Digital self(-service)
A volte uno è portato a pensare che scrivere su di un forum, chattare, scambiarsi messaggi di posta elettronica, scribacchiarsi un blog non abbia poi tutte queste differenze rispetto alle care, vecchie attività analogiche del chiacchiericcio, del carteggio e del diario personale. Magari sì, la chattata rispetto alla chiacchierata ha la carenza del contatto visivo e fisico, ecco. La posta elettronica è certo più immediata dei 3 giorni medi richiesti dalle Poste Italiane. Il blog in fondo non è così personale, se lo metti in un posto in cui tutti lo possono leggere.
Cominciamo proprio dal blog. Da questo blog qui. Lo scrivo perché ogni tanto mi viene qualche idea che mi piacerebbe condividere con altri. Indefiniti “altri”. Sorge però qualche problema quando qui sopra mi verrebbe da scriverci cose che… che non posso scrivere. Magari troppo intime, o troppo sciocche, o troppo cattive. Quando ti rendi conto che la vita digitale può da un momento all’altro entrarti nella vita reale, e causare sputtanamenti, astio, querele… be’, dispiace. Si rompe un bel giocattolo. Allora ti dici che basta aprirti un blog da un’altra parte, cammuffare il nick, diventare un’altra persona digitale. Ma allora no, scopri di fuggire da una prigione e di entrare in un’altra: nella nuova prigione, scopri di dover stare al nuovo gioco, per evitare di essere associato alla personalità vecchia, quella legata a quella vera. La Rete è libertà, ma è anche un inferno sartriano (“L’enfer c’est les autres”) all’ennesima potenza: “gli altri” vuol dire “tutto il mondo”. La Rete è libertà, ma (citando Matrix) è anche controllo. Quindi sei libero di essere conforme a qualcosa, libero di essere assimilato (questo è dedicato a chi sostiene che io sia un fan di Star Trek).
La Rete è controllo, o quantomeno controllabilità. Mi girano sinceramente le palle quando scopro che, inserendo il mio nome e cognome su google, saltino fuori come risultati gli esiti di alcuni miei esami (forse dovrei linkare ai rispettivi docenti questo banalissimo link). E se metto il mio nick, si leggono magari dei miei messaggi su Usenet o su una qualche mailing list, che non mi fa affatto piacere siano così facilmente rintracciabili. Perché quando li avevo scritti *non ci pensavo* che sarebbero diventati parte della memoria di Internet (che di nome fa Google). Io ho sempre scritto messaggi con leggerezza, equiparandoli alle analogiche chiacchierate in piazza. Quelle, se non c’è qualcuno a registrare col microfono (e in genere non c’è), se ne vanno via al primo soffio di vento. E puoi dire tutto quello che vuoi. Quasi. Poi devi stare attento anche lì, che ci sono quelli che ti capiscono male, fraintendono, e se gli ripeti pari-pari quello che hai detto ribattono che non avevi detto così la prima volta. Ma cazzo, l’ho detto io, lo saprò, no? No. Ed ecco il grande vantaggio della rete: puoi dire “rileggiti quello che ho scritto e vedrai che ho ragione”. Così come si può dire “rileggiti quello che HAI scritto, se ti prendo ti demolisco”. Arma a doppio taglio.
Via chat e via e.mail ho rivelato a persone che magari non ho mai visto dal vivo delle cose che non conosce nemmeno mia madre. Lì per lì non mi sembrava ci fosse nulla di male, ma poi ho pensato “Ehi, guarda un po’ qui… io conservo le loro e.mail e i log delle nostre chat… loro faranno lo stesso… io di loro mi fido, ma quelli sono dati sensibili, sensibilissimi… e io non ho più alcun controllo su di essi. Ho sparso micce di sputtanamento in giro per la rete.”.
