Non si torna indietro (scrittura ex-tempore monodirezionale)

StM - Tuesday, 31 May 2005, 23:55 - scritti

-Sei sicuro di volere questo? Se vorrai tornare indietro sarà molto doloroso.
-Non tornerò indietro.
-Saresti l’eccezione. Tutti tornano indietro, sempre.
-Non tornerò indietro.
-Sei dunque disposto ad accettare che d’ora in poi la bellezza abbia i suoi capelli, l’amore il suo volto e il piacere il suo sapore?
-Non chiedo altro.
-Lo chiederai, lo fanno t…
-Io sono diverso, lo vuoi capire? La mia parola è un impegno, e il mio cuore è sincero.
-Cosa sai di lei?
-So quanto basta.
-…che sarebbe?
-So che la amo, e lei ama me.
-L’amore non dura in eterno.
-Vero. Perché si muta.
-A volte finisce.
-Perché si vuole farlo finire.
-E non credi che sia normale? Che possa succedere a tutti? Anche a te?
-Facciamola finita. Non ho bisogno del tuo permesso, sono deciso e nessuno potrà farmi cambiare idea.
-Lei sicuramente potrebbe.
-…sicuramente. Ma non vorrà mai.
-La cosa giusta da fare cambia in base alla situazione. Hai mai pensato a cosa questo comporti?
-…sì, ci ho pensato. Ci abbiamo pensato, insieme. Credo… SO che faremo la cosa giusta. Anche se questo dovesse significare… siamo d’accordo, su questo.
-Quindi in qualche caso…
-Sì. Non ne voglio parlare. Ci sono pur sempre cose più grandi di noi e di quello che proviamo.
-Finalmente, ho la prova che sei umano anche tu! Allora sì, voi due non avrete mai fine.
-…sei un tipo strano, tu. Che nome ti ha dato la tua famiglia?
-Non me l’ha dato, già l’avevo. Il mio nome è il mio corpo stesso, ma puoi chiamarmi Quercia, come fanno tutti.
-Per me va bene… tanto più che credo che il tuo vero nome possa pronunciarlo solo tu.
-Dici giusto, caro mio. Guarda, s’è fatto buio. Col tuo permesso vorrei rientrare, che già da tempo il mio nome s’è fatto come stonato, e di tanto in tanto si allunga con preghiere come “Vecchio scemo, se il Signore dei cieli avesse voluto che prendessi freddo e umidità ti avrebbe messo la pelliccia e le pinne!”.
-Ma certo, Quercia. Anzi, maledetta la mia testaccia che non pensa mai a queste cose.
-Via, via, la tua testa ha di meglio a cui pensare… così come la mia un tempo… quando tornerai, se vorrai, parleremo ancora.
-Tornare? Non ti ho detto che partirò!
-Ma lo farai, e stanotte per la precisione. Non chiedermi come lo so… sappi solo che io conosco il tuo vero nome. Ancor più di quanto lo conosca tu… perché io lo pronunciai già tanti anni fa. E ancora mi inebria il pensiero… oh, che diavolo di un ragazzino, lasciami tornare a casa che ora sto straparlando!
-No, credo di aver capito…
-E invece no! NON hai capito, e sai che io SO che non hai capito!
-Ma sapere questo non significherebbe che…
-Taci. Non devi sempre prendere per vero quello che ti si dice. Alle volte, per far capire bisogna dire il contrario di ciò che si intende.
-Allora non ho capito.
-Precisamente. Vedo che afferri le cose al volo. Buon viaggio, ragazzo.
-A proposito, mi chiamano…
-Lascia stare, per le parole non ho memoria. Bada solo che al ritorno la fiamma che hai negli occhi non sia spenta, e tanto mi basterà a riconoscerti.
-Grazie, Quercia. Arrivederci al mio ritorno.

-…che sarà anche il ritorno mio. Quando tornerai, capirai. Tutto.

