. Il suo tirocinio, intorno al 1900, fu troppo breve. Quanto al suffragio universale, esso apparve ciò che in realtà era, un allargamento calcolato nelle alte sfere. La regola secondo la quale si ama e si difende soltanto ciò per cui si è molto lottato e si son fatti dei sacrifici, ha avuto la sua prova più tipica nell’esperienza fascista. L’edificio liberale crollò come cosa morta al primo urto e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione dei valori ancora estranei alla loro coscienza.

Quando oggi Mussolini enumera le cifre dei suoi branchi e delle sue mute e si vanta dell’unanimità, del partito unico, della sparizione di ogni opposizione sostanziale, di ogni libera iniziativa di minoranza combattiva, in nome di una pretesa rivoluzione da carnevale non fa altro in realtà che ricominciare i fasti del borbonesimo.

Non ci lascia neppure la consolazione di vedere in lui uno straniero, un padrone in virtù di armate numerose.

In verità il suo spirito di romagnolo fazioso lo disporrebbe facilmente alla battaglia: ma una battaglia egli non sa concepirla che sotto la forma di una forza brutale. L’orgoglio dispotico del dittatore lo costringe a reprimere sistematicamente ogni ardore di opposizione e di lotta. Malgrado tutto, la sua intransigenza settaria serve alla causa della libertà. Col manganello e le manette, con le sue persecuzioni raffinate, Mussolini sta creando in decine di migliaia di italiani moderni i volontari della libertà. La logica formidabile degli strumenti di repressione furiosa di cui attualmente egli è prigioniero, sta per diventare la nostra migliore alleata.

Per la prima volta nella storia d’Italia, la rivendicazione dei diritti inalienabili della persona e del self-government si pone come il problema di un popolo e non più di una setta di iniziati. Non vi è italiano, per incolto e miserabile che sia, che possa ignorare il fascismo e i problemi di vita e di morte che esso solleva. L’ultimo degli operai del fondo della Calabria può oggi soffrire e sperare in virtù della medesima causa che fa soffrire e sperare l’intellettuale più raffinato e l’industriale moderno dell’Italia del nord. Attraverso tante miserie ed umiliazioni, la coscienza del valore della libertà sta per nascere in modo drammatico in vaste zone del popolo italiano.

Si potrebbe quasi dire che gli italiani sono psicologicamente più liberi oggi, in questa lotta disperata per la conquista delle autonomie essenziali, di quanto non lo fossero ieri col sedicente stato costituzionale di Giolitti e le migliaia di associazioni indipendenti. Giustamente qualcuno vede il problema attraverso la lente del suo interesse e del suo partito, ma il fuoco sta per avvolgere tutto e questo fuoco è la libertà. I comunisti stessi, malgrado tanta facile ironia si vedono costretti a spiegare la dittatura per mezzo della libertà; l’oppressione fascista prepara l’unità morale del popolo italiano.

Chiardiluna

StM - Monday, 11 July 2005, 19:56 - diario, scritti

Quanto ci sarebbe da dire, sugli infiniti modi possibili di vivere la notte…

C’è chi dorme e chi invece va a pescare; c’è chi ugualmente non piglia pesci, restando sveglio solo per illudersi che il giorno possa essere più lungo, e chi vorrebbe tanto affondare sotto le coperte, ma non può, o non riesce: un esame, un problema, un amore…

Anche il posto è importante: la notte a casa è diversa dalla notte in giro per la vostra città, che è diversa dalla notte in un locale, che è diversa dalla notte quando siete chiusi in un posto da tanto tempo che non sapete se fuori è notte o giorno.

Ma la notte più diversa di tutte è quella lontano da tutto e da tutti, da soli con sé stessi e le stelle, e magari la luna. A dire il vero, la luna cambia molto la situazione: se c’è un bel tondone luminoso in cielo, non ci crederete, ma si vede quasi come se fosse giorno e si può andare tranquillamente a spasso; se la luna non c’è, lo spettacolo celeste è sicuramente più avvolgente, vertiginoso, tra l’altro potete stare col naso all’insù che tanto non cambia nulla, la facciata prima o poi la date comunque… ecco, avete capito il problema.

Non è strano sentirsi piccoli e insignificanti, sotto il cielo stellato. Tenere la mano di qualcuno nella tua può aiutare, ma a volte non basta. Perché, per quanto in compagnia, senza il tetto azzurro sopra di noi che di giorno limita il vagabondaggio dei nostri pensieri siamo comunque soli di fronte all’ignoto, o alla ben troppo nota nostra coscienza, che da lassù ci guarda sorniona o corrucciata.

