Smemoratezze dal sottosuolo

Un blog che è uno spettacolo anche quando è offline

Balùn

without comments

Sempre stato terzino destro. Qualche volta sinistro, qualche volta “stopper”. Raramente libero.

In realtà non sapevo giocare a calcio. Avevo dei piedi discreti, e una discreta visione del gioco… ma il problema era nella testa. No, non era solo il fatto che di testa non ci sapevo dare (tanto sono un tappo, cosa vuoi darci di testa?). C’era anche il problema che ero un fifone. Cercavo di toccare la palla il meno possibile, per paura di sbagliare. Per questo andavo benissimo come terzino: la palla la dovevo solo rubare, e disimpegnarla il prima possibile per far ripartire il gioco.

Ma nemmeno come terzino ero proprio il massimo. Ero un po’ mollo, arrendevole. Se qualcuno mi superava in velocità, non pensavo mai di buttarlo giù con le cattive. Certo, sarebbe stato anche difficile, gracilino com’ero, ma a fare lo sgambetto che ci vuole?

Il problema, dicevo, stava nella testa. Ero un ragazzino decisamente troppo insicuro. Avrei potuto rendere 3 volte quello che rendevo, avrei potuto essere “bravo”, non solo “bravino”. Non tra i più bravi, ma insomma un riferimento.

Ogni tanto mi svegliavo e parevo quasi un calciatore. Altre volte invece dormivo in piedi più del solito.

A Cairo c’erano due squadre di calcio giovanili: la Cairese e l’Aurora Calcio. A dispetto di quelle che potrebbero essere le vostre aspettative, la squadra migliore (come risultati) era l’Aurora Calcio. Io, ovviamente, ero nella Cairese. Ogni volta che si affrontava l’Aurora, il problema era incassare meno gol possibile. Una volta mi ci sono messo così d’impegno, a cercare di minimizzare questo problema, che probabilmente risultavo due volte sotto la colonnina dei marcatori dell’Aurora. Dico “probabilmente” perchè uno dei due autogol era palese: calcio d’angolo, palla a rientrare, io ero sul palo ma mi sono spostato, la palla mi è rimbalzata addosso e si è insaccata; il secondo “autogol” invece era stato un tentativo da ultimo uomo di togliere la palla dalla porta, quindi insomma di quello non mi sento troppo responsabile.

Ero anche totalmente privo di sangue freddo. Una volta, in una partita finita ai rigori, ho dimenticato completamente come questi si calciassero e ho tirato una loffa centrale ad altezza busto. Per “fortuna”, a quegli stessi rigori hanno sbagliato anche due dei nostri uomini migliori… insomma non era giornata. L’unica piccola differenza è che loro due hanno solo calciato troppo a lato.

Il bello di quel gruppo, ricordo, era che comunque ti trovavi tra ragazzini che volevano giocare, e basta. L’agonismo era vissuto in positivo, con un umile “diamo il meglio e poi divertiamoci”. In genere. Poi sì, quando facevi salire tutta la difesa a centrocampo e scoprivi che lo stopper era rimasto a chiacchierare col portiere… o quando sempre lui vanificava il tuo salvataggio in extremis piazzandotisi davanti un attimo prima che rinviassi… o quando la punta non c’era mai quando facevi i lanci lunghi… be’, insomma, queste cose ti facevano un po’ arrabbiare. Ma, finita la partita, le negatività rimanevano in campo, o al massimo negli spogliatoi. E, la volta dopo, non le trovavi più.

La squadra era così sgangherata che alle volte bisognava chiamare dei ragazzi da altre squadre e fargli dei tesserini falsi perché non eravamo in numero sufficiente. In genere così ci guadagnavamo, perché poi venivano ricercati i giocatori migliori. Non per nulla, fu uno di questi “esterni” a segnare contro il Milan, la volta che ci toccò affrontarlo. Un gol noi, 8 loro. Quello che dovevo marcare io era una gazzella, quando partiva non lo ripigliavi più. Dovevi avere un fucile di precisione e buona mira. E io non ce li avevo.

L’allenatore era una persona che amava e sapeva fare il suo mestiere. L’allenatore che tutti vorrebbero avere, che richiede disciplina ma la ottiene per la stima che gli porti, e non perché è severo. Quando cappellavi te lo diceva col tono adatto all’occasione, che andava dal consiglio allo sbraito, ma ci azzeccava sempre su quale fosse il tono giusto.

Il giocattolo si ruppe quando passai di categoria, dai pulcini agli esordienti. Mi ritrovai con un allenatore “occhi di bragia”, “bianco per antico pelo”, “rompicoglioni testa di cazzo” (trova l’intruso tra le citazioni). L’anno successivo, se non ricordo male, l’amico per la cui “pressione” mi ero iscritto anni addietro si prese un anno di riposo. E allora andare agli allenamenti era diventato una rottura al cubo. Basta, basta così.

Written by StM

May 15th, 2005 at 5:14 pm

Posted in diario

Leave a Reply