Riletture casuali

StM - Sunday, 22 May 2005, 13:13 - opere altrui

Quella nave era abbigliata come un qualunque barbaro imperatore d’Etiopia dal collo carico di pendagli d’avorio levigato. Era una creatura di trofei. Un cannibale di bastimento, che s’adornava delle ossa vinte dei suoi nemici. Tutt’intorno, le murate, senza pannelli e aperte, erano guarnite come una sola mascella dei lunghi denti acuti del capodoglio, inseriti là come caviglie per darvi volta i vecchi tendini e legamenti di canape. Questi tendini non s’infilavano in miseri bozzelli di legno terrestre, ma correvano svelti su pulegge d’avorio di mare. Sdegnando la ruota a manubri per il suo riverito timone, la nave sfoggiava una barra, e questa barra era una massa sola curiosamente intagliata nella lunga e stretta mandibola del suo nemico ereditario. Il timoniere, che governava con quella barra in una tempesta, doveva sentirsi come il Tartaro quando frena il cavallo focoso afferrandolo per la bocca. Una nobile nave, ma in qualche modo una nave malinconica. Tutte le cose nobili hanno un’ombra di malinconia.

(da Herman Melville, Moby Dick, nella traduzione di Cesare Pavese, Adelphi Edizioni)

Leggere mi piaceva da matti. Adesso ho una pila di libri che vorrei leggere che è alta metà di me (non che sia questa grande altezza), ma è altrettanto alta la pila di libri che vorrei rileggere. Moby Dick tra questi. E’ uno di quei libri che ti stupiscono ogni volta che li riprendi in mano, che non si esauriscono mai per quante volte tu li rilegga. E’ d’accordo con me Fone Bone, quindi dev’essere vero.

(Di certe cose te ne accorgi per caso… sono ormai perfettamente in grado di scrivere senza guardare MAI la tastiera, e senza nemmeno averla parzialmente nel campo visivo. Mi accorgo anche quando sbaglio, per dire. Euuiua)

Balùn

StM - Sunday, 15 May 2005, 17:14 - diario

Sempre stato terzino destro. Qualche volta sinistro, qualche volta “stopper”. Raramente libero.

In realtà non sapevo giocare a calcio. Avevo dei piedi discreti, e una discreta visione del gioco… ma il problema era nella testa. No, non era solo il fatto che di testa non ci sapevo dare (tanto sono un tappo, cosa vuoi darci di testa?). C’era anche il problema che ero un fifone. Cercavo di toccare la palla il meno possibile, per paura di sbagliare. Per questo andavo benissimo come terzino: la palla la dovevo solo rubare, e disimpegnarla il prima possibile per far ripartire il gioco.

Ma nemmeno come terzino ero proprio il massimo. Ero un po’ mollo, arrendevole. Se qualcuno mi superava in velocità, non pensavo mai di buttarlo giù con le cattive. Certo, sarebbe stato anche difficile, gracilino com’ero, ma a fare lo sgambetto che ci vuole?

Il problema, dicevo, stava nella testa. Ero un ragazzino decisamente troppo insicuro. Avrei potuto rendere 3 volte quello che rendevo, avrei potuto essere “bravo”, non solo “bravino”. Non tra i più bravi, ma insomma un riferimento.

Ogni tanto mi svegliavo e parevo quasi un calciatore. Altre volte invece dormivo in piedi più del solito.

A Cairo c’erano due squadre di calcio giovanili: la Cairese e l’Aurora Calcio. A dispetto di quelle che potrebbero essere le vostre aspettative, la squadra migliore (come risultati) era l’Aurora Calcio. Io, ovviamente, ero nella Cairese. Ogni volta che si affrontava l’Aurora, il problema era incassare meno gol possibile. Una volta mi ci sono messo così d’impegno, a cercare di minimizzare questo problema, che probabilmente risultavo due volte sotto la colonnina dei marcatori dell’Aurora. Dico “probabilmente” perchè uno dei due autogol era palese: calcio d’angolo, palla a rientrare, io ero sul palo ma mi sono spostato, la palla mi è rimbalzata addosso e si è insaccata; il secondo “autogol” invece era stato un tentativo da ultimo uomo di togliere la palla dalla porta, quindi insomma di quello non mi sento troppo responsabile.