Diversi anni fa, parecchi invero, amavo passare buona parte dell’estate in solitudine nella mia cascina. Solitudine relativa, perché c’erano dei vicini (e avevo due amiche). Quando stavo lassù mi sentivo un ragazzo diverso… e quanto cambiava la giornata solo per il fatto di alzarsi alle 7.30 (senza impostare la sveglia) e fare una abbondante colazione a base di pane, burro e marmellata! Buona parte dei libri che oggi mi posso pavoneggiare di aver letto li ho letti in quelle estati, in cui la lettura era il mio svago (ma anche impegno) principale. Era il mio piccolo paradiso terrestre, una specie di età dell’oro, uno di quei bei periodi delle nostre vite che non ci sono più ma che ti rimarranno sempre.

Di quella cascina mi rimarrà anche il ricordo delle uniche albe fatte come si deve cui mi sia capitato di assistere. Boh, direte voi, che cosa c’è di speciale… ma niente, niente di speciale, succede tutti i giorni… ma voi quante volte siete stati lì a verificare che tutto fosse regolare, EH? Cosa ne sapete voi che il sole non si sveglia in ritardo e recupera il tempo perduto con un balzo? Non fidatevi di nessuno! Mai!

Succedeva così, senza pianificarlo. E credo non fosse colpa del gallo… semplicemente, verso le 5 mi svegliavo e non avevo voglia di tornare a dormire. Mi alzavo, mi lavavo (c’era un unico lavandino per tutto… be’, no, c’era anche il gabinetto, che credete?), mi vestivo, e uscivo di casa. Sedersi sull’erba intrisa di rugiada non era una cosa saggia, ma nessuno ha mai detto che si debbano fare solo cose sagge, a questo mondo. E se l’ha detto ha detto una *fanfalucca*.

Una mattina, era quasi settembre, ho potuto vedere uno spettacolo che ho ancora stampato nelle pupille. Niente di speciale, certo, sempre solo il fatto che mai (o più) nessuno le sta a vedere, queste cose. C’era un cielo con la luna piena al culmine del suo tragitto… il sole sarebbe sorto di lì a un’ora, ma pareva già giorno; poco più in là, Orione che valorosamente pugnava per resistere alla famelica luce che si faceva sempre più invadente; e infine, per una manciata di attimi, ecco insieme nel cielo i due cacciatori e il Dio, reclamante il suo trono (leggendo una delle versioni del mito di Orione mi è venuto quasi da pensare che è esattamente quello che ho visto io…). E poi il giorno. Benedizione, o illusione quotidiana, come volete.

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Due anni fa ho scritto questo racconto, ispirandomi alla “Notte stellata” di Van Gogh, come previsto dal “Backstage Contest” organizzato da Simone “Karat45″ Tagliaferri sul forum di TGMOnline. Al momento non trovo più traccia del documento in cui aveva raccolto tutte le opere in concorso, ma quando lo troverò ve lo linkerò, perché c’erano delle perle (al massimo ho il topic salvato in locale). Ne avrei di cose da dire su quello che ho scritto… ma preferisco lasciare tutto nel confuso mondo della fantasia.

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Racconto di una notte stellata

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Sono voluto tornare qui perché è questo l’ultimo posto a cui i miei occhi siano mai stati grati. Dopo aver lasciato questa collina, dopo aver respirato questo cielo, troppe ferite li hanno insanguinati: dapprincipio ferite condivise dal cuore, poi questa definitiva ferita che loro soli hanno dovuto sopportare.

Buio.

Per anni ho vissuto nel buio. I miei occhi non vedevano, e le mie orecchie non volevano sentire. Non potevano sentire, non avevano la forza di credere a quello che sentivano.

Poi venne Berenice.

Ed è strano ch’io incontrassi proprio il suo nome sulla mia strada. Il suo nome, il suo profumo di regina e i suoi capelli corti. Chissà che non li abbia tagliati perché io potessi tornare. Forse mi conosceva prima ancora che ci incontrassimo.

Mi aspettava.

Io, invece, non mi aspettavo lei. Avevo sentito troppo, il mio cuore era di ghiaccio e la mia umanità sembrava aver seguito la sorte delle mie lacrime, che non potevano più rigarmi il viso; l’odio aveva preso il sopravvento, ed aveva ereditato da me quel triste scherzo che il destino mi aveva giocato: era cieco.

L’amore di Berenice era più cieco del mio odio.

Non capii mai perché mi avesse scelto: poteva salvarne mille altri. Salvò me. Forse aveva potuto scrutare nel mio cuore perché non potevo difendermi dalla sua dolcezza. Mi avevano insegnato a rispondere violenza alla violenza, ma all’affetto non sapevo cosa rispondere.

Fui vinto.