In realtà mi sono sempre detto “anche le cose più intime che rivelo non dovrebbero potermi nuocere in alcun modo… io non mi vergogno di nulla”. Già, facile a dirsi. Il problema è che il mondo è troppo diverso da me, se mi conoscesse avrebbe paura di me, e avrebbe voglia di controllarmi. E io, povero sciocco, credendo di godere della mia libertà non sto facendo altro che offrire a chi volesse controllarmi tutti i mezzi con cui poterlo fare. Un giorno qualcuno mi metterà in croce perché mi piace il gelato alla nocciola, e basterà un pugno di sostenitori del gusto pistacchio per colpirmi duramente e far traballare le convinzioni delle mie papille gustative. Allora potrò uscire allo scoperto e difendere la nocciola a spada tratta, fondare il Movimento degli Amanti della Nocciola e controbattere colpo su colpo alle accuse degli amanti del pistacchio… oppure potrò subire in silenzio le ingiurie senza difendermi, oppresso dalla costernazione di fronte all’idea ingannevole che essere un amante del gelato alla nocciola e *dirlo* sia un fatto più grave che esserlo e non dirlo. In un modo o nell’altro, la mia vita sarà stata cambiata contro la mia volontà. Solo perché a qualcuno non piace chi pensa diversamente da lui, o chi pensa e basta.
Non so se si capisce, ma sono un po’ disilluso da questo mondo. “Vivi e lascia vivere” vorrebbe essere il mio motto, eppure ovunque mi giro non vedo altro che bocche sorridenti appese ad occhi assassini, che dicono “conciliazione” ma intendono “prevaricazione”. E allora a volte un po’ mi girano, e se il “lascia vivere” continua a valere, il “vivi” viene sommerso dalla rabbia. Forse che le due attività siano antitetiche? Non esiste persona che, facendo una, possa fare anche l’altra? Forse in qualche baita d’alta montagna, Heidi e le caprette.
Mi confronto con una persona che navighi nella rete si e no una volta la settimana, e solo a cercare: una persona che non lascia traccia alcuna, se non sui server dei provider di cui si serve (ma, per fortuna, parrebbe che gli unici dati che questi sono costretti a conservare siano quelli a livello tcp/ip e inferiori, quindi solo le connessioni e non i dati scambiati) e ovviamente su Echelon o equivalenti. Bene, la differenza principale è che, se questo interessasse a qualcuno, per sapere molte cose di me non sarebbe necessario schiodare il proprio culo dalla sedia girevole del proprio ufficio. Molte, certo non tutte, ma è un fatto. Un buon investigatore privato scoprirebbe molte cose anche senza la Rete, ma qui si parla di conoscenza accessibile all’uomo della strada (posto che quest’uomo abbia un accesso alla rete).
Io sono un po’ malato, per quel che riguarda Internet. Ormai sono al punto che una cosa che non è lì per me non esiste. Vabbe’, no, ora esagero, ma ad esempio per quel che riguarda il passaparola io sono alla periferia: se c’è una festa, una sagra, un evento nella mia provincia, io la maggior parte delle volte non me ne accorgo nemmeno. Non che queste cose mi interessino davvero, ma sono una buona scusa per togliere le chiappe da qui - e se la compagnia è buona non importa dove si va, no?
Discorso bonus: come la Rete e i cellulari abbiano modificato radicalmente il modo di rapportarsi alle altre persone. Non ci si dà più appuntamento il giorno prima per il giorno dopo, ma con un preavviso di pochi minuti.
Un ricciolo di finta cultura (ovvero: un perfetto tema per il compito di italiano)
A dimostrazione di come i grandi capolavori non tramontino mai, credo che a molti di coloro che “vivono” la rete sia balzata almeno una volta alla mente la figura del pirandelliano Adriano Meis (fu Mattia Pascal), uomo sradicato dalla propria vita che pensa bene di costruirsene un’altra, considerando irrisorio il sacrificio di recitare una parte per non avere grattacapi. Ma il desiderio di stringere dei legami torna a farsi forte in lui, salvo poi scoprire che questi, nell’ambito della sua nuova (e falsa) vita, sono impossibili. In un’analogia internettiana, Adriano Meis è il nick con cui firmate i vostri post nei forum, nei newsgroup, in chat; se date ad Adriano troppo spago, in men che non si dica egli comincerà ad assomigliarvi, o voi comincerete ad assomigliare a lui; scoprirete che il vostro io interiore si dibatterà per essere impresso nel vostro io digitale, e il grande stomaco della società, qui in formato elettronico, vi fagociterà con dolcezza ma anche decisione. Amandovi, giudicandovi, odiandovi, schernendovi, ignorandovi en-passant.