Ero anche totalmente privo di sangue freddo. Una volta, in una partita finita ai rigori, ho dimenticato completamente come questi si calciassero e ho tirato una loffa centrale ad altezza busto. Per “fortuna”, a quegli stessi rigori hanno sbagliato anche due dei nostri uomini migliori… insomma non era giornata. L’unica piccola differenza è che loro due hanno solo calciato troppo a lato.

Il bello di quel gruppo, ricordo, era che comunque ti trovavi tra ragazzini che volevano giocare, e basta. L’agonismo era vissuto in positivo, con un umile “diamo il meglio e poi divertiamoci”. In genere. Poi sì, quando facevi salire tutta la difesa a centrocampo e scoprivi che lo stopper era rimasto a chiacchierare col portiere… o quando sempre lui vanificava il tuo salvataggio in extremis piazzandotisi davanti un attimo prima che rinviassi… o quando la punta non c’era mai quando facevi i lanci lunghi… be’, insomma, queste cose ti facevano un po’ arrabbiare. Ma, finita la partita, le negatività rimanevano in campo, o al massimo negli spogliatoi. E, la volta dopo, non le trovavi più.

La squadra era così sgangherata che alle volte bisognava chiamare dei ragazzi da altre squadre e fargli dei tesserini falsi perché non eravamo in numero sufficiente. In genere così ci guadagnavamo, perché poi venivano ricercati i giocatori migliori. Non per nulla, fu uno di questi “esterni” a segnare contro il Milan, la volta che ci toccò affrontarlo. Un gol noi, 8 loro. Quello che dovevo marcare io era una gazzella, quando partiva non lo ripigliavi più. Dovevi avere un fucile di precisione e buona mira. E io non ce li avevo.

L’allenatore era una persona che amava e sapeva fare il suo mestiere. L’allenatore che tutti vorrebbero avere, che richiede disciplina ma la ottiene per la stima che gli porti, e non perché è severo. Quando cappellavi te lo diceva col tono adatto all’occasione, che andava dal consiglio allo sbraito, ma ci azzeccava sempre su quale fosse il tono giusto.

Il giocattolo si ruppe quando passai di categoria, dai pulcini agli esordienti. Mi ritrovai con un allenatore “occhi di bragia”, “bianco per antico pelo”, “rompicoglioni testa di cazzo” (trova l’intruso tra le citazioni). L’anno successivo, se non ricordo male, l’amico per la cui “pressione” mi ero iscritto anni addietro si prese un anno di riposo. E allora andare agli allenamenti era diventato una rottura al cubo. Basta, basta così.

Docenti e cabaret - Algoritmi e programmazione avanzata 2001/2002

StM - Tuesday, 10 May 2005, 18:37 - opere altrui

[parlando dei bigliettini all'esame] …piuttosto scriveteli sul soffitto, dove uno non guarda mai: “cosa fai con gli occhi al cielo?” “Eh, prego la Madonna”.

Laboratorio non fa rima con obbligatorio, ma fa rima con consigliato.

Sapete perché le donne alla mattina si stropicciano gli occhi? Non hanno altre palle da grattarsi.

Vado alla CDC. O alla PDS (”di segugio”).

L’algoritmo “vado da Torino a Bari passando per Amsterdam” è il migliore se voglio passare davvero un BUON capodanno.

Funziona meglio se attacchi la spina (va più veloce).