Una sera mi chiese di fidarmi di lei. Mi abbandonai al silenzio che mi aveva prescritto, e mi feci condurre dalla sua mano per un tempo che mi sembrò tanto lungo quanto meraviglioso. I profumi mi raccontavano sempre più delle mie notti da ragazzino, quando mi svegliavo di soprassalto, troppo tardi per evitare di rimanere intriso di rugiada…

Berenice tolse il panno, e potei sentire di nuovo.

E sentii. E vidi. Rividi nei suoni quel cielo stellato che mi ricordavo: nel vento che dalla lontana oscurità mi sfiorava le gote, nel luccicare dei grilli, nel frusciare infinito di mille scintillii…

E nei silenziosi baci di Berenice.

Nel mio cielo stellato si diffuse la calda luce lunare di un corpo di donna. Lo baciai e ne fui baciato, la luce e l’ombra si abbracciarono. Lo possedei e ne fui posseduto, e le stelle trasudarono passione.

La protessi, e scoprii che mi protesse, facendomi rinascere a nuova vita.

Avevo dimenticato la violenza, e un piccolo cuore battente mi consolò di tutto quanto.

Da allora sono successe tante cose, ma più nessuna è riuscita a strapparmi l’amore che Berenice così dolcemente mi aveva donato. E ora sono di nuovo qui. Questo profumo di erba notturna fa ormai parte di me, arrivo a distinguere le stelle stelo per stelo. Che pace.

Finalmente, che pace.

The lamoor

StM - Friday, 8 July 2005, 21:27 - diario, pindaro

La via più semplice è farlo in contemporanea. Innamorarsi intendo. Nel giro di una settimana, alla colpo di fulmine, o nel giro di un anno, facendo finta che accada in modo del tutto inaspettato, non v’è poi così tanta differenza. Le volte che sono stato in qualche modo ricambiato, forse, è successo così.

Non sono un conquistatore: o piaccio o non piaccio, non c’è molto da arzigogolare. Che io mi ricordi non ho mai fatto il “primo passo”, se non una volta che avevo tante speranze quante sono quelle di “uccidere un dinosauro a colpi di fichi molli”. Ma a volte s’ha anche da perdere, per tirare avanti. Bere dall’insapore calice della sconfitta, un po’ come quelli che si fanno battere a poker per farsi amica la gente. Più o meno, via.

Mi sono reso conto di quanto sia normale una cosa che all’inizio (un certo inizio) mi sembrava strana: non avere un paio d’occhi (e d’altre cose che sempre vanno in giro a coppie, lo ben so che l’avete pensato) da rimembrare quando il pensiero si facesse cupo e scoraggiato; poter pensare a questo o quello sguardo, questa o quella cascata di capelli, questo o quel sapetevoicosamaancheno, sempre mi dava conforto, speranza, sollazzo, insomma mi metteva di umore buono o non negativo. Anche quando non succedeva che le labbra attaccate a tutto quel popò di roba le potessi effettivamente baciare all’occorrenza. Boh, il pensiero della beltade fine a sé stesso? Non indaghiamo.

Dicevo, quindi, che dopo anni e anni di topacentrismo dei miei pensieri (e dico anni, tanti anni), ecco che mi scopro improvvisamente capace di… non pensarci. Probabilmente non posso cantare vittoria… probabilmente il fatto è che è un periodo che quasi non ne vedo e quindi non mi viene nemmeno in mente. Ma non è la prima volta che ho un periodo così, quindi qualcosa dev’essere cambiato davvero. No, non è che improvvisamente mi interessano gli uomini.

Qualche tempo fa ho fatto il test sul mio livello di gecosità (di cui ho trovato il link sul blog di Maya, per la precisione qui), e con disappunto ma anche sollievo mi sono scoperto geek manco pe’ gnente, quindi NON è questo il motivo. Non mi scopro ad accarezzare languidamente il touchpad, a tastare con lascivia il tappetino del mouse, ad infilare morbosamente le dita nel floppy drive. NO. Questo NON succede.

In realtà di capirci qualcosa non mi frega. E anche questo è strano. Quindi via con il loop, badando bene che non ci siano pecore nelle vicinanze sennò si spaventano.

…non è la serata giusta per scrivere, mi scopro a pensare il peggio dell’eccedenza degli scarti delle peggiori battute schifose di incapaci comici falliti, fuori d’ispirazione, in coma etilico e senza nulla da perdere. Bene, ho colto l’occasione, ho scritto lo stesso.

Il post poteva anche evitare di virare verso la farsa, ma checcivoletefare, ho solo preso il materiale che ormai poteva essere dissecretato, magari per decorrenza dei termini… “de l’amour” (spiego così il titolo a chi non l’avesse capito) io avrei tanto da dire, davvero, ma visto che per parlare di amore si deve parlare di almeno DUE persone, e visto che non è mio uso parlare di altre persone che di me stesso (non per egocentrismo ma per rispetto), abbiamo fatto il possibile.