C’è una cosa, tuttavia, che dovete ricordare distingue il vostro io digitale da Adriano Meis: non vi basterà fingere il suicidio per togliervi dai guai. Il vostro io digitale, nel momento stesso in cui lo producete, già non vi appartiene più. Potrebbe anche sopravvivervi (toccatevi pure)… così come un libro, certo, ma la differenza è che il manoscritto di un libro lo potete bruciare, ma in genere non potete bruciare la Rete tutta intera per cancellare ogni traccia del vostro passaggio.
Comunque ottimismo, eh
Dopo tutto ’sto popò di paranoia, diciamola tutta: a me essere genericamente senza veli piace. E mi piace leggere chi fa lo stesso. Per la serie “chissenefrega”. Certo gradirei molto di meno l’essere senza veli costruito ad arte delle celebrità (o presunte tali). Se della gente che nemmeno conosco parlasse di me come se mi avesse cullato quando ancora ero in fasce e cresciuto per il resto della mia vita, be’, sarebbe il momento buono per uscire definitivamente di scena. Spero di non entrarci mai, in scena, se il prezzo è quello (cfr. il post Privacy).
Ok, scherzavo, l’ottimismo viene ora. Vero?
No. Ciao Google :)


Condivido in pieno, anche a me a volte salgono delle paranoie incredibili… E tante altre volte mi sono auto limitato nello scrivere il mio blog… Il problema è quando mi accorgo che altre persone che mi sono/sono state vicine non lo fanno affatto (tipo il blog della mia ex) e in questi casi ho imparato a ingoiare il rospo, fare finta di nulla, e continuare a sorridere :
Comunque si, è inevitabile… A volte sei permeato dal benedetto stato mentale del “massì, chissenefrega, scriviamolo, in fondo a nessuno frega un cazzo di me, nemmeno sa chi sono, “la gente”" a volte invece ti chiedi se non è davvero il caso di smettere di parlare dei cazzi tuoi in un posto che sta diventando veramente sempre più pubblico.
Resta il fatto che è una soddisfazione trovare su google pagine create da gente che conosci, magari anche solo indirettamente, e che hai sempre odiato, in cui si sputtanano con testi ultra idioti e foto compromettenti asdasdasd (testato in prima persona, uhuhuh).
Anche io nella mia niubbaggine/pigrizia lasciai tracce di me piu o meno compromettenti. C’è un lato positivo, a volte mi capita di rileggere cose che scrissi anni e anni fa e mi rendo conto di cos’ero, di cosa sono diventato e perchè. E’ interessante… a volte anche divertente.
Per non perdere la “cronaca” della mia “evoluzione” e contemporaneamente evitare troppi sputtanamenti ho scelto di scrivere su un blog non riconducibile a me (beh, magari chi mi conosce può capire che sono io :p).
Perchè quindi non usare un diario cartaceo?
1) per pigrizia, mi viene meglio scrivere sul pc.
2) un blog non si può perdere/distruggere (sperando che il server dove si trova faccia regolari backup :) ).
3) chiunque può leggere le mie pseudorecensioni di dischi-film-libri (e se vuole si fa un idea di chi le ha scritte leggendo il resto).
4) mi piace leggere i commenti di sconosciuti.
Aggiungerei: un blog non te lo devi portare sempre dietro, non occupa un volume nei tuoi bagagli, e paradossalmente è meno rischioso avere un blog che un diario, avendo a che fare con certe persone (tipo, chessò, coinquilini curiosi* che non navigano spesso in rete).
*=Disclaimer: qualsiasi riferimento a persone realmente esistenti è assolutamente casuale.
@Obi: già, essere “sputtanati” da terzi è ancora peggio che farlo da soli. Infatti per parte mia trovo naturale limitarmi, quando parlo di altri.
…e comunque meno male che certi siti/forum non sono indicizzati da google -.-
La mia regola comunque è: non dire in rete nulla che non potrei ribadire di persona a semi-sconosciuti. Sono una persona abbastanza aperta, è questo il guaio…
“non dire in rete nulla che non potrei ribadire di persona a semi-sconosciuti. Sono una persona abbastanza aperta, è questo il guaio…”
Bravissimo, è esattamente quello che cerco di fare sempre anche io, anche se a volte mi lascio andare (e ovviamente quella è la volta buona che il semi sconosciuto in questione viene a leggere il blog :chebotta: asd)
PI: Cassandra Crossing/ Tecnocontrollo? Più facile in Italia