L’inculcamento… I-N-C-U-L-C-A-M-E-N-T-O…

Prima c’erano 5 caramelle, ora ce ne sono 3. 3 è minore di 5… dove sono finite le altre 2? E giù botte.

Prendiamo queste 2 palle. Piccole perché siamo all’inizio della lezione.

Differenza tra palle e coglioni? Le palle si raccontano, i coglioni ci credono.

[parlando di algoritmi di sort] E’ difficile far scalare di 3 posti Giuliano Ferrara; è pericoloso chiedere i documenti al figlio di Totò Riina.

Ci siamo sbagliati in due: io non ho trovato lo statino, e lui l’ha messo da un’altra parte.

Perché i carabinieri vanno in giro in tre? Uno sa leggere, l’altro sa scrivere, e il terzo ama stare con uomini di cultura.

Ogni tanto mettete un po’ di cicli for che non servono a nulla, poi vi fate pagare e ottimizzate.

[canticchiando] Com’è bello giocare con le forbici… com’è bello giocare con lo scotch.

Come si fa a riconoscere uno che telefona alla moglie? “Sì… sì… sì…”.

La cosa più stronza è “Sì… sì… sì…” “Cosa ti ho detto?”. L’ideale è un buffer da 10 secondi.

Al Pronto Soccorso, a meno che non vogliate acquisire priorità tagliandovi i polsi, per passare davanti al vecchietto catarroso…

Approccio “culo in alto”, bottom-up.

Alzo un po’ la luce, così vi sveglio… ah, sono tutte sagome di cartone!

Diari d’altri - 1939

StM - Tuesday, 10 May 2005, 2:48 - opere altrui

7 luglio

Un passato dev’essere tanto familiare da poterlo rivivere meccanicamente e tanto inaspettato da farci stupire ogni volta che vi ritorniamo: allora è adatto alla fantasia.
Un’esperienza che vi pareva trita - lasciate passare del tempo - la rivedrete con nuovi occhi e sarà inaudita.
Passare del tempo in silenzio, ringiovanisce individui e popoli.

30 luglio

C’è o non c’è progresso nella storia?
Insolubile, perché mentre tu intendi per progresso l’ingresso nell’assolutezza dei valori morali, e tutto il resto la chiami tecnica (astuzia), altri s’accontentano appunto di quest’arricchimento TECNICO delle condizioni del benessere e lo chiamano progresso.
Non si può giungere all’assoluto per gradi. Quindi non si può trovare l’assoluto in fondo a un’evoluzione storica.
Quindi il progresso (innegabile) non è verso l’assoluto, ma è quantitativo.

Lo stesso in un individuo. C’è progresso tecnico, di astuzia, d’esperienza, ma la portata del ponte è quella dei sette anni. Tal era allora, in assoluto, tale è a trentacinque.

3 agosto

La morale sessuale è un palliativo della gelosia. Essa tende a evitare il confronto con la capacità virile di un altro. La gelosia è il timore di questo confronto.

La tolleranza delle idee nasce dalla illusione che la verità sia qualcosa di irrazionale, mentre appena si accetta il principio che qualunque idea si basa su una scelta iniziale, che la volontà è il primo organo della conoscenza, si diventa intransigenti. Pensare questo o quello è allora incriminabile. Radice pratica dell’errore.

27 agosto

Al 30 luglio aggiungi che per progresso tecnico s’intende anche il perfezionarsi degli ideali morali che, in definitiva, sono un comfort. Il passaggio all’assoluto morale non può invece avvenire nel tempo, dev’essere un annientamento e indiamento completo, che avviene in una sfera metafisica. Qui, il progresso non arriva.

(da Cesare Pavese, Il mestiere di vivere - Diario 1935-1950, Einaudi)

Elegia in prosa del trasporto su rotaia

StM - Monday, 9 May 2005, 0:13 - cronache, oblòg, opere altrui, segnalazioni

I treni sono una delle cose più suggestive che ci siano. I treni sono stati protagonisti di racconti, romanzi, poesie, pezzi per pianoforte*, film, pubblicità, blog**, odio, proteste, insulti, post, lamenti, scioperi, servizi giornalistici***, privatizzazioni, sit-in, suicidi celebri, suicidi anonimi, desideri di fuga, desideri di tornare a casa, speranze, assalti, deragliamenti, incidenti, attentati, morti bianche, invasione di terre vergini, allusioni, ansie, vandalismi, graffiti, libere interpretazioni del concetto di tempo.

I treni in Italia funzionano male. Ma funzionano. Usateli per cortesia. Se più gente li usasse funzionerebbero meglio.

* = a questo proposito, vi riporto il grazioso racconto tratto da qui sulla nascita di Un petit train de plaisir di Rossini.

Rossini viaggia in treno
Antenore 31 dicembre 2003
Rossini a 37 anni era già in pensione, beato lui. Dopo il successo del “Guglielmo Tell” (1829) decise di non scrivere più opere per il teatro, prese dimora fissa a Parigi e non si mosse più, scrivendo solo quello che gli pareva. Non mancano i capolavori, nel suo lungo periodo “da pensionato”: ma dalle fatiche del teatro si tenne ben lontano, dopo quel 1829.

Tra le sue cose più simpatiche e curiose, i brevi pezzi per pianoforte riuniti sotto il titolo “Peccati di vecchiaia” (scritto in francese, però); e di questo repertorio fa parte un brano tra i più divertenti, che si chiama “Un petit train de plaisir”, “Il trenino del piacere”.

L’antefatto è questo: Rossini, già anziano, viene invitato a fare un viaggio in treno. Siamo a metà ottocento, e dunque non si trattava dell’Eurostar… Per lui è la prima volta: ne esce sconvolto e anche un po’ spaventato, anche se il viaggio è breve; e poi affida le sue impressioni al pianoforte.

Si tratta di un brano di circa venti minuti, diviso in brevi episodi. Il primo è un allegretto, intitolato “cloche d’appel”: il pianoforte imita la campana che chiama i viaggiatori in vettura. Poi il trenino parte: Rossini si diverte a imitarne la marcia, e noi ci rilassiamo con lui lungo il primo tratto del percorso. Segue però un sifflet satanique: brusco risveglio dovuto al fischio del treno, seguito dalla dolce melodia dei freni, che anticipa l’arrivo alla stazione, dove les lions parisiens offrant la main aux biches pour descendre de wagon. Poi il trenino riparte, ed è un bel viaggiare, proprio come all’inizio. Ma il trenino di questo spaventato viaggiatore non può che finire male, e così succede: terrible deraillement du convoi!. Rossini è davvero tragico e ci mostra il primo passeggero ferito, e anche il secondo; dopodiché le vittime: premier mort en Paradis (motivo ascendente) , second mort en enfer (motivo discendente…), con tanto di chant funèbre e di amen. A questo punto Rossini fa un’annotazione a fondo pagina: on ne m’y attrapera pas, non mi beccate più…. Il finale è di pura marca rossiniana: un valzer, “allegro vivace”, che rappresenta il douleur aigue des heritiers, il terribile dolore degli eredi che si fregano le mani contenti pensando all’eredità. Lo spartito si chiude con un altro motto rossiniano: Tout ceci est plus que naif c’est vrai. Un viaggio in treno tutto da ascoltare, puro divertimento in musica.

** = In argomento mi sento di consigliarvi Visioni Binarie, e non in argomento qualsiasi altra cosa riusciate a trovare dell’autrice Alice Avallone, che senza dubbio sa ammaliare il lettore.

*** = Ovviamente la fonte primaria di servizi ben fatti è Report. Cercatevi a questa pagina il dossier di culto “Puntuale come un treno”, con relativo aggiornamento, e poi quel che vi pare qua e là (per esempio c’è un recente “Pendolari”).